Passarono due giornate intere senza che i gemelli si rivolgessero la parola. Merevar restò rinchiuso nel suo ostinato silenzio, mentre Melinor aspettava pazientemente che lui accettasse quella situazione. Nel frattempo, l’elfa si avvicinò a Leliana e Hawke quasi senza rendersene conto: le due umane si erano dimostrate entusiaste della relazione fra lei e Alistair, e non avevano mancato di dimostrare apertamente il loro supporto.
La notte del secondo giorno di viaggio Melinor era di guardia: se ne stava seduta accanto al fuoco mentre gli altri dormivano nelle loro tende, assorta nella lettura di un grosso libro rilegato a mano con grande cura.
«Ehi, Melinor» l’interruppe un bisbiglio poco più in là. Voltandosi, l’elfa vide il volto sorridente di Alistair sbucare fuori dalla sua tenda.
«Non dormi?» chiese l’elfa.
«Non riesco a prendere sonno» disse il ragazzo, uscendo dalla tenda. Melinor alzò un sopracciglio, intimandogli con lo sguardo di non mentirle; al che lui prese a ridacchiare, alzando le mani in segno di resa.
«E va bene, lo ammetto: sono rimasto sveglio apposta perché sapevo che eri di guardia» confessò, avvicinandosi. «In questi giorni Hawke e Leliana ti sono state appiccicate tutto il tempo, non abbiamo mai avuto un attimo per noi…»
Melinor ridacchiò, chiudendo il libro; quel gesto catturò l’attenzione del ragazzo. «Ti ho interrotta?»
«Non preoccuparti» disse lei, facendogli segno di accomodarsi; Alistair non si fece pregare, e si sedette immediatamente accanto a lei.
«Ti ho vista spesso leggere quel libro» osservò, con gli occhi che indugiavano sul tomo in grembo all’elfa. «È un libro dalish?»
«Sì, me l’ha dato la Guardiana prima che partissi» spiegò lei, accarezzando la pelle della copertina con affetto.
«Mi piaceva leggere, quando ero con i templari» ricordò lui. «Di cosa parla il tuo libro?»
«È una specie di grimorio. Qui c’è raccolta tutta la conoscenza sui rituali, gli incantesimi e le tradizioni degli antichi Elvhen raccolta dai Guardiani che hanno guidato il mio clan. Ogni clan ha il proprio Libro della Conoscenza, che viene tramandato di Guardiano in Guardiano.»
«Accipicchia… e la tua Guardiana l’ha lasciato a te, nonostante tu abbia dovuto abbandonare il clan?» s’inarcarono verso l’alto le sopracciglia bionde di lui.
«Sì, sono rimasta sorpresa anch’io quando me l’ha lasciato. Questi libri non lasciano mai il clan, generalmente.»
«E come farà il tuo clan senza?»
«Questa è solo una copia. Ogni Guardiano si occupa di trascriverne diverse copie, per ogni evenienza. L’originale resta sempre al clan, ed è quello che erediterà Merril.»
«Merril?»
«Sì, l’apprendista che ha preso il mio posto» rivelò l’elfa con un sospiro nostalgico. Fu così che gli spiegò di come il suo clan fosse l’unico ad avere una Prima e una Seconda, e di come la cosa si fosse rivelata provvidenziale, dato che lei era stata quasi costretta ad abbandonare il clan. Alistair rimase ad ascoltare affascinato, un po’ da Melinor e un po’ dalle usanze dalish di cui sapeva poco o nulla.
«Mi piacerebbe conoscere meglio le vostre tradizioni» rivelò dunque all’elfa. «Noi umani non sappiamo proprio nulla su voi dalish. Più conosco te e Merevar e più me ne rendo conto». Poi si fece improvvisamente serio. «Ah, Melinor…a proposito di Merevar… avete più parlato dopo quella discussione?»
«No» ammise lei, distogliendo lo sguardo. Alistair assunse un’espressione mortificata: si sentiva responsabile. «Non preoccuparti, prima o poi gli passerà» cercò di rassicurarlo lei, mettendo una mano su quella di lui. «In fondo lui ti rispetta, anche se non lo ammetterà mai.»
Mentre intrecciava le dita con quelle di lei, Alistair dischiuse le labbra per lo stupore. «Merevar mi rispetta? Ma… lui non mi sopporta!»
«È quello che vuole farti credere» ridacchiò lei. «Fidati, è come dico io; si capisce da come combatte al tuo fianco. Si fida di te, e questo per un cacciatore dalish è un segno di grande stima. I giovani cacciatori vengono addestrati insieme a un compagno, che resta il loro partner di caccia per tutta la vita. Diventano uno l’ombra dell’altro, combattono in perfetta simbiosi, e questo li rende pressoché invincibili finché sono insieme. Se incontri un cacciatore dalish da solo nei boschi, puoi stare certo che il suo compagno è nascosto nei paraggi» raccontò. «Il compagno di Merevar era nostro fratello Tamlen. Non mi sarei mai aspettata di vedere Merevar combattere insieme a qualcuno in quel modo, dopo aver perso Tamlen… invece sembra che con te ci sia stata affinità fin da subito. Non siete ancora in simbiosi perfetta, ma riuscite a guardarvi le spalle a vicenda e ad essere perfettamente sincronizzati. Vi capite al volo in combattimento, e credimi: questo vale per un cacciatore dalish più di qualsiasi altra cosa.»
Alistair rimase in silenzio alcuni istanti; considerò che effettivamente si era trovato bene sin da subito con Merevar, almeno per quanto riguardava il combattimento. «Wow» esclamò a mezza voce. «Merevar mi rispetta… non lo avrei mai pensato…»
Melinor annuì, stringendo leggermente la mano di lui. «Dagli un po’ di tempo, vedrai che accetterà la cosa.»
Alistair la guardò, ma era palesemente concentrato su qualcos’altro.
«E se io gli parlassi?»
Melinor fu colta alla sprovvista: gli restituì un’occhiata perplessa, e lui proseguì. «Sai, fra umani si usa fare così quando si intende corteggiare una ragazza… si chiede l’approvazione del padre, o del parente maschio più prossimo. Magari» aggiunse, stringendosi nelle spalle «se lo facessi potrebbe aiutare.»
Melinor prese a guardare la vegetazione lontana innanzi a sé con aria pensosa. «Noi dalish non facciamo nulla del genere» ammise. «Per lo più i giovani si fidanzano con membri del clan, o di clan amici; in genere ci si conosce tutti, quindi non c’è bisogno di alcuna approvazione. Però…» disse, tornando a fissare Alistair. «Forse se gli parlassi potrebbe aiutare, sì. Lo vedrebbe come un segno di rispetto da parte tua nei suoi confronti.»
Alistair sorrise, stringendo più forte la mano di lei. «Allora gli parlerò domattina. Spero solo di non farlo arrabbiare ancora di più» ridacchiò nervosamente.
Melinor lo guardò piena di riconoscenza. «Non sei costretto a farlo, Alistair… gli passerà comunque, prima o poi.»
Lui scosse il capo con decisione. «Non voglio che le cose fra voi s’incrinino a causa mia. So quanto tenete l’una all’altro, e non voglio mettermi in mezzo. Voglio che lui sappia che non ha niente da temere da me.»
Melinor sorrise, e poi gli gettò le braccia al collo. «Grazie» gli sussurrò all’orecchio. Lui rispose con un bacio che bastò a farle capire quanto fosse determinato a far funzionare la cosa.
 

La mattina seguente, come tutte le mattine, Merevar era intento a raccogliere legna per alimentare il fuoco da campo ormai debole. Morrigan aspettava il suo ritorno per poter cucinare una calda colazione: l’ultimo giorno di cammino verso Redcliffe li attendeva, dovevano essere in forze e marciare spediti se volevano raggiungere il paese entro sera.
Alistair guardò l’elfo da lontano, immerso nel sottobosco. Inspirò una gran boccata d’aria per farsi coraggio, e poi parlò a polmoni pieni.
«Ehi, Merevar» salutò con la sua consueta giovialità, iniziando a trottare verso di lui. L’elfo, che aveva probabilmente già percepito la sua presenza prima che parlasse, non smise di raccogliere legna. «Vuoi una mano?» si propose l’umano.
«No.»
La risposta secca dell’elfo non fu una sorpresa per Alistair, il quale si trovò ad arrestare bruscamente la sua avanzata nonostante se l’aspettasse. «Sei sicuro? Ti aiuto volentieri…»
«Ho detto di no.»
Glaciale, commentò mentalmente Alistair, vedendo ogni suo tentativo d’approccio bloccato sul nascere. Si guardò nervosamente attorno, cercando un altro pretesto per avviare una conversazione. «Sembra che il tempo ci sorrida, oggi» esclamò, maledicendosi immediatamente per essersi messo a parlare di una cosa banale come il tempo.
«Cosa vuoi da me?» disse allora l’elfo, lasciando cadere a terra la legna raccolta. Una decina di metri separava i due: Merevar si voltò a fronteggiare Alistair con occhi freddi e impassibili, incrociando le braccia sul petto con aria di sfida. «Se hai qualcosa da dirmi, fallo e basta.»
Alistair si fece finalmente serio: deglutì appena prima di parlare. «Volevo parlarti di Melinor. Di quello che sta succedendo fra me e lei.»
Gli occhi di Merevar si assottigliarono, mentre un sorrisetto sarcastico gl’increspava le labbra sottili. «Sei venuto a chiedermi il permesso?» disse con fare beffardo e iroso al contempo. «Mi sembra un po’ tardi per questo. Avresti dovuto farlo prima di baciarla, non credi?»
Alistair sospirò, grattandosi il capo. «Ascolta, Merevar… so che non ti piacciono gli umani e che non ti fidi di noi, e lo capisco. La tua gente ha tutte le ragioni di pensarla così, ma credimi: io non ho cattive intenzioni con Melinor, te lo posso giurare.»
L’espressione di Merevar si fece ancora più dura e severa. «Ah, davvero? E che intenzioni avresti?»
«Beh, io…»
Merevar non diede al ragazzo il tempo di replicare. Lo interruppe senza alcun preavviso, parlando con voce aspra e spietata. «Credi che non sappia come siete fatti voi umani? Voi non conoscete l’amore. Avete abitudini disgustose, per voi i voti di matrimonio non valgono alcunché… sono solo parole vuote. Non siete in grado di dedicarvi a una sola persona, siete libertini e promiscui. Tu non hai idea di quante elfe sono scappate dalle vostre città per unirsi a noi: ci hanno raccontato di come venivano sfruttate nei vostri bordelli. So che a voi umani piacciono le elfe, non è vero? Le preferite perché sono molto più graziose delle vostre donne, giusto? E vi piace particolarmente praticare le vostre nefandezze con loro!»
Alistair rimase pietrificato ad ascoltare: accolse la pioggia di accuse senza battere ciglio, colto completamente alla sprovvista. Quando finalmente comprese ciò che Merevar stava insinuando, assunse un’espressione indignata. «E tu pensi che io voglia questo da Melinor? Sei completamente fuori strada!» esclamò con decisione. «Io tengo davvero a lei, non le farei mai nulla di simile! Lei è davvero speciale per me, Merevar… credimi.»
«Oh, ci credo. Melinor è speciale, sì; e lo è anche quello che ti sta offrendo, ma tu questo non lo sai.»
Alistair rimase interdetto, incerto sulla natura di quelle parole. Merevar prese a camminare verso di lui a passi decisi: in pochi secondi i due si ritrovarono faccia a faccia.
«Ora voglio che mi ascolti bene, Alistair. Noi dalish non siamo come voi umani: discendiamo dagli antichi Elvhen, e come loro abbiamo una visione pura dell’amore. Noi ci preserviamo nello spirito e nel corpo per quell’unica persona con cui andremo a condividere il resto della nostra vita. Preserviamo persino le nostre labbra per quella persona: non ci trastulliamo con altri nell’attesa che arrivi. Solo quando siamo sicuri di averla trovata ci concediamo.»
Alistair, colpito improvvisamente dalla verità celata dietro quelle parole, sussultò internamente. Merevar se ne accorse, e continuò a fissarlo con severità. Alistair si sentì a disagio nel trovarsi a fissare quegli occhi così identici a quelli di Melinor.
«Hai capito cosa voglio dire, vero? Melinor non ti ha detto nulla perché sa che voi umani vedete le cose diversamente. La conosco bene, e sicuramente non ha voluto farti pressione mettendoti al corrente delle usanze dalish. È disposta a rischiare che, un giorno, tu ti stanchi di lei e l’abbandoni, onorando le vostre abitudini umane». Fece un ulteriore passo avanti: ora i due erano vicini al punto da poter sentire il reciproco respiro sul viso. «Io non sono come Melinor. Non sono disposto a rischiare che il suo cuore vada in mille pezzi, perché non lo merita. Quindi ora ascoltami attentamente.» Fece una pausa, come se faticasse a trovare il coraggio di dire ciò che aveva in mente. «Devo ammettere mio malgrado… che tu sei un uomo onorevole. Lo si capisce da come combatti: un uomo sleale e meschino non combatterebbe come fai tu. Sarebbe disonesto anche sul campo di battaglia, mentre tu ti affidi soltanto alla tua forza e alle tue capacità. Detto questo, ora ti farò una domanda. E mi aspetto una risposta onesta da uomo d’onore quale tu sei.
Ora che sai cosa significa questa relazione per Melinor, sei ancora disposto a portarla avanti? Intendi davvero fare sul serio con lei, oppure vuoi illuderla e stare con lei solo finché la cosa ti andrà?»
Alistair rimase in silenzio alcuni istanti: mentre si fronteggiavano, nessuno dei due sembrava voler demordere. Se ne stavano lì, impassibili entrambi, senza alcuna intenzione di cedere.
«Se davvero è questo il significato che Melinor ha attribuito alla nostra relazione» disse infine Alistair, più serio di quanto non fosse mai stato in vita sua; «se davvero ha scelto me come compagno di vita, allora non posso che esserne onorato. Non posso prometterti che sarà sempre tutto rose e fiori, in fondo io… sono io, mi conosci. A volte mi comporto da stupido, e non ho nessuna esperienza con le donne. Potrei commettere qualche errore» ammise candidamente, per nulla turbato dallo sguardo inquisitore di Merevar. «Ma ti posso giurare una cosa: non farei male del male a Melinor. Non mi approfitterei mai di lei, e non ho nessuna intenzione di illuderla.»
Merevar rimase a studiarlo in silenzio, come se volesse trovare in fondo agli occhi ambrati dell’umano le risposte che cercava. Infine, senza dire nulla, fece un passo indietro; allungò una mano in avanti. Alistair rimase enormemente meravigliato nel vedere che l’elfo aspettava la sua stretta. I due continuarono a guardarsi in un rispettoso silenzio mentre si stringevano con forza le mani: un silenzio carico di significato, di promesse e di aspettative.
«Non farmene pentire» l’ammonì infine Merevar, mentre lasciava la presa sulla mano di Alistair. Questi annuì con un gesto del capo, sorridendogli appena. Senza dire altro sulla questione, l’elfo si voltò e gli diede le spalle, prendendo a camminare in direzione dell’accampamento.
«Raccogli tu la legna» ordinò all’umano, il quale si affrettò ad ubbidire. Merevar, scuotendo la testa di fronte a una simile servilità, emerse dalla vegetazione pensando che Melinor non correva davvero alcun pericolo con uno come lui.
Non appena mise piede nel perimetro dell’accampamento si trovò gli occhi di tutte le donne incollati addosso. Morrigan era in attesa accanto al sostegno del calderone, e insieme a lei stavano Hawke e Leliana; Wynne, poco più in là, distolse rispettosamente lo sguardo onde evitare di sembrare un’impicciona. Melinor, intenta a smontare la sua tenda, si era voltata a guardarlo con apprensione. L’elfo sbuffò, decidendo di dare a tutte loro ciò che volevano.
«Avete la mia benedizione» esclamò con fare scocciato, rivolgendosi a Melinor e al contempo a tutte le altre pettegole del gruppo. «Siete tutte contente, ora?»
«Ah!» batté le mani Hawke, con un sorriso trionfante. Allungò la mano destra verso Morrigan con il palmo rivolto verso l’alto. «Mi devi due sovrane, ho vinto la scommessa!»
«Io non ti devo proprio un bel niente» replicò l’altra, seccata.
«Cosa? Abbiamo fatto una scommessa, Morrigan! Non puoi rimangiarti la parola!» aggrottò le sopracciglia Hawke, contrariata.
«Io stavo solo scherzando, non ho mai preso la cosa sul serio» disse allora l’altra, con un sorrisetto beffardo.
Merevar le lasciò a bisticciare e raggiunse Melinor. Si sedette accanto a lei, che lo guardava con uno strano sorriso, felice ed apprensivo al contempo.
«È stata tua l’idea di mandarlo a parlare con me?»
«No, lo ha fatto di sua iniziativa.»
«Lo immaginavo» sospirò Merevar con rassegnazione. Melinor gli rivolse un’occhiata furbesca.
«Speravi fosse stata una mia idea, così avresti avuto un motivo in meno per rispettarlo?»
L’elfo fece spallucce, evitando di pronunciarsi; ma fu una risposta più che sufficiente per Melinor. D’impulso si gettò sul fratello abbracciandolo, facendolo finire disteso a terra con un’esclamazione.
«Sapevo che avresti capito» gli sussurrò mentre erano distesi.
«È sinceramente innamorato di te» mormorò lui, la schiena a terra e lo sguardo perso nell’azzurro del cielo. «Gli ho dato il mio benestare solo per questo.»
Percepì il leggero movimento della testa di Melinor sul suo petto, che si alzava per guardarlo in viso. Non ebbe bisogno di vederla in faccia per sapere cosa si stava domandando.
«Non me l’ha detto esplicitamente, ma non è stato necessario» rispose alla muta domanda della gemella. Subito dopo vide Alistair con la coda dell’occhio mentre sbucava fuori dalla foresta con la pila di legna fra le braccia. «Il tuo amato è arrivato. Non vai da lui a festeggiare?»
Le braccia di Melinor si strinsero appena attorno a lui. «Per il momento preferisco stare qui con mio fratello.»
Merevar si trovò a sorridere suo malgrado. In quel momento ebbe la certezza che niente e nessuno avrebbe mai potuto indebolire il loro legame.
 

Era da poco passato mezzogiorno. Il gruppo procedeva spedito, e aveva ormai raggiunto da un po’ la costa meridionale del lago Calenhad.
«Aspettate.»
Tutti si fermarono all’udire le parole di Leliana. Se n’era stata in silenzio per tutto il viaggio, costringendo Hawke a disturbare Merevar per tutto il tragitto. Ora tutti l’osservavano con curiosità: era serissima, e studiava i paraggi con aria circospetta.
«Credo che qualcuno stia per tenderci un’imboscata. Appena oltre la curva, dopo quella collinetta laggiù.»
Merevar sollevò entrambe le sopracciglia; Leliana intercettò il suo stupore, e si affrettò a spiegarsi. «Ho avuto il sospetto da quando abbiamo lasciato Kinloch Hold che qualcuno ci stesse osservando, e ora ne ho la conferma. Riconosco i segni. Nemmeno un cacciatore dalish saprebbe accorgersene: ci sono dei professionisti all’opera, probabilmente sono al soldo di qualcuno.»
«Oh, giusto; solo un’altra professionista saprebbe riconoscere il loro lavoro» insinuò Morrigan, sarcastica come suo solito. Wynne, che ancora non sapeva nulla di Leliana, squadrò l’orlesiana con curiosità. Quest’ultima, evitando di rispondere alla frecciatina della strega, le pose una domanda.
«Morrigan, tu sei una mutaforma, no? Potresti trasformarti in un uccello e perlustrare la zona più avanti?»
«Perché proprio io? Anche Melinor è in grado di trasformarsi.»
«Se qualcuno ha assunto questi assassini per ucciderci, probabilmente il loro obiettivo sono i Custodi Grigi. Nessun altro di noi ha nemici che vogliono vederci morti, no?» le fece notare l’altra. «Se qualcuno ci sta osservando adesso, vedere Melinor andare in avanscoperta li metterebbe in allarme. Non mi sembra che ci sia qualcuno nei paraggi» disse, guardandosi rapidamente attorno; «ma è meglio non rischiare.»
«Oh, d’accordo» brontolò la strega. In un battibaleno si trasformò in un corvo e sparì.
Tornò una decina di minuti più tardi, riacquistando la sua forma umana.
«Avevi ragione, c’è un piccolo avvallamento nel terreno oltre la collina. Alcuni uomini hanno bloccato il passaggio lì, altri sono nascosti tutt’attorno fra gli alberi. Saranno una decina in tutto.»
«Una decina? Qualcuno deve aver pagato un’ingente somma per mandare una decina di sicari ad uccidervi» considerò Wynne.
«Già; e sappiamo anche di chi si tratta, non è vero?» affermò con rabbia Alistair. Nessuno replicò, la muta risposta a quella domanda ben impressa nelle loro menti.
«E ora che si fa? Li aggiriamo?» domandò Hawke.
«Impossibile, questo è l’unico passaggio. Questi sicari sanno quel che fanno» disse Alistair.
«Leliana, tu cosa proponi?» chiese allora Melinor. Era ovvio che Leliana sapeva come funzionava quel genere di cose, e probabilmente il suo parere era il migliore di cui potevano approfittare.
La ragazza rimase in silenzio alcuni istanti, massaggiandosi la mandibola mentre pensava. «Siamo in sette contro una decina… come numeri siamo in leggero svantaggio, senza contare che loro sono degli assassini esperti e noi abbiamo soltanto tre guerrieri» disse, guardando i due ragazzi; la terza e ultima persona capace di usare le armi era lei stessa. «Voi maghe siete potenti, ma siete vulnerabili negli attacchi corpo a corpo… ci si fionderanno contro non appena ci vedranno arrivare, puntando dritti su di voi. I cecchini nascosti fra gli alberi attorno non faranno che intralciarci» continuò a congetturare. Rimase in silenzio alcuni istanti. Quando ebbe elaborato una strategia, si rivolse ancora una volta a Morrigan. «Morrigan, tu sai muoverti nella vegetazione senza essere vista. Sai anche come eliminare qualcuno senza fare rumore?»
Morrigan si lasciò andare a un sorriso enigmatico. «Certamente, non è la prima volta per me.»
«Inquietante» bisbigliò Alistair all’orecchio di Melinor.
«Bene, allora faremo così. Tu andrai sul lato destro, io su quello sinistro. Elimineremo i cecchini senza farci notare, e prenderemo il loro posto. Voi» disse l’ex bardo, rivolgendosi al resto del gruppo, «dateci una ventina di minuti e poi partite. Quando arriverete, io e Morrigan saremo i vostri cecchini: li coglieremo di sorpresa.»
«Ma si accorgeranno che mancano due persone» obiettò Hawke.
«Sarà già troppo tardi quando se ne accorgeranno» comprese Merevar, scambiandosi un’occhiata d’intesa con Leliana.
«Esattamente. Allora noi andiamo. Tra venti minuti ripartite, mi raccomando; non aspettate oltre, o potrebbero insospettirsi.»
Morrigan e Leliana partirono nelle direzioni prestabilite.

Il gruppo attese nervosamente che fossero passati venti minuti, e poi ripartì. Non ci volle molto prima che il terreno iniziasse a scendere nell’avvallamento descritto da Morrigan. Erano a metà strada quando quattro uomini emersero dai lati della strada.
L’attenzione dei gemelli cadde istintivamente su quello che sembrava essere il loro capo: un elfo abbronzato dai capelli biondi, abbastanza alto per uno della loro razza, dal fisico atletico e nervino. Sul suo volto spiccava un tatuaggio nero che scendeva dalla tempia alla mandibola: i due Dalish riconobbero subito che non era un vallaslin come il loro, pertanto non si trattava di un elfo dalish.
A un gesto dell’elfo, l’attacco ebbe inizio. Il gruppo dei Custodi, preparato, non si fece cogliere alla sprovvista: le maghe eressero subito delle barriere protettive per proteggersi dagli attacchi rapidi e letali degli assassini, mentre Merevar e Alistair si lanciavano senza pietà sugli avversari.
Questi ultimi, contrariamente a quanto si aspettavano, si videro arrivare contro i colpi provenienti dalla vegetazione.
«Ma che diamine…» esclamò l’assassino elfico mentre combatteva contro Alistair; quell’attimo di distrazione gli fu fatale. Una delle frecce di Leliana gli si conficcò nel fianco, facendolo cadere a terra privo di sensi.
«Ehi, grazie!» esclamò Alistair in direzione degli alberi.
Aiutati dalle due cecchine nascoste e approfittando della confusione degli assassini, i Custodi e le maghe si disfecero degli avversari abbastanza rapidamente. Quando tutti i corpi furono immobili a terra, Leliana e Morrigan li raggiunsero.
«Un gioco da ragazzi» disse con soddisfazione la strega. L’orlesiana, invece, marciò dritta verso l’elfo che aveva colpito. Vedendo che si chinava su di lui, gli altri la raggiunsero.
«Che stai facendo?» chiese Alistair perplesso, vedendo che la ragazza stava spezzando l’estremità della freccia conficcata nel fianco dell’assassino.
«Ho mirato a un punto non vitale di proposito, così possiamo interrogarlo e scoprire chi lo manda.»
«Mi sembra abbastanza ovvio chi lo manda» replicò con sufficienza Alistair.
«Mi sembra abbastanza ovvio», gli fece il verso Leliana, «che non sai come gestire questo genere di cose. Non potete permettervi di fare supposizioni, nella vostra posizione. Queste cose non vanno prese alla leggera: qualcuno sta cercando di uccidervi, e dobbiamo scoprire tutto il possibile se vogliamo tutelarci in futuro.»
Senza perdere altro tempo, la ragazza sfilò via la freccia con un colpo secco. Il dolore fece risvegliare l’elfo, che gridò.
«Hawke, immobilizzalo» esclamò Leliana. Hawke non esitò e congelò completamente il corpo dell’elfo, lasciando fuori solo la testa.
«Ah… freddo…» si lamentò l’assassino con uno strano accento.
«Ringraziala, il ghiaccio rallenterà l’emorragia mentre ti interroghiamo» gli disse Leliana. «Per chi lavori?» chiese, mentre con lo sguardo indugiava sul tatuaggio del prigioniero. «Sei un Corvo di Antiva, non è vero?»
L’elfo ridacchiò a fatica, i suoi denti che battevano per il freddo. «Vedo che la ragazza la sa lunga. Hai riconosciuto i tatuaggi?»
«Cosa sono i Corvi di Antiva?» indagò Melinor.
«Un’organizzazione di assassini situata nel regno di Antiva» spiegò Leliana. «Sono conosciuti e rispettati anche al di fuori di Antiva. Si dice che i Corvi portino sempre a termine i loro incarichi.»
«Non stavolta» ridacchiò Morrigan. «Non è stato affatto difficile sabotarli. Non mi sembrano così eccezionali.»
«Ah, quanta cattiveria… è così che trattate i vostri prigionieri, nel Ferelden? Li ridicolizzate?» disse l’elfo, in un tentativo d’apparire amichevole. Leliana non si fece toccare minimamente dalle sue parole.
«I Corvi si fanno pagare bene. Il tuo gruppo era numeroso… quindi chi ti ha assunto dev’essere una persona benestante. Molto benestante.»
«So bene dove vuoi arrivare, mia dolce fanciulla» disse allora l’elfo, apparentemente tranquillo e rassegnato al suo destino. «Sì, è stato un tipo importante ad assumerci… l’Arle di Denerim, se non sbaglio.»
«Urien Kendells? Ma ha combattuto a Ostagar con re Cailan» obiettò Alistair. «È forse sopravvissuto, o parli di suo figlio?»
«Non ho mai sentito quel nome. Mi pare che questo Arle si chiamasse Howe.»
«Rendon Howe?» chiese conferma Alistair.
«Sì, proprio lui» sembrò ricordare l’elfo.
«Ma non è l’Arle di Denerim… è l’Arle di Amaranthine, un’altra città» disse allora Alistair, rivolgendosi al gruppo con fare confuso.
«Oh, se vi può interessare» l’elfo attirò nuovamente su di sé l’attenzione, «questo Howe mi ha assunto per conto dell’attuale reggente del Ferelden.»
«Che sorpresa!» esclamò ironicamente Hawke.
«Questo significa che i due sono in combutta» s’inserì Wynne. «Teyrn Loghain e Rendon Howe sono amici dai tempi della liberazione del Ferelden dalla dominazione orlesiana, hanno combattuto insieme durante quella guerra. Arle Urien è morto a Ostagar, l’ho visto con i miei occhi: probabilmente Loghain ha ceduto a Howe il titolo di Arle di Denerim.»
«Niente di più facile, questi intrighi di corte sono all’ordine del giorno anche nella mia Antiva» disse con voce tremolante ma sempre spregiudicata l’elfo.
«Mi sembri abbastanza “canterino”» disse allora Merevar, sospettoso. «Perché hai confessato con tanta facilità?»
«Non sono mica stato pagato per stare in silenzio» rise allora l’altro, come se non avesse una sola preoccupazione al mondo. «E poi mi ucciderete comunque, no? Cosa cambia per me, se anche vi dico chi mi ha mandato? Almeno rendo tutta la faccenda più interessante.»
Merevar lo guardò con intensità. «E se invece ti lasciassimo vivere?»
Tutti si voltarono di scatto verso di lui.
«Non puoi fare sul serio!» esclamò Alistair.
«E perché no? Potremmo assumerlo noi per uccidere Loghain» propose Merevar.
«Ehm… scusatemi, ma temo che non sia possibile» s’intromise allora il diretto interessato. «Io non posso accettare incarichi direttamente, sono solo un esecutore; dovreste chiedere ai capi dei Corvi. E non potete, dato che siete ancora un loro obiettivo.»
Merevar assunse un’espressione interdetta.
«Dice la verità» confermò allora Leliana. «I Corvi di Antiva non rinunciano a un incarico in caso di un primo fallimento. Continueranno a tentare finché non porteranno a termine il lavoro». Si voltò verso l’elfo. «Ma prima di mandare qualcun altro ti ucciderebbero, giusto?»
«Sei davvero preparata; devo desumere che tu sia una collega?» ridacchiò l’elfo. «Sì, anche se decideste di risparmiarmi i Corvi verrebbero a sapere che sono ancora vivo, prima o poi. E mi toglierebbero di mezzo per punire il mio fallimento e fare di me un esempio.»
«Visto? Ucciderlo ora sarebbe un atto di clemenza» spinse Alistair, fissando trucemente l’assassino.
«Ehi, ehi… non affrettiamo le cose» disse con voce allarmata il prigioniero. «Potrei ancora esservi utile.»
Merevar alzò un sopracciglio. «In che modo?»
«Sentite, io ci tengo alla pelle… se mi lascerete vivere e andare via per conto mio, un giorno o l’altro i Corvi mi uccideranno. Ma di certo non si aspettano di trovarmi proprio insieme alle persone che avrei dovuto uccidere, vi pare?»
Mentre tutti comprendevano ciò che l’elfo stava proponendo, le loro espressioni si facevano via via incredule.
«Potrei viaggiare con voi e aiutarvi in… beh, qualsiasi cosa stiate facendo» continuò imperterrito l’elfo. «Avere un assassino che lavora con voi può tornare utile, sapete? Inoltre potrei avvisarvi in caso i Corvi tornassero sulle vostre tracce. La mia collega qui sembra saperne molto sulla nostra organizzazione, ma ci sono cose che si conoscono solo stando all’interno. Se dovessero tornare all’attacco, io lo saprei immediatamente.»
«Perché mai dovremmo fidarci di te? Hai appena cercato di ucciderci» disse Melinor, incrociando le braccia sul petto con aria severa.
«Ed è chiaro a tutti che non sono stato in grado di farlo nemmeno con un numeroso seguito di uomini addestrati» ridacchiò a fatica l’elfo, il freddo che ormai minacciava di paralizzare perfino la sua allegra e vivace lingua. «Perché mai dovrei tentare di uccidervi una seconda volta, e per giunta da solo? Non sono così stupido, e soprattutto non mi conviene.»
«Non sarebbe poi tanto difficile uccidere un intero gruppo di persone in silenzio, nella notte» insinuò Leliana assottigliando le fessure degli occhi mentre studiava l’elfo. «Ma probabilmente hai ragione. Non credo faresti mai una cosa così stupida». Leliana si voltò a guardare Melinor e Merevar.
«Leliana, cosa suggerisci? Potrebbe davvero esserci utile?» chiese l’elfa.
Alistair sbarrò gli occhi. «Melinor, non starai considerando…»
Lei alzò la mano per zittirlo; al che, Leliana fu libera di dire la propria.
«Un assassino addestrato fa sicuramente al caso vostro, vista la situazione. L’unico dubbio che resta riguarda la sua lealtà… non sappiamo se manterrà la parola.»
«Se posso permettermi, io sono molto leale» balbettò l’elfo in preda agli spasmi per il freddo. Le sue labbra erano ormai cianotiche. «So che può non sembrare, vista la facilità con cui sto voltando le spalle ai Corvi… ma a mia discolpa posso dire che loro vorranno uccidermi, ed è l’unica ragione per cui li sto tradendo. La mia lealtà va di pari passi con la mia voglia di vivere, non mi sembra così sbagliato.»
«Non ha tutti i torti» ammise Merevar. «Probabilmente al suo posto lo farei anch’io.»
I due dalish e Leliana rimasero in silenzio a guardarsi, come se stessero comunicando telepaticamente. Dopo qualche istante, annuirono.
«Hawke, rilascia l’incantesimo» ordinò Merevar.
«Siete proprio sicuri che sia una buona idea?» esclamò la rossa.
«Sbrigati, o morirà ibernato» le intimò ancora il dalish.
Controvoglia, Hawke fece come le era stato detto: non appena il ghiaccio sparì, Melinor si chinò sull’elfo per guarire la sua ferita.
«Grazie» sospirò l’assassino, rincuorato. «Io sono Zevran, comunque. Zev per gli amici. Spero che diventeremo ottimi amici» disse, guardando Melinor con fare lascivo. Lei indietreggiò appena, guardandolo malamente; tuttavia non smise di trattare la sua ferita. «Ma guarda, siamo difficili; la trovo una cosa adorabile» ridacchiò l’elfo.
«Ehi, falla finita immediatamente» si fece avanti Alistair. «Siamo ancora in tempo per cambiare idea e spedirti al Creatore!»
«D’accordo, d’accordo» esclamò allora Zevran, visibilmente divertito. «Cercavo solo di essere amichevole» aggiunse, facendo l’occhiolino a Melinor. Poi si voltò verso Leliana, e dopo di lei passò in rassegna Hawke e Morrigan. «Spero di stringere molte amicizie qui.»
Alistair borbottò qualcosa, contrariato; Wynne scosse il capo con un sospiro, e Merevar rimase a osservare Zevran con interesse. Quando Melinor ebbe finito di trattare la sua ferita, il dalish tese una mano all’antivano. Questi la prese con un certo stupore, e lasciò che l’aiutasse a rimettersi in piedi.
«Io sono Merevar» si presentò prima di puntare il dito su tutti gli altri. «Loro sono Melinor, Leliana, Alistair, Hawke, Morrigan e Wynne. Comportati lealmente e non ci saranno problemi. Intesi?»
Tutto il gruppo rimase interdetto: Merevar non si era mai dimostrato così gioviale con nessuno di loro.
«Ah, questa sì che è una bella accoglienza» esclamò Zevran, divertito. «Bene, non vi deluderò. Allora, dove siamo diretti? A giudicare dalla rotta che stavate seguendo si direbbe che avete affari a Redcliffe.»
«Sì, ti spiegheremo tutto lungo la strada. Andiamo, abbiamo già perso fin troppo tempo grazie alla tua imboscata» replicò Merevar, iniziando a camminare. Zevran lo seguì, prendendo a camminare al suo fianco. Tutti gli altri li seguirono in un mutismo generale, ancora straniti dall’insolito atteggiamento di Merevar nei confronti di colui che aveva appena attentato alla sua vita.  

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