Tutti furono ben felici di lasciarsi la torre di Kinloch Hold alle spalle. Mentre guadavano il lago, inspirando l’aria fresca e pulita della sera, si sentivano stanchi, provati, ma soprattutto sollevati. Quella terribile parentesi si era chiusa, e poco importava il fatto che presto se ne sarebbero aperte altre.
Solo Morrigan, nonostante avesse in grembo il fagotto contenente il grimorio di Flemeth, sembrava scontenta; la compagna di viaggio che avevano appena acquisito non le andava per niente a genio. Wynne aveva convinto il Primo Incantatore a lasciarla partire con i Custodi.
«Avete detto che il Circolo sosterrà la causa dei Custodi Grigi contro Loghain, Irving. In passato sono stata a corte per svolgere degli incarichi, i nobili mi conoscono; e sono stata anche a Ostagar. Chi meglio di me può testimoniare in vece del Circolo?» aveva argomentato l’anziana.
«È un’offerta molto generosa, Wynne; ma prima di affrontare Loghain dobbiamo radunare tutte le fazioni alleate dei Custodi Grigi, e dobbiamo anche sistemare le cose a Redcliffe…» le aveva fatto notare Melinor. «Potrebbero volerci mesi, e il Circolo dev’essere ricostruito. Hanno bisogno del vostro aiuto qui.»
«Oh, ti assicuro che se la caveranno benissimo anche senza di me. E poi, anche tu hai bisogno di aiuto» aveva aggiunto la donna, rivolgendo all’elfa un sorriso quasi materno. «Hai guidato saggiamente questo gruppo di teste calde finora, ma avere qualcuno che ti dia una mano non può far danno; anche tu hai bisogno di un po’ di tregua, Melinor.»
L’elfa si era lasciata scappare un sorriso riconoscente; Irving aveva ridacchiato e concesso il suo permesso a Wynne. In seguito, Greagoir aveva detto loro di alloggiare presso la locanda in riva al lago, garantendo che avrebbe pensato lui a pagare tutto. Così, una volta calata la sera, tutti si ritrovarono attorno allo stesso tavolo con la pancia piena; ben presto si ritirarono nelle loro stanze, desiderosi di riposo dopo l’estenuante esperienza alla torre.
 

Era quasi mezzanotte, e Alistair si aggirava per la sua stanza. L’adrenalina accumulata durante il giorno non accennava a scemare, e si ritrovò a guardare fuori dalla finestra. Fu così che si accorse di una figura seduta su un grosso masso in riva al lago. Esitò alcuni istanti, incerto sul da farsi; poi si fece coraggio e lasciò la stanza.
«Melinor» chiamò una volta all’esterno, avvicinandosi alla riva del lago; l’elfa lo sentì, e ancor prima aveva percepito la sua presenza, ma non rispose. «Cosa ci fai qui fuori? Dovresti riposare» aggiunse allora il ragazzo.
«Non mi va di stare rinchiusa là dentro» rispose lei, in poco più d’un mormorio assorto. «E non ho sonno.»
Alistair non ebbe nulla da ridire, dato che lui stesso non riusciva ad addormentarsi. Si portò al fianco di Melinor, che non lo degnò di alcuna attenzione: aveva lo sguardo perso oltre l’orizzonte.
«Posso sedermi?» chiese allora il giovane, indicando la roccia su cui stava seduta l’elfa; lei annuì distrattamente, priva d’espressione.
Rimasero così, in silenzio totale, per diversi minuti: l’unico suono a turbare la quiete della notte era il frusciare delle acque del lago e il canto di una civetta lontana. Alistair si voltò verso Melinor.
«Melinor… che ti succede?» chiese, serio come non era mai stato prima d’allora. All’elfa non servì guardarlo per capire che era sinceramente preoccupato.
«Non è niente, sto bene» rispose con tranquillità.
«No, non è vero» sospirò lui, sconfitto. «È da quando mi hai trovato nel Velo che sei strana. Sono convinto che sia a causa di quel demone della pigrizia.»
Caparbia, l’elfa non replicò: s’irrigidì appena, ma continuò a fissare il lago.
«Melinor, capisco che tu non ti senta a tuo agio a parlarne con me. Ma devi confidarti con qualcuno, non puoi tenerti tutto dentro così. Tu sei sempre la prima a parlare con tutti noi, a prenderti cura di noi quando stiamo male… ma chi si prende cura di te?»
Finalmente l’elfa si decise a guardarlo, e lo fece con rabbia. «Merevar si prende cura di me» ribatté secca.
«Non lo metto in dubbio» si mise subito sulla difensiva il ragazzo, «ma con lui non puoi parlare di certe cose, perché anche lui è coinvolto e ne soffrirebbe… o sbaglio?»
Melinor, colpita nel segno, non seppe che altro dire; si rimise a guardare lo specchio d’acqua con un cipiglio corrucciato. Al che Alistair sospirò di nuovo.
«Confidati con qualcuno, Melinor. Con Leliana, con Hawke… perfino con Morrigan, dato che sei l’unica ad andarci d’accordo. Basta che ti sfoghi». Si alzò in piedi. «Prometti che lo farai?»
Lei alzò lo sguardo su di lui, perplessa. «Perché t’interessa tanto?»
«Beh, tu lo sai… io non ho mai avuto una famiglia» si strinse nelle spalle mentre sfoderava un sorriso disarmante. «L’unica famiglia che ho conosciuto sono stati i Custodi Grigi. Ora tu e Merevar siete gli ultimi rimasti oltre a me, quindi siete la mia famiglia.»
Melinor cambiò espressione: dischiuse appena le labbra, sorpresa e colpita mentre lui riprendeva a fare il buffone come suo solito.
«Certo, Merevar mi detesta e non potrei mai andare da lui e parlargli così», ridacchiò. «Tu sei più tollerante, quindi spero che mi darai ascolto». Rimasero a studiarsi per alcuni istanti; poi lei abbassò lo sguardo sui ciottoli della riva sotto di sé, e lui capì che era tempo di congedarsi. «Io torno dentro. Tu non restare qui fuori ancora a lungo, devi dormire un po’.»
Melinor rimase in ascolto, sentendo i passi di Alistair che si allontanavano.
«Ho dovuto uccidere il mio clan.»
I passi si arrestarono; Alistair si voltò verso l’elfa che gli dava le spalle.
«Mi sono accorta che era un’illusione, e sapevo cosa dovevo fare per uscirne… ma non è stato facile. Merevar non si era accorto di nulla, proprio come te; ho cercato di convincerlo, ma lui non voleva ascoltare. Voleva così tanto che quella fosse la realtà, che ho dovuto imprigionarlo e… e uccidere tutto il clan da sola.»
I passi si avvicinarono nuovamente; ben presto Alistair fu nuovamente seduto sul masso.
«Mi dispiace, Melinor… dev’essere stato terribile.»
«La cosa davvero terribile è il modo in cui questa cosa mi ha destabilizzata» aggiunse Melinor. Ormai il fiume di parole stava per raggiungere la piena, e lei non poteva più fermarlo. Sentiva pungere gli occhi, e il petto bruciava di rabbia. «I Guardiani dalish vengono addestrati nella gestione delle proprie emozioni. Dobbiamo saperle riconoscerle, dobbiamo domarle. Dopo aver lasciato il clan, sapevo di dover essere forte… non solo per me, anche per Merevar. Poi c’è stata Ostagar, è stato tutto un disastro dietro l’altro… mi sono trovata circondata da un gruppo improbabile e poco gestibile, e sapevo di non potermi concedere il lusso di crollare. Dovevo accantonare momentaneamente i miei sentimenti per concentrarmi sul Flagello. Ma poi è arrivato quello stupido demone, e ha rovinato tutto» esclamò con rabbia, stringendo i pugni e pressandoli sulle cosce. «Ha tirato fuori tutto quello che avevo messo da parte e me l’ha schiaffato dritto in faccia. E ora che tutta quella sofferenza è stata tirata fuori non posso più ignorarla». Si pressò le mani sul viso, come se quel gesto potesse farle dimenticare tutto. «E hai ragione, non posso dire niente di tutto questo a Merevar. Si sente già responsabile per avermi trascinata in questa storia, io… io non posso fargli questo. Non voglio dargli altri motivi per cui sentirsi in colpa». Sbuffò, lasciando che le mani tornassero a posarsi sulle sue gambe. «Devo riprendermi subito. Altrimenti chissà cosa combinerete voialtri, se nessuno vi tiene bada.»
«Sei davvero incredibile, sai?»
Colta alla sprovvista da quel commento, Melinor si voltò verso Alistair: lo trovò con un sorriso insolito, che mai gli aveva visto addosso prima d’allora. «Nonostante quello che stai attraversando, non ti preoccupi minimamente della tua sofferenza. Ti preoccupi per gli altri, invece». Ridacchiò, tornando a essere lo stesso di sempre. «Se fossi al tuo posto io starei a piangermi addosso tutto il giorno, incapace di pensare ad altro o di fare qualsiasi cosa. Non so davvero come ci riesci, Melinor.»
«Per me è normale» minimizzò l’elfa, tornando a guardare davanti a sé. «Sono stata cresciuta per fare questo.»
Rimasero in silenzio ancora per qualche istante; poi Alistair si alzò.
«Aspetta qui, torno subito.»
Perplessa, Melinor lo seguì con lo sguardo mentre spariva dentro alla locanda. La sua attenzione indugiò sull’uscio della porta, scivolando subito dopo sulla volta celeste sopra di sé. Dovette riconoscere che aver parlato dei suoi tormenti era stato d’aiuto, e si era levata un po’ di peso dalle spalle.
«Ecco, guarda» la sorprese Alistair, tornando all’improvviso. Le iridi verdi di lei seguirono i movimenti di lui mentre tornava a sedersi porgendole qualcosa. «Sai cos’è questa?»
«Una rosa» rispose lei con ovvietà. Lui annuì.
«L’ho raccolta nel chiostro di Lothering, mentre aspettavamo che Leliana facesse i bagagli. L’ho vista lì, e non ho potuto fare a meno di pensare che presto la Prole Oscura sarebbe arrivata e avrebbe distrutto ogni cosa… così l’ho raccolta, e da allora la tengo con me. Serve a ricordarmi che anche nella situazione peggiore può nascere qualcosa di bello.»
Melinor scrutò la rosa che un tempo era stata bianca: si ritrovò suo malgrado a sorridere. «Non ti facevo così profondo» scherzò; ma subito qualcosa le si affacciò alla mente. «Aspetta, hai detto che l’hai trovata a Lothering? Per caso era l’unica rosa fiorita in un cespuglio rinsecchito?»
«Sì» ammise lui, sbalordito. «Come fai a saperlo?»
«Non ci posso credere» mormorò lei, con gli occhi incollati sul fiore ormai secco. «Questa è la rosa di Leliana!»
Fu il turno di Alistair di esprimere perplessità; allora l’elfa si affrettò a spiegare.
«Una notte, durante un turno di guardia insieme, Leliana mi ha parlato della sua visione… sai, quella di cui ci ha accennato quando ci siamo incontrati, che l’ha spinta a venire con noi.»
«Ah, già… quella che le ha inviato il Creatore» ricordò lui, con aria un po’ inquietata.
«Non è una pazzia come può sembrare, sai? Mi ha detto di aver fatto un sogno in cui veniva inghiottita da una grande oscurità: l’unico modo per salvarsi era saltare nel vuoto, e lei l’ha fatto. Poi si è svegliata, e ha trovato questa rosa in giardino. Quel cespuglio non fioriva da anni, tutti credevano che fosse ormai morto… eppure quella mattina c’era questa rosa. L’ha interpretato come un messaggio del Creatore, e lo stesso giorno noi siamo arrivati a Lothering.»
Alistair la guardò con la mandibola cascante.
«E ora tu mi riveli che hai raccolto proprio quella rosa!» continuò l’elfa, meravigliata e divertita. «Se ci pensi bene, sembra davvero un segno del destino.»
«Già…» mormorò Alistair, a sua volta meravigliato. «Allora avevo visto giusto, questa rosa è davvero speciale». Senza alcun preavviso, allungò la mano verso Melinor porgendole il fiore. «Un’ulteriore ragione per darla a te.»
Melinor prese ad alternare lo sguardo fra lui e la rosa, stranita. «Vuoi darla a me?»
«Sì. Così anche tu potrai ricordarti che perfino in mezzo a questo caos si può trovare qualcosa di bello.»
Melinor prese la rosa, un po’ titubante. «Grazie» disse in poco più di un sussurro. Era visibilmente a disagio.
«Melinor… non devi accettarla per forza, se non ti va» disse a quel punto Alistair, accortosi dell’imbarazzo che aleggiava sul volto di lei.
«No, non è questo… tu sei stato molto gentile. È solo che, ecco» prese a farfugliare nervosamente; «sai, noi dalish abbiamo usanze diverse dalle vostre. Questo tipo di regalo si fa solo a chi si considera… molto, molto vicino.»
«Oh» esclamò Alistair, distogliendo a sua volta lo sguardo. «Beh, in un certo senso siamo molto vicini io e te. Ormai ci salviamo la vita a vicenda ogni giorno, come si può essere più vicini di così?» ridacchiò.
«Sì, è vero» rise nervosamente lei.
«Sì, è vero» ripeté a ruota il ragazzo. Tacque alcuni secondi, e poi prese a grattarsi un orecchio. Sbirciò Melinor: l’elfa si protese con la schiena in avanti e posò entrambi i gomiti sulle ginocchia unite sotto di sé, la rosa stretta delicatamente fra le sue mani. «E poi… a dire la verità non c’è solo questo.»
Melinor stava rimirando la rosa, e sentì un brivido correrle lungo la schiena a quelle parole. Mosse solo le iridi in direzione del ragazzo, senza azzardarsi a voltare la testa per paura d’incrociare il suo sguardo.
«Vedi, Melinor… so che può sembrare strano dato che ci conosciamo da poco, ma…» faticò a trovare le parole. «Mi sono accorto di tenere a te. Molto.»
Una strana sensazione di pesantezza si abbatté sulla testa di lei: pensare diventava sempre più difficile, ed era come paralizzata mentre ascoltava la voce di lui.
«Forse è per via di tutto quello che abbiamo passato insieme, non lo so… tu eri lì per me quando ho perso Duncan, ti sei sempre presa cura di me. Ma del resto è quello che fai con tutti, quindi forse mi sono fatto un’idea completamente sbagliata. Forse mi sono solo lasciato trascinare dalla situazione, ed è tutta una fantasia che esiste solo nella mia testa.»
D’improvviso Melinor si ritrovò faccia a faccia con Alistair: lui si era inginocchiato proprio davanti a lei, non lasciandole alcuna via di fuga. Fu costretta a guardarlo negli occhi, e nel farlo si accorse che il suo cuore batteva in maniera smodata.
«È così, Melinor? È tutto solo nella mia testa oppure è così anche per te?»
Le ci volle uno sforzo immane per riuscire a divincolare il suo sguardo da quello di lui, ma dopo diversi istanti ci riuscì. Si concentrò sulla rosa che teneva fra le mani. «Alistair, io… non saprei…»
La delusione attraversò il volto di lui come un pallido spettro. Abbassò a sua volta lo sguardo. «Già, che sciocco… avrei dovuto saperlo. Tu sei una dalish, e io un umano.»
A quelle parole il capo di Melinor si rialzò di scatto, e si affrettò a replicare con più foga del necessario. «No, no… che dici, hai frainteso!»
Lui risollevò a sua volta la testa, e di nuovo l’elfa si ritrovò a essere totalmente assorbita dal suo sguardo ambrato. «Io intendevo che non ci ho mai pensato» farfugliò, tornando a rigirarsi la rosa fra le mani. «Come ti ho detto prima, non mi sono mai concessa il lusso di soffermarmi sui miei sentimenti… di nessun tipo.»
Lei non poté vederlo, impegnata com’era a evitare il suo sguardo, ma in lui si riaccese una debole speranza.
«E pensandoci ora, come ti senti a riguardo?» le chiese.
Lei trovò il coraggio di guardarlo, come se cercasse la risposta proprio in lui. «Confusa.»
Incoraggiato forse dal non aver ricevuto un rifiuto, Alistair si fece avanti. Racchiuse le mani dell’elfa con la rosa fra le sue, e lei si sentì andare a fuoco.
«Allora forse dovremmo fare qualcosa per chiarirti le idee…»
Melinor udì quelle parole, ma non vi badò minimamente. Restò concentrata sul volto di lui mentre si avvicinava sempre di più al suo, annullando gradualmente la distanza fra loro. Lo vide chiudere gli occhi mentre posava le labbra sulle sue con delicatezza, senza imporsi minimamente: lei avrebbe potuto scansarsi in qualsiasi momento, ma non lo fece. Era come se fosse stata privata della capacità di comandare il proprio corpo: sentiva soltanto la folle corsa del sangue impazzito nelle sue vene e il martellare spietato sulle tempie. Quando lui finalmente si staccò, lei era ancora immobile, priva d’espressione.
«Ehm… Melinor…?»
Finalmente l’elfa si mosse: senza palesare la benché minima emozione sfilò le mani da quelle di lui, si voltò di lato e posò la rosa sulla roccia. Lui si sentì mancare, e si portò entrambe le mani agli occhi.
«Oh, no… scusami, non avrei dovuto» prese a scusarsi. «Non mi sarei dovuto permettere, mi dispiace! Mi sono lasciato prendere dalla situazione, e…»
Stavolta fu lui a venir colto alla sprovvista: si ritrovò le mani di lei attorno al collo e si sentì trascinare delicatamente in avanti. Gli ci volle qualche secondo per comprendere che l’elfa lo stava baciando. Sorpreso ed estasiato, non si lasciò sfuggire l’occasione: l’elfa aveva allargato le ginocchia per lasciarlo avvicinare, e lui la strinse a sé cingendole la vita con le braccia.
Quando si separarono, Melinor non riuscì a sostenere il suo sguardo: al vederla così vulnerabile, lui sorrise.
«Beh, lo prendo come un buon segno» scherzò per farla sentire più a suo agio. Lei rise, appoggiando la fronte sulla spalla di lui.
Restarono così, abbracciati, ignari del fatto che qualcuno li stava osservando dalla finestra della locanda.
 

Il giorno seguente fu chiaro a tutti che qualcosa era cambiato: non ci voleva certo un genio a capire cosa. Alistair e Melinor, nonostante cercassero di essere il più discreti possibile, erano rimasti vicini l’uno all’altra sin dalla colazione. Una volta rimessisi in viaggio per Redcliffe, la situazione non era cambiata.
Mentre i due aprivano la strada, Hawke e Leliana bisbigliavano nelle retrovie; Wynne se ne stava rispettosamente in silenzio, pur avendo capito subito cos’era accaduto.
«Io te l’avevo detto» disse Morrigan a Merevar, il quale se n’era stato muto e arrabbiato tutto il tempo. «Ma non hai voluto darmi retta, e ora guarda» continuò la strega, indicando i due con un palmo della mano. «Bleah, se questa cosa continua potrei iniziare ad avere le nausee mattutine.»
Ignorando completamente la strega, Merevar allungò il passo. Superò tutti fino a portarsi al fianco della sorella, prendendola per un polso. Lei si voltò con un sussulto.
«Dobbiamo parlare.»
Melinor sostenne lo sguardo del gemello senza problemi; Alistair le lanciò una fugace occhiata apprensiva, e lei annuì impercettibilmente con il capo per comunicargli che andava tutto bene.
«Voi andate pure avanti» disse ancora l’elfo, fulminando l’umano con occhi furenti. «Vi raggiungiamo subito.»
Senza farselo ripetere due volte, Alistair annuì; un ultimo sguardo volò verso Melinor, mentre Wynne lo raggiungeva e lo prendeva sottobraccio con delicatezza, suggerendogli in un bisbiglio di proseguire. Una dopo l’altra, anche le altre superarono i due gemelli; quando tutti gli umani si furono allontanati a sufficienza, Merevar puntellò gli occhi in quelli di Melinor.
«Allora, che c’è?» disse lei come se nulla fosse, incrociando le braccia sul petto. Merevar espirò con forza.
«Non fare la gnorri con me. Vi ho visti ieri notte.»
Melinor aveva previsto quella discussione, ma non quell’ultima rivelazione: lasciò cadere le braccia a ciondoloni lungo i fianchi. «Cosa? Come ti permetti, ora mi spii?»
«Avrei preferito non vedere nulla, credimi! Ma non vi siete sforzati poi molto di essere discreti, ti pare?»
Melinor aggrottò le sopracciglia con fare offeso, premendo le mani sui fianchi.
«Melinor, hai lasciato che ti baciasse!» quasi gridò Merevar. «Tu non ti sei mai lasciata baciare da nessuno! E dopo l’hai baciato anche tu!»
«Proprio così, e questo dovrebbe bastare a farti capire come la penso.»
Merevar era atterrito. «No, non può essere. Tu sei solo confusa. Stai ancora male per quello che è successo alla Torre, e lui se n’è approfittato.»
Lei sgranò gli occhi. «È davvero questo che pensi? Che io non sappia discernere fra le mie stesse emozioni?»
«Non c’è altra spiegazione!» sbottò lui. «Non puoi aver scelto lui davvero, Melinor. È un umano!»
«Adesso finiscila con questa storia!» esplose lei, pestando un piede a terra. «Non siamo più nei boschi con il clan, devi fartene una ragione! Il nostro posto è fra gli umani ora, non rivedremo mai più il nostro clan! Pensavo» aggiunse con voce incrinata; «pensavo che dopo l’esperienza nel Velo l’avessi finalmente capito.»
Merevar prese a strofinarsi le mani sul viso, come se volesse raccapezzarsi e ricomporsi.
«Melinor, io sono solo preoccupato per te» mormorò dolcemente, abbandonando ogni traccia di rancore mentre le posava le mani sulle spalle. «Gli umani non vedono l’amore come noi dalish, lo sai. Hanno abitudini disgustose, per loro il matrimonio non significa nulla… si tradiscono, sono promiscui… fanno sesso per denaro! E sai che hanno un debole per gli elfi…»
«Oh, per favore Merevar» quasi rise l’altra. «È questo che ti preoccupa? Hai paura che Alistair si approfitti di me?» faticò a porgli quella domanda senza ridere. «Ma lo hai visto bene? Non farebbe del male a una mosca!»
«Tu non sei un uomo, non puoi capire. Quando ci sono di mezzo certe cose, anche l’uomo più nobile del mondo può smettere di ragionare.»
«Per i Numi, Merevar! Non farmi il discorsetto come se non sapessi come funziona!» esclamò lei, esterrefatta. La sua espressione si addolcì, e prese le mani del fratello fra le sue. «Alistair non mi farebbe mai del male. E anche se volesse, credi davvero che sarebbe in grado di prendere in giro me?» disse scherzosamente, mentre il fratello le restituiva uno sguardo apprensivo. «E poi qual è il problema? Credevo che lui ti piacesse.»
«Cosa?» quasi gli rotolarono gli occhi fuori dalle orbite, tanto li aveva spalancati. «Non mi piace nessun umano!»
Melinor lo squadrò con un sopracciglio alzato. «Ho visto come combattete insieme, e non pensare di potermi raccontare storie. Tu sei un cacciatore dalish, per te la fiducia nel partner è fondamentale. Ho visto come lasci che lui ti guardi le spalle mentre tu fai lo stesso per lui.»
«Questo non significa niente. Un conto è lasciare che lui mi guardi le spalle in battaglia, un altro è lasciare che… che guardi le tue, di “spalle”!»
Melinor non poté trattenersi dal prorompere in una gran risata, mentre l’altro la guardava frustrato.
«Non ci posso credere. Tu, una discendente dell’antica stirpe elfica dei Mahariel, Guardiani dalish da generazioni… hai scelto un umano» borbottò lui, infastidito.
«Senti chi parla! Hai proprio un bel coraggio a parlarmi così, come se davvero a te non piacesse nessun umano!»
Lui la fissò senza capire. «Come, scusa?»
Lei sospirò, sventolando una mano per lasciar cadere l’argomento. «Allora, abbiamo finito?»
«Per forza di cose, tanto so di non poterti fermare» brontolò l’elfo, guardando altrove. «Ma non aspettarti che io approvi.»
«Non mi aspetto nulla, infatti. Ma so che rispetterai la mia decisione.»
Non ho altra scelta, pensò Merevar mentre guardava Melinor trottare svelta svelta verso il gruppo. Allungò il passo, tenendo gli occhi fissi su di lei: l’elfa stava chiaramente puntando verso Alistair, ma al suo passaggio Hawke la tirò per un braccio, trascinandola fra lei e Leliana.
«Ehi, fermati» Merevar sentì dire all’umana. «Dobbiamo fare una chiacchierata fra ragazze.»
L’elfo osservò da lontano l’espressione stranita della gemella mentre Leliana le diceva: «Dai, raccontaci un po’ com’è andata fra te e Alistair…»
Sembrava davvero che lui fosse l’unico a vedere la cosa di cattivo occhio. Lui e Morrigan, naturalmente, anche se le loro motivazioni erano ben diverse. Rimase in fondo alla processione per conto suo, immerso nei suoi pensieri.

Pin It on Pinterest

Share This