Raggiunsero il castello di Redcliffe la sera stessa, dopo il tramonto. Bann Teagan e l’Arlessa li ricevettero immediatamente, seguiti da Sten e Jowan.
«Ci avete messo più del previsto» disse loro Bann Teagan con voce greve e preoccupata. «Spero portiate buone notizie…»
Alistair si fece avanti con fare rassicurante. «Sì, non temete. Le cose al Circolo non sono andate proprio per il meglio, ma ci siamo comunque procurati tutto l’occorrente per il rituale: il lyrium, una maga in più…»
«Tu!»
La voce di Wynne riecheggiò nel salone d’entrata del castello. Tutti si voltarono, trovandola intenta a fissare Jowan con aria truce.
«Oh, già… suppongo che i due galoppini del Circolo si conoscano» dedusse Morrigan con aria divertita.
«Chi sono queste persone?» se ne saltò fuori Sten, alternando lo sguardo fra Wynne e Zevran.
«Sono con noi, puoi stare tranquillo» gli rispose Merevar.
«Cosa ci fa lui qui? Sapete chi è?» esclamò Wynne, il bastone stretto in mano e l’attenzione tutta rivolta al mago fuggito dalla torre.
Melinor replicò con il suo consueto tono pacato. «Sappiamo che è fuggito dal Circolo, e che…»
«E che è un mago del sangue, questo lo sapete? È fuggito dopo aver usato la sua diabolica magia su Irving e sui templari!» esclamò l’anziana, la mandibola bianca tirata e le labbra sottili contratte per la rabbia.
«Ce l’ha confessato lui stesso, Wynne… ora calmati e ascoltami» le disse l’elfa, attirando finalmente su di sé l’attenzione della maga. Le spiegò in prestezza quanto era accaduto a Redcliffe, raccontando la parte che Jowan aveva avuto nell’intera vicenda e non perdendo l’occasione di sottolineare il fatto che era stato collaborativo.
«Può anche avervi detto che è pentito e che vuole aiutare, ma resta il fatto che lui era uno dei maghi in combutta con Uldred. Non è forse vero, Jowan?» l’accusò Wynne, gli occhi di ghiaccio nel colore e nell’espressione.
Il ragazzo abbassò lo sguardo con aria colpevole.
«Ecco la vostra risposta» disse Wynne, abbassando finalmente il bastone. «Avete visto tutti cos’è accaduto al Circolo, siete testimoni di quella tragedia. Se Jowan non fosse riuscito a fuggire, sarebbe stato complice di quei mostri. Volete ancora collaborare con lui, alla luce di questi fatti?»
Nessuno rispose per un breve, lunghissimo istante.
«Non so di cosa stiate parlando, signora» si fece avanti l’Arlessa; «ma mio figlio è in pericolo. Dobbiamo intervenire immediatamente, abbiamo già aspettato fin troppo.»
Wynne guardò la donna con una punta di rammarico: si rese conto di essersi lasciata sopraffare dai suoi sentimenti in un momento di cruciale importanza. Si ricompose immediatamente. «Avete ragione, Arlessa; vi chiedo perdono per il mio comportamento inappropriato» chinò il capo rispettosamente.
«Wynne… avremo bisogno anche di Jowan per il rituale.»
Wynne si voltò di scatto verso Melinor, sgranando gli occhi.
«Servono quattro maghi per sostenere il rituale, e uno dovrà andare nell’Oblio per sconfiggere il demone» continuò l’elfa. «Noi siamo in cinque, quindi… non abbiamo scelta.»
Wynne serrò le labbra, ma non perse le staffe. Parlò invece con grande calma e saggezza. «Va bene, Melinor. Faremo come dici tu. Hai dimostrato di sapere quel che fai, dunque mi fiderò di te. Anche se non mi fido di lui» concluse, lanciando a Jowan l’ennesima occhiata truce.
L’elfa annuì, sollevata. Si rivolse quindi all’Arlessa. «Che ne è stato di Connor, in questa settimana?»
«Le cose sono andate abbastanza bene, tutto sommato… ha lasciato in pace gli abitanti del villaggio e gli inservienti intrappolati nel castello. Ma è stato quasi sempre rinchiuso nella stanza di suo padre.»
Melinor fu subito rincuorata da quella notizia: il ragazzino aveva resistito alle lusinghe del demone. Si voltò verso gli altri maghi. «Sarà meglio procedere subito con il rituale; iniziamo a preparare tutto.»
 

Bann Teagan li portò in una stanza sgombra di modeste dimensioni: lì i maghi predisposero tutto il necessario per il rituale. Con la polvere di lyrium tracciarono un cerchio abbastanza grande da contenere i quattro maghi più quello destinato a viaggiare verso l’Oblio.
«Bene, ora resta solo da decidere chi andrà nell’Oblio» decretò Melinor quando tutto fu pronto. «Morrigan, pensi di poter guidare tu il rituale? Ti lascerò il mio grimorio. In questo modo potrò andare io ad affrontare il demone.»
Merevar e Alistair, che assistevano in disparte insieme agli altri, iniziarono a muoversi nervosamente.
«Melinor, se posso permettermi» si fece avanti Wynne, «non credo sia il caso che vada tu. Sei una degli ultimi Custodi Grigi rimasti, e sei anche la guida di questo gruppo: non possiamo rischiare la tua sicurezza così. Lascia che vada io nell’Oblio.»
L’elfa rimase a bocca aperta a quella proposta. «Ma, Wynne…»
«Non ha tutti i torti, Melinor» si affrettò a esporre la propria idea Alistair.
«Concordo» si accodò Merevar. Melinor guardò entrambi con un cipiglio corrucciato, consapevole del fatto che in larga parte stavano parlando così per ragioni personali.
«Hanno ragione, Melinor» intervenne a sua volta Hawke. «Non possiamo rischiare di perderti così. Sei fondamentale per il gruppo, e lo sai. Non dureremmo cinque minuti senza di te.»
Wynne annuì di fronte al consenso generale; rivolse un sorriso gentile all’elfa, che la guardava dubbiosa. «Non temere per me, Melinor. Sono anziana ed esperta, e ho una forte connessione con l’Oblio. So come muovermi in quella dimensione. Sono venuta con voi per essere d’aiuto: questa è l’occasione perfetta.»
Melinor si morse il labbro inferiore, ma fu costretta ad ammettere che gli altri avevano ragione. Era la soluzione migliore. «E va bene» si arrese. «Se siamo tutti d’accordo, possiamo procedere.»
Cercò conferma negli occhi tutti i maghi, uno dopo l’altro: dopo averli trovati tutti consenzienti, tornò a rivolgersi a Wynne. «Posizionati pure, Wynne.»
Senza una parola, la maga del Circolo andò a distendersi al centro del cerchio. La sua espressione era concentrata e serena. Dopo averla osservata alcuni istanti, Melinor fece un cenno e si posizionò lungo il perimetro del cerchio insieme a Hawke, Morrigan e Jowan: sollevò le mani, i palmi rivolti verso l’alto. Prese a salmodiare nell’antica lingua degli Elvhen, mentre gli altri maghi si concentravano alzando le mani a loro volta. Il cerchio di polvere di lyrium prese a brillare d’uno scintillante azzurro elettrico: l’intensità della luce aumentava sempre di più, al punto da accecare tutti gli spettatori al di fuori del cerchio.
D’improvviso, una sfera di luce saettò verso l’alto: appena la videro, era già sparita. Al centro del cerchio Wynne giaceva immobile, la sua anima volata via verso la sua missione.
 

Passò almeno mezz’ora. Melinor continuò a salmodiare per tutto il tempo: Morrigan, Hawke e Jowan sembravano in uno stato di trance.
All’improvviso, una saetta luminosa piovve al centro del cerchio: Melinor si ridestò dalla sua trance e smise di recitare le parole del rituale. La luce azzurra si affievolì, e l’elfa si precipitò sul corpo immobile di Wynne. Le mise una mano sulla spalla e la scosse delicatamente. Ci volle un po’, ma alla fine la maga aprì gli occhi: mise a fuoco Melinor, ma non ebbe alcuna reazione.
«Wynne… com’è andata?» le chiese con tono apprensivo.
La maga si lasciò andare a un debole sorriso. «Non è stato facile, il demone era potente… ma è fatta. Il bambino è libero» sussurrò.
«Oh, grazie!» si scapicollò per raggiungerle Isolde. Si accucciò accanto a Melinor e s’inchinò profondamente al cospetto dell’anziana, fin quasi a toccare terra con la fronte. «Non potrò mai esservi abbastanza riconoscente per aver salvato il mio bambino!»
Wynne scosse appena il capo, per dirle che non c’era bisogno di tanta veemenza. «Andate ora, Arlessa. Vostro figlio sarà senza dubbio in stato confusionario, ha bisogno di voi.»
Lady Isolde annuì; aiutata da Bann Teagan si alzò in piedi, e insieme i due sparirono al piano superiore.
«Va tutto bene?» chiese allora l’elfa alla maga.
«Sì, Melinor; ho solo bisogno di recuperare le forze.»
Melinor provò non poco sollievo; chiamò Sten, il quale sollevò la maga alla stregua di una bamboletta leggera. La portarono in una stanza a riposare.
 

Connor era finalmente tornato se stesso. Non ricordava nulla dell’accaduto, e sua madre si guardò bene dal dirgli qualsiasi cosa: decise che gli avrebbe raccontato tutto una volta risvegliatosi suo marito.
La nottata passò con incredibile lentezza. Melinor e Morrigan restarono per tutta la notte a vegliare su Arle Eamon: usarono su di lui ogni incantesimo e ogni intruglio erboristico conosciuto nella speranza di ottenere una qualche reazione.
Alle prime luci dell’alba, entrambe uscirono dalla stanza: erano esauste. Bann Teagan, Isolde, Merevar e Alistair avevano aspettato fuori dalla porta tutta la notte.
«Quali nuove?» chiese speranzoso Teagan.
Melinor scosse la testa, sconsolata. «Abbiamo provato di tutto, ma nulla ha funzionato.»
Le spalle di Isolde caddero visibilmente verso il basso; sospirò sconfortata. Si spostò verso una finestra, mentre gli altri l’osservavano in silenzio. Il suo profilo si stagliava come un’ombra scura contro il rosa del cielo.
«Non ci resta che proseguire nella ricerca dell’Urna delle Sacre Ceneri. Solo quelle potranno salvare mio marito.»
Nessuno ebbe il cuore di risponderle; ma qualcuno doveva pur farlo, e ci pensò suo cognato.
«Isolde, i tuoi cavalieri sono là fuori da settimane… e nessuno ha fatto ritorno. L’Urna è solo una leggenda.»
«No, invece» si voltò con decisione la donna. «Eamon ha investito parte del nostro patrimonio per sostenere la ricerca di un fratello della Chiesa, uno studioso di nome Genitivi. Quest’uomo di religione era vicinissimo a trovare l’ubicazione dell’Urna, ci sono prove a sostegno della sua esistenza! E se esiste… noi dobbiamo trovarla, o Eamon morrà» aggiunse infine con voce tremolante.
Morrigan scosse il capo, seccata. I tre Custodi si guardarono fra loro.
«Lady Isolde» si fece avanti timidamente Alistair. «Siete davvero certa della fondatezza di questa ricerca?»
«Mio marito non avrebbe mai finanziato gli studi di un ciarlatano qualsiasi» ribatté con una punta d’indignazione la donna. «Se l’ha fatto, dev’essere per un buon motivo.»
«Allora forse dovremmo parlare con questo Genitivi» propose Melinor. «Se la sua ricerca era a buon punto, forse può dirci lui dove cercare.»
Morrigan squadrò l’elfa con gli occhi gialli sgranati. «Non dirmi che intendi proseguire oltre con questa follia! Quest’uomo è spacciato, lo sai! Abbiamo un Flagello da combattere, non abbiamo tempo di fare la caccia al tesoro!»
«Non capisci proprio niente!» alzò la voce Alistair. «Non potremo mai concentrarci sul Flagello con Loghain alle calcagna! Ci ha persino mandato contro i Corvi di Antiva! Se vogliamo avere speranze contro di lui, abbiamo bisogno dell’appoggio di Arle Eamon!»
«Non nasconderti dietro a scuse intelligenti, non si confanno affatto al tuo personaggio» rispose a tono la strega. «La verità è che tu vuoi salvare quest’uomo per motivi personali!»
«Oh, piantatela una buona volta!» si spazientì Merevar.
«Ragioni personali o no», seguì a ruota Melinor, «quello che ha detto Alistair è la verità. Dobbiamo fare il possibile per Arle Eamon. È la cosa giusta da fare, sia strategicamente che moralmente.»
Morrigan alzò le mani al cielo, esasperata. «Siete irrecuperabili» sbuffò, dileguandosi lungo il corridoio.
Quando fu uscita dal loro campo visivo, gli altri si guardarono fra loro.
«Forse la vostra amica ha ragione… forse è davvero una crociata senza speranza» mormorò Isolde, affranta.
«Non dite così, e soprattutto non date retta a quella megera delle paludi» tentò di rincuorarla Alistair. «Se c’è anche la benché minima speranza, noi l’inseguiremo. Voi non dovete far altro che indicarci dove trovare fratello Genitivi, e noi faremo tutto il possibile.»
Melinor supportò quelle parole annuendo, mentre Merevar ascoltava impassibile. Isolde sembrò riaversi, e l’ombra di una pallida speranza si riaffacciò sul suo viso. «Fratello Genitivi vive a Denerim» rivelò allora. «Non ricordo l’indirizzo preciso, ma sarà sicuramente registrato in qualche libro nello studio di Eamon. Venite con me» disse loro, e prese a fare strada.
 

Alistair, Melinor e Isolde si recarono al piano inferiore, presso lo studio di Arle Eamon; Merevar seguì invece Bann Teagan, il quale si era offerto di mettere a loro disposizione l’armeria privata dell’Arle. I tre passarono quasi mezz’ora a frugare fra i libri e le scartoffie; alla fine fu Isolde a trovare ciò che cercavano.
«Ecco qui» esordì; «fratello Genitivi vive nel distretto del mercato di Denerim, di fronte alla “locanda del nobile addormentato”.»
Alistair distorse la bocca in un’espressione allarmata. «Accidenti, è proprio in pieno centro…» si voltò verso Melinor. «Dovremo muoverci con la massima discrezione per non farci riconoscere.»
«Potremmo fornirvi dei mantelli e delle vesti da viaggio, così potrete passare per dei normali viaggiatori» suggerì l’Arlessa.
«Sarebbe perfetto» annuì Melinor.
«Allora vado subito alla ricerca di qualcosa di adatto. Ma prima… lady Melinor, vi posso parlare in privato per un istante?» disse a sorpresa la donna.
«Certamente» replicò l’elfa, con occhi grandi e rotondi.
«Allora vi lascio sole. Melinor, ti aspetterò in corridoio» disse Alistair prima di congedarsi con un piccolo inchino. «Con permesso.»
Le due seguirono i movimenti del ragazzo finché non si fu richiuso la porta alle spalle. A quel punto, l’Arlessa si spostò verso la scrivania del marito: aprì un cassetto e ne estrasse qualcosa. Senza aver compreso di cosa si trattasse, Melinor aspettò che la donna si riportasse di fronte a lei.
«Ecco, lady Melinor: tenete.»
La donna le stava porgendo una collana: una catenina d’argento da cui pendeva un amuleto tondeggiante, anch’esso d’argento, con diverse crepe. Sembrava che qualcuno l’avesse riaggiustato riassemblandone i pezzi. L’elfa prese l’amuleto, ma riservò all’umana uno sguardo perplesso.
«Datelo ad Alistair. Lui capirà» si limitò a dire Isolde. Poi prese a guardarsi attorno, visibilmente imbarazzata. «Vi chiedo soltanto la cortesia di attendere finché non sarete in viaggio, prima di darglielo.»
Melinor aggrottò le sopracciglia, inclinando la testa da un lato. «Posso chiedervi almeno se si tratta di qualcosa che Alistair apprezzerà? O sarà forse il contrario?»
«Ne sarà felice» replicò senza esitazione la donna.
«Allora perché non glielo date voi stessa?»
«Perché io… ecco…» tornò l’imbarazzo sul suo volto. «Non ne vado fiera, ma devo ammettere mio malgrado di aver sempre trattato Alistair con freddezza quand’era un bambino. Questa collana è speciale per lui, e io credo sia meglio che sia qualcuno a cui è legato a dargliela.»
Melinor rimase colpita da quelle parole. Isolde colse quell’attimo di smarrimento nelle iridi dell’elfa, e ridacchiò.
«Sarò anche stata fredda con lui, ma l’ho pur sempre visto crescere. Ho capito subito che tiene a voi. Anche se, a pensarci meglio… chiunque potrebbe dedurlo facilmente. Basta osservare come vi guarda.»
Melinor abbassò lo sguardo, un lieve rossore che le andava ad accendere le gote. «Farò come mi avete chiesto» disse semplicemente; l’Arlessa annuì.
«Grazie, lady Melinor. Per questo, e per tutto il resto.»
 

Le due si lasciarono così. Melinor raggiunse Alistair nel corridoio; il ragazzo l’aspettava in piedi davanti a una finestra. Prima che la vedesse, l’elfa ebbe cura di nascondere l’amuleto nella sua bisaccia. Stranamente, Alistair sembrò non notare il suo arrivo: era concentrato sul giardino sotto di sé.
«Succede qualcosa d’interessante laggiù?»
Il ragazzo sussultò trovandosi l’elfa proprio sotto al naso. «Oh, non mi ero accorto che fossi già qui…»
L’elfa guardò fuori dalla finestra: il sole era ormai alto nel cielo. In giardino vide Merevar tirare di spada con Zevran.
«Non ti sembra che quei due vadano un po’ troppo d’accordo, per conoscersi solo da un giorno?» le chiese Alistair; lei rimase a guardare i due elfi che si fermavano a ridacchiare. «Insomma, è strano» continuò lui. «Merevar è sempre stato ostile con tutti, poi arriva un assassino che tenta di ucciderci tutti… e lui diventa improvvisamente gentile!»
Melinor non scollò gli occhi dal fratello.
«Melinor, ci sei?» le agitò una mano davanti agli occhi Alistair.
«Che c’è, sei offeso perché Merevar ha legato con Zevran e non con te?» lo prese in giro lei.
«No, io…» guardò altrove lui. Poi le sue sopracciglia s’inarcarono appena verso il basso. «Beh, forse un po’ lo sono! Insomma, io ho dovuto sudare sette camicie per avere un briciolo di stima da parte sua… Zevran attenta alla sua vita, ma ehi! Benvenuto fra noi!» esclamò allargando le braccia.
Melinor rise, tornando a guardare il gemello; il suo sorriso si fece triste. «So perché si comporta così.»
«Beh, illumina anche me, ti prego!»
«Zevran è un elfo.»
Alistair sembrò restare senza parole. Gli ci vollero parecchi secondi prima di riuscire a formulare una risposta. «Sarà anche uno della vostra stessa razza, ma questo non mi sembra un motivo sufficiente per dargli tutta questa fiducia.»
«Hai ragione, ma devi considerare la situazione di Merevar». Melinor fissò i suoi occhi verdi in quelli di lui. «Tu sai quanto mi ha sconvolta l’illusione nell’Oblio. Credi che per Merevar sia stato più facile, solo perché non è toccato a lui uccidere il nostro clan?»
Alistair rimase in ascolto. Iniziava a intuire dove voleva arrivare l’elfa.
«Merevar è di per sé più intollerante di me verso gli umani. Non ha ancora accettato il fatto di essere stato costretto a diventare un Custode Grigio, e l’esperienza nell’Oblio non è stata affatto d’aiuto. Si è reso conto che non rivedremo mai più il nostro clan, che non saremo mai più dei dalish… non davvero». Con grande tristezza spostò le iridi sul cortile. «Aver incontrato un altro elfo gli è di conforto. In uno strano, contorto modo, avere Zevran attorno gli ricorda casa.»
Alistair le cinse la vita da dietro, stringendola a sé mentre studiava Merevar e Zevran.
«Non avevo mai considerato la cosa da questo punto di vista… Merevar sembra sempre così tranquillo, così deciso… è difficile immaginare che stia soffrendo.»
«Quello che hai visto finora non è affatto il vero Merevar» gli rivelò Melinor. «Quando eravamo con il clan, Merevar era sempre allegro e amichevole. Faceva ridere tutti, aveva una personalità brillante e coinvolgente. Era sempre al centro dell’attenzione insieme a nostro fratello Tamlen; quei due erano l’anima della festa.»
Alistair sbarrò gli occhi: quasi non poteva credere alle parole di Melinor. Osservò quell’elfo silenzioso e defilato, sempre sulle sue, sempre serio e imbronciato: non sembrava possibile che fosse lo stesso di cui stava parlando Melinor. Si rese conto solo allora di non averlo mai visto sorridere con autenticità.
«Credi che si riprenderà, prima o poi?» le sussurrò all’orecchio.
Melinor esitò prima di rispondere. «Lo spero davvero.»
Alistair non aggiunse altro. La strinse ancora di più, per farle sentire che c’era. Che era lì per lei, e anche per suo fratello.

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