«Melinor! Melinor!»
L’elfa si sentì scuotere per le spalle con vigorosa delicatezza. Riaprì a fatica gli occhi, ritrovandosi davanti il suo riflesso: Merevar la studiava con aria preoccupata, ma sollevata.
«Mythal’enaste» ringraziò il cielo sussurrando all’orecchio della sorella una benedizione elfica, stringendola a sé. «Sembrava non volessi più svegliarti.»
«È normale. Per un mago un’esperienza simile è molto drenante.»
Le iridi di Melinor volarono oltre la spalla del gemello, alla ricerca della voce che aveva parlato: Wynne le sorrise in modo incoraggiante, ancora seduta a terra. Probabilmente si era svegliata da poco. Hawke era seduta poco più in là, persa in chissà quali pensieri; Morrigan era già in piedi, così come Alistair e Leliana.
I due gemelli si sciolsero finalmente dall’abbraccio: tenendola ancora per le spalle, Merevar guardò la sorella dritta negli occhi. «Come ti senti?»
Lei gli restituì lo sguardo: sapeva bene di non potergli mentire. «Sono solo un po’ stanca» gli disse, certa che avrebbe recepito il messaggio. Difatti lui sospirò con apprensione a labbra serrate; ma la lasciò andare, aiutandola a rimettersi in piedi.
«Tieni, Melinor; prendi questo» si avvicinò Leliana, porgendole una fiala di lyrium. «Ti aiuterà a recuperare un po’ d’energia.»
L’elfa accettò di buon grado; mentre tracannava la pozione, Wynne si alzò e si diresse verso il corpo di Niall. Con molta delicatezza si accucciò su di lui e scostò le sue vesti, finché non trovò ciò che cercava: sfilò la pergamena con la Litania di Adralla dalla sua cintura. Restò a fissare quel giovane corpo immobile alcuni istanti: infine, con una mano, gli chiuse delicatamente gli occhi.
«Faremmo meglio ad andare; non sappiamo quanto a lungo siamo rimasti privi di sensi» ruppe il silenzio, rialzandosi. Indicò una porta sul lato est della sala. «Oltre quella soglia c’è una piccola anticamera che porta alla sala del Tormento. Uldred dev’essere per forza lì.»
«Facciamola finita» prese in mano la situazione Melinor, raccogliendo da terra il suo bastone e dirigendosi verso la porta. Si fermò nel passare accanto al cadavere del demone della pigrizia: le sue iridi s’accesero debolmente d’una rabbia bruciante. Ma un braccio andò a cingere le sue spalle.
«Andiamo» la trascinò via Merevar; gli altri li seguirono senza una parola fino alla porta.
L’aprirono con grande prudenza: subito un bagliore colpì le loro pupille, facendole ritirare.
«Ma cosa…» esclamò Merevar, portando una mano davanti agli occhi. Una volta abituatosi a quella luminosità, mise a fuoco la stanza. «Un templare?»
«Cullen?»
Wynne superò i due dalish, entrando nell’anticamera senza esitare: una barriera magica teneva prigioniero un ragazzo dai capelli chiari, inginocchiato e intento a pregare. Quando si avvide della loro presenza, si alzò di scatto e si allontanò il più possibile.
«Andate via, demoni! Non riuscirete a ingannarmi!»
«Oh, povero Cullen… cosa ti hanno fatto?» aggrottò le sopracciglia Wynne.
«È stato torturato, e privato di cibo e acqua; è evidente, riconosco i segni» disse Leliana, addolorata; Melinor le lanciò uno sguardo indagatore, osservandola mentre sfilava una borraccia dalla cintura per dirigersi poi verso il prigioniero. «Tieni, bevi un po’…»
«Stai lontana da me!» gridò l’altro con gli occhi fuori dalle orbite; si tappò le orecchie con le mani e chiuse gli occhi, ricominciando a pregare. Dopo alcuni istanti risollevò le palpebre: sembrava sconsolato. «Siete ancora qui! Non capisco, con tutte le altre illusioni ha funzionato!»
«Noi non siamo illusioni, Cullen; siamo reali» gli disse Wynne. «Greagoir ha inviato questi Custodi Grigi all’interno della torre per salvare il Primo Incantatore Irving e i maghi sopravvissuti.»
«Salvare?» esclamò con rabbia il giovane templare. «Voi maghi dovete morire tutti! Non possiamo lasciare in vita nessuno, non dopo questo! Siete tutti corrotti, siete… siete creature del male!»
«Ehi, falla finita!» si fece avanti Hawke. «Non tutti i maghi sono malvagi come quelli che hanno scatenato questo pandemonio!»
«Ma siete tutti corruttibili!» non demorse il ragazzo. «Io ho visto, ho sentito ogni cosa… le urla che provenivano da quella stanza!» disse con voce tremante, sbirciando in direzione della porta che conduceva alla sala del Tormento. «Uldred li ha presi e li ha convertiti tutti, uno dopo l’altro! È entrato con le sue viscide pratiche magiche nelle loro menti, e alla fine hanno ceduto tutti! Tutti voi maghi siete fragili, impotenti se messi di fronte alle lusinghe dei demoni! Siete un pericolo per la società, dobbiamo eliminarvi tutti!»
Hawke fece per replicare, ma Wynne le si parò davanti e le parlò a voce bassa. «Non dar retta a ciò che dice, è evidentemente traumatizzato. È sempre stato un ragazzo gentile con tutti i maghi della Torre.»
«Ah, davvero? Perché a sentirlo ora non si direbbe proprio» bisbigliò Hawke in risposta, lanciando un’occhiataccia al templare che la guardava torvo di rimando. Wynne le rivolse un sorriso gentile e malinconico.
«Sì, dico sul serio. Era innamorato di tua cugina, sai?»
L’espressione di Hawke cambiò completamente, perdendo ogni traccia di avversione. «Davvero? Stavano insieme?»
«Avrebbero voluto; ma non potevano, come puoi ben immaginare» disse Wynne, con una punta forse eccessiva d’amarezza. «Non so fino a che punto si fosse spinta la loro relazione, ma era ovvio per tutti che c’era qualcosa fra loro. Gli sguardi che si lanciavano ogni volta che si incrociavano erano molto eloquenti.» Fece una pausa, mentre Hawke fissava il templare che ora dava loro le spalle. «Posso dirti che lui era sinceramente innamorato di Solona. Per arrivare a dire cose del genere sui maghi, sapendo che la sua amata era una di noi… deve aver patito torture atroci.»
Wynne si voltò verso il templare. «Cullen, ora dobbiamo affrontare Uldred. Poi torneremo qui a liberarti.»
«Non vi conviene» brontolò l’altro, lanciando scintille con gli occhi. «Se vi avvicinate a me giuro che vi ucciderò con le mie mani.»
Wynne sospirò, incapace di fargli una colpa per ciò che andava dicendo. Fece un cenno agli altri, che la seguirono in silenzio. Si fecero coraggio e aprirono la porta.

Ciò che trovarono dall’altro lato li sconvolse: la grande sala circolare grondava di sangue. I cadaveri di tutti i maghi che si erano rifiutati di collaborare con Uldred erano stati appesi alle pareti, dilaniati e sventrati; un manipolo di abomini si aggirava per la sala, e gruppetti di maghi legati erano sparsi qui e là, lontani gli uni dagli altri. Una figura familiare a Wynne e Melinor era al centro della stanza, in attesa.
«Oh, ma che sorpresa… Wynne» sogghignò Uldred. Poi spostò l’attenzione sull’elfa accanto a lei. «E la Guardiana dalish dei Custodi Grigi. Questo sì che è un colpo di scena. Siete venute per unirvi al mio esercito?»
«Esercito? Di che diamine stai parlando, Uldred?» esclamò Wynne, furiosa.
«Di questo capolavoro, ovviamente!» disse il mago allargando le braccia. «Noi maghi dovremmo imparare ad abbracciare il nostro vero potenziale, invece di limitarci a studiare banali incantesimi su tomi polverosi. Siamo esseri superiori ai comuni mortali, potremmo essere invincibili se solo accogliessimo i doni degli spiriti!»
«Dei demoni, vorrai dire» lo corresse Wynne. «Perché hai fatto tutto questo, Uldred? Sei sempre stato molto ambizioso, ma questo è troppo persino per te!»
«Ho visto un’opportunità e l’ho colta. A Ostagar ho conversato a lungo con Loghain: anche lui si è rivelato un uomo ambizioso, disposto a tutto per il potere. Mi ha promesso il suo sostegno, se fossi riuscito a rovesciare il Circolo: sapeva che Irving non avrebbe mai approvato le sue azioni, così ha puntato tutto su di me.»
Tutti rimasero scioccati: Loghain era in combutta con Uldred? La cosa aveva dell’incredibile. Si era spinto oltre qualsiasi limite nella sua folle corsa al potere.
«Gli hai detto che sei un mago del sangue, Uldred?» insinuò allora Wynne. «Dubito che avrebbe voluto il tuo appoggio, se l’avesse saputo.»
L’uomo rise sguaiatamente. «Ma io non sono più un semplice mago del sangue, Wynne. Sono molto di più. E tu, mia cara, mi seguirai presto: non potrai opporti» disse mentre il suo corpo mutava: s’ingigantì, diventando enorme e mostruoso, il viso che s’allungava in un paio di mastodontiche fauci sotto gli occhi allibiti di tutti. Le maghe presenti e Alistair seppero immediatamente cos’era: era un demone della superbia, la specie in cima alla gerarchia demoniaca. «Cederete tutti: tu, la Custode, i maghi… e persino il Primo Incantatore Irving.»
Gli occhi di Wynne saettarono dall’altro lato della sala, dove Irving era legato e imbavagliato. Vedendolo ancora vivo e sano di mente, si sentì rincuorata. «Non hai alcun potere su di noi, Uldred» affermò a gran voce, sfilando la Litania di Adralla dalla tasca della gonna. Si voltò verso il gruppo alle sue spalle. «Io reciterò la Litania: voi dovrete coprirmi e combattere Uldred. Se mi fermo anche solo un istante, potrebbe ammaliarci e spezzare la nostra volontà.»
Gli altri annuirono. Proprio mentre Uldred si accingeva a evocare la magia del sangue, Wynne srotolò la pergamena e iniziò a recitare a gran voce la formula in essa contenuta.
Approfittando dell’attimo di smarrimento del demone Uldred, Melinor lanciò una barriera protettiva attorno a Wynne; non appena il demone si rese conto di ciò che stava accadendo, ruggì in preda all’ira.
«Non riuscirete comunque a sconfiggermi, piccoli insignificanti esseri mortali!» gridò con voce disumana. Subito gli abomini si scagliarono sul gruppo, che fu costretto a rispondere prontamente. Eliminare quelli non sarebbe stato difficile, se non fosse stato per l’intralcio che Uldred provocava loro: mentre gli abomini attaccavano, faceva piovere su di loro palle d’energia elettrica, costringendoli a schivare e interrompere i loro attacchi. La cosa andò avanti per un po’, mentre ognuno di loro era intento a combattere contro uno o più abomini.
«Ci prenderà per sfinimento!» gridò Alistair, respingendo a fatica gli artigli di un abominio. «Dobbiamo fare qualcosa!»
Quasi fosse stato il caso a guidarla, Hawke incrociò lo sguardo di Wynne: la donna non poteva interrompere la Litania, ma guidò lo sguardo della ragazza con il suo fino a portarlo sul Primo Incantatore Irving. Hawke tornò a cercare gli occhi dell’anziana, in cerca d’una conferma; e la trovò.
Corse fra Alistair e Merevar, che combattevano praticamente schiena contro schiena.
«Pensate voi a lui!» gridò loro, mentre l’abominio con cui stava combattendo le correva dietro.
«Ma che fai?» le gridò di rimando Merevar, adirato; ma fu lesto ad azzoppare l’inseguitore al suo passaggio, attirando la sua ira su di sé.
Hawke volò dall’altra parte del salone, precipitandosi sul bavaglio e sulle funi che tenevano immobilizzato l’uomo. Non appena ebbe la bocca libera, l’uomo parlò debolmente.
«Dietro di te!»
Uldred era ormai a un passo da Hawke: stava per afferrarla con la sua gigantesca mano artigliata, ma una roccia lo colpì in pieno. Il demone si voltò con calma, come se gli fosse appena stata lanciata un’innocua palla di carta: Wynne, l’unica ad aver mantenuto l’attenzione su Hawke, aveva interrotto la Litania per salvarla. Uldred ghignò in maniera diabolica, scoprendo le aguzze file di denti che emergevano dalle sue gengive. Alzò entrambe le mani con i palmi verso l’alto, finalmente libero di usare la magia del sangue.
«Accettate il dono che vi offro?»
Subito tutti i maghi presenti sentirono una fitta cortina di nebbia cadere sulle loro menti, e crollarono tutti sulle ginocchia provando un unico desiderio: accettare quella proposta. Ogni tentativo di resistere fu vano, bloccato sul nascere; ormai erano tutti sotto lo scacco di Uldred.

Bah, non ci posso credere. Mia figlia, caduta vittima di un demone della superbia qualunque… pensavo d’averti istruita meglio di così.
Una luce squarciò le nebbie che minacciavano di divorare Morrigan: tutto riprese una forma, seppur vaga, nella sua mente. Davanti a lei stava sua madre, Flemeth. Morrigan incrociò le braccia sul petto.
Un’altra illusione, eh? pensò; ma in quel luogo pensare e parlare si equivalevano.
Sì, ma stavolta è tutta opera tua, rise Flemeth, divertita. Sembra che inconsciamente tu veda in me la tua unica guida. 
Flemeth allungò un dito, indicando un punto imprecisato alle spalle della ragazza. Và, ora. Hai del lavoro importante da fare, non scordarlo mai. Non puoi permetterti di fallire.
Improvvisamente Morrigan riprese il controllo della propria mente e del proprio corpo: si sentiva debole, come se tutta la sua magia venisse prosciugata da qualcosa. Accanto a lei vide Alistair, circondato da uno strano alone di luce bluastro: non appena l’alone scomparve, Morrigan sentì la sua magia tornare a scorrerle dentro.
«Che stai facendo? Tieni i tuoi poteri da templare lontani da me» sbottò la strega, alzandosi in piedi.
«Smettila di fare la bisbetica, e fai qualcosa!» esclamò Alistair. Merevar e Leliana erano rimasti soli a combattere contro i pochi abomini rimasti. «Non sono riuscito a dissolvere gli effetti dei poteri di Uldred sugli altri, non sono abbastanza forte. Prendi la Litania e recitala prima che li trasformi tutti in abomini, sei l’unica maga non soggiogata! Solo tu puoi farlo!»
Morrigan si guardò attorno rapidamente: vide Melinor, Wynne, Hawke, e tutti i maghi del Circolo con gli occhi rivoltati all’indietro. Non perse un istante: corse da Wynne, le strappò di mano la pergamena e prese a recitare la Litania di Adralla.
Uldred sentì i suoi poteri prosciugarsi, come strozzati: i maghi ripresero pian piano il controllo, scivolandogli via come sabbia fra le mani. Si voltò, alla ricerca del responsabile: individuò subito Morrigan.
«No!» ruggì rabbioso, correndo verso di lei; ma una sfera protettiva di luce azzurra comparve attorno alla strega. Uldred si voltò di nuovo, e vide Melinor con il bastone illuminato; ansimava per lo sforzo e per lo shock appena subito.
«Non ci sconfiggerai, Uldred!»
L’essere mostruoso guardò Wynne, pronta ad affrontarlo; nel frattempo, Merevar e Leliana si erano disfatti con fatica degli ultimi abomini.
Tutti si lanciarono sul demone della superbia, attaccando con tutte le forze che rimanevano in loro. Lo scontro era feroce, piovevano sangue e sudore tutt’attorno. La voce di Morrigan riecheggiava nella sala come una tetra melodia. In quel caos nessuno udì il clangore di una fiala di lyrium che cadde vuota poco più in là.
«Al riparo, tutti!»
Il gruppo in combattimento si voltò: il Primo Incantatore era in piedi, le sue forze ristabilite, con Hawke alle spalle. Il suo bastone riccamente intarsiato era circondato da serpenti di luce, pronti a partire al suo comando. Wynne sorrise, piena di speranza; poi gridò a sua volta.
«Accanto alle pareti, forza!»
Tutti si allontanarono all’istante: Morrigan dissolse la barriera protettiva di Melinor con un movimento del bastone, senza mai smettere di recitare la Litania, e corse via con gli altri.
Ciò che seguì fu rapido e spettacolare: l’incanto di Irving partì come una stella cometa, evocando una gabbia d’energia attorno a Uldred. Immediatamente, all’interno della gabbia, presero a generarsi delle scariche magiche che si abbatterono senza tregua sul demone imprigionato, facendolo gridare di dolore. Irving continuò a invocare il potere per diversi minuti, indebolendo notevolmente Uldred: tutti rimasero a guardare a bocca aperta il Primo Incantatore mentre muoveva con grazia il suo bastone, dirigendo la sua magia con sapienza e accortezza. Ma le torture subite erano state troppe, e nemmeno un’intera fiala di lyrium poteva bastare a riportarlo alla sua massima potenza: esaurì presto le forze, e la gabbia attorno a Uldred si dissolse. Il demone, stremato, cadde a terra.
«Presto, finitelo!» esclamò debolmente Irving.
Merevar non si fece pregare: schizzò in avanti come una scheggia proprio mentre Uldred, ancora intontito, si accingeva a rimettersi in piedi. «Alistair!»
«Ci sono» replicò l’altro, lasciando cadere lo scudo mentre correva dietro all’elfo brandendo la spada con entrambe le mani.
Merevar, agile come soltanto gli elfi sapevano essere, balzò sulla schiena dell’enorme creatura, fino a sedersi a cavalcioni del suo enorme collo. Con mira sicura, cinse l’enorme testa da dietro con le braccia e conficcò i suoi pugnali negli occhi di Uldred. Quello gridò di dolore; lasciò ciondolare la testa all’indietro, Merevar che ciondolava a testa in giù attaccato saldamente con le gambe alle sue spalle. Alistair arrivò in un lampo e gli diede il colpo di grazia: ficcò la spada fino all’elsa dritta nel suo cuore.
Un ultimo grido si levò dalle fauci spalancate di colui che un tempo era stato Uldred : dopodiché il suo corpo esplose in mille pezzi.
Gli schizzi finirono ovunque tutti i sopravvissuti, appiattiti contro le pareti, vennero colpiti dall’esplosione. Merevar e Alistair, tuttavia, vennero ricoperti dalla testa ai piedi dai resti del demone: un misto di carne e sangue ridotti a una poltiglia gelatinosa. L’elfo si passò una mano sugli occhi, liberandoli da quella schifezza: scosse poi la mano con fare disgustato per gettare a terra il grumo molliccio, lanciando un’occhiata ad Alistair. Nel vederlo interamente ricoperto di robaccia si sentì male, poiché realizzò che erano entrambi nelle stesse disgustose condizioni; l’ex templare si passò una mano sulla bocca, per essere certo di non ingurgitare nulla parlando. Poi guardò l’elfo.
«Se non altro è finita bene», fece del sarcasmo.
 

I templari sussultarono all’udire tre colpi decisi sulla porta sigillata alle loro spalle. Rimasero a guardarsi in silenzio l’un l’altro, mentre il comandante Greagoir si avvicinava.
«Aprite!» parlò una voce maschile alquanto seccata. Non riconoscendola, Greagoir si mise sull’attenti.
«Identificatevi!»
«Chi vuoi che sia, ci hai mandati tu oltre questa dannata porta!» rispose la stessa voce seccata di poco prima.
«Aprici, Greagoir. I Custodi Grigi hanno salvato il Circolo.»
Il comandante sobbalzò nel riconoscere la voce di Irving. «Come faccio a sapere che sei davvero tu, Irving? Potresti essere posseduto…»
«Oh, andiamo Greagoir! Finiscila con queste assurdità e apri questa porta!»
Stavolta la voce a parlare apparteneva a una donna: il comandante dei templari riconobbe l’autentico, inconfondibile fervore di Wynne, e fece segno ai suoi uomini di aprire con cautela le porte.
Quando si ritrovarono il gruppo davanti, i templari si lasciarono andare alle più svariate esclamazioni: chi di disgusto, chi di stupore, chi d’ammirazione. Merevar e Alistair, sudici dalla testa ai piedi, passarono per primi; nel farlo, l’elfo lanciò un’occhiataccia a uno dei due templari posti ai lati della porta. L’uomo stava guardando i due guerrieri con sommo raccapriccio.
«Che c’è? Hai paura di sporcarti?» gli disse, scuotendo un braccio nella sua direzione; un po’ di Uldred finì addosso al templare, che sobbalzò per l’orrore. «E voi sareste dei guerrieri? Bah» lo oltrepassò Merevar, indignato; Alistair ridacchiava al suo fianco.
«Irving… non posso crederci, sei davvero tu… e sei vivo» mormorò Greagoir vedendosi venire incontro il Primo Incantatore.
«Per un soffio; devo la mia vita al coraggio di Wynne e di questi Custodi Grigi» replicò il mago con voce stanca.
«Cos’è successo là dentro?» chiese il comandante.
Fu così che apprese ogni cosa su Uldred, su come aveva formato per mesi giovani maghi del sangue, e su come aveva cospirato con Loghain per prendere possesso del Circolo dei Maghi. Alla fine del racconto, Greagoir era esterrefatto.
«Non so come sarebbe finita se voi non foste arrivati» Irving si rivolse ai Custodi. «Siete arrivati con un tempismo incredibile, una vera benedizione dal cielo. Non so come ringraziarvi.»
«In tutta onestà, signore… non ci siamo lanciati in questa impresa di salvataggio spinti soltanto dal buon cuore» si affrettò a precisare Melinor. «Siamo venuti fin qui per usare i trattati in nostro possesso: abbiamo bisogno dell’aiuto del Circolo contro il Flagello.»
«Naturalmente» asserì l’uomo, con espressione solenne. «Non solo combatteremo al vostro fianco contro il Flagello, ma anche contro Loghain. Quel che ha fatto è davvero ignobile, e il Circolo dei Maghi testimonierà in vostro favore.»
Melinor annuì, sorridendo debolmente; si strinsero la mano per suggellare l’accordo.
«Aspettate!»
Una figura familiare fece irruzione nel salone d’ingresso.
«Rutherford! Sei vivo!» esclamò Greagoir, riconoscendo Cullen; fece per andargli incontro, ma il templare non gliene diede il tempo e avanzò a passi decisi.
«Non potete lasciarli vivere, comandante! Sono pericolosi, sono stati infettati! Potrebbero essere posseduti!»
«Calmati, Rutherford. Irving sostiene che il pericolo è superato» disse con calma Greagoir.
«Mente, lui mente! È tutto un inganno, una finzione!» continuò a farneticare Cullen in preda alla frenesia.
«Abbassa subito i toni, Rutherford» lo ammonì l’altro, scoccandogli un’occhiata minacciosa. «Comprendo la tua situazione, non dev’essere stato facile sopravvivere là dentro per due giorni. Ma se Irving fosse posseduto, non credi che ci avrebbe già soggiogati tutti? E poi me ne sarei accorto, non pensi?»
«Nessuno si è accorto di Uldred!»
«Sì, invece; avevamo dei sospetti! Ma non avevamo prove sufficienti per agire contro di lui!» alzò la voce Greagoir. «Abbiamo pagato un caro prezzo per la nostra negligenza; la prossima volta agiremo immediatamente, anche in caso di semplici sospetti.»
Cullen rimase immobile a fissare il suo superiore: all’improvviso sembrò come svuotato, privo di qualsiasi vitalità. Si mise in un angolo, silenzioso e innocuo, con lo sguardo fisso a terra.
Seguì uno scambio verbale fra i tre Custodi e Irving: chiesero al Primo Incantatore di poter accedere alle scorte di lyrium del magazzino, dicendogli tutto su Connor e sulla condizione dell’Arle. Irving si offrì di accompagnarli nei sotterranei per prendere tutto il necessario.
Morrigan chiese a Leliana d’accompagnarla negli alloggi del Primo Incantatore: voleva andare a recuperare ciò che era suo di diritto, e le serviva un’abile scassinatrice in caso il grimorio di Flemeth fosse stato messo sottochiave.
Wynne rimase in disparte a parlare con Greagoir, lasciando Hawke da sola.
La rossa aveva gli occhi puntati su Cullen: lui non se ne accorse, perso in chissà quale inferno personale. Si avvide della sua presenza solamente quando l’ebbe sotto al naso.
«Stai lontana!» gridò alla ragazza, attirando gli sguardi di tutti.
«Calmati» disse lei, cercando di non soccombere al suo temperamento irruento. «Voglio solo parlare.»
«E perché? Per dominare la mia mente con i tuoi malefici?» l’accusò lui, riducendo gli occhi a due fessure.
«Voglio parlarti di Solona Amell.» L’espressione stravolta di lui fu l’unica risposta. «Wynne mi ha detto di voi due.»
Senza alcun preavviso, Cullen afferrò il braccio della ragazza, strattonandola in un angolo appartato. «Non sono cose che ti riguardano» le disse in un sibilo.
«Lei era mia cugina.»
Ancora una volta l’espressione del giovane mutò: l’ostilità sembrò sparire, lasciando i suoi lineamenti più distesi e il suo viso più simile a quello che, probabilmente, Solona aveva imparato ad amare.
«Io… volevo solo chiederti com’era» proseguì Hawke, prendendo a guardarsi le punte degli stivali ormai logori. «Non l’ho mai conosciuta. L’ho vista là dentro, ma era già…»
«Sì, lo so» tagliò corto Cullen, abbassando a sua volta lo sguardo. «Ero lì quando è successo.»
Hawke rialzò lo sguardo su di lui, ed egli prese a parlare.
«Non c’è molto da dire: Solona era… brillante. Una maga talentuosa e dedita, una fedele seguace di Andraste, e una donna eccezionale. Non c’è stato praticamente nulla fra noi, se non un amore mai consumato» ammise con amarezza. «Parlavamo ogni tanto, ma in un Circolo è impossibile nascondersi; non ci siamo mai dichiarati apertamente, ma non era necessario» sospirò. «Non avrei mai dovuto lasciarmi prendere così da una maga. È proibito, e ora so che è per una buona ragione.»
«Ma lei non ha mai ceduto», gli fece notare Hawke. «Lei non ha mai usato la magia del sangue. Se l’amavi, come puoi adesso odiare tutti quelli che sono come lei? Solona ha dimostrato che è possibile resistere al male, questo dovrà pur contare qualcosa per te!»
«Già, ha resistito… e guarda com’è finita» disse il ragazzo con ardore, gli occhi velati suo malgrado. «Non potrò mai dimenticare come… come è finita contro quella libreria, e poi…» s’interruppe. Hawke sentì salire le lacrime agli occhi, e proprio in quell’istante Cullen piantò lo sguardo nel suo con decisione. «Amare Solona Amell è stata la cosa più bella che mi sia mai capitata, anche se era una storia impossibile. Ma poi è diventata la mia maledizione più grande. Se non fosse stato per lei, io mi sarei messo al sicuro qui, con gli altri: invece sono tornato indietro per proteggerla, e ho fallito. Ho dovuto vederla morire in un modo atroce, e poi sono stato preso e torturato per giorni. Amare una maga», concluse con amarezza, «mi ha portato a odiare tutti i maghi. Anche se il ricordo di lei china sui suoi libri sarà sempre dolce, alcune cose sono troppo terribili per poterle dimenticare in nome d’un amore mai sbocciato.»
Dette quelle parole, Cullen girò i tacchi e se ne andò. Hawke rimase sola, il ricordo della cugina senza vita impresso nella sua mente, mentre cercava d’immaginarla seduta in quella stessa biblioteca in cui Cullen si era innamorato di lei.

Pin It on Pinterest

Share This