Camminarono per quella che sembrò loro un’eternità, sperduti fra i sentieri identici del Velo. Merevar si sarebbe perso d’animo se non fosse stato per Melinor: lei era già stata in quel luogo, anche se in circostanze molto diverse. Il legame dei maghi con l’Oblio e il Velo era molto forte per via della loro natura magica: solo un mago aveva la capacità, tramite un incanto, di mandare il proprio spirito nel Velo consciamente. Era ciò che avrebbero dovuto fare per salvare Connor, ed era stato parte dell’addestramento di Melinor come Guardiana. Per questo l’elfa sapeva come muoversi attraverso il Velo senza attirare attenzioni indesiderate e senza perdere l’orientamento.
Passò parecchio tempo, ma finalmente intravidero qualcosa in lontananza.
«Guarda» puntò il dito davanti a sé Melinor. Una macchia di vegetazione dall’aria familiare, intervallata da parecchi specchi d’acqua stagnante, apparve innanzi ai loro occhi.
«Sembrano le Selve Korcari» mormorò Merevar.
«Dev’essere il sogno di Morrigan» sorrise Melinor, rincuorata. Senza esitare, i due si inoltrarono fra le Selve.
«Insomma, quante volte te lo devo dire? Lasciami in pace, non cadrò nei tuoi tranelli!»
Una voce conosciuta segnalò ai due elfi che le loro supposizioni erano esatte: videro la capanna di Flemeth, e davanti a essa Morrigan stava discutendo con sua madre. La strega delle Selve si voltò all’udire i passi dei due dalish, e tirò un sospiro di sollievo andando a premere le mani sui fianchi.
«Oh, finalmente siete arrivati! Non ne posso più di questo sciocco demone!»
Merevar strabuzzò gli occhi. «Sai che questa è un’illusione?»
«Ma certo che lo so» brontolò l’altra, strizzando appena gli occhi con aria offesa.
«Allora perché non l’hai distrutta?» chiese Merevar, ancor più interdetto di prima.
«E a che scopo? Sapevo che voi due vi sareste fatti vivi prima o poi, uscire dall’illusione sarebbe stato controproducente. Cos’avrei dovuto fare, mettermi a vagare per il Velo rischiando di non incontrarvi mai più? Hai idea di quanto sia estesa questa dimensione?»
«Sapevi che saremmo arrivati?» non riusciva a raccapezzarsi Merevar. Morrigan gli lanciò l’ennesima occhiata colma di accondiscendenza.
«È naturale. Voi due siete gemelli.»
Stavolta persino Melinor apparve confusa; nel notare la sua espressione, Morrigan dischiuse appena le labbra per la sorpresa. «Oh, quindi nemmeno tu sai» comprese la strega. «I demoni sono intelligenti, ma fino a un certo punto. Non capiscono tutto del nostro mondo, e non capiscono la natura dei gemelli. Voi siete praticamente la stessa persona, dato che siete gemelli identici: siete come un individuo diviso in due. Questo confonde i demoni, perciò siete finiti nello stesso sogno» indovinò, senza che i gemelli le avessero raccontato alcunché. «Quando una persona è intrappolata da sola in un sogno difficilmente riesce ad avvedersene, se non ha ricevuto un’istruzione adeguata; ma in due è più facile. E se una dei due è una maga, ancora meglio.»
«Non ne avevo idea» esclamò Melinor, affascinata. Del resto, Morrigan era la figlia di Flemeth: chissà quale addestramento aveva ricevuto da un’entità del calibro di quella che i dalish conoscevano come Asha’bellanar, la “donna dai molti anni”. «Quindi sei rimasta qui ad aspettarci per evitare che ci disperdessimo nel Velo» aggiunse l’elfa, lasciandosi andare a un sorriso compiaciuto. «Ottimo lavoro, Morrigan.»
Stranamente, anche la ragazza delle Selve sorrise. Incrociò le braccia sul petto con aria gongolante. «Visto? Posso essere difficile, ma in fondo vale la pena avermi attorno.»
Le due rimasero a guardarsi sorridendo a vicenda: c’era stato dell’attrito tra loro dopo l’arrivo a Kinloch Hold, ma il rispetto che nutrivano l’una per l’altra bastò a relegare la cosa nel passato.
«Allora, che si fa?» le fece ritornare con i piedi per terra Merevar.
«Prima di tutto… questo» disse Morrigan, attaccando e abbattendo in pochi istanti il demone che aveva assunto la forma di sua madre. Le selve attorno a loro sparirono. «Non vedevo l’ora di farlo.»
«Ora dobbiamo trovare gli altri, e faremmo meglio a sbrigarci» considerò Melinor, con lo sguardo perso sull’orizzonte. «Sarebbe il caso di dividerci.»
Morrigan alzò un sopracciglio. «Ottimo lavoro Morrigan, hai fatto davvero bene ad aspettarci» imitò la voce dell’elfa. «Tutto questo per non rischiare di disperderci, e ora vuoi che ci dividiamo?»
«Dobbiamo ottimizzare i tempi. E c’è un modo per segnalarci a vicenda la nostra posizione anche da molto lontano; siamo due maghe, e conosciamo entrambe il Velo. Ce la caveremo. Ogni volta che troviamo qualcuno, lanceremo questo segnale nel cielo.» Melinor agitò il bastone, e una scia di luce dorata si proiettò nel cielo, fino a scoppiare producendo un gran bagliore. «Questo è il modo con cui io e la Guardiana ci lanciavamo segnali durante il mio addestramento nel Velo. Lo lanceremo ogni volta che troveremo uno degli altri, così al quarto segnale sapremo che tutti sono stati ritrovati; l’ultima di noi a lanciare il segnale attenderà che gli altri la raggiungano. Poi andremo a cercare il demone tutti insieme.»
Morrigan annuì con espressione interessata. «Mi sembra un ottimo piano. Speriamo solo che Hawke e quella vecchia non se ne stiano andando a zonzo per il Velo… anche se ne dubito. Hawke è giovane e, anche se è molto abile, non ha molta conoscenza arcana. E l’altra» aggiunse, con un sorrisetto di scherno «è stata istruita dal Circolo… dubito che vengano insegnate loro conoscenze antiche come quelle dei dalish o di mia madre. Probabilmente sono entrambe ancora intrappolate nei loro sogni.»
«Spero tu abbia ragione» sospirò Melinor, leggermente preoccupata. «Allora procediamo così. Merevar, tu vai con Morrigan.»
Merevar fece per aprir bocca, ma Morrigan lo precedette. «Così mi spezzi il cuore, Melinor dei dalish. Ancora non ti fidi di me?»
Melinor non poté evitare di sfoggiare un sorrisetto. «Mi fido di te, ma ho imparato a conoscerti. Se dovessi trovare Alistair o Wynne potresti anche lasciarli lì finché il demone non se li sarà mangiati del tutto.»
Sorprendentemente, Morrigan prese a ridere di gusto. «Oh, questa sì che sarebbe un’idea magnifica. Mi conosci davvero, Melinor» commentò, ricomponendosi. «E va bene, Merevar. Andiamo da questa parte» decretò, prendendo a camminare giù per un sentiero che scendeva verso il basso.
«Tienila d’occhio» bisbigliò Melinor al fratello, il quale le fece l’occhiolino in risposta.
«Tu fai attenzione.»
Melinor annuì, e si voltò per proseguire nella direzione opposta a quella presa da Morrigan. Merevar restò a guardare la sorella per qualche istante, e poi si affrettò a raggiungere la strega.
«Allora, Merevar» gli parlò la ragazza una volta che le fu accanto. «Non so cosa pensi di quella vecchia maga, ma credo di non sbagliare se dico che lasciare qui Alistair non ti dispiacerebbe affatto» disse, lanciandogli un’occhiata malandrina di sbieco. Merevar si trovò suo malgrado a ridacchiare.
«Sì, ammetto che è un’idea allettante… ma Melinor mi ucciderebbe.»
«Oh, ma non è necessario che sappia la verità… potremmo dirle che è stato un incidente, a te crederà» propose la strega, con un sorriso sempre più divertito.
«Lo scoprirebbe, fidati» sospirò l’elfo. Morrigan rimase a studiarlo per diversi istanti.
«Io credo che in fondo lui ti piaccia» decise la strega. «Affermi di odiare gli umani, e probabilmente è così; ma non lui. Se davvero lo odiassi, gli avresti già tagliato la gola nel sonno visto come si sta appiccicando a tua sorella.»
Merevar mantenne lo sguardo fisso di fronte a sé, ma irrigidì le spalle; Morrigan se ne accorse, e il suo ghigno si allargò mentre l’elfo si accingeva a parlare.
«Lui non mi piace, ma è un tipo a posto. Anche se è un po’ scemo. E per quanto riguarda Melinor, non c’è pericolo; lei è troppo intelligente per infatuarsi di uno come lui.»
Morrigan diede un colpetto di sopracciglia verso l’alto. «Melinor vede sempre il lato migliore nelle persone, e cerca di lavorare su quello. Deve aver visto qualcosa di buono persino in me, altrimenti non riuscirebbe a sopportarmi come ha dimostrato di saper fare. Credi davvero che non riuscirebbe a trovare qualcosa di speciale in Alistair?»
Seguì una pausa, in cui la mandibola di Merevar prese a tirarsi in maniera evidente. Morrigan distolse allora lo sguardo da lui, concludendo quella conversazione. «Io dico che faresti meglio a intervenire il prima possibile, se vuoi separarli. Ma per ora abbiamo altro di cui preoccuparci; sembra che abbiamo trovato qualcun altro.»
A quelle parole, Merevar rialzò lo sguardo sulla strega e seguì la direzione suggerita dalle sue iridi gialle: scorse in lontananza un paesaggio già visto in precedenza.
«È Lothering…»
Morrigan annuì alle parole dell’elfo. «A quanto pare abbiamo trovato Hawke.»

Nel frattempo, Melinor vagava solitaria. Sentiva su di sé gli occhi incorporei degli spiriti, ma i suoi pensieri erano assorbiti da tutt’altro. Non riusciva a togliersi dalla mente l’illusione che aveva dovuto dissipare con le sue stesse mani. Da quando lei e Merevar erano partiti per Ostagar, non aveva mai fatto davvero i conti con le proprie emozioni: sapeva di non poterselo permettere, non con un Flagello in vista. Aveva scelto di accantonarle momentaneamente, per restare concentrata sui suoi nuovi compiti da Custode Grigio; ma si era ritrovata con quegli stessi sentimenti rubati da un demone, che li aveva trasformati in un’arma di cui servirsi contro di lei.
Schiacciata a terra dal peso di quei pensieri, non si accorse che il paesaggio attorno a lei era cambiato. Quando rialzò gli occhi si ritrovò in un luogo del tutto nuovo per un’elfa dei boschi come lei: gli unici villaggi che aveva visitato prima d’allora erano stati Lothering e Redcliffe, ma non erano nulla in confronto al luogo che stava vedendo ora. Quella doveva essere una città: le case erano ammassate le une accanto alle altre, si sviluppavano in verticale anche per molti piani, e le persone erano ovunque. Non erano persone vere, naturalmente: sapeva d’essere entrata nel sogno di qualcuno. E ben presto scoprì anche di chi.
«Alistair?»
Vide il Custode intento a giocare con due bambini: rimase a guardarlo a bocca aperta. Si aspettava di trovarlo insieme a Duncan, dato che lo considerava come un padre; ma di lui non c’era traccia. L’ex templare alzò lo sguardo e la notò.
«Melinor!» la chiamò, e le corse incontro con un gran sorriso. «Che bello, sapevo che saresti venuta prima o poi!»
«Ehm… sì…» mugugnò lei, perplessa. Rimase ancor più sorpresa quando il ragazzo la prese per mano con una confidenza sin troppo eccessiva, e la tirò verso la porta di una casa.
«Vieni, mia sorella non vede l’ora di conoscerti!»
«Alistair, aspetta» tentò di dissuaderlo l’elfa; ma in un battibaleno si ritrovò dentro la casa. Una donna sulla trentina si fece avanti con fare amichevole.
«Tu devi essere Melinor» le disse con un sorriso.
«E tu devi essere un demone» ribatté l’elfa senza mezzi termini.
«Melinor, ma cosa dici?» esclamò Alistair, diviso fra la stizza e lo stupore. «Questa è mia sorella Goldanna!»
Melinor lo guardò con tristezza. Il ragazzo non s’era accorto di nulla, proprio come Merevar; toccava a lei, ancora una volta, distruggere quell’illusione.
«Alistair… non ricordi nulla? Non ricordi Duncan?» tentò di far leva sul dolore assopito in lui.
«Duncan? Certo che me lo ricordo, ma ora è a Weisshaupt con gli altri Custodi Grigi. È stato promosso dopo aver sconfitto il Flagello.»
Melinor mantenne lo sguardo fisso nei suoi occhi. Detestava doverlo fare, detestava infliggere ad altri lo stesso dolore che aveva appena sperimentato lei; ma non aveva scelta. «Non è vero, Alistair. Duncan è morto a Ostagar… e tu lo sai. Questo è solo un sogno.»
Vedendo che il ragazzo continuava a non capire, non perse tempo: prese il suo bastone e attaccò Goldanna. Il demone s’infuriò e tornò alla sua vera forma. «Maledetta dalish, questo non è il tuo sogno! Vattene e lasciaci in pace!»
Alistair rimase a bocca aperta per l’orrore nel vedere la donna tramutarsi in un mostro orribile, ma non perse tempo: si affrettò a estrarre la spada e ad affiancare Melinor. Anche i bambini con cui aveva giocato poco prima si trasformarono e presero ad attaccarli; ma in pochi attimi vennero sconfitti, e l’illusione svanì lasciando spazio ai sentieri del Velo.
«Cos’è successo?» farfugliò Alistair quando tutto si fu acquietato.
«Era un’illusione creata da un demone della pigrizia.»
«Oh, già… quello che ci ha fatto addormentare alla Torre del Circolo… ora ricordo» mormorò il ragazzo a testa bassa.
Melinor si preoccupò per lui, temendo potesse essere sconvolto quanto lo era stata lei poco prima.
«I demoni della pigrizia creano per noi dei sogni, per tenerci intrappolati e nutrirsi della nostra essenza mentre dormiamo. Creano illusioni basate sui nostri ricordi più felici, o sui nostri desideri, come nel tuo caso» gli spiegò. «Probabilmente il tuo desiderio di avere una famiglia lo ha spinto a creare per te una sorella immaginaria…» rimase a guardarlo con aria compassionevole. «Mi dispiace.»
Alistair alzò lo sguardo su di lei, con aria seria e incerta. «Ecco, a dire la verità… non era una sorella immaginaria.»
Melinor sgranò gli occhi e dischiuse le labbra, fissandolo con aria interrogativa; al che lui si affrettò a spiegarsi. «So che avevamo detto niente più segreti, ma credimi… questo mi era davvero sfuggito di mente con tutto il trambusto in cui siamo stati coinvolti. E non è nulla che possa metterci in pericolo, fidati. Goldanna non sa nemmeno che esisto. Non appena sono entrato nei Custodi Grigi, Duncan mi ha lasciato fare delle ricerche: volevo saperne di più su mia madre, ma su di lei non ho trovato nulla. Ho scoperto però che prima di me aveva avuto un’altra figlia, che ora vive a Denerim. È sposata e ha due figli.»
«E tu vorresti conoscerla» comprese subito l’elfa, abbozzando un sorriso triste; «per questo il demone ha creato quell’illusione.»
«Già… Goldanna è l’unica parte della mia famiglia non collegata alla stirpe reale. Mi sarebbe piaciuto conoscerla, ma con il Flagello e tutto il resto… chissà se accadrà mai.»
Melinor non disse nulla: rimase a guardarlo, partecipe del suo desiderio di ritrovare la sua vera famiglia. Era un sentimento che lei conosceva bene: non solo perché aveva appena perso il suo clan, anche perché non aveva mai conosciuto i suoi genitori.
«Melinor… i tuoi occhi» esclamò Alistair, avvicinandosi per guardarla meglio. «Sono rossi… tu hai pianto» disse con voce preoccupata, posandole le mani sulle spalle. «Cos’è successo?»
Lei s’irrigidì, riportata alla realtà da quello schiaffo indiscreto. Si sfilò via rapidamente dalle mani di lui, dandogli le spalle. «Non è niente, sto bene.»
Proprio in quell’istante, uno scoppio di luce violacea illuminò il cielo in lontananza.
«E quello cos’è?» si allarmò Alistair.
«È Morrigan» sorrise compiaciuta l’elfa. «Lei e Merevar hanno trovato uno degli altri.»
«Anche gli altri sono qui?»
«Sì, e dobbiamo trovarli il più in fretta possibile» replicò lei, lanciando a sua volta il segnale luminoso nel cielo. «Andiamo, ti spiegherò tutto strada facendo.»

«Suvvia, Hawke… sei una maga, non puoi davvero essere sconvolta per questo. Era solo un’illusione» disse con noncuranza Morrigan, dando all’elfo e alla ragazza le spalle e iniziando a camminare. «Andiamo; anche Melinor ha trovato qualcuno. Mancano solo due persone da recuperare.»
Mentre Morrigan si rimetteva in marcia, Merevar sbirciò Hawke di sottecchi: la ragazza era visibilmente tesa, le mani le tremavano impercettibilmente. Proprio come lui e Melinor, aveva dovuto eliminare la sua famiglia. Hawke sapeva che non era reale, ciononostante l’aver assistito alla loro morte l’aveva scossa parecchio. Il demonesi dimostrò un maestro nello scegliere le illusioni giuste.
Merevar ripensò alla reazione disperata di Melinor mentre osservava Hawke; pensò che, se fosse stata sola, probabilmente anche l’umana sarebbe scoppiata in lacrime. Ma si stava trattenendo, mantenendo a fatica una facciata forte e indifferente.
«Non dar retta a Morrigan, lei non ha battuto ciglio quando ha eliminato l’illusione di sua madre. Melinor invece ha pianto.»
Hawke lo guardò colma di sorpresa. «Melinor? Sul serio?»
Lui annuì. «La nostra illusione non era poi molto diversa dalla tua» restò sul vago. «Melinor non si lascia mai sopraffare dalle emozioni, ma questo è stato troppo perfino per lei. Quindi non preoccuparti, è normale sentirsi così.»
Hawke rimase a guardarlo con meraviglia; non ne era sicura, ma sembrava che l’elfo stesse cercando di farla sentire meglio. «Grazie» gli disse; ma lui non rispose. Si limitò a un gesto della mano, per poi proseguire in silenzio.

Dopo Hawke fu il turno di Wynne, imprigionata in un’illusione che la vedeva all’interno della Torre del Circolo, circondata dai cadaveri di tutti i suoi ex compagni maghi; la donna era impotente, si sentiva responsabile per la loro morte. Ma le aspre parole di Morrigan servirono a darle una bella svegliata.
Melinor e Alistair, dall’altra parte del Velo, trovarono Leliana: ma il suo sogno non si rivelò un bel ricordo. Era intrappolata in un incubo: la trovarono in una stanza delle torture dell’Orlais, dov’era stata vittima di molteplici abusi. Non appena l’ebbero aiutata a uscire da quell’illusione, Leliana si mostrò fortemente imbarazzata e pregò entrambi di non farne parola con nessuno.
Il gruppo si riunì infine grazie all’ultimo segnale lanciato da Melinor; restava da rintracciare soltanto il demone.
Procedevano a stento, ognuno di loro stremato dalle prove emotive a cui il demone aveva sottoposto le loro anime. Camminarono per ore senza trovare nulla, e stavano per arrendersi; ma poi qualcosa accadde.
«Wynne.»
Una timida e debole voce chiamò la maga da dietro una roccia: una figura ormai quasi trasparente fece capolino.
«Niall, sei davvero tu?» lo riconobbe l’anziana, andandogli incontro. «Oh, Niall…» si portò una mano alla bocca: non restava più molto di lui ormai. Il suo spirito era quasi del tutto scomparso.
«Ormai non mi resta molto da vivere, Wynne… il demone si è nutrito di me per giorni. Ma tu puoi ancora farcela» le disse lo spirito con voce flebile e distante. «Insieme a queste persone puoi riuscire a sconfiggerlo. Poi, quando tornerai, prendi la Litania di Adralla dal mio corpo: è infilata nella mia cintura. Il demone non sa cos’è, e non l’ha presa.»
«Lo farò, Niall; il tuo sacrificio non sarà stato invano, te lo prometto» sussurrò la donna con un triste luccichio negli occhi. «Stiamo cercando il demone da ore ormai; sai dove si trova?»
Lo spettro di Niall puntò il dito su un sentiero che scendeva verso il basso, verso il cuore del Velo; poi svanì in uno sbuffo di fumo.
Il gruppo seguì la direzione indicata da quello che un tempo era stato il mago Niall, e non passò molto tempo prima che trovassero il loro nemico.
«E così siete riusciti a liberarvi» gracchiò il demone con tono annoiato; il suo corpo deforme e ricurvo era immobile al centro di uno spazio tondeggiante, sospeso nel vuoto. «Eppure credevo di aver letto per bene nei vostri cuori… credevo di aver scoperto i vostri punti deboli.»
Una palla di fuoco e un pugnale volarono immediatamente nella sua direzione. Tutti guardarono con stupore i gemelli: più che altro era Melinor ad attirare su di sé gli sguardi più straniti. Chiunque si sarebbe aspettato una reazione violenta da Merevar, ma non da lei.
«Ora pagherai per quello che ci hai fatto» ringhiò l’elfa fuori di sé, le nocche delle dita sbiancate attorno al bastone. «Muori, demone! Bellanaris din’an heem¹!»
Senza attendere nemmeno un istante, Melinor prese ad attaccare con tutto ciò che aveva: l’espressione sul suo viso era distorta da una rabbia accecante, e il viso di suo fratello era identico al suo mentre si lanciava sul demone senza pietà, rapido come un’ombra. Il supporto degli altri non tardò ad arrivare: ognuno di loro aveva un motivo per infierire sul demone.
Il luogo s’impregnò d’ogni cosa: magia, ombra, sangue, sudore. Fu un duro scontro, e il demone della pigrizia non fu un avversario da poco. Dovettero dar fondo a tutte le loro energie, ma alla fine lo videro cadere a terra: non più la terra secca e crepata dei sentieri del Velo, ma la pietra levigata del pavimento del Circolo.
Non fecero nemmeno in tempo a esultare: caddero a terra tutti insieme, sfiniti fisicamente e mentalmente. Poco più in là giaceva il corpo immobile di Niall, con la pergamena arrotolata che sbucava dalla sua cintura.

 

NOTE:

¹: imprecazione elfica per “muori”.

Pin It on Pinterest

Share This