Quella notte stessa il gruppo si era accampato nei pressi della Gran Via Imperiale dopo essersi lasciato Redcliffe alle spalle. Un insolito silenzio regnava sovrano mentre consumavano il loro pasto serale attorno al fuoco.
«Sei stranamente tranquilla, Hawke» ruppe il ghiaccio Leliana, il suo passato da intrattenitrice che riemergeva attraverso quel tentativo di alleggerire l’atmosfera. «Solitamente non sentiamo altro che la tua voce durante la cena.»
Hawke annuì distrattamente, masticando il suo pezzo di pane mentre fissava il falò da campo. Il riflesso delle fiamme danzanti baluginava sulle sue iridi immobili.
«Qualcosa non va?» si preoccupò Leliana.
La fereldiana sospirò. «No, va tutto bene… stavo solo pensando a quel bambino.»
«Connor?»
«Sì. Dopo averlo visto così, quando siamo saliti di sopra… era così fragile, così spaventato…» scosse la testa facendo ondeggiare la sua coda di cavallo scarlatta. «Mio padre ha sempre messo in guardia me e mia sorella contro i demoni. Ci rimproverava spesso perché non lo prendevamo troppo sul serio, non avevamo un’idea concreta dei pericoli contro cui tentava di metterci in guardia. Pensavamo fosse solo un modo per tenerci sull’attenti, credevamo che i demoni fossero solo spauracchi… ma dopo aver visto Connor ho finalmente capito» concluse, incrociando le gambe sotto di sé. Melinor ascoltava comprendendo perfettamente i sentimenti della ragazza: la stessa cosa sarebbe potuta succedere anche a loro, ed era un pensiero davvero spaventoso. «Povero bambino… spero che, alla fine di tutto, non resterà troppo traumatizzato…»
«Già» aggiunse Alistair a mezza voce, tradendo una serietà che gli risultava bizzarra addosso. «Mi domando a cosa stesse pensando lady Isolde quando ha deciso di tenere segreta la magia Connor. È stata davvero irresponsabile.»
Gli occhi di Hawke guizzarono nella sua direzione, oltre le fiamme. «Perché, puoi forse biasimarla? Voleva solo risparmiare a suo figlio una vita orribile, rinchiuso dentro una torre.»
Le sopracciglia chiare del ragazzo s’arcuarono appena. «Certo che posso biasimarla, guarda a cosa ha portato la sua decisione!»
«Beh, non è certo colpa sua!» sbottò Hawke con un’aggressività che mai era emersa prima d’ora. Merevar, poco distante da lei, quasi rimase a bocca aperta nel fissare il suo cipiglio deciso. «La responsabilità è della Chiesa! Se i Circoli fossero luoghi piacevoli le madri non avrebbero alcun problema a mandarci i loro figli, e queste cose non succederebbero!»
«Oh, andiamo Hawke!» ribatté Alistair con decisione. «So che tuo padre era stanziato al Circolo di Kirkwall, ma non tutti i Circoli sono austeri e poco accoglienti come quello.»
«Non cercare di propinarmi baggianate, biondino!» s’arrabbiò ancor di più la ragazza. «Dimmi, mio caro: ci sei mai stato tu, in un Circolo?»
«Sì, a dire il vero» la guardò con aria di sfida l’ex templare.
«Oh, ma davvero? E per quanto, per cinque minuti?» lo sbeffeggiò Hawke. Gli occhi degli altri, attorno a loro, si spostavano dall’una all’altro per seguire la disputa.
«Ci sono stato per assistere a una prova del Tormento» replicò lui con l’aria di chi la sapeva lunga.
«Oh, il Tormento… un’altra bella trovata del Circolo, impiantare un demone nei maghi per testare la loro resistenza. E se per caso cedono alle loro lusinghe, che problema c’è? Li ammazzano e il problema è risolto!» esclamò esasperata Hawke. «Tu non sai proprio niente di come si vive nei Circoli, fidati. Mio padre ci ha vissuto per quasi tutta la vita, e ti posso dire io com’è là dentro. È come vivere in gabbia! I maghi vengono trattati come animali da tenere a bada, sempre con qualcuno che li osserva, sempre con qualcuno che li fa sentire in colpa per le capacità con cui sono nati. Possono uscire solo quando lo decidono i templari, solo quando i loro talenti sono necessari alle stesse persone che li condannano! Oppure vengono convocati a corte per intrattenere i nobili, come se fossero dei giullari! E lo sai che non possono nemmeno sposarsi, eh? Lo sapevi? Sono confinati là dentro per tutta la vita, e se per caso s’innamorano fra loro le loro relazioni vengono osteggiate! Perché potrebbero generare altri maghi; che cosa terribile, vero?» Hawke era rossa in viso, i lineamenti distorti dalla rabbia. «Se fosse per voi templari, io e i miei fratelli non saremmo mai nati! E non venire a dirmi che una cosa del genere è giusta, perché non può esserlo! È ingiustificabile!»
«Hawke» cercò di ammansirla Alistair, mantenendo un tono tranquillo e ragionevole. «Sai benissimo quali sono i rischi che ogni mago corre. Lo hai detto tu stessa poco fa: Connor ne è un esempio. I Circoli esistono per impedire che accadano cose come queste.»
Morrigan, seduta accanto a Merevar, sbuffò per commentare. Ma Hawke riprese subito il comando della conversazione. «Oh, è davvero comodo prendere Connor come esempio, vero? E che ne dici delle tre maghe qui presenti? Noi siamo perfettamente a posto. Questo dimostra che i maghi, se lasciati liberi e sotto la custodia di maghi esperti che possano insegnar loro come gestire i propri doni, non rappresentano un pericolo.»
«Oh, ma certo!» rispose sarcastico Alistair, buttando le braccia al cielo. «Allora lasciamo che tutti i maghi siano liberi! Esiste già un posto così, sai? Il Tevinter¹! Vuoi che ti racconti cosa succede in quella nazione, Hawke?»
«Il Tevinter è fuori controllo da secoli» lo contraddisse Hawke. «Le cose ormai funzionano in un certo modo lì, ma…»
«Non cercare scuse adesso! Il Tevinter è il perfetto esempio di cosa accade ai maghi lasciati in totale libertà: diventano tutti maghi del sangue!» Ora era Alistair ad alzare la voce. «Sai cosa fanno i magister del Tevinter? Alimentano il commercio degli schiavi! Comprano schiavi e li usano come fonte di potere per i loro rituali di magia del sangue! Li comprano per ucciderli e dissanguarli, Hawke! Soprattutto gli elfi! Ne uccidono a centinaia ogni settimana! Questo ti sembra giusto?»
Gli occhi di Merevar saettarono verso il ragazzo, e per un attimo sembrarono trapassarlo. «Non tirare in ballo gli elfi solo perché ti fa comodo!»
Vedendo Alistair sorpreso e un po’ intimorito, Morrigan prese a ridacchiare divertita; Melinor e Leliana seguivano la conversazione con apparente indifferenza. L’ex templare tentò di aprir bocca, ma il giovane elfo non glielo permise.
«Siete tutti uguali, voi shemlen» aggiunse con disprezzo. «Quando vi fa comodo, noi elfi siamo le povere vittime dei rituali sacrificali del Tevinter. E quando vi conviene diversamente diventiamo dei selvaggi che vagano per i boschi rapendo bambini, oppure esseri inferiori da sbattere nelle enclavi!»
«Ma io non intendevo niente di tutto questo!» si giustificò Alistair. «Stavo solo esponendo dei fatti reali! La magia del sangue è malvagia… lo sappiamo tutti, no?»
Istintivamente cercò lo sguardo di Melinor. L’elfa però non disse nulla, e rimase a guardarlo con occhi gelidi.
«Melinor, lo hai detto tu stessa» incalzò allora il giovane. «La magia del sangue ti corrompe l’anima. Sono parole tue, no?»
«Sì, sono parole mie.»
Vedendo che non aggiungeva altro, Alistair le lanciò un’occhiata significativa per esortarla a pronunciarsi in merito. Al che la dalish perse la pazienza.
«Alistair, è inutile che insisti. Io sono d’accordo con Hawke, non con te.»
Messo ormai con le spalle al muro, Alistair rimase a bocca aperta. «Ma…»
«Niente “ma”, Alistair!» alzò allora la voce Melinor, inarcando le sopracciglia verso il basso. «Quello che la vostra Chiesa fa ai maghi è abominevole! Quelle che i maghi vivono non sono vite degne di essere chiamate tali, sono soltanto esistenze tristi e prive di colore! Per non parlare poi del rituale della Calma che viene inflitto ad alcuni maghi per renderli dei vegetali ambulanti… è una pratica fuori da qualsiasi grazia divina!»
Morrigan si mise comoda, allungando le gambe sul terreno umido e poggiando le mani leggermente all’indietro per sorreggersi: sembrava si stesse proprio divertendo a godersi lo spettacolo. Non vedeva più persone, ma un branco di lupi a cui era stato gettato un osso con attaccato qualche brandello di carne: e quell’osso era Alistair, naturalmente. La cosa non poteva che intrattenerla piacevolmente.
«E il paragone col Tevinter è del tutto fuori luogo» proseguì Melinor con le sue parole graffianti. «Nel Tevinter hanno le loro tradizioni; sbagliate, questo è vero. Sono radicate nella loro cultura da secoli, per questo le cose funzionano così. Ma questo non significa che tutti i maghi liberi siano destinati a diventare maghi del sangue, è uno stupido pregiudizio infondato! I maghi hanno diritto alla libertà, come tutti! Vanno guidati alla scoperta della magia, non tenuti al guinzaglio come bestie da soma! Non vanno strappati alle loro famiglie in tenera età! Dimmi, Alistair: come ti sei sentito quando Arle Eamon ha scelto per te la vita da templare e ti ha mandato via dall’unico mondo che conoscevi?»
Fu come se un colpo di frusta avesse sferzato Alistair dritto in faccia. Sobbalzò visibilmente, ingrandendo gli occhi.
«A giudicare dalla tua espressione non è stato piacevole» proseguì l’elfa, inarrestabile. «E quindi dimmi: se fare questo a un comune bambino è sbagliato, perché farlo a un mago dovrebbe essere giusto?»
Alistair non trovò le parole per rispondere a quelle accuse; rimase mogio mogio a fissare il falò, incapace di ribattere.
Anche Leliana sembrava triste e pensierosa; Melinor si avvide di quante accuse aveva lanciato alla Chiesa, e provò il desiderio di mordersi la lingua.
«Non volevo offendere la religione di nessuno. Mi dispiace» disse allora, nel tentativo di rimediare. «Sono certa che la Chiesa faccia anche cose buone per i suoi seguaci, ma per quanto riguarda i maghi sta sbagliando approccio. Questa è la mia sincera opinione; spero di non aver offeso nessuno.»
«Non preoccuparti» colse il velato messaggio l’orlesiana; con un delicato cenno della mano indicò a Melinor che andava tutto bene. «A dire il vero io sono d’accordo con voi. Ho conosciuto dei maghi liberi prima di ritirarmi nel convento di Lothering. Non erano persone pericolose, e nemmeno malvagie. Credo che i maghi potrebbero essere liberi se venisse garantita loro un’istruzione. I Circoli non sono necessari, non nella loro forma attuale; dovrebbero diventare delle accademie, luoghi di studio… in fondo è stato il Creatore a creare i maghi. Di sicuro non approva che vengano trattati così.»
«Oh, già… dimenticavo che abbiamo una profetessa con noi» la prese in giro Morrigan, beffarda come suo solito. «Andraste Seconda, l’unica donna a cui il Creatore parla ancora!» concluse scimmiottando una reverenza.
Hawke, nel frattempo, lasciò che un enorme sorriso soddisfatto le si stampasse in viso. Si alzò e fece il giro del cerchio fino ad arrivare alle spalle di Alistair. Si accovacciò dietro di lui e gli mise una mano sulla spalla.
«Mi dispiace, amico; sei capitato in un gruppo di reietti e di eretici. Ti è andata male» disse con ilarità mentre Alistair assumeva un’espressione infastidita. Dopodiché la ragazza si rialzò e camminò dritta verso la sua tenda.

C’era solo buio attorno. Oscurità, tanfo di morte e caos. Versi gutturali tutt’attorno, grida stridule e mani fredde e viscide che volevano afferrare, trascinare, corrompere. E una canzone insistente nella testa che si faceva sempre più forte.
E infine lui: l’enorme drago che ruggiva levando il muso da rettile verso l’alto. Sembrò posare gli occhi sulla figura esile che lo stava fissando con sgomento.
«Melinor» chiamò. «Melinor…»
«Melinor!»
L’elfa si alzò a sedere di scatto: il grosso tomo che stava leggendo prima di appisolarsi accanto al fuoco scivolò giù dal suo grembo mentre la schiena si raddrizzava. Sulla sua spalla era posata la mano di Alistair, che la stava scuotendo delicatamente. Non appena comprese cos’era accaduto Melinor si ritrasse bruscamente, aumentando la distanza fra i loro volti.
«Scusami, ma ho sentito che ti lamentavi nel sonno… ho pensato fosse meglio svegliarti» spiegò il ragazzo, ancora inginocchiato accanto alla dalish. «Hai sognato l’arcidemone, vero?»
L’elfa sgranò gli occhi; il riflesso degli ultimi tizzoni accesi brillò nelle sue iridi. «Come fai a saperlo?»
«Succede anche a me, e di sicuro anche a Merevar» sospirò allora il ragazzo. «Succede a tutti i Custodi Grigi durante i Flagelli. Duncan avrebbe dovuto spiegarvi tutto dopo quella maledetta battaglia, ma… sai anche tu com’è andata» disse, distogliendo per un attimo lo sguardo prima di riprendere. «Il Rituale dell’Unione, oltre a renderci immuni alla corruzione, ci lega alla prole oscura. Per questo siamo in grado di percepirci a vicenda; in un certo senso siamo simili a loro. Di conseguenza, durante i Flagelli anche noi sentiamo il richiamo dell’Arcidemone. Si manifesta perlopiù nei sogni, ma alcuni dei Custodi più anziani dicono di poterlo sentire anche da svegli.»
Melinor annuì, ancora scossa dalla vivida immagine del drago.
«I sogni continuano anche dopo i Flagelli, comunque» continuò a spiegare il ragazzo. «Succede a tutti, chi più chi meno. Peggiorano con l’andare del tempo, finché…» si fermò. Melinor lo guardò con aria interrogativa: sembrava in difficoltà, come se non riuscisse a trovare le parole. Ma si fece il coraggio e continuò. «Ecco, questa è un’altra delle cose che avrebbe dovuto spiegarvi Duncan… vedi, la corruzione che viene indotta in noi al momento dell’Unione ci conduce lentamente alla morte. Un Custode Grigio vive in media trent’anni. Sappiamo che la nostra ora sta per giungere quando i sogni iniziano a farsi più frequenti. Arrivati a quel punto è tradizione recarsi a Orzammar, nelle Vie Profonde dove brulica la Prole Oscura, e morire combattendo anziché… aspettare.»
Melinor rimase ammutolita a guardarlo per diversi secondi; distolse lo sguardo, restando a fissare il vuoto davanti a sé. Aveva sempre immaginato d’invecchiare, di diventare anziana come la sua mentore Marethari, e morire attorniata dal suo clan. L’avrebbero seppellita e avrebbero piantato sulla sua tomba un bellissimo albero: questo sarebbe dovuto accadere. Ora, invece, la visione che si schiudeva davanti a lei era molto diversa: sarebbe morta da sola nelle Vie Profonde, assalita da quei viscidi mostri che avrebbero poi banchettato sul suo cadavere.
«Immagino che sarai furiosa» azzardò Alistair a mezza voce. «Anch’io ci sono rimasto di sasso quando l’ho saputo. Molti si lamentano, dicono che l’ordine dovrebbe avvisare in anticipo le reclute, dar loro la possibilità di scegliere… ma se fosse così nessuno si arruolerebbe più. Non è giusto, ma i Custodi Grigi devono fare tutto ciò che è necessario.»
Melinor annuì con aria assente. Era stata preparata da Marethari durante il suo addestramento a evenienze del genere: se fosse diventata la Guardiana del clan avrebbe dovuto prendere decisioni scomode e difficili per il bene della sua comunità. Comprendeva la necessità dei Custodi di tenere nascosti certi dettagli.
«Non sono furiosa; capisco le motivazioni dell’ordine. Ma non è comunque facile da digerire.»
Alistair rimase a guardarla con aria dispiaciuta; poi abbozzò un sorriso mite. «L’hai presa bene, tutto sommato. Meglio di molti altri.»
Melinor non rispose; si alzò in piedi e si stiracchiò. «Sarà meglio che lo dica io a Merevar» disse. Alistair le rivolse un’occhiata sollevata di muto ringraziamento. «Non credo che riuscirò più a prendere sonno. Vai pure a dormire, resto io di turno» disse ancora l’elfa.
«Sei sicura? Dovresti riposare…»
«Non ci riuscirei, e resteremmo svegli in due inutilmente.»
«Va bene» acconsentì Alistair nell’alzarsi; seguì con lo sguardo Melinor che, dategli le spalle, si portava al limitare dell’accampamento. «Melinor…»
L’elfa si voltò di profilo.
«Volevo dirti che ho pensato a quello che hai detto a cena» disse timidamente l’umano, muovendo qualche passo verso di lei per raggiungerla; tutti dormivano nelle loro tende lì attorno, e non voleva svegliarli. «Hai ragione. I maghi non dovrebbero subire un trattamento simile.»
Melinor alzò un solo sopracciglio; anziché essere felice di quelle parole sembrava scocciata.
«Alistair, non dobbiamo per forza andare d’accordo su tutto. Siamo un gruppo di persone adulte, ognuno con la propria storia e le proprie esperienze. È naturale avere idee diverse, e va bene così finché c’è rispetto reciproco.»
Alistair non si aspettava quella reazione; rimase di stucco e prese a muovere freneticamente le mani.
«Cosa? No, non fraintendere! Non lo dico per entrare nelle tue grazie, lo penso davvero. Quello che hai detto quando mi hai ricordato il giorno in cui i templari sono venuti a prendermi… mi ha dato modo di vedere la cosa sotto una prospettiva diversa. Non ci avevo mai pensato, ma in effetti per i maghi è la stessa identica cosa… anzi, è anche peggio. I templari servono la Chiesa r sono obbligati a seguirne le regole a vita, ma hanno molte più libertà rispetto ai maghi. Ai maghi viene negata qualsiasi cosa. Non mi ero mai soffermato a considerare la cosa da questo punto di vista.»
Melinor inclinò la testa di lato: la sua grande massa di capelli biondi si spostò mentre studiava il ragazzo. Sembrava sincero; quasi sentì la voce di Morrigan nella sua testa nel considerare che Alistair non aveva una malizia tale da mentire per ingraziarsi qualcuno. Il pensiero di una simile ingenuità la fece ridacchiare.
«Bene, in questo caso sono felice di averti aiutato a darti una svegliata» disse con un sorriso malandrino.
Alistair apparve molto sorpreso, ma subito cambiò espressione tornando al suo consueto e buffonesco modo di fare. «Ehi! Stai passando troppo tempo con Morrigan, ha una cattiva influenza su di te» ridacchiò. «Però devo ammettere che se sei tu a prendermi in giro non è fastidioso come quando lo fa Morrigan. Almeno so che tu scherzi.»
«Non esserne così sicuro…»
«Ecco, vedi?» le puntò il dito contro. «Proprio di questo stavo parlando. Stai lontana da Morrigan!»
Melinor si trovò suo malgrado a ridacchiare. «Vai a dormire, Alistair.»
Lui si strinse nelle spalle. «Se non ti dispiace preferirei restare di guardia anch’io. Non ho nessuna voglia di vedere ancora l’Arcidemone.»
«Oh» esclamò Melinor. «D’accordo.»
Rimasero in silenzio per i primi minuti del loro turno di guardia.
«Mi togli una curiosità?» ruppe il ghiaccio il ragazzo. «Merevar usa spesso quella parola, shemlen… ho capito che è una specie d’insulto, ma cosa significa di preciso?»
Melinor alzò un angolo della bocca, guardando le stelle sopra di sé. «Significa bambini veloci
Alistair aggrottò le sopracciglia, confuso. «E dovrebbe essere un insulto?»
«Lo è per noi elfi. C’è un motivo per cui vi chiamiamo così, ma è una lunga storia della nostra gente… non credo t’interessi.»
«Invece mi piacerebbe saperne di più» si mostrò interessato il ragazzo. «Da quando vi conosco mi sono reso conto che noi umani non sappiamo proprio un bel niente di voi elfi.»
Melinor ingrandì appena gli occhi. «Beh, in questo caso…» si preparò a raccontare. «Sono stati i nostri avi, gli Elvhen, a coniare quel termine. Forse già sai che un tempo gli Elvhen erano immortali. Per questo tutto fluiva molto lentamente per loro: una loro canzone poteva durare mesi, un discorso anni, un concilio decadi…» L’espressione meravigliata di lui le strappò un sorriso. «Puoi immaginare cosa sia successo quando gli elfi e gli umani sono entrati in contatto la prima volta. Gli umani avevano tempi molto brevi, veloci… volevano tutto e subito. Agli occhi degli Elvhen erano come bambini capricciosi.»
«Quindi… bambini veloci.»
«Esatto.»

La notte trascorse in un lampo. La mattina seguente, dopo aver messo qualcosa nello stomaco, il gruppo ripartì.
Alistair e Melinor, per nulla assonnati, aprivano la strada mentre intrattenevano fra loro una fitta conversazione. A quanto pareva avevano parlato tutta la notte dei rispettivi mondi: Melinor aveva raccontato dei dalish, e Alistair della nobiltà e della Chiesa. Melinor si ritrovò a essere molto interessata ai meccanismi che tenevano in piedi il mondo politico e religioso degli umani. Anche Leliana fu coinvolta nella conversazione, lasciando il resto del gruppo tagliato fuori.
Merevar, nelle retrovie,si ritrovò suo malgrado ad ascoltare i due umani mentre spiegavano a Melinor che molti membri della Chiesa erano costretti a vivere una vita di castità. Leliana confessò tranquillamente di non aver mai preso quei voti nonostante avesse praticato l’astinenza durante il suo soggiorno al chiostro di Lothering, mentre Alistair rimase evasivo. Leliana lo punzecchiò per un po’, insinuando che non essendo mai stato ufficialmente promosso a templare la castità non era mai stata un vero obbligo per lui; ma lui continuò a sviare il discorso con le sue battutine.
«Sembra che quei due abbiano fatto pace. Ieri sera erano ai ferri corti, e guardali ora…»
Merevar si voltò per guardare Hawke al suo fianco; la ragazza osservava i tre apri fila mentre parlava.
«Melinor non si arrabbia mai davvero con nessuno» fece spallucce Merevar, indifferente. «Perdona sempre chiunque; faceva parte del suo addestramento capire i membri del gruppo.»
«Sarà…» commentò Hawke con fare allusivo; le sue iridi nocciola si spostarono di lato per incollarsi sull’elfo, mentre un angolo della sua bocca si sollevava. «Sai, Morrigan è convinta che fra quei due ci sia qualcosa…»
A quell’insinuazione Merevar lasciò cadere bruscamente il manto d’indifferenza che lo avviluppava costantemente. Si voltò di scatto verso la fereldiana, che allargò ulteriormente il suo ghigno.
«Non dire sciocchezze» sbottò Merevar; suonò più turbato di quanto non volesse. «Melinor non starebbe mai con un umano, è una dalish.»
«Perché, è vietato?» ribatté Hawke con fare sarcastico.
«Noi non ci mischiamo con gli umani» continuò imperterrito Merevar, infastidito all’idea di Alistair e Melinor insieme. Che orrore.
«Quando siete nei boschi fra di voi, forse» continuò a pungolarlo la ragazza con espressione sorniona. «Ma ora che siete qui con noi non avete molta scelta…»
«Non succederà mai, chiaro?» esclamò con decisione l’elfo, fissando le sue iridi verdi in quelle nocciola che lo guardavano di rimando piene di divertimento.
«Sarà…» ripeté con lo stesso tono di poco prima Hawke. «Fatto sta che Alistair, pur con le sue stupidissime battute, è appena riuscito a farla ridere.»
La ragazza diede un colpetto di testa per indicare i due più avanti; seguendo il suo sguardo, Merevar la vide. Sua sorella stava ridendo insieme ad Alistair e Leliana.
«Non significa niente» borbottò. Ma il suo sguardo s’indurì, il suo cuore che iniziava a palpitargli frenetico nel petto; si chiuse in sé stesso e non parlò più.

 

NOTE

¹: L’Impero Tevinter, un tempo una delle più influenti nazioni del Thedas ormai in decadenza, è noto per essere governato dai maghi. I maghi presiedono al governo tramite l’istituzione del Magisterium, parte del senato imperiale. Tutte le famiglie nobili del Tevinter hanno un seggio nel Magisterium, e sono composte di soli maghi (detti magister). Pur avendo una sua Chiesa (seppur distaccata da quella Andrastiana e presieduta da un Divino anziché da una Divina), il Tevinter non condanna i maghi: anzi, la magia è motivo di grande vanto. La libertà dei maghi del Tevinter, tuttavia, ha portato questi ultimi a fare uso abituale e indiscriminato della magia del sangue. Per questa e altre ragioni (tra cui la legalizzazione del commercio degli schiavi, per la maggior parte elfi), il Tevinter viene disprezzato dalle altre nazioni del Thedas.

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