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Merevar e Melinor attraversarono l’intero accampamento alla ricerca di Merril. Se la situazione non fosse stata tanto grave, Merevar si sarebbe divertito a pungolare la sorella: da sempre lei e l’apprendista più giovane della Guardiana erano in competizione. Il loro clan era l’unico ad avere una Prima e una Seconda: era tradizione per tutti i Guardiani dei clan dalish avere un Primo, ovvero un apprendista che avrebbe ereditato il ruolo di guardiano una volta deceduto il suo predecessore. La magia, così come nel resto del Thedas, era appannaggio di pochi anche fra i dalish: avere più di due maghi per clan era considerato pericoloso, dato che i maghi attiravano gli spiriti maligni e i demoni residenti dall’altra parte del velo. Quando nasceva un mago in un clan che già aveva un Primo, il secondo venuto veniva mandato in un altro clan. Se il mago non trovava un clan disposto ad accoglierlo, era destinato a restare da solo; a quel punto diventava un eremita, o impazziva, o veniva infine catturato dall’ordine dei templari e rinchiuso nel Circolo dei Maghi.
Nonostante
avesse già Melinor come Prima, la Guardiana Marethari non aveva saputo dire di no alla piccola Merril quando le fu portata da un clan amico: aveva visto qualcosa in lei, e nonostante i consigli degli altri Guardiani aveva insistito per tenerla con loro.
Melinor non aveva mai mandato giù la cosa: nonostante Marethari le avesse assicurato che lei sarebbe stata la sua erede, le seccava dover condividere le lezioni e le attenzioni della Guardiana con una Seconda, figura che esisteva solo nel loro clan.

Trovarono Merril seduta accanto a uno dei loro aravel, i carri coperti a forma di nave tipici del popolo dalish, che fungevano anche da casa. Appena la Seconda vide Melinor arrivare insieme a Merevar si alzò in piedi di scatto, facendo sobbalzare le treccine nere che spiccavano sulla sua capigliatura corta.
«Melinor» salutò la sua compagna di studi, per poi spostare lo sguardo su suo fratello. «Merevar, non sapevo ti fossi svegliato. Come ti senti?»
«Un po’ debole, ma bene» rispose quello, sorridendole. Merril era una ragazza gentile, e a lui dispiaceva che la sorella la mal sopportasse; se solo si fosse azzardato a dire una parola in suo favore, Melinor l’avrebbe incenerito con uno schiocco di dita.
«Prendi il tuo bastone, Merril» non perse tempo Melinor, con espressione seria. Il vallaslin¹ tatuato sul suo volto non faceva che evidenziare il suo stato d’animo. «La Guardiana vuole che andiamo a investigare sulle rovine per trovare tracce di Tamlen.»
Merril sgranò gli occhi, ma si affrettò a obbedire. Sparì per alcuni secondi dietro l’aravel e ricomparve con il suo contorto bastone da maga assicurato alla schiena. Rivolse un’occhiata preoccupata a Merevar.
«Suppongo ci porterai tu fin là; nessun altro conosce la posizione delle rovine…» Fece una pausa, studiando il ragazzo. «Sei sicuro di farcela? Ti sei appena svegliato…»
«Non ho nessuna intenzione di lasciare mio fratello in quel posto. Sono già passati troppi giorni, dobbiamo trovarlo. Non possiamo aspettare che io mi rimetta in forze. E comunque penso di avere abbastanza energia per raggiungere le rovine.»
«Ma non sappiamo cosa potremmo trovare laggiù» obiettò Merril.
«Siamo due maghe e un cacciatore» le fece notare Melinor. «Ce la possiamo fare. Non possiamo tardare ancora, Tamlen…»
Lo sguardo contrito di Merril la fece fermare. «Che c’è?» chiese. Merril iniziò a evitare il suo sguardo, nervosa.
«Beh, ecco… Tamlen è rimasto disperso per tre giorni, e se era malato come Merevar… senza cure… dobbiamo considerare che potrebbe…»
«Non dirlo!» sbottò Melinor, adirata. Merril abbassò lo sguardo mordendosi un labbro; Melinor cercò di ricomporsi velocemente. Il suo addestramento da Guardiana le aveva insegnato a contenere le emozioni negative, perché una Guardiana doveva restare sempre lucida e razionale per poter guidare saggiamente il proprio clan. «Non puoi dirlo con certezza» riprese a parlare con calma. «Dobbiamo controllare.»
Merril non disse altro; i tre si scambiarono un cenno d’assenso e si diressero verso la foresta.

Mentre camminavano nella foresta regnava il silenzio: un silenzio totale. Un silenzio troppo fermo, troppo innaturale. Melinor si fermò, guardandosi attorno con aria circospetta; gli altri due fecero lo stesso.
«Ascoltate» sussurrò loro. I due rimasero sull’attenti: non ci volle molto perché comprendessero cosa stava insinuando la ragazza.
«Silenzio… troppo silenzio» disse Merevar, portando la mano al proprio arco.
In quel momento lo videro: un essere umanoide dall’aspetto mostruoso sbucò fuori dalle selve davanti a loro, grugnendo e brandendo una rozza ascia. Un altro, più basso e tozzo, lo seguiva: la loro pelle era marcescente e i loro visi erano ritratti di morte, rinsecchiti e rincagnati; i loro occhi piccoli e gialli erano iniettati di sangue, e due file di denti aguzzi dividevano a metà le loro espressioni selvagge e bramose di sangue.
I tre giovani elfi non persero tempo: attaccarono quelle immonde creature a vista. Le frecce di Merevar non mancarono alcun bersaglio, mentre gli incantesimi di terra di Melinor e Merril rincaravano la dose. Un pugno di pietra scagliato dall’elfa bionda schiacciò a terra le due creature, già ferite a morte, terminandone rapidamente l’esistenza. Schizzi sangue maleodorante si sparsero tutt’attorno.
I tre si avvicinarono con grande cautela per osservare da vicino. Merevar si tappò il naso: l’odore di morte era insopportabile persino per un cacciatore come lui, abituato all’odore del sangue. Ma quello non era sangue normale.
«Prole oscura» mormorò Melinor con tono greve. Merril la guardò, e i suoi occhi lasciarono trasparire che era d’accordo.
«Allora il Custode Grigio aveva ragione, c’entra davvero la prole oscura con quanto è successo a Merevar e Tamlen» disse la Seconda. Melinor, con gli occhi fissi sui due cadaveri spappolati ai suoi piedi, non rispose: guardandola, Merevar comprese al volo che qualcosa la turbava.
«È un brutto segno?» le chiese allora. Melinor evitò il suo sguardo.
«La prole oscura è sempre un brutto segno» rispose, restando sul vago. Fece loro cenno di proseguire, e gli altri ubbidirono senza ulteriori commenti.

Il tragitto fino alle rovine non venne interrotto da altre mostruosità: incontrarono solamente un piccolo accampamento abbandonato, che sembrava recente. Merevar affermò che quando lui e Tamlen erano passati di là non c’era: ipotizzarono che potesse essere appartenuto al Custode Grigio, che a quanto aveva detto stava investigando nella zona.
Dopo una ventina di minuti raggiunsero le rovine: una volta dentro misero mano alle armi, pronti a qualsiasi evenienza. Ma l’attenzione di Merril era tutta per le scritte incise nella roccia.
«Cielo… guardate… così tante incisioni in antico elfico… come abbiamo potuto non notare un posto simile?»
«Lascia lo studio delle reliquie per un altro momento» la interruppe bruscamente Melinor «e fai silenzio. Potrebbero esserci altri di quei mostri qui.»
Fece segno a Merevar d’indicare loro la strada: dovevano raggiungere la stanza dello specchio, e nel frattempo setacciare ogni corridoio e ogni anfratto per trovare indizi su Tamlen.
Incontrarono qualche altro prole oscura acquattato nell’ombra: nonostante lo spauracchio iniziale, riuscirono a liberarsene con facilità.
«Na melana sahlin²!» imprecò in elfico Melinor mentre abbatteva con un pugno di pietra l’ultimo prole oscura. La magia elementale era la sua favorita, e aveva un’affinità particolare con l’elemento terra.
«Inutile maledirli ora che li abbiamo stesi, ti pare?» commentò sarcastico Merevar, nel tentativo di allentare la tensione. Erano quasi arrivati alla stanza dello specchio, e di Tamlen non avevano trovato alcuna traccia.
«Fate attenzione al sangue» disse loro Merril, notando una pozza di sangue che si allargava accanto ai piedi di Melinor. «Potrebbe essere pericoloso.»
«Infatti lo è» confermò Melinor, scansandosi. «Il sangue della prole oscura è come veleno, stando a quanto sappiamo su di loro.»
Proseguirono senza intoppi fino all’ultima stanza dell’antica rovina: Merevar si sentì stringere la gola. Ricordava ancora gli ultimi momenti passati lì insieme al fratello: com’erano stati sciocchi. Perché, perché aveva dato retta a Tamlen anziché seguire il suo buonsenso? Se avesse trascinato suo fratello fuori di lì non ci sarebbe stato alcun problema.
«Ecco, è quella la stanza» bisbigliò Merevar alle ragazze, indicando la porta socchiusa davanti a loro. Avanzarono silenziosi come felini nella notte, con lui in testa: sbirciò attraverso la fessura della porta, memore dell’orrendo orso che era uscito da quella stanza mentre era con Tamlen. Ma ciò che vide all’interno lo colse di sorpresa.
Aprì la porta senza timore, trovandosi davanti un uomo moro dalla pelle abbronzata, sulla quarantina. Stava fissando lo specchio.
«Duncan?»
Merevar si voltò al suono della voce di Melinor. Duncan era il nome del Custode Grigio che lo aveva portato all’accampamento. Al sentir pronunciare il proprio nome, l’uomo si voltò.
«Oh, siete voi» disse riconoscendo sia Merevar che le due assistenti della Guardiana. «Mi sembrava di aver sentito dei rumori, là fuori.»
«Ci ha mandati la Guardiana» spiegò subito Melinor, superando il gemello e avvicinandosi al Custode. «Siamo venuti a cercare nostro fratello. Voi avete per caso trovato qualcosa?»
Duncan scosse il capo con aria dispiaciuta ma ferma, come se la cosa non lo sorprendesse. Senza dire nulla, spostò lo sguardo su Merevar: lo studiò per qualche secondo di troppo, e il ragazzo assunse un’aria ostile.
«Eri in pessime condizioni quando ti ho trovato qui fuori» gli disse l’uomo, ignorando l’espressione avversa del ragazzo. «Che tu sia ancora vivo è a dir poco incredibile. Dimmi, tu e tuo fratello siete arrivati fin qui? Avete visto lo specchio?»
Merevar lo guardò con sospetto, ma dopo qualche istante si decise a rispondere.
«Sì, noi… Tamlen l’ha toccato, e poi c’è stata un’esplosione… non ricordo altro.»
Duncan sospirò, chiudendo gli occhi. Melinor si preoccupò al vedere quella reazione.
«Conoscete forse questo manufatto?» chiese, riuscendo a mantenere la calma. Duncan annuì.
«Sì. Questi specchi venivano usati nell’antico impero Tevinter per comunicare. Ce ne sono diversi sparsi per tutto il Thedas. Questo specchio sembra aver assorbito lo stesso male di cui è fatta la prole oscura: quando vostro fratello lo ha toccato deve aver rilasciato la corruzione che vi era contenuta.»
Melinor sbiancò, così come Merril; solo Merevar non era ancora sicuro di aver compreso bene.
«Corruzione?» chiese, aggrottando le sopracciglia. «È da questa corruzione che mi avete guarito?» disse, rivolgendosi alle due ragazze. Ma queste non fecero in tempo a rispondere.
«Guarito?» esclamò Duncan con fare sorpreso. «Non sei affatto guarito, ragazzo.»
Merevar gli lanciò un’occhiataccia.
«E tu che ne sai?» sbottò. Ma Melinor intervenne.
«Potrebbe avere ragione» ammise a malincuore. «Se questo specchio è davvero un veicolo della corruzione della prole oscura, allora deve avere infettato sia te che Tamlen.»
«Ma non può esserne sicuro!» esclamò Merevar, ancora scettico. «Come può affermare con certezza che si tratta proprio di questa… corruzione?»
«Perché noi Custodi Grigi possiamo avvertire la corruzione, nei prole oscura e in chi ne viene infettato» spiegò allora l’umano, senza mostrare alcun risentimento per l’ostilità mostratagli dal ragazzo. «Riesco ad avvertire la malattia in te; e se guardi dentro te stesso, sono certo che ci riuscirai anche tu.»
Merevar non fu in grado di ribattere ancora: dovette ammettere a sé stesso che l’umano aveva ragione. Si sentiva strano, si sentiva diverso: aveva creduto fosse solo debolezza, ma ora sapeva che si era sbagliato.
«Duncan» disse Melinor, preoccupata. Si portò fin sotto al naso del Custode Grigio. «Abbiamo utilizzato ogni risorsa, magica e non, per tentare di guarirlo. Che altro possiamo fare?»
L’uomo la guardò con aria grave.
«Non potete curarlo. È già tanto che siate riuscite a mantenerlo in vita fino a oggi.»
Merevar si sentì mancare la terra sotto ai piedi. Rimase a fissare il vuoto davanti a sé.
«Quindi… morirò?»
Gli occhi disperati di sua sorella si piantarono nei suoi.
«No!» esclamò, scuotendo il capo. I suoi leggeri capelli biondi ondeggiarono disperatamente mentre si voltava verso Duncan. «Ci dev’essere un modo per salvarlo! Voi Custodi sapete ogni cosa sulla prole oscura… ci dev’essere una soluzione!»
L’umano rimase immobile, alternando lo sguardo fra lei e il suo gemello.
«Sì, un modo ci sarebbe… ma è rischioso. Dovrò parlarne con la vostra Guardiana.» Si voltò a fissare lo specchio. «Prima però dobbiamo distruggere questo specchio, o potrebbe infettare altri.»
Senza aggiungere altro, sfilò la sua spada dal fodero e colpì lo specchio: l’antico manufatto andò in mille pezzi sotto agli occhi dispiaciuti di Merril.
«Che peccato» mormorò l’elfa. «Ci è rimasto così poco dei nostri avi e delle nostre tradizioni… e quel poco dev’essere anche distrutto» concluse, scuotendo il capo.
Melinor la guardò con severità.
«La conoscenza delle antiche tradizioni non vale la vita della nostra gente, Merril. Lo specchio era una piaga per questo mondo: andava distrutto.»
Duncan annuì, serio in viso.
«Andiamo ora. Dobbiamo tornare al vostro accampamento se vogliamo curare in tempo questo ragazzo.»
«Ma dobbiamo trovare nostro fratello!» si oppose Merevar.
«Mi dispiace dovervelo dire, ma… vostro fratello non può avercela fatta. Era da solo, qui fuori, con la corruzione che gli scorreva nelle vene e nessuna cura. Se anche fosse ancora vivo, non sarebbe più recuperabile» replicò Duncan con tutto il tatto di cui era capace.
Merevar fece per rispondere in preda alla rabbia e alla disperazione, ma una mano di Melinor sulla spalla lo fermò: incontrò i suoi occhi lucidi mentre scuoteva tristemente il capo. Anche lei sapeva che non c’era nulla da fare, glielo leggeva dentro: non si sarebbe mai arresa se ci fosse stata anche una piccola, remota possibilità di salvare Tamlen. Merevar abbassò lo sguardo a terra.
«Potremmo… potremmo almeno cercare il suo corpo, per dargli una degna sepoltura» suggerì timidamente Merril. Ma Duncan fu costretto a deludere le loro aspettative ancora una volta.
«Non c’era alcun corpo qui, fidatevi. Se lo avessi trovato ve lo avrei consegnato; so quanto tenete alle vostre tradizioni. Probabilmente l’ha reclamato la prole oscura.»
Merevar e Melinor si sentirono morire a quelle parole: non solo avevano perduto il loro fratello maggiore, ma dovevano anche affrontare il fatto che il suo corpo era stato profanato da quelle creature immonde.
Melinor sembrava essersi svuotata completamente, proprio come Merevar. «Andiamo allora» disse con sguardo vacuo. «Dobbiamo riferire tutto alla Guardiana.»

Non dissero una parola per tutto il viaggio di ritorno. Una volta raggiunto il campo, andarono subito da Marethari: le dissero che non avevano trovato traccia di Tamlen, e che era sicuramente morto ormai. La Guardiana, con l’amarezza nel cuore, disse loro di andare dall’hahren Paivel: l’anziano del clan doveva iniziare a preparare una cerimonia funebre per commemorare il loro da’len perduto.
Fu una giornata orribile: la notizia si sparse ben presto fra gli elfi, e tutti andarono dai due ultimi Mahariel rimasti a far loro le condoglianze. I due, distrutti dal dolore, cercarono d’isolarsi; ma in un piccolo accampamento come il loro era pressoché impossibile.
La Guardiana sparì con Duncan per diverse ore. Quando ricomparve insieme all’uomo, chiamò i due fratelli a sé; quelli, che non avevano fatto parola per tutto il tempo, la raggiunsero.
«Abbiamo trovato una soluzione al tuo problema, Merevar» disse l’anziana con espressione ambigua. «Ma temo non ti piacerà. E nemmeno a te, Melinor.»
I due gemelli si scambiarono un’occhiata preoccupata.
«Esiste un solo modo per impedire alla corruzione di ucciderti, ragazzo» s’inserì Duncan. «Dovrai diventare un Custode Grigio.»
Merevar parve risvegliarsi dal torpore: lo guardò con aria smarrita.
«Cosa?»
«Il rituale d’iniziazione per diventare Custodi Grigi ci rende immuni alla corruzione» spiegò Duncan. «Non è una prova facile, ma è pur sempre un’alternativa migliore della morte.»
«Ma… dovrò lasciare il clan» mormorò lui, indugiando con lo sguardo sulla Guardiana.
«Sì, da’len: purtroppo è così» sospirò lei. «Mi piange il cuore, credimi: non vorrei essere costretta a mandarti via. Ma preferisco saperti vivo e lontano, piuttosto che morto e vicino. Essere parte dei Custodi Grigi è un grande onore: è un ordine di valorosi guerrieri, che da sempre hanno alleati fra noi dalish. In questo momento anche i dalish devono dare il loro contributo: Duncan mi ha riferito che un nuovo Flagello è alle porte. Se i Custodi Grigi non dovessero riuscire a fermarlo, allora periremo tutti. Se possiamo aiutare e allo stesso tempo salvarti la vita, allora devi assolutamente andare.»
Merevar non riuscì a rispondere: prima gli avevano detto che rischiava di morire, poi che doveva unirsi ai Custodi Grigi e abbandonare il loro clan… e, come se tutto questo non fosse già stato abbastanza, doveva anche combattere un Flagello? Si raccontavano storie sui Flagelli, anche fra i dalish: eventi catastrofici, innescati dal risveglio di un arcidemone che conduceva eserciti di prole oscura in superficie, distruggendo e corrompendo ogni cosa. L’idea di prendere parte a una guerra simile non lo allettava affatto.
«Se va lui, vado anch’io.»
Tutti e tre si voltarono verso Melinor, che se n’era stata in silenzio fino a quel momento. Aveva una ferrea determinazione incisa in quelle iridi grandi e verdi.
«Melinor…» mormorò Merevar, allibito.
«Cosa stai dicendo, ragazza?» la interpellò Marethari. «Non puoi andare anche tu, hai degli obblighi verso il clan.»
«Sì, è vero. Ma ho degli obblighi anche verso il mio stesso sangue» non si smosse la ragazza. «Ho appena perso Tamlen, e non ho mai conosciuto i miei genitori… non voglio perdere anche Merevar. Sta andando a combattere un Flagello, e voglio essere lì a guardargli le spalle». Guardò Duncan con grande determinazione. «Io non sono un’abile guerriera come mio fratello, ma sono stata addestrata come Guardiana. Le mie abilità magiche e le mie conoscenze potrebbero tornare utili al vostro ordine.»
Duncan sembrò colpito dalla passione con cui si stava offrendo volontaria. «Non ha tutti i torti» disse, guardando Marethari.
«Melinor» disse quest’ultima, andando a posare entrambe le mani sulle spalle della ragazza. «Ti rendi conto di ciò che stai chiedendo? Se te ne vai non potrai più fare ritorno: i Custodi Grigi restano tali per il resto della loro vita. Non potrai mai diventare la Guardiana del clan. Non è questo che hai sempre voluto?»
Melinor le rivolse un sorriso triste.
«È quello che volevo quando entrambi i miei fratelli erano al mio fianco. E poi c’è sempre Merril» ridacchiò con poca convinzione. «Sembra che il fato abbia portato due apprendiste a questo clan per un motivo ben preciso.»
Marethari lasciò la presa sulle sue spalle, esalando un profondo respiro.
«Se questo è ciò che vuoi davvero, non posso impedirtelo. Va’ allora: andate entrambi. Sono certa che ci renderete fieri con le vostre gesta.»
I due gemelli si guardarono: Merevar chiese alla sorella cosa diamine stava facendo, e quella rispose che non lo avrebbe abbandonato per nessuna ragione al mondo. Un muto scambio di battute che solo il loro speciale legame di gemelli monozigoti consentiva: sapevano sempre cosa stavano pensando e provando, al punto tale che parlare era spesso inutile.
«La tua è una scelta coraggiosa» disse Duncan, chinando il capo in segno di rispetto per Melinor. «Averti fra noi ci onora, Melinor. So che state organizzando una cerimonia funebre per vostro fratello Tamlen: non voglio privarvi di quest’ultimo momento con il vostro clan. Partiremo stasera, quando tutto sarà finito.»

E così fu fatto: insieme al resto del clan, quella sera si riunirono attorno al fuoco per dare l’ultimo saluto a Tamlen Mahariel, una delle prime vittime di quel nuovo Flagello. Ogni elfo disse qualche parola di commiato per il defunto, molte lacrime furono versate e molti tristi canti innalzati.
Fu poi il momento di salutare gli ultimi due Mahariel rimasti: tutti gli elfi si misero in fila per salutarli mentre si accingevano ad abbandonare l’accampamento con i loro fagotti. Li abbracciarono tutti, uno dopo l’altro: il giovane compagno di caccia Fenarel, l’hahren Paivel, mastro Ilen che donò a Merevar uno dei migliori archi da lui mai intagliati… e infine Merril, che abbracciò Melinor con le lacrime agli occhi. In quel momento Melinor seppe che avrebbe perfino sentito la sua mancanza. Si sentì una sciocca per tutto il tempo perso a sentirsi in competizione con lei, mentre Merril l’aveva sempre vista come un esempio da seguire.
«Abbi cura del clan» le sussurrò, riempiendole il cuore.
Duncan li attendeva ai margini del campo: una figura solitaria che si stagliava contro la notte. Lo raggiunsero con le immagini dei loro compagni di una vita impresse nella mente e nel cuore. E nel seguirlo, silenziosi come ombre, seppero che stavano dicendo addio per sempre all’unica famiglia che avevano mai avuto.

 

NOTE:

¹: il vallaslin è uno speciale tipo di tatuaggio tipico dei clan di elfi dalish. Viene applicato dai Guardiani sul viso dei membri del clan al raggiungimento della maggiore età. I disegni sono sinuosi e intricati, e ne esiste uno per ogni divinità elfica. Prima di sottoporsi al rituale del vallaslin, gli elfi devono meditare per giorni sugli antichi Dei e sulle usanze dalish. Il vallaslin è un modo per loro di onorare non solo gli Dei elfici, ma anche le antiche tradizioni; è anche un modo per distinguersi dagli umani e dagli elfi di città.
²: la tua ora è giunta.

 

 

 

THE TWIN WARDENS
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Perché una fan fiction?

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