Il gruppo si affrettò a seguire Morrigan, con Wynne che inveiva contro l’imprudenza della giovane strega. Una volta oltrepassata la porta, i maghi rimasti indietro rialzarono la barriera.       
Il gruppo camminava in totale silenzio, le orecchie tese pronte a captare anche il minimo rumore.
«Dobbiamo stare molto, molto attenti… e cercare in ogni singola stanza. Se c’è anche un solo sopravvissuto, dobbiamo salvarlo» bisbigliò Wynne.    
Svoltarono in un corridoio punteggiato di porte: iniziarono ad aprirle una a una, oltrepassandole di soppiatto. Ma nulla di ciò che trovarono respirava ancora.  
In ogni stanza c’erano resti di maghi e templari: i cadaveri e il sangue erano ovunque, le pareti tinte di crudeli pennellate scarlatte che ancora colavano verso il pavimento alla stregua di lacrime. I morti erano adagiati a terra in posizioni innaturali e i loro volti paralizzati in espressioni d’orrore, inequivocabile segno della fine tremenda che era toccata loro.     
«Per il Creatore» sussurrò Wynne in preda al dolore. La torre era da sempre la sua casa, aveva conosciuto tutte quelle persone: vedere ciò che ne era rimasto la riempì di amarezza.  
Proseguirono finché non si trovarono davanti alla biblioteca. Aprirono con cautela la porta, e subito un suono gutturale e allo stesso tempo acuto li accolse.   
«E quello cos’è?» esclamò Hawke, l’espressione stravolta dal terrore.   
Wynne impugnò saldamente il suo bastone mentre la gemma azzurra postavi in cima s’illuminava. «È un abominio» replicò con calma, pronta ad affrontarlo.            
Fu allora che la consapevolezza colse tutte le maghe presenti: una lusinga di troppo, una minima debolezza… e si sarebbero ridotte così. La figura che si stava scagliando su di loro aveva ormai poco di umano: il suo corpo era pieno di protuberanze color porpora e violacee, le spalle erano abnormi e ricurve, le braccia esageratamente lunghe. Le mani si erano trasformate in artigli affilati protesi in avanti, pronti a ghermire, dilaniare e uccidere. Gli occhi erano iniettati di sangue e la bocca spalancata era talmente grande da dar l’impressione di poter fagocitare lo stesso cranio su cui era posta.  
Altri abomini seguirono il primo, e il gruppo si trovò impegnato in una lunga lotta contro ciò che restava di quei maghi. Alla fine dello scontro, nuove macchie rosse decoravano i volumi riposti sugli scaffali della biblioteca.
«Oh, cielo» ansimò Leliana, stravolta, appoggiandosi al muro. «Quindi è questa la vera forma di un abominio?»
«Sì» replicò Wynne, seria in viso. «Una volta impossessatisi di un umano, i demoni possono mantenere la forma del loro veicolo, ma quando sono fuori controllo… è così che diventano.»  
Hawke continuò a guardare con orrore i corpi distorti che aveva appena eliminato; anche Morrigan li osservava con attenzione, senza tradire però alcun sentimento. Gli altri iniziarono ad aggirarsi per la biblioteca alla ricerca di qualche sopravvissuto, ma non ne era rimasto nessuno.
Tutto d’un tratto Melinor sussultò: i suoi occhi si fissarono sul corpo di una ragazza, seduta a terra con la schiena accasciata contro uno scaffale. Una scia di sangue sul mobile e sui libri tracciava l’ultimo movimento del suo corpo, prima che la vita lo abbandonasse per sempre.
«L’hai riconosciuta, vero?»        
Melinor trasalì nel trovarsi Wynne alle spalle. Si voltò a guardarla e asserì con un cenno del capo. Poi tornò a guardare la ragazza deceduta. «Non si dimentica mai chi ti ha salvato la vita.»      
Era la ragazza che aveva aiutato Wynne a salvare Melinor a Ostagar, mentre penzolava giù dal bastione. Ora se ne stava lì, con i capelli castani scarmigliati e impregnati di sangue, e gli occhi grigi ancora aperti e immobili.
«Era una giovane promessa. Una ragazza piena di talento, nonostante la sua giovane età» sospirò Wynne, colma di tristezza. «Ricordo ancora il giorno in cui è arrivata qui: avrà avuto sì e no otto anni. Era figlia di una nobile famiglia residente nei Liberi Confini, e all’inizio era una piccola peste capricciosa. Ma si è subito distinta per il suo impegno e gli ottimi risultati, tanto che il Primo Incantatore stesso le ha fatto da mentore. Avevamo grandi aspettative per lei, invece ora…» troncò la frase, scuotendo il capo argentato. «Povera Amell.»
«Amell?»
L’elfa e la maga si voltarono, trovando Hawke che si dirigeva verso di loro. «Avete detto Amell? Il suo nome era per caso Solona?»  
«Sì» rispose l’anziana, stupita. «La conoscevi?»
Hawke le raggiunse, gli occhi nocciola spalancati nell’indugiare sul cadavere. «Era mia cugina» mormorò la ragazza mentre il resto del gruppo si radunava attorno a loro. «Mia madre è una Amell, e la madre di Solona era sua cugina. Non ci siamo mai conosciute, ma ricordo quando mia madre mi ha raccontato della mia cuginetta che era finita al Circolo… ha usato quella storia per convincermi di quanto potesse essere pericoloso farmi scoprire dai templari.»         
«Hawke, ma… se gli Amell fanno parte della nobiltà, allora anche tu sei una nobile!» esclamò Leliana con stupore.
«Solo in teoria, dato che mia madre ha rinunciato al suo titolo per scappare con mio padre» ridacchiò la ragazza; ma il sorriso scomparve presto dal suo viso lentigginoso mentre tornava a osservare la cugina. «Aveva la mia età…»
Una mano si posò sulla sua spalla; si trovò a guardare dritta negli occhi di Melinor. «Mi dispiace, Hawke.»
La rossa coda di cavallo della maga prese a scuotersi insieme alla sua testa. Hawke si riappropriò della sua consueta espressione sicura. «Sto bene, non preoccuparti. Ora andiamo, forza.»
 
Subito dopo la biblioteca incontrarono una rampa di scale: il piano superiore era riservato ai maghi che avevano terminato il loro apprendistato. Gli abomini e i demoni erano molti di più in quell’area della torre: il gruppo avanzò con fatica, incontrando anche numerosi templari ammaliati dai demoni e cadaveri rianimati proprio come quelli di Redcliffe. Per Wynne non fu facile abbatterli: quei corpi, ora usati da entità malvagie alla stregua di burattini, un tempo erano stati suoi compagni e amici. Tuttavia la donna dimostrò una gran forza d’animo, oltre a un’ottima preparazione, e non si lasciò sopraffare dai suoi sentimenti.
A un tratto s’imbatterono in un mago ancora vivo.         
«Owain!» esclamò Wynne.        
«State attenta, potrebbe essere posseduto» l’ammonì Alistair. 
«Per chi mi hai preso, ragazzino?» lo guardò con un sopracciglio alzato la donna. «Credi davvero che mi lascerei ingannare? Lui è un adepto della Calma, non può essere stato posseduto perché non ha più alcun legame con la dimensione dell’Oblio.» Si rivolse subito al mago. «Cosa ci fai qui, Owain? Perché non sei scappato?»
«Ci ho provato, ma ho incontrato una barriera. Allora sono tornato qui» replicò l’altro, la voce piatta e priva di qualsiasi emozione. Melinor sentì un brivido lungo la schiena nel vedere quel pover’uomo ridotto ormai a una macchina, privato della sua personalità e della sua scintilla unica. Privato per sempre della sua magia perché qualcuno aveva deciso così.           
«Avresti potuto dire qualcosa, c’eravamo noi dall’altra parte della barriera; ti avremmo lasciato passare» gli disse Wynne.
«Oh, capisco. Allora tornerò indietro, se non vi dispiace. Ma voi dovreste andare a cercare Niall; è da quasi due giorni che non lo vedo, a quest’ora dovrebbe ormai essere tornato.» 
«Tornato da dove?»      
«Dai piani superiori della Torre, dove si sono rifugiati Uldred e i suoi seguaci. Niall ha preso dal magazzino la Litania di Adralla ed è andato ad affrontarli.»       
I grandi occhi color ghiaccio di Wynne parvero illuminarsi. «La Litania di Adralla? Ma certo, è un vecchio incantesimo che serve per impedire a un mago di usare la magia del sangue…» considerò, portando una mano al mento affilato. «Ma se Niall non è ancora tornato dopo due giorni…»  
«… probabilmente è morto» concluse Merevar.              
«O peggio» aggiunse Alistair.    
«Se anche fosse, dobbiamo tentare di recuperare la Litania» affermò Wynne con decisione. «Se vogliamo avere qualche speranza contro Uldred, dopo che ha scatenato questo pandemonio… è la nostra unica possibilità. Dobbiamo cercare Niall, o ciò che rimane di lui, e prendere la pergamena con la Litania.»  
«Allora faremmo meglio a muoverci» disse nervosamente Hawke, guardandosi attorno con inquietudine.
Tutti acconsentirono. Wynne mandò Owain ai piani inferiori, affinché trovasse rifugio oltre la barriera protettiva insieme agli altri maghi sopravvissuti; si rimisero in marcia subito dopo.

Procedere fu un inferno: Alistair e Merevar aprirono la strada a suon di colpi di spada, spalleggiati dalle quattro maghe che scatenavano la furia degli elementi e molto altro con una semplice oscillazione dei loro bastoni. Leliana si ritrovò costretta a lasciare da parte l’arco, poiché i combattimenti erano ravvicinati a causa degli spazi contenuti, ma si confermò molto abile anche con le lame corte. Sapeva sempre come ingannare l’avversario e colpire nei punti giusti.
Creature di ogni tipo si accanivano su di loro, e più salivano nella torre più la situazione degenerava. Quando arrivarono al penultimo piano, adibito agli alloggi dei templari, erano stanchi e feriti; fortunatamente Wynne si rivelò essere un’esperta di magia curativa e di supporto, ma non poteva fare molto per rasserenare le loro menti. Tutti quegli abomini, i demoni, le persone possedute e i maghi del sangue uccisi affollavano le loro menti tormentate. Persino Morrigan, solitamente stoica e impenetrabile, era visibilmente provata.
Dopo aver percorso l’ennesimo corridoio e aver aperto diverse porte, affrontando templari posseduti e ammaliati dai demoni, si trovarono di fronte a una grande porta.
«Sono stata qui solo una volta… prima del mio Tormento. Da questa sala si raggiunge l’ultimo piano, dove i giovani maghi affrontano la prova… e dove viene eseguito il anche il Rituale della Calma» spiegò Wynne. «Facciamo attenzione, Uldred potrebbe essere nei paraggi.»
Aprirono con cautela la porta intarsiata ed entrarono. In mezzo alla sala c’era un demone con il corpo deforme, molto simile a un comune abominio. Era chino su un corpo umano.
«Niall!» lo riconobbe subito Wynne, puntando il bastone contro il demone. «Allontanati da lui, vile creatura!»
Il demone non sembrò minimamente turbato dall’arrivo del gruppo: i suoi occhi s’illuminarono per un attimo, e tutti iniziarono ad avvertire una gran sonnolenza.
«Oh, no…» esclamò Melinor, reggendosi con tutte le sue forze al suo bastone.
«Cosa sta succedendo?» chiese debolmente Merevar.
«Mi sento… così stanca…» cadde sulle ginocchia Hawke.
«Resistete! È un demone della pigrizia, se ci addormentiamo saremo tutti… finiti…» tentò di motivarli Wynne; ma nemmeno lei riuscì a tenere gli occhi aperti.
In pochi secondi tutti finirono a terra, privi di sensi.
 
Quando Melinor riaprì gli occhi, vide un tetto di legno sopra di sé. Si mise a sedere stropicciandosi gli occhi. Riconobbe subito l’ambiente: si trovava nell’aravel che condivideva con Merevar e Tamlen. I suoi occhi accarezzarono le pareti del costrutto di legno, con le sue linee identiche a quelle di una barca ma con in più un tetto e le ruote. Si rimise in piedi, confusa, e uscì.
«Finalmente ti sei svegliata. Non è da te dormire fino a tardi, da’len.»
Fuori dall’aravel incontrò la Guardiana Marethari. La stava aspettando con il suo tiepido sorriso sul viso.
«Perdonami, Guardiana. Non so perché ho dormito tanto. Ho fatto un sogno orribile…»
«Oh, davvero? Allora è un bene che tu ti sia finalmente svegliata. Ora vai a fare colazione, potrai raccontare a me e Merril del tuo sogno più tardi, nella foresta. Dobbiamo andare a raccogliere altre erbe, le nostre scorte sono quasi finite.»
Melinor annuì, portandosi immediatamente verso il centro dell’accampamento dov’era allestito il focolare. Proprio lì vide due figure familiari.
«Ecco la nostra sorellina!»
Tamlen le fece segno di avvicinarsi mentre Merevar la salutava con la mano.
«Dormito bene?» le chiese il gemello.
«No, a dire il vero» disse lei sedendosi accanto a loro. «Ho fatto un sogno terribile. Io e te diventavamo Custodi Grigi, lasciando per sempre il clan per andare a combattere contro il Flagello…»
Merevar la guardò con tanto d’occhi. «Davvero? Anch’io ho fatto lo stesso sogno!»
«Non è così strano che voi due abbiate sognato la stessa cosa. Siete gemelli, avete un legame particolare» considerò Tamlen. «E io non c’ero nel vostro sogno? Che ingrati, lasciarmi da parte così!»
«Beh, ecco… tu c’eri, ma…» disse Melinor, mentre una strana sensazione iniziava a opprimerle il petto. «Tu eri morto, Tamlen.»
Merevar non disse nulla, limitandosi a guardare il terreno umido sotto di sé. Tamlen sgranò gli occhi.
«Però… un sogno terribile davvero» sdrammatizzò. Si mise in mezzo ai gemelli e pose le braccia attorno alle spalle di ognuno. «Per fortuna era solo un sogno. E poi, voi due che vi unite a un ordine di umani, lasciando per sempre il clan?» iniziò a ridere di gusto. «Non potrebbe mai succedere una cosa simile!»
«Già, che cosa assurda» si accodò Merevar. «Unirmi agli shemlen… non lo farei mai.»
Melinor rimase in silenzio; qualcosa non andava. Quel sogno l’aveva turbata più del necessario.
 
Trascorse l’intera mattinata nella foresta con la Guardiana e Merril. Mentre raccoglieva le erbe, le sembrò quasi di vedere dei fili di luce emanare dal rompersi dei loro steli. Dev’essere solo un’impressione, si disse.
Una volta tornate all’accampamento, tutto il clan era riunito attorno al fuoco: il pranzo era appena stato servito. Melinor raggiunse i suoi fratelli, come di consueto, e iniziò subito a mangiare.
«Ehi, sei pallida» le disse Tamlen a un tratto, mettendole una mano sulla guancia. Al suo tocco, la stessa sensazione provata durante la colazione si ripresentò: un dolore che sgorgava dal centro del suo petto, un dolore reale e immotivato. Guardò Tamlen negli occhi, e non riuscì a impedire a un velo di lacrime di ricoprirle le iridi. Tamlen si preoccupò per lei. «Melinor, cos’hai? Ti senti male?»
«Tu eri morto» mormorò appena lei.
«Stai ancora rimuginando su quel sogno? Melinor, era soltanto un incubo» si rasserenò allora il fratello maggiore.
«Non lo so… era così reale…»
«Non c’era niente di reale» cercò di calmarla Tamlen. «Sei qui, a casa. Sei una maga, dovresti conoscere bene la differenza fra il mondo reale e quello dei sogni.»
Maga… 
Una serie d’immagini si riaffacciò violentemente alla sua mente. Gli abomini del Circolo, il piccolo Connor, il cadavere di Solona Amell; e infine Flemeth e l’arcidemone. Si portò le mani alla testa, provando una fitta di dolore.
«Melinor, ma che hai?» la prese per le spalle Merevar.
«Questo non è reale» bisbigliò lei.
«Ma che dici?» aggrottò le sopracciglia il gemello. Melinor lo guardò dritto negli occhi.
«Merevar, quello non era un sogno… questo lo è.»
Una lieve ombra rabbuiò le iridi verdi e brillanti del giovane elfo. «Melinor… tu non ti senti bene. Dovresti andare dalla Guardiana.»
«Non c’è nessuna Guardiana!» esclamò lei con le lacrime agli occhi. «Questo è il regno dei sogni, il dominio degli spiriti. E questa è un’illusione creata da un demone!»
«Quello che dici è assurdo» assunse un’aria ostile Merevar.
«No, invece! È inutile che insisti e che ti opponi» cercò di farlo rinsavire lei. «So che preferiresti che questa fosse la realtà, ma non lo è! Prova a pensarci: pensa al dolore per la perdita di Tamlen, e dimmi se non è reale!»
Lesse negli occhi del gemello che aveva colpito nel segno con quelle parole; lui strinse le labbra e non replicò.
«Melinor, ma cosa dici… io sono qui» disse Tamlen, guardandola con preoccupazione.
Melinor lo guardò di rimando, due rivoli salati iniziarono a percorrere le sue guance. «No, non sei qui. Non sei Tamlen. Tamlen è morto.» Si alzò in piedi, e con mani tremanti afferrò il suo bastone. Fra i singhiozzi, lanciò una scarica elettrica sul fratello: le sue grida di dolore la distrussero dentro mentre restava a guardarlo agonizzare e, infine, cadere a terra senza vita.
«Melinor, sei impazzita?» sbottò Merevar, incredulo. Tutto il clan era accorso e aveva gli occhi puntati su di lei.
«Melinor… che cos’hai fatto?»
L’elfa si voltò per guardare Marethari mentre le andava incontro con espressione esterrefatta.
«Ho fatto quello che dovevo. Tutto questo non è reale, non potete più ingannarmi! Questa è un’illusione!» gridò Melinor fra le lacrime.
«Tu stai male, da’len» la guardò con grande preoccupazione Marethari. «Dovresti sapere che le illusioni, una volta distrutte, si dissolvono. Ma il corpo di tuo fratello è ancora lì, ancora caldo!»
«Questo significa solo una cosa» affermò allora la giovane elfa con voce rotta. «Devo eliminarvi tutti per far sì che l’illusione finisca. E se tu non vuoi aiutarmi» lanciò un’occhiata a Merevar «lo farò da sola!»
Evocò rapidamente una barriera protettiva attorno a Merevar. Lui iniziò a dibattersi, prigioniero all’interno. «Melinor, no! Non farlo!»
Ma lei non gli diede ascolto: levò il bastone sopra di sé, evocando una tempesta di fuoco tutt’attorno. Palle di fuoco iniziarono a piovere sui dalish mentre Melinor li guardava bruciare. Piangeva disperatamente a quella vista, anche se sapeva che era soltanto un’illusione: l’ultima cosa che vide fu il corpo carbonizzato della Guardiana, che protendeva una mano verso di lei. Marethari cadde a terra e, nel momento stesso in cui il suo corpo ormai nero si accasciava, tutto scomparve. Non v’era più traccia del clan, degli aravel, della foresta… erano rimasti solo lei e Merevar, in un luogo ameno e inospitale, fatto di strani sentieri intricati scavati nella pietra, con un cielo giallognolo e a tratti verde scuro.
Melinor si lasciò cadere sulle ginocchia, appoggiando entrambe le mani a terra: le lacrime continuavano a cadere una dopo l’altra sul pavimento. La barriera che aveva tenuto al sicuro Merevar si dissolse; l’elfo, frastornato, camminò verso la sorella.
«Allora era vero… non era reale» mormorò. «Scusami, io… avrei dovuto crederti. Avrei dovuto aiutarti.»
S’inginocchiò accanto a lei e si abbracciarono: avevano appena perso il clan, di nuovo. E come se non bastasse, Melinor aveva dovuto ucciderli con le sue stesse mani mentre Merevar assisteva alle loro morti come un muto testimone. Anche se era stata un’illusione, il dolore nei loro cuori era reale.
 
Quando Melinor si fu finalmente ripresa, iniziarono a camminare.
«E così è questo l’Aldilà» mormorò Merevar.
«Non esattamente; questo è il Velo. Una dimensione intermedia che separa il nostro mondo dall’Aldilà vero e proprio.»
«Ed è qui che finiamo quando sogniamo?»
Melinor annuì, guardandosi attorno con attenzione. «Dobbiamo essere prudenti. Ci sono molti spiriti nel Velo. E dobbiamo anche sbrigarci a trovare il demone che ci ha intrappolati qui, se vogliamo uscirne vivi.»
«Perché ci ha mandati in questa dimensione?» chiese Merevar, anche se non era certo di voler sentire la risposta.
«Perché è così che fanno i demoni della pigrizia come lui. Addormentano le loro vittime, creano per loro dei sogni in modo che non vogliano più svegliarsi… e nel frattempo succhiano via tutta l’essenza vitale dei sognatori.»
Merevar sgranò gli occhi. «Quindi stiamo ancora dormendo? E come facciamo a svegliarci? Hai distrutto la sua illusione, perché siamo ancora qui?»
«Dobbiamo sconfiggerlo in questa dimensione se vogliamo svegliarci. Ma prima dobbiamo trovare gli altri. Finché continuano a sognare, il demone avrà un sacco di cibo di cui nutrirsi e sarà troppo potente per noi; dobbiamo liberarli dai sogni in cui sono intrappolati e successivamente trovare il demone.»
«Oh, quindi dobbiamo solo trovare altre cinque persone e poi il demone… sarà un gioco da ragazzi» disse Merevar guardando l’infinito labirinto dalla forma indistinta che si stagliava davanti a loro a perdita d’occhio. Le strade si diramavano in ogni direzione, in verticale e in orizzontale, sconfiggendo qualsiasi legge fisica vigente nel mondo reale. Trovare gli altri in quel mondo ingannevole non sarebbe stato affatto semplice.

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