Il gruppo partì verso mezzogiorno. Lady Isolde si preoccupò di far avere loro quante più provviste possibile.
«Vi darei dei cavalli per facilitarvi il viaggio, ma il demone li ha fatti uccidere tutti per assicurarsi che nessuno potesse fuggire da Redcliffe» spiegò con rammarico.
Fu così che si avviarono a piedi: una settimana di cammino li separava da Denerim, la capitale del Ferelden. Una settimana in cui avrebbero dovuto costeggiare la gran via imperiale restando a distanza, nell’ombra: Denerim era la città di Loghain, ora. Più si avvicinavano, più rischiavano di attirare l’attenzione ed essere riconosciuti.

I primi due giorni trascorsero senza che nulla accadesse: i rapporti e i dissapori fra i membri del gruppo, che altro non avevano da fare se non relazionarsi fra loro, si fecero più marcati. Le due rosse erano ormai inseparabili, e cercavano spesso la compagnia di Melinor contendendosela con Alistair; di conseguenza si avvicinarono anche a lui. Morrigan preferiva starsene in disparte, e solo Melinor si preoccupava di trascorrere del tempo con lei: spesso trascorrevano la notte a parlare di conoscenze antiche e magia. Wynne andava d’accordo un po’ con tutti, a eccezione di Morrigan: la ragazza non voleva saperne di ascoltare le sue ciance sull’importanza di un’istituzione quale il Circolo dei Maghi, e l’ostinazione di Wynne unita alle loro divergenze spesso portava le due a litigare. Quando Alistair interveniva a favore di Wynne, l’antipatia che nutriva per Morrigan non faceva che aumentare, così come l’insofferenza della strega nei suoi confronti. Sten restava per lo più taciturno come suo solito, ma sembrò manifestare una certa dose di rispetto per Merevar, il quale non si scollava da Zevran un secondo. Il risultato fu che i tre formarono ben presto un insolito terzetto. Fu questa nuova vicinanza fra loro a dare a Merevar la spinta per porre al qunari una domanda che lo assillava da quando erano arrivati alla torre del Circolo.
«Sten» esordì una sera, mentre erano tutti riuniti intorno al fuoco per cenare. «È successa una cosa quando siamo arrivati al Circolo dei maghi…»
Gli occhi violacei del qunari saettarono verso l’elfo.
«Abbiamo trovato dei resti» continuò allora il dalish; «sembravano dei guerrieri qunari come te.»
«Lo erano.»
Il qunari ammise il tutto con tale prestezza da lasciare tutti stupiti.
«Allora lo sapevi» disse Merevar, vedendo i suoi sospetti confermati. «Sapevi che erano lì… li conoscevi?»
«Sì, erano i miei compagni» confermò Sten, nemmeno l’ombra di un’emozione sul suo viso.
«Ed è per questo che hai preferito restare a Redcliffe?»
Sten non rispose; rimase a fissare le fiamme del falò con espressione dura mentre Merevar lo studiava con una punta di sospetto.
«Scusami se te lo chiedo, Sten… ma devo farlo» insistette l’elfo. «Per caso c’entri qualcosa con la loro morte?»
A quel punto il qunari parve rianimarsi: la sua testa scattò in direzione di Merevar, i suoi occhi assottigliati per la rabbia.
«Stai forse insinuando che abbia ucciso i miei compagni, elfo?»
«Non sto insinuando nulla, ti sto solo facendo una domanda» replicò pacatamente l’elfo, facendo segno al qunari con le mani di calmarsi. «Ma devi ammettere che andare lì e trovare quei resti dopo che ti sei offerto senza esitazione di restare al castello… sembrava proprio che volessi evitare di tornare lì, ed è sospetta come cosa.»
«Soprattutto visti i tuoi precedenti» s’inserì Hawke, alludendo alla famiglia di Lothering massacrata dal qunari.
«Non ho ucciso i miei compagni, non sono feccia come i Tal Vashoth!» esclamò Sten alzandosi in piedi di scatto, facendo riferimento ai qunari reietti che si ribellavano alla loro stessa gente. «La prole oscura è piombata su di noi, uccidendoli!»
Tutti tacquero per diversi istanti; Merevar distolse lo sguardo da Sten, mortificato. «Mi dispiace, Sten. Non ne avevo idea.»
Sten parve calmarsi immediatamente: tornò a sedersi, riacquistando la sua espressione impenetrabile. «Stavi solo facendo il tuo lavoro, Custode. Lo capisco.»
Gli altri avevano osservato lo scambio verbale dei due senza fiatare; Melinor stava ora osservando con interesse il qunari, mentre diverse domande prendevano forma nella sua mente.
«Come sei riuscito a salvarti?» diede voce a quelle domande Merevar.
«Sono scappato. Ho corso a perdifiato per giorni interi, finché non sono svenuto in mezzo a un campo. Quando mi sono svegliato, ero in casa di quei contadini.»
Le sopracciglia rosse di Hawke s’inarcarono verso l’alto. «Ti hanno soccorso loro, non è così?»
Sten annuì. «Mi stavano curando.»
Lo stupore della fereldiana crebbe ulteriormente. «E tu li hai uccisi tutti? Perché?!»
«Sono andato nel panico» spiegò con calma il qunari, senza farsi turbare dall’accusa malcelata nel tono di voce della ragazza. Questa, per tutta risposta, rimase senza parole per diversi istanti.
«Cosa?» esclamò infine, basita.
«Avevo perso la mia spada.»
Le criptiche parole del qunari non fecero che esasperare maggiormente la ragazza, che prese a scuotere la testa con espressione indecifrabile.
«Potresti spiegarti meglio, Sten?» disse con gentilezza Melinor, tentando di salvare la situazione prima che precipitasse. Tutti gli altri stavano capendo ben poco di quella faccenda, e ascoltavano con perplessità la bizzarra conversazione.
«Che altro c’è da spiegare? Avevo perso la mia spada, sono andato nel panico e li ho uccisi. Non ne vado fiero, l’ho già ammesso altre volte.»
Persino Melinor faticava a comunicare con quell’enigmatico personaggio; i suoi occhi incrociarono quelli del gemello, che sembrava altrettanto spaesato.
«Tu hai ucciso una famiglia innocente perché hai perso un pezzo di ferro?» tornò a esclamare Hawke, ripresasi dalla sua stessa costernazione.
«Taci, donna! Che ne sa una come te di cosa sia l’onore per un qunari? Quella spada non era un mero pezzo di ferro!»
«Oh, chiedo scusa… era forse d’acciaio?» rispose Hawke con pungente sarcasmo.
«Vashedan saarebas!» L’insultò in lingua qunlat Sten. «Non parlare se sei ignorante! Quella spada era parte di me, era stata forgiata esclusivamente per la mia mano! Senza la sua spada, un guerriero qunari non ha onore! Non è nulla! Non potrò mai più tornare nella mia patria senza la mia spada!»
Hawke stava per ribattere, ma uno sguardo ammonitore di Melinor la fermò.
«Perdonaci, Sten. Non sappiamo molto delle tradizioni della tua gente; dev’essere stata dura per te» mediò l’elfa. Il qunari non disse altro; riprese a mangiare il suo tozzo di pane con gli occhi fissi sul falò.
«Sten, ricordi dove hai perso la tua spada?» intervenne a quel punto Leliana.
«Proprio là, dove avete trovato i resti dei miei compagni.»
Leliana si fece pensierosa. «Allora forse potremmo ritrovarla…»
Gli occhi del qunari si abbatterono con foga sull’orlesiana, interessati ma non troppo speranzosi.
«C’era un uomo lì nei paraggi, un avvoltoio alla ricerca di oggetti di valore» spiegò allora la ragazza. «Ha detto che un altro prima di lui era passato di lì e aveva ripulito la zona; poi si è diretto a Orzammar per commerciare con i nani.»
«E tu credi davvero che, quando ci recheremo a Orzammar, troveremo la spada ancora in vendita presso una bancarella?» la derise Morrigan. «Potrebbero passare dei mesi, visto che qui ci ritroviamo sempre a dover salvare chiunque incroci la nostra strada. Non c’è speranza di trovare quella spada, bambolina. Sveglia» concluse, schioccando le dita. Leliana fece una smorfia di disappunto, ma non ribatté per non darle soddisfazione.
«La strega ha ragione» tornò a parlare Sten. «La mia spada è persa per sempre, così come il mio onore.»
«Non perderei tutte le speranze se fossi in te, mio caro amico qunari» intervenne Zevran. «Certo le possibilità sono esigue, ma da quel che so Orzammar è un mondo chiuso in sé stesso, e non è poi così grande. Di sicuro la tua spada è di grande valore, e solo un nano appartenente alla nobiltà potrebbe permettersela; questo restringe il campo.»
«Zevran potrebbe avere ragione» disse Merevar, tornando con l’attenzione su Sten. «Quando andremo a Orzammar potremmo provare a chiedere in giro; non si sa mai.»
«La tua è una vana promessa, Custode; ma grazie lo stesso» concluse Sten, lasciando intendere che l’argomento si era esaurito.
«Oh, a proposito di nani» esclamò Zevran, attirando su di sé l’attenzione. «Vi siete accorti che ce ne sono due che vi seguono a distanza? Li ho notati quando vi tenevo d’occhio per tendervi l’imboscata. Vi stanno dietro da un po’.»
«Cosa? Due nani?» aggrottò le sopracciglia dorate Melinor.
«E non ti è venuto in mente di dircelo prima?» lo aggredì Alistair.
«No, non mi è venuto in mente» ribatté con totale noncuranza l’antivano. «Sono due nani innocui.»
Alistair guardò Melinor. «Forse faremmo meglio a controllare, tu che dici?»
«Sì» asserì l’elfa, alzandosi in piedi. «Zevran, quanto distano da noi?»
«Mmm… una mezz’ora piena a piedi, direi» considerò l’elfo, massaggiandosi la mandibola.
«Allora andiamo» disse Alistair a Melinor, iniziando a incamminarsi. L’elfa lanciò un’occhiata al gemello, ma lui non accennava a smuoversi. Le fece cenno di andare avanti.
«Serve aiuto?» chiese Wynne ai due Custodi in partenza.
«No, Wynne; grazie per l’offerta, ma non credo servano tre di noi per rintracciare due nani innocui» le sorrise Alistair.
«Sì, certo» esclamò Hawke, sventolando una mano con sufficienza. «Dillo che è solo una scusa per sgattaiolare via dall’accampamento con Melinor…»
Alistair si voltò verso la ragazza con espressione sarcastica, mentre cingeva le spalle dell’elfa attirandola a sé. «Non mi serve nessuna scusa, mia cara» le disse con aria di sfida; Hawke ridacchiò, e ognuno si appartò per conto proprio mentre i due si allontanavano alla ricerca dei nani.
Solo Merevar e Zevran rimasero accanto al fuoco.
«E così tua sorella sta con Alistair» commentò Zevran mentre fissava i due sparire nell’oscurità. «Che spreco…»
«Che vuoi dire?» borbottò con curiosità l’altro.
«Voglio dire che tua sorella è di una bellezza sopraffina» sospirò Zevran. «Peccato che sia già stata presa. Anche se sarebbe un gioco da ragazzi portarla via a un pivello come Alistair» ridacchiò.
«Se vuoi provarci, fai pure» ridacchiò in risposta Merevar. Zevran lo guardò con curiosità.
«Perché, non approvi la loro unione? Alistair sembra proprio il tipo di ragazzo a cui uno lascerebbe volentieri la sorella. Di certo nessuno vorrebbe lasciarla a un ex Corvo di Antiva» ridacchiò ancora l’assassino.
«Preferirei mille volte vederla con un elfo, piuttosto che con un umano» mormorò Merevar.
Zevran rise sonoramente. «Ah, amico mio… dici così solo perché non sai cosa farei a tua sorella se fosse mia.»
Merevar lo guardò con una punta di sospetto, non sapendo se chiedere altro. Zevran intercettò la sua muta domanda e fece un sorrisetto malizioso.
«Vuoi che ti elenchi tutte le posizioni in cui mi piacerebbe metterla? Ce n’è una in particolare che…»
«E va bene, ho capito! Adesso smettila, stai parlando di mia sorella!»
«Visto?» rise ancor più divertito Zevran. «Fidati, è meglio se la lasci stare con Alistair.»
L’antivano estrasse dai foderi i suoi lunghi pugnali, prendendo ad affilarli l’uno contro l’altro. Mentre osservava lo sfregare metallico delle lame, Merevar non poté evitare di pensare a quante vite erano state stroncate da quella coppia di spade corte. Se tutto fosse andato secondo i piani dei Corvi, anche la sua vita sarebbe terminata a causa loro.
«Perché hai scelto di unirti ai Corvi, Zevran?» ruppe allora il silenzio. L’altro s’immobilizzò, restando a fissarlo in silenzio con i suoi grandi occhi castani.
«Nessuno sceglie di unirsi ai Corvi, mio caro e ignaro dalish» sghignazzò. «Sono i Corvi a scegliere te, quando sei ancora un bambino.»
«Sei stato cresciuto dai Corvi?»
«Come ogni altro Corvo» iniziò a spiegare Zevran, rimettendo via le lame. «I Corvi raccolgono bambini dalla strada, oppure comprano quelli rimasti orfani. Prendi me, ad esempio: mi hanno trovato nel bordello in cui lavorava mia madre prima che morisse per darmi alla luce. Dove ci sono prostitute i bambini abbondano, e se qualcuno li compra le matrone sono ben felici di fare due soldi in più e liberare spazio.»
Merevar non poté fare a meno di provare un moto di tristezza. Zevran glielo lesse in faccia, e prese a sventolare una mano come se nulla fosse.
«Cos’è quella faccia? La mia è una delle storie migliori fra i Corvi. Soprattutto perché io sono cresciuto per raccontarla. Ai Corvi piace tirar su i loro assassini, fanno combattere i bambini fra loro; in questo modo si assicurano che solo i migliori sopravvivano.»
«Ti hanno costretto a uccidere i tuoi compagni?» chiese l’altro, sconcertato. Zevran fece spallucce.
«Non ho avuto scelta. O io, o loro.»
Merevar guardò altrove; non c’era da stupirsi del fatto che Zevran prendesse così alla leggera la morte, essendo cresciuto in un ambiente simile. Non si poteva fargliene una colpa: era stato cresciuto per uccidere.
«Come mai tutte queste domande sui Corvi? Stai considerando un cambio di carriera?» domandò Zevran con fare scherzoso.
«No, no… non credo che sarei in grado di fare un lavoro simile.»
«No? È un peccato. Hai di certo tutte le doti richieste a un assassino, e inoltre» aggiunse, incrociando le braccia e inclinando la testa da un lato con aria ammiccante; «con un bel faccino come il tuo faresti faville, fra i Corvi.»
Merevar sbarrò gli occhi, sentendo un brivido freddo corrergli lungo la colonna vertebrale.
«Bel… faccino…?»
A quella reazione, Zevran rise di gusto. «Ma guarda, non ti facevo timido! Suvvia, di sicuro ti è stato detto altre volte…»
Merevar esitò, incerto su come rispondere senza offendere l’altro. «Sì, ma… non da altri uomini.»
Calò un silenzio imbarazzante mentre i due si fissavano a vicenda.
«Ahi ahi, temo di aver frainteso» disse allora Zevran alzando le mani in segno di resa. «Sei stato così amichevole con me nonostante io abbia cercato di uccidervi tutti, così ho pensato che dietro al tuo atteggiamento ci fosse un motivo un po’ più… personale» ridacchiò forzatamente. «Ma mi sono sbagliato, perdonami. Spero che le mie avances non ti abbiano turbato, od offeso…»
«Nessuna offesa» tagliò corto il dalish, distogliendo lo sguardo.
«Però sei turbato.»
«È solo che non ho mai conosciuto nessun uomo a cui piacessero altri uomini» spiegò Merevar, tentando di essere il più gentile possibile; non voleva inimicarsi l’unico elfo del gruppo. Ma Zevran era tutt’altro che offeso: si mise a ridere come suo solito.
«Uomini, donne… qualsiasi cosa respiri per me va bene» ammise senza problemi. Al vedere la reazione sbalordita del dalish prese a ridere ancor più forte, premendosi entrambe le mani sul ventre secco e muscoloso. «Ma guardati! Le tue espressioni sono esilaranti! Dimmi, cosa ti stupisce al punto da farti fare una faccia simile?»
«Come fanno a piacerti entrambi? Uomini e donne sono… sono completamente diversi!» sbottò Merevar, incapace di comprendere una simile inclinazione.
«Ma è proprio questo il bello!» esclamò l’altro come se fosse la cosa più ovvia del mondo. «Così c’è più varietà fra cui scegliere! Inoltre, sai… quando lavori per un’organizzazione come i Corvi, non puoi permetterti di essere troppo schizzinoso quando si parla di certe cose.»
«Perché?» chiese Merevar, sempre più confuso.
«Perché spesso l’unico modo per avvicinarsi alle vittime, che sono quasi sempre altolocate e protette, è infilarsi fra le loro lenzuola. E ti stupiresti di quanti uomini nobili e potenti siano disposti a pagare per fare sesso con un giovane e avvenente elfo; per questo prima dicevo che faresti faville fra i Corvi» concluse Zevran con un occhiolino.
Merevar aveva ancora le sopracciglia aggrottate. «Quindi, in un certo senso… sei stato costretto a farti piacere entrambi i sessi.»
«Mmm… non saprei, sono stato abituato sin da subito ad andare con entrambi» si mise a frugare fra i ricordi l’altro. «Sì, potendo scegliere forse preferisco le donne; ma davvero, non fa una gran differenza per me.» Si voltò a guardare Merevar. «Spero che nonostante questo la nostra amicizia possa continuare. Non ci proverò più con te, promesso. Anche se vedere le tue facce sconvolte è davvero divertente» concluse con un sorrisetto.
«Non c’è problema, Zevran. Per quanto mi riguarda puoi andare a letto con chi ti pare.»
L’antivano tirò un sospiro di sollievo. «Meno male, sei l’unico che mi apprezza qui. Anche Melinor è gentile, ma ogni volta che le parlo quell’Alistair inizia a guardarmi male… che seccatura!»
Merevar rise, e prese distrattamente un pezzo di legno per buttarlo nel fuoco.
«Bene, ora che tu sei fuori dai giochi devo trovare qualcun altro da sedurre» cambiò argomento Zevran. «Se fosse per me punterei a tua sorella, ma…»
«No» lo interruppe Merevar.
«Scherzavo, scherzavo… dunque, vediamo un po’ cosa ci offre la compagnia» bisbigliò allora Zevran, scrutando oltre il fuoco. «Morrigan è molto attraente… ma temo che potrebbe trasformarmi in una statua di pietra solo guardandomi. Anche Hawke è carina… ma dovrebbe imparare ad acconciarsi i capelli, sarebbe molto più bella se mettesse un po’ di cura nel pettinarsi» commentò, scuotendo il capo. «È un maschiaccio, ma quelle come lei riservano sempre delle belle sorprese» aggiunse con voce maliziosa. «E infine abbiamo Leliana, con il suo dolce accento orlesiano…» Rimase in silenzio a osservare la ragazza. «È un bardo, vero?»
«Non lo ha mai ammesso, ma non l’ha nemmeno negato» rispose Merevar, ignaro della confessione fatta dall’umana a Melinor.
«Ne ero sicuro» annuì Zevran. Poi, senza alcun preavviso, cinse il collo di Merevar con fare cameratesco: il dalish si trovò tempia a tempia con lui, guardando le ragazze lontane. «Allora, Merevar? Tu chi mi consigli?»
«Perché non ci provi con Wynne?» borbottò l’altro. Zevran lo lasciò andare, ridendo per l’ennesima volta.
«Tu scherzi, ma potrebbe non essere un’idea malvagia! Sai, le donne mature hanno una certa esperienza… capisci cosa intendo, no?»
Merevar, disgustato all’idea di Zevran e Wynne, distorse la bocca; aveva rispetto per tutti gli anziani, e le insinuazioni dell’elfo gli sembravano del tutto fuori luogo.
«Oh, andiamo! Non guardarmi così, sembri uno che non ha mai…»
Merevar guardò frettolosamente ovunque non ci fossero gli occhi di Zevran; lui, per tutta risposta, sgranò le iridi castane.
«No… non può essere» mormorò incredulo. «Merevar, tu sei vergine?» esclamò.
«Taci» gli diede uno spintone il dalish, guardandosi attorno nervosamente. «Parla piano! Se Hawke ti sentisse non la finirebbe più di prendermi in giro!»
Con espressione sconvolta, Zevran si premette entrambe le mani sulle gote. «Ma è un’eresia! Dobbiamo subito rettificare la situazione!»
«Non ce n’è alcun bisogno» mise il broncio Merevar, incrociando le braccia. «Per noi dalish è normale, noi aspettiamo di trovare la persona giusta per…»
«Ma tu non ti puoi permettere di inseguire certe fesserie romantiche!» esclamò l’altro con fare sinceramente preoccupato, cosa che lasciò Merevar ancor più perplesso. «Insomma, ti rendi conto della situazione in cui ti trovi? Potresti morire anche domani!»
«Grazie tante, Zevran. Tu sì che sei incoraggiante» brontolò il più giovane dei due.
«Io sono realista, amico. Dovresti ringraziare il cielo di avermi incontrato» disse l’antivano, assumendo poi un’espressione solenne. Mise entrambe le mani sulle spalle dell’altro. «Merevar, ora so perché il destino mi ha mandato da te: ti giuro solennemente che ti aiuterò a trovarti una donna. È stato il Creatore a mandarmi da te per aiutarti in questa missione, ora ne sono certo.»
«Tu credi nel Creatore degli umani?» chiese Merevar, incredulo.
«Beh, sì. Non so se si tratti di Creatore o che altro, ma credo ci sia qualcosa di più grande là fuori… ma non è questo il punto, non cercare di cambiare argomento» lo rimproverò. «Dobbiamo subito fare qualcosa per la tua disperata situazione, non esiste che il mio nuovo amichetto non conosca i piaceri della carne. Mi offrirei volontario per aiutarti a scoprirli ma tu non sei dell’idea… sei proprio sicuro di non volermi dare una possibilità? Sarei delicato…»
«Zevran, finiscila!»
«Me lo aspettavo, ma valeva la pena tentare» ridacchiò. Prese la testa di Merevar e la costrinse a voltarsi verso le ragazze sparse per il campo, una dopo l’altra. «Avanti, scegline una.»
«Non mi interessano le umane» alzò gli occhi al cielo Merevar, esasperato.
«Oh santo cielo, non puoi permetterti di fare il difficile» sospirò Zevran, esasperato a sua volta. «Su, guarda bene: guarda Morrigan» insistette, costringendolo a guardare la strega delle Selve. «Io non potrei nemmeno avvicinarmi, ma con te sembra andare d’accordo… nel suo particolare e unico modo, per lo meno. È una bella ragazza, un po’ selvaggia… ma le ragazze così sono le migliori, sono disinibite e ti farebbe…»
«Non mi interessa.»
«Come vuoi. Passiamo oltre» gli voltò la testa in direzione di Leliana, che stava parlottando con Hawke. «Abbiamo le due rosse. Leliana era un bardo, e sai… anche i bardi vanno spesso a letto con le loro prede. Vengono addestrati non solo nell’arte di uccidere, ma anche nelle arti amatorie. Scommetto che Leliana, con quella boccuccia carnosa, saprebbe farti girare la testa…»
«Zevran, perché non la pianti?»
«Oh insomma, sei proprio difficile» lo guardò esasperato l’antivano. «Resta solo Hawke. Come ho detto prima, è carina sotto a quel groviglio di capelli tirati su in qualche maniera… potrei darle qualche consiglio, in modo tale che inizi a curarli di più. Vedrai come cambierà! E poi non so se hai notato come ancheggia mentre cammina… sono certo che persino Alistair l’ha notato, nonostante sia ipnotizzato da tua sorella. È impossibile non notare un posteriore del genere…»
«Adesso basta!» sbottò il dalish, alzandosi in piedi.
«Dove pensi di andare? Io non ti lascerò in questo stato, da oggi in poi potrai considerarmi il tuo mentore!» gli gridò dietro Zevran, alzandosi per stargli alle calcagna.

Dopo un’ora trascorsa a sorbirsi gli sproloqui e i racconti di Zevran mentre gli altri membri del gruppo li sbirciavano di tanto in tanto con curiosità, Merevar vide tornare Melinor e Alistair.
«Sono tornati» esclamò, correndo loro incontro come se fossero la sua ancora di salvezza. Mentre la distanza fra loro diminuiva, l’elfo scorse alle loro spalle i due nani di cui aveva parlato Zevran. Rimase a scrutarli con attenzione.
«Li hai riconosciuti, vero?» disse Melinor, notando la sua espressione. «Sono gli stessi che abbiamo salvato dalla prole oscura appena fuori Lothering.»
«E cosa ci fanno qui? Non dirmi che intendi portarli con noi» s’intromise Morrigan, che si era avvicinata insieme al resto del gruppo.
«Più o meno» precisò Melinor. «Si accamperanno con noi la notte, ma durante il giorno si occuperanno dei loro affari.»
«Perché ci seguivano?» chiese Sten, pratico come suo solito.
«Ecco… loro sono…» temporeggiò Melinor, cercando le parole adatte.
«Degli sciacalli» integrò Alistair.
«Non è molto carino da parte tua, ragazzo» si offese il più vecchio dei due nani, un signorotto di mezza età accompagnato da un giovane nano biondo dagli occhi azzurri e dall’espressione beota.
«Loro… raccolgono i beni lasciati dalla gente in fuga dal Flagello» cercò di mediare Melinor. «Dopo aver scoperto che siamo Custodi Grigi, hanno pensato di seguirci credendo che avremmo visitato parecchi luoghi infestati dalla prole oscura… luoghi che quindi avrebbero potuto…»
«Saccheggiare» terminò la frase Morrigan senza mezzi termini. «Sembra che lo scemo del villaggio per una volta abbia ragione» ridacchiò, alludendo ad Alistair.
«Non siamo dei saccheggiatori, siamo mercanti» disse a sua discolpa il nano. «Sarebbe forse meglio lasciare tutti quei beni alla prole oscura? La gente se li lascia alle spalle nel fuggire, quindi non li vuole; oppure li lascia incustoditi in seguito a una tragica fine. Meglio metterli al sicuro e darli a chi ci può fare qualcosa di utile, no?»
«Darli, o venderli?» alzò un sopracciglio Wynne.
«State lucrando sulle disgrazie della povera gente, messere» scosse il capo Leliana. Poi sospirò con rassegnazione. «Ma sono tempi disperati, del resto… c’è del vero in ciò che dite. Meglio raccogliere ciò che resta e farlo avere a chi può farne buon uso.»
«Vi ringrazio della comprensione, milady» chinò appena il capo il nano. «Ma ora lasciate che mi presenti: sono Bodahn Feddic, e questo è mio figlio Sandal. Come già detto da lady Melinor, viaggeremo con voi senza arrecarvi alcun disturbo. Ci accamperemo con voi di notte, e in cambio della vostra protezione vi forniremo tutta la merce che vi può essere utile fra ciò che troveremo.»
Merevar scambiò un’occhiata d’assenso con Melinor: non era il massimo trattare con degli sciacalli, ma la loro situazione richiedeva misure estreme.
«Uno scambio equo» annuì Morrigan. «Ditemi, avete qualche erba con voi?»
«Naturalmente» annuì Bodahn. «Vuole dare un’occhiata?»
Ognuno riprese a farsi gli affari propri, mentre i tre Custodi restavano in piedi a guardare i due nani e Morrigan mentre trattavano.
«Questo gruppo diventa sempre più strano man mano che proseguiamo» sospirò Alistair, grattandosi un orecchio. 

 

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