Ecco che arriva quel momento dell’anno. Il saggio di danza finisce, si va a mangiare qualcosa e poi si torna a casa. E non si dorme. Come meglio occupare il tempo, mi sono detta, se non scrivendo? In fondo lo faccio sempre: ogni anno lascio una nota scritta da qualche parte per le mie allieve, compagne, colleghe, e anche per il pubblico. Ora che le emozioni sono ancora fresche è il momento ideale.

Questo è stato il primo saggio che non ho fatto da allieva: solo da insegnante. Ed è un po’ strano, dopo ventidue anni, arrivare in teatro con un solo abito di scena; è strano non dover sempre correre da una parte all’altra gridando “via, via!!” perché hai un solo balletto di tempo per cambiarti e puntualmente il corridoio dei camerini è intasato di gente.

Mi sono anche accorta, pensandoci ora, che è stato il mio decimo anno da insegnante. Ricorderò sempre il 2006, anno dei grandi traguardi di una giovane me: la maturità, il passo d’addio, il primo anno da insegnante con un gruppo di allievi tutti per me.
Il decimo anno: e proprio in questo 2016, guarda un po’, non sono stata allieva.

Pensavo sarebbe stato triste: ma mi sbagliavo. È stato probabilmente uno dei migliori saggi della mia vita. Vissuto con la calma di chi non deve correre avanti e indietro ed essere in scena ogni dieci minuti. Ho scoperto che si vedono tante cose da questa prospettiva: tante cose belle.

Ho avuto il tempo di girare per i camerini, vedere le solite bambine che anche se cambiano volti e nomi ogni anno sono sempre le stesse: quelle bambine di sette, otto anni che inseguono le ragazze grandi riempiendole di domande. Ho avuto modo di vedere l’agitazione, l’emozione di tante ragazze che per quanto abbiano provato… per quell’emozione non sono mai pronte abbastanza. Ho avuto modo di vedere gruppi meravigliosi, uniti e affiatati, che sono riusciti a dar vita a quel palco vuoto con la loro sinergia. Ho visto soliste riempire il palco da sole per la prima, magica volta; ho visto altre soliste, che anche se non era la loro prima volta è un po’ come se lo fosse sempre.

Ho visto tutte queste cose che ho conosciuto e vissuto io stessa: ma viste sugli altri, per assurdo, è quasi meglio. Mi sono sentita un po’ come una vecchia che guarda i giovani crescere, con quel sorrisetto di chi la sa lunga e la gioia nel cuore. Gioia, sì: perché quando vivi la magia è meraviglioso. Ma quando la vedi negli altri, è come viverla due volte. Non è qualcosa che si può spiegare: e l’ho scoperto quest’anno.

E poi capita che la vecchia si metta a ballare con i giovani: come è stato per me quest’anno. Non è la prima volta che danzo con le mie ragazze, ma quest’anno per la prima volta ero solo “la maestra”. Non avevo un gruppo mio, un gruppo di allieve seguite da un insegnante che si lasciano alle spalle un anno di lavoro insieme.
Ho vissuto appieno il mio ruolo di insegnante che ha avuto l’onore di esibirsi con le sue ragazze.

E mi permetto di dare questo consiglio a tutti i miei colleghi, e a tutti gli insegnanti in generale: ogni tanto, unitevi ai vostri allievi. Diventate uno di loro. Per me è stato illuminante: quando stai da solo davanti ai tuoi allievi a fare l’insegnante, vedi una cosa. Ma quando ti metti dall’altra parte, quando si guarda tutti nella stessa direzione… tutti “vedono” la stessa cosa. E se tu sei “la vecchia che la sa lunga”, te ne accorgerai: ti accorgerai di quella sinergia che un tempo hai condiviso con le tue compagne, perché ci sarai in mezzo. E sarà la soddisfazione più grande sapere che sei riuscita a spingere le tue ragazze in quella stessa direzione.

Non è facile regalare qualcosa alle persone: anche una scheggia di emozione della durata di un secondo è tanto. E magari in quel momento magico loro saranno impegnate a pensare cose come “oddio ho sbagliato, chissà se si è visto” oppure “oh no mi scende la spallina”. È normale: è stato per tutti così, e tutti abbiamo trascurato un po’ la contemplazione del momento. Come è giusto che sia.

Ma un giorno anche loro saranno “le vecchie che la sanno lunga”: e capiranno. E rivivranno la magia, due volte: come è stato per te, insegnante. E chissà dove sarai tu, quel giorno: ovunque sarai, tu la rivivrai tre volte.
Perché le cose belle succedono: prima a noi, e poi (se facciamo con il cuore il nostro lavoro, qualunque esso sia) a quelli che ci stanno intorno. E in quel caso, ti succedono due volte. Basta saper osservare, lontano dai riflettori.

Dieci anni da “maestra”: e ogni volta imparo qualcosa di nuovo.
Grazie a tutti voi per questo saggio. Ci rivediamo a settembre.

With Love 💖

C.

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