Tutti erano schierati: i cavalieri e gli abitanti di Redcliffe, insieme ai Custodi e al loro gruppo, attendevano. Il sole era ormai calato, e l’attacco era imminente.
Sentirono un boato echeggiare in distanza: videro il cancello del castello aprirsi. Gli occhi di tutti, anche di coloro che avevano già affrontato quei mostri in precedenza, si sbarrarono: le prese si strinsero sulle armi. Un’orda di non morti, ancora vestiti delle armature possedute in vita, si riversò lungo la discesa della collina.
«Adesso!» gridò Merevar a Hawke: senza farselo ripetere due volte, la ragazza lanciò una palla di fuoco sulla fila di barili pieni d’olio sistemati alla fine del sentiero che portava dal castello al villaggio. Le prime file di cadaveri vennero arse dalle fiamme sprigionatesi da quell’esplosione, ma gli altri riuscirono a farsi strada prendendo a camminare sui corpi ammucchiati dei loro compagni.
«Attaccare, ora!» urlò ser Perth brandendo la spada verso l’alto. Rispondendo con un grido di guerra, tutti si lanciarono sui fiotti di mostri in arrivo.
Gli arcieri rimasero in disparte su una piccola zona sopraelevata, guidati da Merevar; le tre maghe rimasero a distanza, ognuna utilizzando la branca magica che le era più familiare. Hawke attaccava i nemici utilizzando la sua magia elementale e Morrigan li indeboliva con la sua magia entropica, scagliando malocchi e rubando energia vitale al nemico. Melinor invece supportava gli alleati, curandoli e ripristinando le loro forze.
Ben presto i cadaveri spinsero il gruppo all’interno del paese, circondandoli senza via di scampo: la battaglia si stava facendo dura, e i corpi cadevano da ambo le parti andando a punteggiare la pietra che rivestiva la piazza di Redcliffe.
Melinor faceva del suo meglio per curare quanti più uomini possibile.
«Ma cosa vogliono questi schifosi?» esclamò Hawke d’un tratto: un gruppo di cadaveri si stava scagliando sulle tre maghe, accanendosi su di loro e accerchiandole. Le tre si misero schiena contro schiena.
«Probabilmente sono attratti dalla magia» gridò Morrigan per farsi sentire in quel frastuono: i grugniti dei mostri riecheggiavano in ogni strada, e il fetore emanato dalle loro carni marcescenti inondava le loro narici.
«Dobbiamo separarci» ribattè Melinor senza perdere la calma. «Dobbiamo metterci ognuna su un lato della piazza, così i cadaveri si sparpaglieranno. Al mio tre lanciamo insieme un’ondata d’energia per atterrarli; poi Hawke, tu vai davanti alla fucina. Morrigan, tu davanti all’emporio; io vado davanti alla chiesa» decretò. Al loro cenno d’assenso, l’elfa diede il segnale. «Uno, due…»
Al tre una forza invisibile si sprigionò dalle maghe; i mostri rimasero storditi, permettendo alle tre di fuggire.
La battaglia proseguì, con i mostri tornati a sparpagliarsi ovunque. Melinor tornò a concentrarsi sulla guarigione degli alleati, ma ben presto i nemici ripresero ad accanirsi contro di lei.
Ma che stanno facendo? pensò, guardando in lontananza. Notò che Hawke e Morrigan non venivano prese di mira quanto lei.
Stava per essere sommersa dai cadaveri concentratisi attorno a lei, quando qualcuno iniziò a eliminarli dall’esterno della cerchia. Ben presto scorse Alistair coperto di schizzi di sangue, affiancato da Merevar che aveva lasciato l’arco da parte per buttarsi nella mischia. I tre lavorarono insieme per abbattere la piccola folla che aveva assalito Melinor.
«Perché ce l’hanno con te?» gridò Merevar alla sorella.
«Credo abbiano capito che sono io a guarire tutti» ribatté l’altra.
«Cosa? Non possono essere così intelligenti!» osservò Alistair, voltandosi per mozzare la testa a un soldato in putrefazione.
«Ci dev’essere un’entità che li guida, un’entità potente» spiegò l’elfa. Lo sguardo le cadde su uno dei paesani poco più in là che cadeva a terra senza vita. «Se li curo mi attaccheranno di nuovo; ma se non lo faccio, cadranno tutti come mosche in poco tempo!»
«Allora ti guardiamo noi le spalle» decise Alistair senza esitare. «Tu concentrati sugli incantesimi di supporto, al resto pensiamo io e Merevar!»
L’elfo annuì; scambiò uno sguardo d’intesa con Alistair e istantaneamente i due voltarono le spalle a Melinor, pronti a difenderla. L’elfa non perse tempo: si concentrò e tornò a guarire tutti gli alleati mentre i due ragazzi davanti a lei falciavano mostri senza sosta, aiutati anche dagli incantesimi energizzanti della dalish.
Le cose andarono bene per diverso tempo: mentre i due tenevano impegnati i non morti, dall’altro lato della piccola folla concentrata su di loro Sten e i paesani sfoltivano i cadaveri in arrivo. Leliana era rimasta a guidare gli arcieri, e le due maghe aiutavano il gruppo a distanza. Pioggie di fuoco e fulmini spazzavano via gruppi interi di mostri, e molti di loro esplodevano in mille pezzi mentre Morrigan rideva esaltata.
A un tratto Melinor si fermò; si aggrappò al suo bastone interrompendo i suoi incantesimi. Di riflesso, i cadaveri iniziarono a riversarsi altrove. Merevar lanciò un’occhiata preoccupata alla sorella. «Sto per esaurire le energie» disse lei, intercettando la sua muta domanda.
«Tieni, prendi questo!» Alistair estrasse una fiala dall’armatura, contenente un liquido blu brillante, e la lanciò all’elfa. Lei l’afferrò al volo, e scrutandola ne riconobbe subito il contenuto. Guardò Alistair sorpresa, e lui le rivolse un fugace sorriso. «Serve più a te che a me.»
L’elfa non perse tempo, e tracannò la pozione di lyrium. Subito il suo corpo venne attraversato da una scarica di sferzante energia, e Melinor riprese a supportare ininterrottamente tutti gli alleati.
Dopo un paio d’ore il flusso di cadaveri proveniente dal castello s’interruppe: i sopravvissuti utilizzarono le loro ultime forze per abbattere gli ultimi nemici rimasti.
Alla fine esultarono: molti di loro caddero a terra, vivi ma esausti, e i paesani erano in lacrime per la gioia. Poco contavano le pile di corpi appartenuti un tempo a uomini che conoscevano: erano sopravvissuti alla notte. Solo questo contava.

All’interno della chiesa c’era un gran trambusto: i feriti erano stati sistemati su barelle e letti improvvisati, e tutte le donne si occupavano di medicare e fasciare ferite secondo le indicazioni della Venerata Madre e di Melinor.
«Ecco qui» disse quest’ultima a un ragazzo, stringendo le bende in un nodo sulla gamba fasciata. «Riesci a camminare?»
«Sì, credo di farcela. Grazie, Custode» le rispose il giovane, sorridendo riconoscente prima di zoppicare via.
Melinor rimase seduta sulla sua sedia, incapace di alzarsi: seppur esausta dalla battaglia, non si era risparmiata nel curare i feriti.
«Eccola qui, Bann Teagan» la sorprese una voce alle spalle: si voltò e vide Alistair al fianco del nobile. Questi le sorrise nel porgerle una tazza fumante.
«Ci tenevo a ringraziarvi personalmente, lady Melinor» si rivolse a lei come se fosse una persona del suo stesso rango, cosa che lasciò l’elfa alquanto sorpresa. «Tutti mi hanno detto quanto il vostro ruolo sia stato fondamentale nella battaglia di stanotte. Non posso offrirvi molto date le condizioni del villaggio, ma accettate questo modesto pensiero: vi aiuterà a recuperare un po’ d’energia e a ritrovare il buonumore.»
«Grazie, Bann Teagan» rispose lei, interrogandosi sulla natura del liquido caldo.
«Ora dovete scusarmi, ma vi devo lasciare. Devo occuparmi di tutto questo disastro» si congedò in maniera gioviale il bann. Melinor lo salutò, e mentre l’uomo si allontanava lei rimase a fissare la sua tazza annusando il contenuto con aria incerta.
«È sidro di mele caldo» le spiegò Alistair, catturando la sua attenzione. «È leggermente alcolico, ma nulla di esagerato» le disse con un occhiolino. Lei sorrise appena, iniziando a sorseggiare il liquido; storse appena la bocca nel saggiare la nota acidula della bevanda, facendo ridacchiare il ragazzo.
«Sai, credo che Hawke avesse proprio ragione quando ti ha definita il nostro capo» disse ancora lui con espressione gentile. «Se non fosse stato per te non avremmo concluso niente finora, e tantomeno stanotte.»
«Non ho fatto tutto da sola» si limitò a dire lei con modestia. «Ah, a proposito… grazie per quel lyrium. Non sarei riuscita a salvare così tanti paesani se non fosse stato per te.»
Alistair fece un cenno con la mano per dirle figurati. L’elfa rimase in silenzio alcuni istanti pensando al lyrium: l’unico minerale che esisteva sia nel mondo fisico che nell’Aldilà, od Oblio, come lo chiamavano gli umani. Quel minerale che, una volta lavorato e raffinato, poteva venire assunto dai maghi per ricaricare il mana.
«Perché avevi del lyrium con te?» chiese allora al ragazzo, non riuscendo a comprendere cosa un guerriero potesse farsene.
«Oh, è solo una vecchia abitudine da templare. Probabilmente non lo sai, ma anche i templari fanno uso di lyrium. Serve per poter utilizzare al meglio i loro talenti.»
Melinor sbarrò gli occhi. «Ma solo i maghi riescono a riprendersi dai danni fisici che il lyrium provoca. Com’è possibile che i templari ne facciano uso?»
«Pagano un caro prezzo infatti» sospirò il ragazzo. «Devono assumerlo continuamente, e tu saprai bene che il lyrium crea dipendenza se assunto in dosi massicce. La Chiesa usa questo a proprio vantaggio per far sì che i templari non abbandonino l’ordine. Dato che è proprio la Chiesa a controllare il mercato del lyrium, teoricamente non è possibile trovarne altrove…»
«Ma è orribile» le sopracciglia bionde dell’elfa s’inclinarono verso il basso. «Drogano i templari per controllarli?». Poi un pensiero la colpì. «Quindi anche tu…?»
«No, no… io non sono mai diventato templare a tutti gli effetti. Prima di entrare ufficialmente nell’ordine ci viene somministrato solo di rado.»
Melinor annuì, rimanendo a scrutare il ragazzo; era divisa tra il disprezzo nei confronti della Chiesa e qualcos’altro. Apparentemente a disagio, lui fece per andarsene.
«Beh, ora vado; potrebbero aver bisogno di una mano là fuori…»
«Aspetta.» Melinor lo scrutava ancora con espressione ferma. «Se ti faccio una domanda, prometti di rispondere sinceramente?»
«Dipende dalla domanda» scherzò lui, ma vedendo che l’elfa restava seria annuì. «Certo, chiedi pure.»
«Perché hai mentito riguardo a tuo padre?»
Alistair non sembrò troppo sorpreso da quella domanda; distolse lo sguardo stringendosi appena nelle spalle. «Credevo non fosse poi molto importante.»
«Alistair… a volte sei impulsivo e non pensi prima di parlare o di agire, questo è vero. Ma non sei uno stupido: non puoi aver creduto davvero che non fosse importante.»
«Ti ringrazio della fiducia» ridacchiò lui, «ma prova a chiedere a Morrigan: sono certo che ti elencherà almeno un milione di ragioni per cui posso essere considerato stupido.»
A quel punto Melinor assottigliò le fessure degli occhi, incrociando le braccia sul petto: lanciò al ragazzo un’occhiata talmente penetrante che quasi lo fece sussultare. «So cosa stai facendo; ho capito che tipo sei, sai? Cerchi di distogliere l’attenzione dall’argomento facendo dell’umorismo, ma questi trucchetti non funzionano con me.»
Continuò a fissarlo appositamente per metterlo a disagio: aveva appreso quella tattica dalla Guardiana Marethari, che riusciva sempre a farsi dire la verità.
«E va bene» si arrese il ragazzo, messo a nudo dallo sguardo smeraldino della dalish. «Ma ti avverto, la tua opinione di me probabilmente non migliorerà.»
«Mettimi alla prova.»
Alistair esitò alcuni istanti, guardando ovunque tranne che negli occhi di Melinor. «Io non ve l’ho detto perché… perché tutti cambiano atteggiamento nei miei confronti quando vengono a saperlo. All’improvviso vedono in me solo il figlio bastardo di re Maric, e non più… semplicemente Alistair.»
Melinor rimase a studiarlo, seria in viso; al che lui proseguì. «So che avrei dovuto dirvelo subito, mi secca ammetterlo ma quella Morrigan aveva ragione» borbottò con stizza. «Ora mi rendo conto di quanto possa sembrare infantile la cosa, è solo che… speravo che tu e tuo fratello poteste imparare ad apprezzarmi per chi sono, a prescindere dalla mia storia.»
«E pensavi di riuscire a impressionarci mentendo?» alzò un sopracciglio lei.
«Già… ora sembra ancora più stupida come mossa, vero?» rise appena con sconsolatezza. Trovò il coraggio di alzare lo sguardo ambrato sull’elfa, trovandola immobile e con gli occhi fissi su di lui. «Stai selezionando le parole più adatte a rimproverarmi?»
«No, a quello ci ha già pensato Morrigan» replicò lei, sciogliendo le braccia. Si alzò per portarsi di fronte all’umano, il quale indietreggiò appena, preoccupato. Ma lei lo guardò dritto in faccia senza timore alcuno. «Voglio che tu sappia che sono d’accordo con Morrigan. Hai sbagliato, avresti dovuto dire la verità almeno a me e Merevar. Siamo tutti Custodi, siamo compagni: dobbiamo poterci fidare gli uni degli altri, e non è possibile se ci nascondiamo le cose a vicenda.» Alistair ascoltava mortificato, incapace di divincolarsi dalla salda presa che avevano su di lui gli occhi magnetici dell’elfa. «Però… posso capire perché l’hai fatto» lo colse di sorpresa. «Non ti giustifico assolutamente, ma ti capisco. Non dev’essere piacevole vivere una vita con l’etichetta di “figlio bastardo del re”.» Sotto gli occhi stupefatti di Alistair, lei fece spallucce. «Se ti può consolare, a noi dalish queste cose non importano affatto. Puoi essere figlio di chi ti pare, sono le tue azioni a raccontare chi sei.»
Alistair rimase allibito, incapace di replicare per diversi secondi. «Quindi… non sei arrabbiata?»
«No, non lo sono. Ma d’ora in avanti niente più segreti, d’accordo?»
«Promesso» disse il ragazzo, sollevato.
«Ehi, tu» lo chiamò una voce familiare. «Vieni fuori a darci una mano, ci sono un sacco di cadaveri da bruciare!»
Hawke lo apostrofò da lontano mentre si dirigeva verso l’uscita tirandosi dietro Merevar.
«Lasciami, shemlen» si ribellò lui, liberandosi dalla presa della ragazza con fare aggressivo. «E non toccarmi!»
Per nulla scoraggiata dall’ostilità dell’elfo, Hawke continuò a spingerlo verso l’uscita.
«Sarà meglio che vada anch’io» disse Alistair ridacchiando. In un batter d’occhio fu al fianco dei due, e insieme sparirono al di fuori dell’edificio.
«Sei stata gentile con lui.»
Melinor si voltò, trovandosi davanti Leliana: la ragazza la guardava con occhi pieni di dolcezza.
«Lui ha sbagliato a tenere per sé una verità di quella portata, eppure tu sei riuscita a perdonarlo comunque, comprendendo le sue ragioni. Sei davvero un ottimo capo, Melinor.»
L’elfa inclinò il capo da un lato, studiando l’espressione della giovane orlesiana. «Hai seguito la nostra conversazione a distanza?» chiese, ricordando che Leliana aveva già dimostrato di saper leggere il labiale.
«Ecco, io… sì. Mi dispiace, lo faccio ormai senza volere. Vedere due persone che parlano per me equivale ad averle davanti e sentirle» si scusò la rossa.
«Non importa» la rassicurò l’altra continuando a fissarla. C’era qualcosa nascosto nelle profondità di quei suoi occhioni celesti: qualcosa che l’elfa cercava di intercettare, di scoprire. Ma era come uno spirito spaventato, che un attimo era lì e subito dopo era svanito nel nulla. «Se hai seguito la nostra conversazione, allora sai che mi importa ben poco del passato delle persone… e che non mi piacciono i segreti.»
Le labbra di Leliana si serrarono appena mentre sosteneva lo sguardo di Melinor; non disse nulla.
«Leliana… io credo che tu sia una brava persona. Non voglio costringerti a rivelarmi chi eri un tempo, o cosa facevi per vivere. Ma, come ho detto ad Alistair: dobbiamo fidarci gli uni degli altri.» L’elfa addolcì la sua espressione. «Quindi, se mai volessi parlarne… voglio che tu sappia che qui nessuno ti giudicherà.»
Leliana abbassò appena lo sguardo, sospirando. Prese a parlare in un sussurro.
«Ascolta, Melinor… non voglio mentirti. Hai dimostrato solo gentilezza nei confronti miei e di tutti, quindi ti dirò la verità: io ero un bardo quando vivevo nell’Orlais. Ma quella vita… ho scelto di lasciarmela per sempre alle spalle. Preferirei non parlarne.»
Melinor mise una mano sulla spalla della ragazza, la quale alzò lo sguardo sull’elfa, sorpresa.
«Va bene così, Leliana. Grazie della tua onestà.»
Le due sorrisero reciprocamente; insieme tornarono a occuparsi dei feriti all’interno della chiesa di Redcliffe.

«C’è un passaggio segreto che porta dal villaggio al castello? E perché diamine non l’abbiamo usato subito, invece di aspettare che quelle creature venissero a devastare il villaggio?» sbottò Merevar qualche ora più tardi.
La notte era trascorsa velocemente, così come la mattina successiva: i cadaveri erano stati bruciati e la piazza dove si era consumata la battaglia era stata ripulita. Il gruppo dei Custodi era stato poi convocato da Bann Teagan nei pressi del mulino di Redcliffe per stabilire la mossa successiva.
«Non potevamo fare irruzione nel castello così alla sprovvista, quelle creature ci avrebbero attaccati. Almeno adesso sappiamo che la maggior parte di esse è stata annientata» rispose il nobile.
«Bene, ha senso. Ma ora non perdiamo altro tempo. Se l’Arle è ancora vivo dobbiamo entrare subito» disse Merevar con risolutezza.
«Sono d’accordo. Abbiamo perso fin troppo tempo combattendo le guerre di altri» commentò Sten, visibilmente impaziente.
«Dobbiamo essere prudenti» intervenne Melinor. «C’era qualcosa a capo di quelle creature, qualcosa di malvagio e potente. Non possiamo…»
«Per il Creatore… quella è Isolde?»
Bann Teagan interruppe la conversazione indicando qualcosa alle spalle del gruppo. Una donna bionda, sulla trentina, correva giù per il pendio che conduceva al castello di Redcliffe, scortata da un soldato.
«È l’Arlessa» sussurrò Alistair ai suoi compagni. «La moglie di Eamon.»
«State in guardia» bisbigliò Melinor al gruppo, ricordando i pettegolezzi sulla donna di cui le aveva parlato il fabbro.
Bann Teagan nel frattempo stava andando incontro alla cognata, che lo raggiunse trafelata. Prese a parlargli con un marcato accento orlesiano, tradendo le sue origini straniere.
«Teagan! Grazie al Creatore, state bene…»
«Cos’è successo, Isolde? Che ne è di mio fratello?» chiese il Bann, prendendo la donna per le spalle tremanti. Il gruppo dei Custodi li raggiunse con calma.
«Per ora è ancora vivo» rispose l’Arlessa, guardando l’uomo con occhi pieni di paura. «Ma dovete venire subito con me. Connor ha bisogno di voi!»
«Credo che ci dobbiate delle spiegazioni, prima» s’intromise Merevar, spazientito. Isolde si voltò verso di lui esterrefatta.
«Cosa… chi siete voi?» I suoi occhi passarono in rassegna i volti sconosciuti, per fermarsi scioccati sull’unico viso familiare. «Alistair? Che cosa ci fate voi qui?»
«Sono Custodi Grigi, Isolde» intervenne Teagan. «Hanno salvato il villaggio. Devo a loro la mia vita, sono qui per aiutarci.»
«So che non siete felice di rivedermi, lady Isolde… ma siamo davvero qui per aiutare Eamon. Tuttavia abbiamo bisogno di sapere cos’è successo al castello prima di poter agire» Alistair si appellò alla donna con parole caute e diplomatiche. Melinor e Merevar, che finora lo avevano sentito parlare più che altro avventatamente, lo guardarono lievemente stupiti.
«Ecco… io non ho molto tempo, e non so cosa sia sicuro dirvi… ma…» prese a mormorare la donna in preda alla paura. «C’è… qualcosa dietro a tutto questo. Qualcosa di malvagio ha risvegliato i morti e ci ha tenuti prigionieri nel castello. Per ora sta tenendo me, Eamon e nostro figlio Connor in vita… ma non so perché. Abbiamo catturato il mago responsabile di tutto questo, ma ciononostante questa storia continua.»
Melinor, memore dei pettegolezzi sulla donna e il mago, socchiuse appena gli occhi. «Un mago, avete detto?» disse, restando sul vago per esaminare la reazione della donna.
«Sì, l’avevamo assunto di recente. Poi abbiamo scoperto che stava avvelenando mio marito; per questo si è ammalato.»
«Mio fratello è stato avvelenato?» esclamò Teagan, dando voce ai pensieri di tutti.
«Il mago afferma di aver agito su ordine di Teyrn Loghain» confermò Isolde, scuotendo il capo. «Che assurdità.»
Tutti si guardarono fra loro: era come avevano sospettato fin dall’inizio. C’era Loghain dietro alla malattia dell’Arle.
«Potrebbe essere vero, Isolde… ci sono molte cose di cui non siete al corrente» le disse Teagan, mortificato. La donna sembrò sorpresa, ma la paura tornò immediatamente a farla da padrona. «Non so cosa sia questa storia di Loghain, ma non abbiamo tempo per questo. La… cosa che infesta il castello mi ha permesso di uscire per venire a prendervi, Teagan. Se non torniamo subito potrebbe fare del male a Connor! Vi prego, venite con me!»
«No, è troppo pericoloso» li fermò Melinor, facendosi avanti. «Sospettavo ci fosse un demone dietro ai morti rianimati, e ora che so che un mago è coinvolto in tutto questo non ho più alcun dubbio. Si tratta senz’altro di un demone molto potente, non potete tornare lì da soli.»
«Un demone? Oh, cielo» si lamentò Isolde, portandosi le mani al viso e premendovele contro. «Connor è in pericolo, Teagan! Dobbiamo andare subito!»
Il nobile guardò la cognata preoccupato; poi si avvicinò ai tre Custodi davanti a sé. Sfilò un anello dal dito e lo lasciò cadere nelle mani di Alistair, sussurrando per farsi sentire solo da loro.
«Questo anello è la chiave per aprire una botola nascosta nel mulino. Il passaggio segreto di cui vi ho parlato poco fa parte da lì. Io andrò con Isolde, voi nel frattempo entrate di nascosto; io cercherò di fare qualcosa, di distrarre questa entità.»
«Bann Teagan, questo demone è pericoloso» bisbigliò Melinor. «Potrebbe uccidervi!»
«Lo so, ma non ho altra scelta. Si tratta della mia famiglia» ribatté l’uomo con preoccupazione. «Una volta dentro al castello, fate il possibile per salvare mio fratello. Non preoccupatevi di me, salvate lui; e anche Connor, se possibile. È solo un bambino» aggiunse con occhi imploranti.
«Vi salveremo tutti, Teagan. Ve lo prometto» disse Alistair con grande determinazione. Bann Teagan annuì e si allontanò.
«Andiamo, Isolde.»
Sotto gli occhi preoccupati dei Custodi, i due salirono il dolce pendio della collina; infine sparirono oltre il cancello del castello.

 

 

THE TWIN WARDENS

Perché una fan fiction?

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