La mattina seguente si rimisero in viaggio dopo aver messo qualcosa sotto ai denti. Nessuno sembrava aver molta voglia di parlare, tranne una persona che sprizzava allegria da tutti i pori.
«Allora, gente» esclamò Hawke, guadagnandosi un paio di occhiatacce ancora assonnate. «Visto che dovremo viaggiare insieme per chissà quanto tempo, sarebbe il caso di conoscerci meglio. Non trovate? Non sappiamo niente gli uni degli altri» fece notare.
Melinor la guardò con interesse, considerando attentamente la sua osservazione; ma non fece in tempo a replicare che Hawke era già partita in quarta.
«Ci penso io a rompere il ghiaccio. Come già sapete io sono un’apostata, come mia sorella Bethany. Abbiamo ereditato la magia da nostro padre, che ha passato la sua vita al Circolo dei Maghi di Kirkwall. Finché non ha conosciuto mia madre in occasione di un evento a corte a cui erano stati invitati alcuni maghi come intrattenitori; da quel giorno hanno continuato a scriversi e a vedersi in segreto, e alla fine sono fuggiti insieme da Kirkwall per venire a rifugiarsi nel Ferelden.»
«Kirkwall, hai detto?» le chiese Merevar, sorprendendo tutti; raramente mostrava interesse per qualcosa. «Nei Liberi Confini?»
«Sì; conosci la città?» chiese lei.
«Certo che no» rispose lui, divertito da quella che per lui era un’idea assolutamente ridicola. Aggirarsi o anche solo avvicinarsi a una città di shemlen? Che assurdità.
«Il nostro clan si è accampato nei pressi della città qualche volta» spiegò Melinor alla ragazza. «C’è una montagna lì vicino, chiamata Monte Spezzato. Ci sono alcune rovine elfiche  lì; per questo conosciamo la zona.»
Hawke annuì interessata; avrebbe sempre voluto vedere la terra in cui erano cresciuti i suoi genitori.
«Come ha fatto tuo padre a fuggire dal Circolo? Quando ero nei templari ho sentito dire che il Circolo di Kirkwall ha misure di sicurezza rigorose» s’inserì Alistair. Hawke sorrise con fare beffardo.
«Mio padre era amico di un templare; è stato lui a fare da tramite recapitando le loro lettere e permettendo che si incontrassero in segreto. Alla fine li ha aiutati anche a scappare.»
Alistair alzò un sopracciglio. «E suppongo che avrà anche distrutto il filatterio di tuo padre.»
Hawke annuì con aria trionfante; Melinor alternava lo sguardo fra i due, perplessa. «Cos’è un filatterio?»
«Una semplice fiala con un po’ di sangue» chiarì il ragazzo. «Quando un mago arriva in un Circolo viene prelevato un campione del suo sangue, in modo che sia possibile rintracciarlo in caso di fuga.»
«Che cosa divertente» commentò Morrigan; «la Chiesa si dà un gran da fare per bandire e punire i maghi del sangue, e poi utilizza la loro stessa magia per perseguire i propri scopi. Quale ironia.»
«La magia del sangue è malvagia, manipola le persone contro la loro volontà e attira i demoni» ribattè Alistair, indispettito. «Questa è una misura utilizzata solo in caso di emergenza, è una cosa ben diversa.»
Melinor non se la sentì di commentare; era d’accordo con Morrigan. Anche i dalish non amavano particolarmente la magia del sangue, poiché era da loro considerata una via oscura e pericolosa, tuttavia comprendevano che a volte poteva essere necessaria. La Chiesa invece dimostrava anche in quell’occasione la sua consueta ipocrisia, additando quella magia come proibita pur facendone uso per il proprio interesse. Ma tenne quei pensieri per sé.
«Dimmi di te, Morrigan» tornò a curiosare Hawke. «Sei anche tu un’eretica come me, no?»
«Sì, ed è tutto ciò che devi sapere» la troncò lì la strega.
«Perché invece non parliamo di tua madre?» la punzecchiò Alistair. Si voltò verso Hawke. «Sai chi è sua madre? Flemeth. Quella Flemeth.»
«Cosa? Scherzi, vero? È una delle tue solite burle da quattro soldi?» rise Hawke. Ma vedendo che il ragazzo scuoteva il capo, la ragazza si fece seria. I due gemelli si lanciarono un’occhiata, ripensando ad Ashabellanar e guardandosi bene dal fare commenti a riguardo.
«Ma non può essere… secondo le leggende Flemeth è vissuta secoli fa. Se fosse ancora viva sarebbe una vecchia carampana avvizzita!» esclamò Hawke.
Morrigan prese a ridere di gusto. «Oh, ma lei è davvero una vecchia carampana avvizzita. Non dubitare di questo.»
«Perché non ci parli un po’ di lei, Morrigan? Secondo la storia, Flemeth è stata posseduta da uno spirito maligno… quindi è un abominio» le lanciò una frecciatina Alistair. In quel momento Melinor ricordò che gli umani chiamavano così le persone possedute dai demoni: abomini.
«Perché invece non parliamo della tua, di madre?» replicò Morrigan, con una strana luce negli occhi.
«Vi ho già detto tutto di mia madre, era una serva al castello di Redcliffe ed è morta dandomi alla luce. Non c’è altro da sapere» sbuffò lui; Morrigan sembrò studiarlo attentamente per alcuni istanti, come se sapesse qualcosa che persino il ragazzo non conosceva.
«E va bene, Morrigan non vuole sputare il rospo» sospirò Hawke. Si voltò verso il Qunari, che procedeva silenzioso in fondo al gruppo. «Sten, parlaci un po’ di te!»
«No.»
«Per favore…?»
«No.»
Hawke si mise le mani sui fianchi. «Sei un tipetto ostile, eh?»
«Non capisco perché tutti voi umani dite così» disse lui, spazientito. «Se fossi davvero ostile, non avreste nemmeno il tempo di dire che sono ostile.»
«Oh, capisco. Quindi eri ostile nei confronti della famiglia di Lothering che hai massacrato?» lo accusò lei con rimprovero. «Non conoscevo benissimo quelle persone, ma so che era brava gente. Non meritavano certo una cosa simile.»
«Lo so.»
Hawke allargò le braccia con fare esasperato. «Allora perché li hai uccisi di tutti?»
«Ho ammesso il mio crimine e mi sono consegnato spontaneamente. So che non è stata una cosa onorevole ed ero pronto a espiare le mie colpe con la morte. Ora sono qui per espiarle combattendo il Flagello. Questo ti dovrà bastare; le mie motivazioni mi appartengono.»
Tutti ascoltarono in silenzio, impressionati: non avevano mai sentito Sten pronunciare più di una frase alla volta. Hawke alzò le mani in segno di resa.
«E va bene, abbiamo capito; sono tutti riservati, qui» esclamò con sarcasmo. «Leliana, voi servivate la Chiesa di Lothering. Ricordo ancora che quando siete arrivata, mio fratello Carver era tutto eccitato; era solo un ragazzino, e si era preso una cotta per voi» ridacchiò. Leliana rise a sua volta.
«Sul serio? Oh, sono lusingata. E dammi pure del tu, Hawke.»
«Anch’io sono curioso» parlò Merevar, scrutando la giovane orlesiana. «Come ci è finita una con le tue abilità a servire presso una chiesa?»
«Oh, non è una gran storia» minimizzò la rossa. «Ero un menestrello itinerante, prima. Una donna che viaggia sola per il mondo cantando storie deve pur imparare a difendersi, no?»
«Eri un menestrello, eh? O un bardo?» indagò Alistair, incrociando le braccia sul petto.
Melinor lo guardò con aria interrogativa. «Non sono la stessa cosa?»
«Non nell’Orlais» ammise Leliana. «Un bardo non è solo un intrattenitore. Spesso è al soldo di qualche nobile, e lavora per lui come spia.»
«O come assassino» aggiunse Alistair, con la voce colma di sospetto. Leliana lo guardò e gli rivolse un sorriso benevolo.
«E tu credi che io sia questo, Alistair?» chiese fissando il ragazzo dritto negli occhi; questi non rispose, incerto. Allora Leliana allargò il suo sorriso con dolcezza. «Non avete nulla da temere da me, nessuno di voi. Ho lasciato la mia vecchia vita da menestrello alle spalle per servire il Creatore. Non vi farei mai alcun male.»
Nessuno commentò, ma tutti si fecero la stessa domanda: era o non era stata un bardo? Non aveva negato di esserlo, ma nemmeno l’aveva ammesso.
«Bene, dato che Alistair ci ha già parlato ieri del suo passato, ora resta solo da scoprire quello del nostro capo e del suo scorbutico fratello» cambiò argomento Hawke, guardando Melinor.
«Parli di me? E quando sarei diventata il vostro capo?» rispose l’elfa, ingrandendo gli occhi.
«Mi sembrava una cosa ovvia» la rimirò con altrettanto stupore Hawke. «Sei stata tu a intercedere per me con la Venerata Madre, sei tu che fai sempre da mediatrice, hai deciso tu di andare a Redcliffe… sei tu a tenere le redini di questa combriccola di personaggi strampalati. Non è forse il capo quello si occupa di queste cose?»
«A lei viene naturale perché è stata addestrata come Guardiana dalish» disse Alistair con una punta d’orgoglio; essere a conoscenza di quel dettaglio sembrava rallegrarlo parecchio.
«Già, e meno male che c’è lei. All’inizio ero sorpresa, sapendo che tu sei il Custode più “anziano” mi chiedevo come mai il ruolo di leader non fosse tuo… poi ti ho conosciuto meglio ed è stato tutto chiaro» lo prese in giro Morrigan, mentre lui le scoccava scintille con gli occhi.
«Cos’è una Guardiana?» chiese Hawke all’elfa, ignorando i due litiganti.
«I Guardiani sono le guide dei clan dalish. Sono loro che prendono le decisioni più importanti e che si occupano del benessere del clan. Sono anche guaritori e gli unici maghi del clan insieme ai loro Primi, ossia i loro apprendisti. I Guardiani sono i custodi dell’antica conoscenza elfica: cerchiamo di ricostruire la perduta storia degli Elvhen studiando i resti che riusciamo a trovare. Poi, una volta all’anno, tutti i clan si ritrovano e i Guardiani mettono a disposizione degli altri le conoscenze acquisite.»
«Oh, capisco» esclamò Hawke stupita. «E come sei finita fra i Custodi, se dovevi diventare Guardiana?»
«Ecco… Merevar ha trovato un’antica rovina che nascondeva uno strano specchio» si sforzò di raccontare, le memorie che ancora pungevano nel suo profondo. «Era stato corrotto dalla prole oscura, ed entrandoci in contatto Merevar è stato infettato… fortunatamente Duncan, il comandante dei Custodi, stava indagando nella zona. L’unico modo per salvare Merevar era farlo diventare un Custode. Io ho scelto di seguirlo di mia iniziativa.»
Hawke sorrise, e per un istante perse quell’aria sbarazzina che la contraddistingueva; per un attimo sembrò una donna matura. «Sei davvero una brava sorella. Merevar è fortunato» disse, per poi tornare al suo solito modo di fare puntando lo sguardo sull’elfo. «E tu che facevi nel clan? Il combina guai?» lo prese in giro. Lui la ignorò, seccato; dopo aver ricordato come erano finiti lì, in mezzo agli shemlen, non aveva proprio voglia di scherzare.
Fu Melinor a rispondere per lui. «Lui era un cacciatore; uno dei migliori, a dire la verità.» Insieme a Tamlen…
Il discorso morì poco dopo; Hawke chiese ad Alistair di parlare della sua infanzia a Redcliffe, ma lui s’innervosì e restò sul vago. Proseguirono con il loro viaggio, animati dal gran baccano che Hawke portava con sé.

Dopo tre giorni di viaggio arrivarono a Redcliffe: era un grande villaggio dislocato sul territorio collinare che si affacciava sul lago Calenhad. Il colore rossiccio che caratterizzava la terra di quella zona era predominante, macchiato qua e là dal verde della vegetazione.
Appena raggiunsero il limitare del villaggio notarono parecchi corvi morti a terra.
«Guardate» puntò il dito Leliana. «Quei corvi portavano dei messaggi.» Guardò gli altri. «Forse dovremmo leggerli…»
«Ehi, voi laggiù!» li interruppe un giovane ragazzotto. Teneva in mano un forcone alla stregua di una picca. Li raggiunse correndo. «Siete venuti ad aiutarci? Grazie al Creatore!»
«Sì, siamo qui per questo» si fece avanti Alistair. «Come sta Arle Eamon?»
«Arle Eamon? Noi non…» balbettò l’altro, spaesato; s’interruppe, come se una consapevolezza l’avesse colto all’improvviso. «Voi siete qui per l’Arle! Allora non sapete nulla degli attacchi… avrei dovuto immaginarlo» sospirò sconsolato guardando i corvi morti. «Speravo che almeno uno di quei messaggi fosse riuscito a lasciare il villaggio…»
«Un momento, di cosa state parlando? Quali attacchi?» si allarmò Alistair.
«Va avanti da settimane ormai» spiegò l’altro. «Ogni notte un’orda di mostri esce dal castello e attacca il villaggio. Abbiamo cercato di respingerli, ma ormai siamo rimasti in pochi. E non possiamo scappare: i pochi che ci hanno provato sono stati aggrediti da quei mostri, anche se era pieno giorno.»
«Sapete cosa sono questi mostri? Si tratta di prole oscura?» indagò Melinor.
«Io… non saprei dirvi» scosse il capo il giovanotto. «Forse dovreste parlarne con Bann Teagan.»
Alistair s’illuminò. «Bann Teagan è qui?»
«Sì. Seguitemi, vi conduco da lui.»
«Chi è questo Bann Teagan? Alistair, lo conosci?» chiese Melinor, sospettosa.
«Sì, è il fratello minore di Eamon. Possiamo fidarci di lui, non temere.»
L’elfa annuì e si rivolse al paesano. «Va bene, allora portaci da lui.»
Il ragazzo fece per voltarsi, ma Alistair lo fermò. «Scusa, potresti concederci qualche minuto per parlare? Ti raggiungeremo subito.»
Il ragazzo annuì e si allontanò restando in attesa. Tutto il gruppo ora aveva gli occhi perplessi su Alistair.
«Io… ecco… devo farvi una confessione» iniziò lui, grattandosi nervosamente il capo biondo. «Io… ho mentito su una cosa.»
Mentre Morrigan e Sten guardavano con indifferenza, gli occhi degli altri s’ingrandirono appena.
«Riguarda mio padre. In realtà so benissimo chi era.»
«Sapevo che era strano» disse allora Leliana. «Un nobile come Arle Eamon non terrebbe mai un orfanello sotto al suo tetto senza un buon motivo. Dunque è lui tuo padre?»
Alistair la guardò nervosamente. «No, è… è ancora più complicato di così. Mio padre era Re Maric.»
Nessuno, stavolta, poté restare indifferente: persino Morrigan e Sten lo guardarono con tanto d’occhi.
«Oh, e così saresti un “bastardo reale”?» commentò la strega, acida.
«Sì, esatto» brontolò Alistair, seccato. «Arle Eamon ha accettato di tenermi nascosto al castello per salvaguardare l’onore di sua sorella, la regina. Se si fosse venuto a sapere che la regina Rowan era stata tradita sarebbe stato uno scandalo.»
«Quindi re Cailan era tuo fratello» mormorò Melinor.
«Perché non ci hai detto niente?» lo interrogò Merevar con sguardo duro. Incrociò le braccia sul petto in attesa di una risposta.
«Perché è uno stolto, ecco perché» rispose in sua vece Morrigan, andando poi a fissare le iridi gialle sul giovane umano. «Ti rendi conto di quanto sia vitale una simile informazione? Probabilmente per te non significa nulla essere di fatto un potenziale erede al trono» lo sferzò con le sue affilate parole. «Chissà a quante persone l’hai tenuto nascosto. Forse anche i tuoi amati Custodi Grigi ne erano all’oscuro? Perché se così fosse sarebbero morti senza sapere che questo Loghain li ha voluti eliminare a causa tua. Una cosa davvero triste, no?»
«Morrigan…» tentò d’interromperla Melinor.
«No, Melinor dei dalish» si ribellò l’altra, guardando l’elfa dritta negli occhi. «Alistair deve svegliarsi. Agisce come un bambino, mettendoci tutti in pericolo con i suoi segreti. Persino io arrivo a capire che se questo Loghain vuole il trono per sé deve sbarazzarsi di tutti i possibili eredi. Alistair era protetto dai Custodi, pertanto Loghain ha eliminato l’intero ordine nel tentativo di sbarazzarsi di lui. Ed è ciò che tenterà di fare con noi, ora che siamo noi a scortarlo in giro. Io non ho nessuna intenzione di rimetterci a causa sua…»
«Morrigan!»
Melinor alzò la voce per la prima volta da quando il gruppo si era riunito. Subito si ricompose, sostenendo lo sguardo della strega. «Sono certa che Alistair comprende benissimo tutto questo. Per questo ce lo sta dicendo ora.» Mosse lo sguardo verso il ragazzo, che aveva un’espressione combattuta: era diviso fra il suo disprezzo per Morrigan e la consapevolezza di quanto fossero veritiere le sue accuse. «Alistair» gli chiese, «Loghain sa di te?»
«Era il migliore amico di mio padre, quindi… credo di sì» ammise dolorosamente il ragazzo.
Melinor sospirò, seria in viso mentre lo scrutava. «C’è altro che dobbiamo sapere?»
«No, stavolta è davvero tutto.»
«Bene. Allora andiamo. Abbiamo del lavoro da fare» decretò l’elfa, dirigendosi verso il paesano in attesa poco più avanti. Merevar camminava al suo fianco. Morrigan superò Alistair guardandolo con aria di sfida, affiancata da Sten che restava come sempre impassibile. Leliana e Hawke lo superarono per ultime, lasciandolo solo a chiudere la fila.
«Accidenti, il figlio di re Maric!» bisbigliò Hawke a Leliana. Ma quest’ultima scosse il capo.
«Non mi sembra il caso di spettegolare proprio ora, Berkanna.»
«Hawke, non Berkanna! Hawke!»

Vennero condotti alla chiesa di Redcliffe: delle rozze palizzate difensive erano state erette tutt’attorno alla piazzetta antistante l’edificio, il quale era stipato di donne, bambini e anziani. Il gruppo entrò e prese a camminare lungo la navata centrale attirando su di sé sguardi curiosi.
«Alistair?» disse un uomo di mezza età andando loro incontro, abbastanza magro e con un paio di baffi curati. «Sei davvero tu?»
«Bann Teagan» lo salutò il ragazzo, stringendogli la mano. «Loro sono i miei compagni Custodi, più altri compagni che abbiamo reclutato lungo la strada» disse indicando il gruppo alle sue spalle. «Cosa sta succedendo a Redcliffe? Diteci tutto, siamo qui per aiutare. Cos’è questa storia degli attacchi notturni?»
«Non sapete quanto vi sono riconoscente, la vostra offerta d’aiuto è una benedizione» disse Bann Teagan, guardandoli tutti con occhi preoccupati e al contempo pieni di gratitudine. «Non sappiamo di cosa si tratti, è iniziato tutto poco dopo che mio fratello è caduto vittima di questa misteriosa malattia. Ci sono delle creature orrende che ogni notte si scagliano sul villaggio, uccidendo chiunque.»
«Si tratta di prole oscura?» investigò il ragazzo.
«No, da quanto ne so la prole oscura non ha quell’aspetto, anche se non l’ho mai vista. Io credo che siano… cadaveri ambulanti» cercò di spiegarsi alla meglio. «Credo siano i soldati che erano al castello, morti e riportati in vita da qualcosa… o qualcuno. Dico questo perché abbiamo inviato alcuni uomini al castello per cercare di avere notizie, ma sono tornati di notte… insieme agli altri mostri. Erano ancora riconoscibili, ma chiaramente senz’anima.»
Melinor, Morrigan e Hawke si lanciarono un’occhiata carica di tensione.
«Possessione di cadaveri» mormorò Melinor. «Potrebbero esserci diverse cose dietro a tutto questo…»
«E nessuna di queste è piacevole» aggiunse Morrigan.
«Concordo» asserì Hawke, rabbrividendo per il disgusto ma non certo per la paura.
«Se non riusciremo a respingere l’attacco di stanotte, temo che non resterà più nessuno domani a Redcliffe» tornò a parlare Bann Teagan.
«Com’è la situazione? Quanti uomini abbiamo, quali armi?» chiese Alistair.
«Ormai non ci è rimasto molto» ammise a malincuore il nobile. «Andate a parlare con il sindaco Murdock, qui fuori. Lui ha la situazione sotto controllo, per quanto possibile.»
E così fecero: Murdock diede loro diverse indicazioni, e ognuno si diede da fare per aiutare. Merevar e Alistair diedero qualche lezione di spada e tiro con l’arco ai paesani che avrebbero dovuto combattere quella notte. Leliana si preoccupò di convincere un nano chiamato Dwyn a combattere insieme a loro; pur essendo un veterano di guerra il nano si era sempre rifiutato di aiutare il villaggio e si er barricato in casa, ma chissà come l’orlesiana era riuscito a convincerlo. Hawke si preoccupò di tenere alto il morale, convincendo l’oste della locanda a servire birra gratis per tutti: la ragazza lo convinse dicendo che era più facile essere coraggiosi con un po’ d’alcool in corpo. Morrigan trovò dei barili pieni d’olio nell’emporio ormai abbandonato del paese, e propose di usarli come trappola per dare fuoco ai cadaveri ambulanti. Melinor si occupò di chiedere alla Venerata Madre del paese degli amuleti benedetti per i cavalieri rimasti a Redcliffe, capitanati da un certo Ser Perth, dopo avergli sentito dire che si sarebbero sentiti al sicuro sapendo che il Creatore vegliava su di loro. Inoltre si occupò di ragionare col fabbro, che da giorni si era rinchiuso nella sua fucina affogando nell’alcool e rifiutandosi di riparare le armi ormai sbeccate dei paesani. Scoprì che l’uomo era devastato dalla perdita della figlia Valena, la quale lavorava al castello, e scoprì anche dei dettagli interessanti: l’uomo le rivelò alcune chiacchiere riferitegli dalla figlia riguardanti l’Arlessa Isolde, moglie di Eamon. Sembrava che la donna s’incontrasse spesso in segreto con un mago recentemente reclutato a corte. La cosa diede molto da pensare all’elfa.
Dopo aver parlato con Melinor il fabbro decise di aiutare il villaggio riaprendo la fucina, nella speranza che i Custodi potessero così entrare nel castello e ritrovare sua figlia, viva o morta. Sten s’intendeva di armi e armature e aiutò il fabbro con le riparazioni, velocizzando notevolmente il lavoro con la sua forza sovrumana.
Quando il sole calò, tutti erano pronti ad affrontare l’imminente battaglia.

THE TWIN WARDENS

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