Un mese più tardi, il gruppo era accampato nei boschi delle Montagne Gelide. La catena montuosa che separava il Ferelden dall’Orlais si era ben meritata quel nome: nonostante l’inverno non fosse ancora arrivato, la temperatura era gelida. Ognuno di loro viaggiava imbacuccato nelle pesanti vesti che lady Isolde aveva fornito loro prima della partenza da Redcliffe. Zevran, abituato alle esotiche temperature della terra di Antiva, non faceva che lamentarsi: vi erano giorni in cui, totalmente sopraffatto dal freddo, smetteva addirittura di parlare. Erano giornate buone per Merevar, che apprezzava la sua compagnia ma a volte desiderava poterlo rendere muto a comando.
Raggiungere le montagne non era stato semplice: ormai si erano rassegnati ad andare perennemente a piedi. Trovare dei cavalli nelle terre occidentali, fra gli attacchi notturni di Redcliffe e l’invasione della prole oscura, stava diventando sempre più difficile; ed essere Custodi Grigi ricercati non aiutava di certo.
Durante quelle settimane i rapporti fra i compagni di viaggio si consolidarono ulteriormente. La difficoltà del viaggio rendeva tutti più vicini o più lontani, a seconda delle simpatie già vigenti. L’unico membro intercambiabile del gruppo sembrava essere Hawke, che bazzicava sia con Leliana, Wynne e Alistair, sia con Morrigan, sia con lo strano terzetto Dalish-Antiva-Qunari. Naturalmente anche Melinor andava d’accordo con tutti, seppur con le sue preferenze. E una preferenza in particolare stava catalizzando su di sé tutte le attenzioni dell’elfa.
Come ormai accadeva spesso, Melinor e Alistair erano sgattaiolati nel bosco lontano dall’accampamento per trovare un po’ di riservatezza: approfittavano di ogni momento morto per stare da soli e nutrire il loro amore in erba. Melinor aveva sciolto la neve attorno a loro con il suo fuoco magico, e ora stavano distesi sui loro mantelli sistemati a mo’ di coperta. Un piccolo fuocherello ardeva poco distante da loro, e nonostante il loro fiato fosse visibile sotto forma di nuvolette bianche a causa del freddo, i due non sembravano accorgersene minimamente. Erano totalmente smarriti l’uno nell’altra, travolti da un fiume di carezze e baci ardenti più del fuoco acceso a pochi passi da loro. In quel momento non esisteva più il Flagello, non esistevano le Sacre Ceneri, non esistevano gli altri: nessuno dei due era in grado di pensare, l’unica cosa che volevano era il contatto con l’altro.
Alistair era perso negli occhi verdi dell’elfa, avvolto dalla matassa aggrovigliata dei suoi capelli dorati. La desiderava più di qualsiasi altra cosa avesse mai voluto, e sentiva che avrebbe potuto averla anche lì, subito: lei lo voleva almeno quanto la voleva lui.
«Melinor… aspetta» riuscì comunque a sussurrare. L’elfa, che stava seduta a cavalcioni su di lui, allontanò appena il viso per guardarlo. «Forse dovremmo rallentare» disse lui, ignorando ogni messaggio che il suo corpo gli stava inviando.
Lei lo guardò come se qualcuno l’avesse appena svegliata dal più meraviglioso dei sogni. «Perché?»
«Perché se continuiamo così non riuscirò a trattenermi ancora a lungo» ammise in tutta sincerità il ragazzo. Al che, Melinor gli lanciò un’occhiata assai significativa.
«E chi dice che devi trattenerti?» gli sussurrò, timida e audace allo stesso tempo.
Alistair dovette chiudere gli occhi per non vederla più: con uno sforzo abnorme ricacciò indietro tutti gli impulsi che avrebbero portato a un esito molto, molto diverso da quello che stava sforzandosi di rincorrere.
«Melinor… così non mi aiuti» ridacchiò nervosamente. Fece per alzarsi, e lei si scostò per permettergli di sedersi: raggomitolò le ginocchia sotto di sé, restando a guardare Alistair al suo fianco. Il ragazzo prese coraggio. «Melinor, io… io non sono mai stato con nessuna donna.»
L’elfa tradì una lieve sorpresa, ma allo stesso tempo si dimostrò in qualche modo lieta di sentire quelle parole. «Non è affatto un problema… anche per me tu sei il primo.»
Alistair sorrise; in realtà lui lo sapeva benissimo, ma non fece accenno alla cosa. Le sue dita andarono a spostare un ciuffo di capelli che copriva il volto dell’elfa. «A maggior ragione dovremmo rallentare. Quando succederà vorrei che fosse perfetto… non qui, al freddo, nel bosco.»
«Cosa c’è di male a farlo nel bosco? È così che fanno sempre i giovani Dalish» aggrottò le sopracciglia lei, facendo sorridere Alistair.
«Noi umani invece facciamo le cose diversamente in queste occasioni… e fidati, quando succederà mi ringrazierai» le disse, prendendole la mano e portandosela alla bocca. «Tu sei troppo speciale per me, non voglio rovinare tutto per la fretta di… beh, lo sai.»
«Oh… va bene, lo capisco» sorrise allora l’elfa distogliendo lo sguardo. La cosa non sfuggì all’attenzione di Alistair, che prese a scrutarla con attenzione.
«Melinor, te la sei presa?» le chiese preoccupato.
«No, assolutamente» disse lei, continuando a guardare la neve attorno a loro.
Alistair le prese delicatamente il mento e voltò la testa di lei in modo che fosse costretta a guardarlo: lei non resistette per più di cinque secondi prima di spostare di lato le iridi, incapace di sostenere il suo sguardo.
«Lo sapevo» esclamò lui, lasciandole il mento. «Tu sei a disagio. Magari pensi che sia colpa tua» insinuò, socchiudendo un solo occhio.
Lei si strinse nelle spalle, insicura e mortificata. «Cosa dovrei pensare? Sembrava che tu lo volessi, e poi all’improvviso… più niente» si lamentò.
«Più niente, dici?» quasi rise lui. «Melinor… io lo voglio eccome, credimi. Mi sono dovuto sforzare in un modo che nemmeno immagini per comportarmi da gentiluomo». Le prese il volto fra le mani. «Voglio solo fare le cose come si deve, tu sei troppo importante per me. Non vedo l’ora che succeda, credimi.»
Lei abbassò lo sguardo qualche secondo sui suoi calzoni. Poi tornò a guardarlo negli occhi, ogni traccia d’insicurezza sparita mentre un sorrisetto malizioso le increspava le labbra. «Sì, a questo ci credo. Si vede.»
Lanciata la sua frecciatina, l’elfa si alzò ridacchiando al vedere l’espressione sbigottita e al contempo ammaliata e divertita di Alistair.
«Oh, all’improvviso facciamo anche battutine a riguardo» cantilenò lui.
L’elfa girò i tacchi e con un gesto della mano spense il falò mentre si allontanava. «Dai, torniamo dagli altri. Morrigan potrebbe esser già tornata.»
Alistair rimase alcuni istanti a fissarla mentre filava via; si stropicciò il viso come se avesse fra le mani dell’acqua gelida che potesse scacciar via i suoi bollori. Si, alzò, raccolse i mantelli e le corse dietro.
 

Appena Melinor sbucò fuori dai cespugli, gli occhi di Merevar l’individuarono subito. Seguì attentamente i suoi movimenti da lontano, l’espressione un po’ tesa.
«Dovresti proprio smetterla, sai.»
La voce di Hawke alla sua destra, intenta a lucidare la gemma rossa incastonata sulla sommità del suo bastone, lo fece trasalire.
«Non è molto carino controllarla così» aggiunse la maga, per poi assumere un’aria maliziosa. «Prima o poi succederà l’inevitabile fra loro. Mettiti il cuore in pace.»
Zevran, a sua volta intento a lucidare le sue lame, ridacchiò. «Ti preoccupa che il tempio della tua sorellina venga profanato, amico? Non ti preoccupare, non è ancora successo niente.»
Merevar fece una faccia ostile. «E tu che ne sai?»
Fu il turno di Hawke di ridere. «Ma dai, non sei mai stato con una vergine?»
Zevran rise ancor più sonoramente, facendo voltare anche il resto del gruppo dall’altra parte dell’accampamento. «A dire il vero lui…» si zittì, mentre gli occhi furiosi del Dalish lo trapassavano. Si schiarì la voce. «Lui non apprezza questo tipo di domande impertinenti, Hawke. Sai, i Dalish sono un po’ all’antica riguardo a certe cose.»
«Oh, chiedo venia» alzò le mani la ragazza, roteando gli occhi.
«A ogni modo, amico» continuò Zevran «si capisce quando una ragazza perde la sua purezza, per così dire. Glielo si vede in faccia, il suo sguardo cambia: diventa più sicura, più consapevole della sua femminilità.»
Hawke lo guardò con tanto d’occhi. «Non ti facevo così sensibile.»
«Così mi offendi. Per chi mi hai preso, per un comunissimo sciupafemmine?» esclamò con una punta di risentimento l’antivano. «Ne ho sciupate parecchie, è vero, ma sempre nel massimo rispetto. Ma tornando a noi, vedrai che noterai subito il cambiamento quando succederà» tornò a rivolgersi a Merevar. «Poi lei è la tua gemella, la conosci meglio di chiunque altro. È impossibile che ti sfugga un simile dettaglio.» L’elfo spostò lo sguardo su Alistair e prese a sghignazzare. «Oppure puoi controllare anche adesso i pantaloni di Alistair e capire che hanno lasciato le cose a metà.»
Hawke si voltò di scatto a guardare; lanciò un fischio da vero maschiaccio. «Hai capito, Alistair…»
«Sono un po’ invidioso di lei adesso» le diede man forte Zevran.
«Ma finitela» sbottò Merevar alzandosi in piedi. Nello stesso istante uno sbuffo di fumo viola apparve dal nulla al centro dell’accampamento.
«Morrigan» la salutò Melinor. La strega era di ritorno da un giro di perlustrazione attorno alle montagne sotto forma di corvo: ancora non avevano trovato il fantomatico villaggio di Haven, perciò avevano deciso di cercarlo dall’alto. Melinor e la strega si davano il cambio ogni giorno, essendo le uniche due mutaforma del gruppo. «Hai trovato qualcosa?»
«Sì, finalmente» brontolò la strega mentre si stringeva nel suo mantello. «Ho avvistato Haven, si trova sulla montagna qui accanto… e sull’altro versante, naturalmente. La mappa di quella specie di monaco non era molto accurata; spero vivamente che abbia dovuto vagare per settimane anche lui.»
Wynne scosse la testa sospirando di disapprovazione. «Devi imparare a essere più tollerante, ragazza. Comunque sia, quanto ci vorrà a raggiungere il villaggio?»
«Un’altra settimana almeno, direi.»
Ad Alistair sfuggì un gemito. «Non c’è proprio modo per voi due mutaforma di trasferire la vostra magia su di noi? Se potessimo volare saremmo lì per cena…»
«Credimi, se potessi trasformarti in un animale l’avrei già fatto. E non sarebbe certo un uccello» gli disse col consueto tono derisorio Morrigan.
«Faremmo meglio ad avviarci subito» Prese la parola Merevar, iniziando a smontare la sua tenda da viaggio. Senza obiettare, tutti seguirono il suo esempio; in mezz’ora raccolsero ogni loro avere e s’incamminarono.
 

Fu una settimana lunga e faticosa: il gruppo era sempre più stanco e provato dal freddo e dal ghiaccio. Le maghe cercavano di mitigare la temperatura evocando piccoli fuochi fluttuanti nell’aria, ma ciò le indeboliva notevolmente, costringendole a fare a turno.
Quando arrivarono in vista di Haven, nessuno aveva più la forza né la voglia di parlare. Decisero di fermarsi e recuperare le forze per almeno un giorno intero prima di avvicinarsi oltre.
«Dobbiamo stabilire il da farsi» radunò tutti Melinor. «Non sappiamo niente su questo villaggio e sulla gente che lo abita. L’impostore che abbiamo trovato a casa di fratello Genitivi ha cercato di mandarci altrove per tenerci lontani da qui.»
«Potrei sbagliarmi, ma è molto probabile che quel tipo stesse cercando di farci cadere in una trappola. Perché mandarci a Kinloch Hold per depistarci, sapendo che una volta scoperto l’inganno avremmo ripreso a cercare? Quello voleva farci ammazzare, ve lo dico io» osservò Zevran.
«Probabilmente qualcuno qui a Haven sta cercando di nascondere qualcosa, e sicuramente sono organizzati se si sono preoccupati di piazzare un impostore a Denerim» proseguì l’analisi Leliana. «Dobbiamo fare molta attenzione.»
Melinor annuì, restando in silenzio alcuni istanti. «Credo che non dovremmo andare tutti al villaggio. Dobbiamo lasciare indietro qualcuno affinché ci copra le spalle in caso succeda qualcosa.»
Merevar alzò un sopracciglio; l’idea della sorella era strategicamente buona, e sperava di lasciarla indietro insieme ad alcuni degli altri, al sicuro. Ma sapeva che lei non avrebbe acconsentito, perciò evitò di sprecare il fiato. Si guardò attorno, passando in rassegna i volti dei compagni. «Credo che Leliana e Zevran dovrebbero restare indietro. Loro sono i migliori quando si tratta d’infiltrarsi da qualche parte.»
«Puoi dirlo forte» sghignazzò Zevran, mentre il dalish ignorava volutamente il suo sarcasmo.
«Anche Morrigan dovrebbe restare qui» aggiunse Melinor. «Come mutaforma può andare in avanscoperta senza rischiare d’essere scoperta. Sarà gli occhi del gruppo. E… Hawke, un’altra maga sarebbe d’aiuto in caso doveste prendere d’assalto il villaggio.»
«Posso restare io con loro, una guaritrice sarebbe utile in una squadra di salvataggio» si offrì Wynne.
«No, voi dovreste venire con noi, Wynne» le disse Alistair. «Con quell’aria da dolce nonnina ci aiutereste a sembrare meno minacciosi.»
«Dolce nonnina? Bada bene a come parli, ragazzino. Potrei incenerirti con uno schiocco di dita» incrociò le braccia la donna, scoccando un’occhiata offesa al giovane.
«Appunto! Chi mai se lo aspetterebbe da una donna anziana come voi?» disse ancora lui, sorridente; ma la donna continuava a guardarlo malamente. «E va bene, sto zitto.»
«Ha scelto le parole peggiori per rendere l’idea, ma Alistair non ha tutti i torti» ammise Melinor. «Noi tre siamo Custodi Grigi, forse la cosa aiuterà i paesani a tollerare la nostra presenza. E porteremo anche Sten con noi: va bene passare per viandanti inoffensivi, ma dobbiamo comunque far loro capire che non siamo delle pecorelle indifese.»
Il qunari annuì, mentre Merevar gli dava una pacca sul braccio. «Perfetto, allora andiamo. Voi state all’erta.»
Il gruppo dei cinque partì, diretto al il villaggio sopra di loro.
 

Un sentiero diroccato portava al minuscolo villaggio di Haven: un classico paesino montanaro, fatto di piccole case in legno e pietra con tetti spioventi da cui pendevano aguzzi ghiaccioli. Le rurali abitazioni si abbarbicavano fin quasi sulla cima della montagna, al limitare della zona vivibile. Sembrava che Haven si fosse cristallizzato nel tempo: non aveva nulla a che vedere con gli altri villaggi del Ferelden. Persino i più piccoli e modesti sembravano emblemi di modernità a confronto. Man mano che il gruppo si avvicinava, incontrarono i primi paesani: persone schive, macchie scure contro il bianco della neve che schizzavano via alla loro vista, andando a rifugiarsi fra le mura di casa e spiando da dietro le finestre con diffidenza.
Quando arrivarono in prossimità di Haven, un uomo in armatura andò loro incontro.
«E voi chi sareste?» domandò con voce apertamente ostile.
«Siamo Custodi Grigi» prese immediatamente la parola Melinor.
«Che?» brontolò l’uomo. «Mai sentiti.»
«Come sarebbe? Il nostro ordine è leggendario!» esclamò Alistair con il viso sconvolto.
«Per voi abitanti dei bassipiani, forse. A noi di Haven non importa dei vostri affari, né dei vostri ordini leggendari. Cosa volete? Come siete arrivati qui?» li interrogò squadrandoli senza ritegno. «Siete amici di quel fratello della Chiesa, ci scommetto. Sapevo che quel tizio non avrebbe portato niente di buono» commentò scuotendo la testa scocciato.
«Conoscete fratello Genitivi?» indagò Melinor, sospettosa.
«Sì, è passato di qui qualche settimana fa. Si è fermato alla bottega a fare un mucchio di domande e poi non lo abbiamo più visto.»
I Custodi e i loro accompagnatori si scambiarono una serie di sguardi dubbiosi: l’uomo era tutt’altro che amichevole, ma era fin troppo tranquillo nel parlare così apertamente di Genitivi. Probabilmente non aveva nulla a che fare con tutta quella losca faccenda, e forse c’era un gruppo ristretto dietro alla scomparsa dell’uomo.
«Potete indicarci questa bottega? Vorremmo parlare con la persona che ha conversato con il nostro amico» chiese Melinor con fare cordiale.
«Eccola là» puntò il dito su una grande baracca dall’altra parte della strada. «Ma sbrigatevi e andatevene. A noi di Haven piace starcene in pace, non ci piacciono gli abitanti dei bassipiani come voi che fanno un mucchio di domande inutili.»
I cinque annuirono e si diressero verso l’edificio. Gli sguardi curiosi e insofferenti dei pochi paesani che si vedevano in giro li seguivano come presenze inquiete. Un corvo gracchiò attraversando il cielo sopra le loro teste.
Entrarono nell’edificio, spoglio e povero: sembrava una bottega in fase di chiusura definitiva. Poche merci erano esposte nei cesti e sugli scaffali. Il padrone dell’attività li guardava fisso da dietro il bancone.
«Voi non siete di Haven» esclamò sorpreso. «Cosa volete?»
«Buongiorno anche a voi» borbottò Merevar, stufo di quegli umani maleducati.
«La guardia del villaggio ci ha mandati qui» ebbe cura di spiegare Melinor. «Dice che voi avete incontrato un forestiero di nome Genitivi. Speravo poteste rispondere a qualche domanda.»
«Oh sì, quel fratello della Chiesa» annuì con fare pensoso. «Siete suoi amici?»
«Diciamo che siamo colleghi» precisò l’elfa. «Vi ha detto qualcosa quando si è fermato qui?»
«Mi ha fatto un sacco di domande» replicò l’uomo guardando distrattamente fuori da una finestra. «Sembrava convinto di poter trovare l’Urna delle Sacre Ceneri di Andraste.» Si voltò verso il gruppo con un ghigno divertito. «Che sciocchezza, vi pare?»
D’improvviso tutte le finestre si spalancarono con un gran fragore: i cinque non fecero nemmeno in tempo a voltarsi per capire cosa stava succedendo. Ognuno di loro sentì una puntura al collo, e nel giro di pochi secondi crollarono a terra privi di sensi.

 

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