«E così questa sarebbe Denerim…» 
Gli occhi spaesati di Merevar indugiavano sulle possenti e alte mura che circondavano la capitale del Ferelden. Non era la prima volta che vedeva una città umana, ma non si era mai avvicinato così tanto a nessuna di esse. Ora che era giunto il momento di entrarvi, il dalish si sentiva un po’ nervoso. 
«Non preoccuparti, amico. Ci penserò io a farti distendere i nervi, ti porterò in un posticino che non dimenticherai» gli mise una mano sulla spalla Zevran per incoraggiarlo. 
«Non siamo qui per sollazzarci, abbiamo un compito importante da svolgere» lo redarguì Alistair, guardando l’antivano con severità. L’altro fece roteare gli occhi con fare scocciato, mentre la sua mano scivolava via dalla spalla di Merevar. 
«Dobbiamo decidere come muoverci prima d’avvicinarci ulteriormente all’entrata della città» suggerì Leliana. «Non dimenticate che voi tre siete ricercati.» 
«Indosseremo i mantelli che ci ha fornito l’Arlessa, così nessuno ci riconoscerà» buttò lì Alistair; Leliana sospirò scuotendo la testa. 
«Tre persone incappucciate che si aggirano insieme per la città non farebbero altro che attirare l’attenzione. No, solo uno di voi Custodi può entrare in città. Accompagnato da alcuni di noi, naturalmente» disse con fare risoluto. Puntò gli occhi su Melinor. «Tu sei minuta, attireresti meno attenzioni.» 
«Stai scherzando? Non esiste, è troppo rischioso!» brontolò Alistair. 
«Ha ragione lui, dovremmo essere almeno in due Custodi» si accodò Merevar. 
Leliana arricciò le labbra per l’esasperazione, alzando nel mentre un sopracciglio. Era chiaro che nessuno dei due avrebbe lasciato andare Melinor da sola. «E va bene, allora verrete in due. Decidete voi chi accompagnerà me e Melinor.» 
«E quando è stato deciso che tu andrai con loro?» incrociò le braccia sul petto Hawke con fare indispettito. 
«Io conosco bene la città, ci sono stata per lavoro anni fa. So come muovermi senza farmi notare e conosco le strade da evitare» replicò Leliana, restando sul vago. «Dovremmo entrare al massimo in quattro, e direi… che Zevran verrà con noi. Sten è troppo appariscente, così come Morrigan, e una maga del Circolo potrebbe attirare le attenzioni dei templari» concluse, guardando Wynne.
«E io?» esclamò Hawke, sempre più indispettita. 
«Tu sei troppo rumorosa» ribatté Leliana, guadagnandosi una linguaccia da parte dell’altra. Si voltò verso Alistair e Merevar. «Allora, chi di voi verrà?» 
«Vai tu» disse Merevar ad Alistair con uno sbuffo. «Non ci tenevo comunque a entrare lì dentro. Ma fai attenzione» aggiunse con una punta di minaccia, alludendo al fatto che lasciava Melinor nelle sue mani. 
«Staremo attenti» lo rassicurò il ragazzo. «Anch’io conosco Denerim, ci sono stato altre volte sia con i templari che con Duncan. È meglio che vada io.» 
Merevar annuì. Melinor e Alistair indossarono i mantelli da viaggio, alzandosi i cappucci; un rapido saluto agli altri e i quattro si avviarono verso le porte della città. 

 Melinor si guardava attorno sbirciando da sotto al suo cappuccio color vinaccia: i suoi occhi, se visibili, avrebbero tradito il suo sommo sgomento. Per un’elfa come lei, abituata da sempre a vivere nei boschi, era strano vedere tanta gente riunita in un singolo posto; e le case! Tutte ammassate una contro l’altra, con i muri in comune… per lei era un mondo del tutto nuovo, e non era certa che le piacesse. Era già stata a Lothering e a Redcliffe, ma non avevano nulla a che vedere con Denerim: nonostante Redcliffe fosse piuttosto grande, aveva l’aspetto di un fiorente villaggio. Una città vera e propria era tutt’altra cosa, e solo in quell’occasione Melinor ebbe modo d’apprenderlo. 
Denerim, con le sue case in mattoni e le sue mura in pietra, con il ricco mercato e la gente che chiacchierava in ogni dove, con le preziose merci esposte e le botteghe con le loro insegne create apposta per attirare l’attenzione. Gli armaioli, gli speziali, i panettieri e i fruttivendoli… tutti erano impegnati nel loro lavoro, e gli avventori studiavano le merci con attenzione. I bambini giocavano nella piazza e le guardie pattugliavano tutte le strade. 
«Siamo quasi arrivati. La casa dev’essere quella laggiù» bisbigliò Leliana, indicando con un cenno del capo una strada di fronte a loro che partiva dalla piazza del mercato per perdersi chissà dove. Camminarono con fare disinvolto: Leliana e Melinor in testa e i due uomini dietro di loro. Alistair era un po’ teso, mentre Zevran sembrava completamente rilassato e a suo agio. 
Raggiunsero la casa situata di fronte alla locanda del Nobile Addormentato, come diceva la nota scritta data loro dall’Arlessa: bussarono e restarono in attesa. 
Dopo parecchi minuti, la porta si dischiuse appena: l’occhio scuro di un uomo sulla quarantina sbirciò attraverso la fessura. 
«Chi siete?» li interrogò. 
«Veniamo per conto di Arle Eamon di Redcliffe» rispose Leliana con tono formale ma gentile. «Siete fratello Genitivi?» 
«No, sono il suo assistente.» 
«Fratello Genitivi è in casa?» 
«No, lui è partito per effettuare delle ricerche.» 
«Oh… capisco» disse Leliana. «Potreste dirci dov’era diretto? È una faccenda importante, dobbiamo assolutamente trovarlo. Ne va della vita dell’Arle di Redcliffe.» 
L’uomo dietro la porta studiò Leliana con intensità. «Si tratta dell’urna delle Sacre Ceneri, non è così?» 
Leliana annuì, e l’uomo aprì la porta facendo segno ai quattro d’entrare. 
«Allora entrate, c’è qualcosa che dovreste sapere.» 
I quattro fecero il loro ingresso nella piccola saletta d’entrata. Leliana e Zevran si scambiarono un’occhiata. 
«Incenso» disse Zevran, annusando l’aria. «È lo stesso che viene bruciato in chiesa, signor…» chiese, sospendendo la frase in attesa della risposta dell’assistente. 
«Weylon» integrò l’altro prontamente. «Sì, certo. È proprio quell’incenso.» 
Un’altra occhiata fra Zevran e Leliana, e subito quest’ultima ricominciò a parlare. 
«Cosa dovete dirci, signor Weylon?» 
«Devo invitarvi a lasciar perdere la ricerca dell’urna. È un’impresa folle, che potrebbe essere costata la vita a fratello Genitivi stesso.» 
I quattro si scambiarono occhiate perplesse. 
«Spiegatevi meglio» intervenne Alistair. «Vi abbiamo già detto che trovare quest’urna è di vitale importanza, non desisteremo senza valide motivazioni.» 
«Ecco…» temporeggiò Weylon. «Io credo che la ricerca di fratello Genitivi sia maledetta. È partito un paio di mesi fa e non ha più fatto ritorno, né inviato messaggi. È sparito, così come i cavalieri che sono venuti qui a cercarlo e poi sono partiti seguendo le sue tracce.» 
«Alcuni dei cavalieri di Redcliffe sono passati da qui?» chiese Alistair. 
«Sì, per il vostro stesso motivo. Ora temo di averli mandati incontro alla morte, perciò ve ne prego: lasciate perdere!» 
«Sono partiti seguendo le tracce di Genitivi, avete detto» disse Leliana. «Quindi esiste una pista che possiamo seguire.» 
«Sì, ma vi ho già detto che non è prudente!» 
«Non dovete preoccuparvi di questo, noi siamo in gamba.» 
L’uomo esitò parecchi istanti prima di rispondere; alla fine sospirò rassegnato. «E va bene, ma non dite che non vi avevo avvertito! Le ultime notizie arrivate da fratello Genitivi provengono da una locanda nei pressi di Kinloch Hold, chiamata “La Principessa Viziata”.» 
«Grazie, signor Weylon» disse Leliana, chinando appena il capo. «Ditemi, fratello Genitivi ha portato con sé tutti i suoi scritti?» 
«Alcuni, sì… perché lo chiedete?» 
«Perché pensavo di dare un’occhiata ai documenti rimasti qui, magari c’è qualcosa di utile che vi è sfuggito» continuò la ragazza con fare allusivo. 
«Non posso lasciarvi vedere i suoi scritti, la ricerca di fratello Genitivi è privata» borbottò l’altro, fattosi improvvisamente scontroso. Gli occhi indagatori di Melinor gli s’incollarono addosso come mosche sul miele. 
«Ma potrebbero esserci informazioni che potrebbero salvare la vita a Genitivi» insistette Leliana, con fare sempre più serio. 
«Non posso lasciarvelo fare! E ora andatevene!»  
«Hai paura che scopriamo il cadavere puzzolente che tieni nascosto di là?» 
L’uomo si accorse solo in quel momento che Zevran era sgattaiolato alle sue spalle e che ora gli stava parlando nelle orecchie. Avvertì una fitta al fianco, e improvvisamente si sentì debole e confuso; cadde sulle ginocchia con la testa che iniziava a girare violentemente. 
«Grazie a questo veleno canterà subito; ma sbrigatevi, potrebbe morire prima di averci detto tutto» disse l’elfo con aria indifferente mentre ripuliva la lama con un fazzoletto. 
Leliana non si fece pregare: s’inginocchiò di fronte all’uomo ormai preda del veleno. 
«Dov’è fratello Genitivi? Voglio la verità» gli intimò, i suoi occhi celesti solitamente così dolci trasformati in due pezzi di ghiaccio. 
«Ha-Haven» biascicò l’uomo. 
«Haven? Non ne ho mai sentito parlare» disse Leliana, prendendolo per il colletto e scuotendolo appena: il veleno stava facendo rapidamente il suo lavoro. «Cos’è questo Haven e dove si trova?» 
«Villaggio… Montagne Gelide…» 
Dette quelle ultime parole, gli occhi dell’uomo si rivoltarono all’indietro; la testa fece lo stesso pochi secondi più tardi. Leliana lasciò la presa sulla sua camicia e lo lasciò cadere a terra senza vita. 
«Un villaggio fra le Montagne Gelide di nome Haven? Non ne ho mai sentito parlare… Alistair, tu ne sai qualcosa?» 
Mentre il ragazzo rispondeva che ne sapeva quanto lei, Melinor alternava lo sguardo fra Leliana e Zevran: era rimasta colpita da come avevano gestito la situazione, e non in modo del tutto positivo. La rapidità di Zevran nel cogliere l’uomo di sorpresa, e soprattutto la freddezza di Leliana nell’interrogarlo pur sapendo che stava morendo… ripensarci le dava i brividi. Sapeva del loro passato, ma vederli in azione era stato impressionante per lei. 
Decisero di cercare maggiori informazioni fra i documenti nascosti nello studio di fratello Genitivi. Dopo ore di ricerche, scoprirono una mappa: una piccola croce segnava la posizione di Haven, nel bel mezzo delle Montagne Gelide a ovest del Ferelden. Un villaggio che non era segnato su nessun’altra mappa esistente. 
Trovarono anche il cadavere di un uomo nascosto in uno sgabuzzino: era chiuso in un sacco, ma il puzzo che ne usciva era nefando. Doveva essere il vero assistente di Genitivi, e probabilmente era lì da un bel po’. 
«Così si spiega l’incenso» si lamentò Alistair, tenendo il naso chiuso con due dita. 
«Allora non sei così scemo come sembri» ridacchiò Zevran. «Quello sciocco d’un impostore credeva di darmi a bere che fosse lo stesso incenso usato in chiesa. Gliel’ho chiesto apposta, così che si tradisse da sé; solo quelli del mestiere utilizzano questo particolare tipo d’incenso. Se hai a che fare spesso con cadaveri da occultare o da trasportare, è una vera benedizione del cielo: pochi grani bastano a coprire il più orrendo fetore» disse, andando a guardare Leliana che metteva nel suo borsello alcuni incartamenti. Si aspettava un commento da parte della ragazza, ma quella fece finta di niente. 
«Faremmo meglio ad andare» disse invece, sistemandosi il borsello in vita. Senza dire altro, Alistair e Melinor si risistemarono i cappucci sul capo e si avviarono dietro all’orlesiana, lasciando Zevran a richiudere la porta dietro di loro.  
 
Decisero di passare per il mercato. Leliana disse che non era saggio passare due volte per la stessa strada, e che era meglio amalgamarsi con la folla. 
Stavano passando davanti a una bancarella che vendeva essenze floreali e profumi, quando Alistair si fermò. 
«Alistair, che succede?» chiese Melinor; seguì lo sguardo del ragazzo, che condusse la sua attenzione su una casa sgangherata dall’altra parte della strada. L’edificio aveva un’aria stranamente familiare, nonostante l’elfa non fosse mai stata lì prima d’allora. 
Sussultò quando finalmente ricordò dove aveva visto quell’edificio. 
«Alistair, è la casa di tua sorella?» bisbigliò. Si stupì di quanta accuratezza il demone della pigrizia avesse messo nel ricreare la casa nell’illusione in cui era stato intrappolato Alistair, alla torre del Circolo. 
Il ragazzo annuì, lo sguardo perso su quelle povere e malandate pareti. 
«Vuoi andare a conoscerla?» 
Le parole della sua amata lo riportarono alla realtà. Si voltò a guardarla. «Ma dovremmo andare…» 
«Sbrigatevi, voi due» bisbigliò Leliana, che nel frattempo li aveva distanziati affiancata da Zevran. 
«Voi andate avanti, noi vi raggiungiamo subito» disse Melinor. 
«Melinor, ti ringrazio, davvero… ma ne sei sicura?» disse Alistair, incerto. «Non è proprio il posto migliore in cui trattenersi, per noi…» 
«Infatti» s’intromise Leliana, che era tornata indietro. «Dobbiamo andarcene da qui.» 
«Leliana, è una cosa importante» le disse Melinor. «Faremo il prima possibile, te lo prometto.» 
La rossa guardò nervosamente la casa di fronte a loro.  
«D’accordo, fate quel che dovete fare. Ma fate in fretta» si arrese. «Io e Zevran vi aspettiamo qui fuori. Io e lui non desteremo sospetti, ci aggireremo fra le bancarelle finché non avrete finito.» 
Melinor annuì, e la ragazza fece un cenno a Zevran affinché la seguisse; i due si mischiarono fra gli avventori del mercato, chiaramente avvezzi a quel tipo d’attività in incognito. 
«Andiamo» disse l’elfa ad Alistair. «Potresti non avere più un’occasione così.» 
Alistair le sorrise, e l’abbracciò forte. «Grazie» le disse, guardandola negli occhi. Insieme si avviarono verso la porta della casa.  
Trovarono la porta aperta: bussarono comunque, e una voce lontana disse loro di entrare. 
Si ritrovarono in un’umile abitazione, di piccole dimensioni e stipata di oggetti d’ogni tipo, ma soprattutto d’indumenti ammassati in numerose pile qua e là. 
«Siete qui per far lavare qualcosa? Dato che siete nuovi clienti, vi farò lo sconto» disse una voce femminile nel comparire all’improvviso. 
Entrambi i Custodi rimasero sbalorditi nel vedere che Goldanna era identica alla versione di lei che era stata ricreata dal demone della pigrizia: stessi capelli color carota, stessi occhi chiari, stessa voce. 
«No, noi… io… ecco» balbettò Alistair. Le dita di Melinor che si stringevano attorno alle sue lo aiutarono a calmarsi. Inspirò una boccata d’aria e si ricompose. «Sono qui per vedere te, Goldanna.» 
La donna, ormai sulla trentina, lo guardò con sospetto. «Come sapete il mio nome?» 
«Non è una storia semplice da raccontare, ma cercherò di essere breve… ricordi che tua madre lavorava al castello di Redcliffe, vero?» 
«Sì», rispose secca l’altra, incrociando le braccia sul petto. 
«Quindi ricordi che ha dato alla luce un bambino, suppongo… ecco, quel bambino sono io. Io sono tuo fratello, Alistair.» 
Goldanna sbarrò gli occhi, come se si fosse resa conto di star guardando un fantasma. Poi, d’improvviso, la sua espressione si fece ostile. 
«Tu!» esclamò, puntandogli il dito contro. «Lo sapevo che non eri morto!» 
«Morto?» ribatté Alistair, stranito. 
«Quelli al castello avevano detto che eri morto subito dopo essere nato, ma sapevo che non era vero! Tu hai ucciso mia madre, e grazie a te mi hanno cacciata dal castello con una moneta d’oro e sono finita per strada!» 
«Io… mi dispiace» mormorò Alistair, mortificato. 
«Non so che farmene delle tue scuse, tu mi hai rovinato la vita!» sbottò Goldanna. «Cosa sei venuto a fare qui?» 
Alistair sembrava non riuscire a trovare le parole per proseguire, dunque fu Melinor a prendere la parola. 
«Alistair è venuto da te per conoscere la sua famiglia» disse con quanta più gentilezza le fosse possibile, nonostante la maleducazione dimostrata dall’umana. La quale, con l’occhiataccia sdegnata che riservò all’elfa, si confermò essere una gran villana. 
«E tu chi sei? Il mio fratellino ha anche una serva?» disse, cadendo nel luogo comune secondo cui tutti gli elfi erano inferiori. Tornò a guardare Alistair. «Cosa sei, un nobile che può anche permettersi dei servi? Sei forse venuto a sbattermi in faccia anche questo, mentre io sono incastrata qui con quattro bocche da sfamare?» 
Melinor dischiuse le labbra in una muta esclamazione d’incredulità. 
«Ehi, non ti permettere di parlarle così!» dimostrò finalmente d’avere un po’ di spina dorsale Alistair. «Dimostrale un po’ di rispetto, lei è un Custode Grigio proprio come me!» 
Sentì lo sguardo di Melinor su di sé nello stesso istante in cui si rese conto di ciò che aveva appena fatto. Gli occhi di Goldanna si sgranarono. 
«Siete Custodi Grigi? C’è una bella taglia sulla vostra testa…» 
«Non dirai sul serio!» esclamò Melinor, indignata. «Venderesti così tuo fratello?» 
«Lui non è nessuno per me» ribatté la donna con una freddezza disturbante. «I miei figli sono la mia famiglia, non lui. E potrei sfamarli per mesi con l’oro che otterrei denunciandovi alle guardie.» 
La donna fece per muoversi, ma l’elfa fu più rapida: con un movimento del bastone fece finire Goldanna a terra, in preda agli spasmi. 
«Melinor, che cos’hai fatto?» esclamò Alistair, accorrendo in soccorso della sorella. Ci vollero parecchi secondi prima che il suo corpo si fermasse del tutto. Il ragazzo guardò l’elfa, stravolto. 
«Non le ho fatto niente» lo rassicurò l’elfa. «Ho usato un incantesimo che mi ha insegnato Morrigan. Quando si risveglierà ricorderà solo di aver fatto un terribile sogno.» 
«Era proprio necessario?» aggrottò le sopracciglia lui. Melinor spalancò gli occhi. 
«Voleva denunciarci alle guardie!» esclamò, indicando la donna svenuta con il palmo della mano. «Alistair, capisco che è tua sorella, e non vorrei dovertelo dire, credimi…» assunse un’espressione triste. «Ma a quella donna non importa niente di te. Era disposta a venderti come se nulla fosse.» 
Alistair abbassò lo sguardo sul pavimento, e quella fu la sua unica risposta. Melinor sentì una fitta al cuore nel leggergli la delusione negli occhi. Il ragazzo si rialzò in piedi e si diresse verso la porta. 
«Andiamo. Non c’è niente per me, qui.»  

«Non ci posso credere, è ridicolo!» esclamava Morrigan un paio d’ore più tardi, presso l’accampamento allestito nei paraggi della città. «Ci vorranno almeno tre settimane per raggiungere le Montagne Gelide, e chissà quanto altro tempo ci servirà per trovare questo villaggio fantasma!» 
«Morrigan, ti prego» piagnucolò Melinor, esasperata. «Quante volte dovrò spiegarti ancora che Arle Eamon è…» 
«Sì, sì, lo so! Arle Eamon è necessario» sbottò la strega, gesticolando freneticamente con le mani. «Capisco bene che non possiamo muoverci liberamente per andare a radunare le fazioni che si schiereranno con noi usando i trattati. Non finché questo Loghain vive.» 
«E allora perché fai tante storie?» esclamò l’elfa, allibita. 
«Perché quello che volete fare voialtri è seguire la via più complicata! Siamo d’accordo sul fatto che Loghain vada eliminato per poter procedere oltre, ma andare alla ricerca di una reliquia che forse potremmo trovare è stupido e dispendioso! Loghain è proprio lì, a due passi da noi» indicò in direzione di Denerim. «Andiamo lì ora e leviamocelo di mezzo!» 
«Oh, ma certo! Facciamo irruzione in una città piena zeppa di guardie per uccidere l’attuale reggente del Ferelden, sarà un gioco da ragazzi!» la canzonò Alistair. 
«Oh, perché invece rischiare di perderci fra le montagne per inseguire un mito è una mossa davvero astuta» ribatté l’altra, acida. «Facciamo finta che l’urna esista davvero e che riusciamo a trovarla. Facciamo anche finta che saremo talmente fortunati da trovare subito sia Haven che l’urna: calcoliamo, che so… un mese per portare a termine l’incarico. Essendo ottimisti faremo ritorno a Redcliffe non prima di altre due settimane.» Guardò l’elfa. «Tu sai che l’Arle ha un piede nella fossa. Senza il demone che l’ha tenuto in vita finora non durerà a lungo, quindi che senso ha perdere tutto questo tempo a cercare un’urna che potrebbe essere lì come no?»
«La strega ha ragione» intervenne Sten, fra lo stupore generale. «C’è un Flagello da combattere, e da quel che so sui Custodi Grigi è compito loro occuparsene. Non dovreste perdere tempo prezioso per un vecchio dal destino già segnato. Se non è possibile affrontare questo Loghain ora, allora dobbiamo occuparci di radunare un esercito. Non potrà opporsi, a quel punto: dovrà arrendersi o combattere.»
«Non è così semplice» s’inserì Leliana. «Non possiamo lasciare che Loghain agisca indisturbato mentre noi usiamo i trattati per radunare un esercito. C’è una guerra civile in corso.»
Gli occhi di Wynne s’ingrandirono a dismisura. «Oh, per il Creatore… vuoi dire che la nobiltà e Loghain stanno combattendo fra loro?» esclamò, portandosi le mani al viso. 
«Ho origliato le conversazioni di alcune nobili mentre eravamo al mercato, in città. A quanto pare non tutta la nobiltà ha preso bene l’insediamento di Loghain sul trono. Stanno sprecando vite e risorse per combattere una guerra politica, lasciando la prole oscura libera di diffondersi in tutto il Ferelden. Dobbiamo fermarli, prima che si annientino a vicenda. Noi non abbiamo il potere di farlo, ma Arle Eamon sì: la sua voce verrà ascoltata.»
«Non vedo perché questa guerra civile dovrebbe interessarci» commentò Sten. «Se sono così stolti da farsi la guerra a vicenda meglio per noi. Potremo muoverci indisturbati.»
«Mi aspettavo di meglio da un soldato qunari parte del famigerato Antaam» lo rimbeccò Alistair. «Come puoi non arrivarci? Ci servirà fino all’ultimo soldato se vogliamo avere qualche possibilità di vincere contro la prole oscura! Non possiamo lasciare che si scannino lasciandoci a mani vuote, abbiamo bisogno della guardia reale e dei soldati di tutti i Bann!»
«Perché, l’esercito che dobbiamo radunare non sarà sufficiente?»
«Non possiamo saperlo con certezza» riprese la parola Melinor. «Guarda cos’è accaduto al Circolo dei Maghi: loro erano una delle fazioni obbligate ad aiutarci, ma a causa dell’incidente con i maghi del sangue sono rimasti in pochissimi. Restano da contattare gli elfi dalish e i nani di Orzammar: il mio clan è fuggito nei Liberi Confini non appena io e Merevar ci siamo uniti ai Custodi, e non so quanti altri clan risiedano attualmente nel Ferelden. So per certo che ce n’era un altro oltre al nostro, e per quanto riguarda i nani… non ho idea di quanti soldati potranno metterci a disposizione» concluse, scuotendo il capo.
Cadde il silenzio sul gruppo, solo il suono degli uccelli della sera a fare da sottofondo a quel momento.
«Resta il problema dell’Arle» tornò a discutere Morrigan, con voce più calma. «Non resisterà a lungo.»
«Potrei essere d’aiuto in questo» si fece avanti Hawke. «Conosco un incantesimo che potrebbe fare al caso nostro. L’incantesimo del ghiaccio perenne.»
Tutte le maghe presenti aggrottarono le sopracciglia.
«Non ho mai sentito parlare di un incantesimo simile» obiettò Wynne.
«È stato mio padre a inventarlo» sorrise fiera Hawke. «Ha iniziato a lavorarci quand’era ancora al Circolo di Kirkwall, ma l’ha portato a compimento qui nel Ferelden. Si tratta di un ghiaccio speciale che non si scioglie mai, e che conserva al suo interno le creature viventi senza che muoiano assiderate: se lo lanciassi su Eamon il nostro problema sarebbe risolto.»
Morrigan sospirò con rassegnazione. «Sei piena di sorprese, Berkanna Hawke.»
«Non usare quel nome» digrignò i denti l’altra, con la sola conseguenza di far ridacchiare la strega.
«È perfetto, Hawke» sorrise sollevata Melinor. «Ci hai davvero salvati con questo tuo incantesimo. Domani vorrei farti alcune domande a riguardo, sono davvero incuriosita.»
«Lo siamo tutte, credo» annuì Wynne, riferendosi a tutte le maghe presenti.
«Bene, allora è deciso: domani all’alba si parte per Redcliffe» decretò Leliana. «Una volta lì lanceremo l’incanto sull’Arle, faremo rifornimento e poi partiremo verso le Montagne Gelide… e che il Creatore ci assista.»
Dette quelle parole, ognuno si avviò verso la propria tenda; Merevar, invece, si avvicinò a sua sorella e Alistair.
«Siete davvero sicuri che sia la scelta giusta?» chiese, l’espressione sul viso assai dubbiosa.
«Oh, Merevar… per favore, non ti ci mettere anche tu» piagnucolò la sorella, esausta.
«Voglio solo dire che non è un’impresa da poco… Morrigan e Sten non hanno tutti i torti» puntualizzò il gemello. Cercò lo sguardo di Alistair. «Sei sicuro al cento per cento che questo Eamon possa far ragionare tutti gli altri nobili?»
«Sì, è benvoluto sia dalla nobiltà che dal popolo. Ed è fratello della defunta regina Rowan, una leggenda nella storia della liberazione del Ferelden» aggiunse, con aria serissima. «È l’asso nella manica migliore che possiamo usare.»
Merevar inspirò profondamente, trattenendo l’aria nel petto alcuni istanti prima di rilasciarla lentamente.
«E va bene. Facciamo questa cosa, allora. Speriamo che ne valga davvero la pena.»

 

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