Quando Merevar riaprì gli occhi era disteso sulla nuda e fredda roccia. Si mise a sedere, e subito si rese conto di essere in trappola: una gabbia squadrata e bassa al punto tale da costringerlo a stare seduto lo teneva prigioniero alla stregua di un animale. Guardandosi attorno comprese che quella gabbia era probabilmente utilizzata per gli animali: una fila di gabbie identiche alla sua si trovava proprio dall’altro lato dell’ambiente in cui si trovavano. All’interno c’erano polli, capre di montagna, conigli e qualche vacca. Merevar alzò lo sguardo verso il soffitto: sembrava che fossero finiti prigionieri in una grotta, illuminata a malapena da un paio di torce fissate alle pareti irregolari.
«Ehi» bisbigliò una voce alla sua destra. Voltandosi vide Alistair imprigionato in una gabbia identica alla sua. Subito dopo c’era Sten, sacrificato in quell’angusto spazio, e infine Melinor e Wynne. Le due maghe sembravano sofferenti.
«Melinor» esclamò l’elfo, aggrappandosi alle sbarre. «Che succede? Wynne, state bene?»
«Le hanno drogate» spiegò Alistair. «Hanno usato una pozione che stordisce i maghi al punto da impedir loro di concentrare il mana. È un rimedio antichissimo, quasi sconosciuto ormai. I templari lo conoscono perché può tornare utile in caso i loro poteri per inibire i poteri dei maghi non funzionino, ma non viene mai usato.»
Merevar guardò con apprensione la sorella, visibilmente stordita ma perfettamente in grado d’intendere e di volere. Non parlò, ma gli fece cenno di non preoccuparsi.
«Dove siamo finiti?» bisbigliò allora il Dalish, guardandosi attorno con circospezione.
«Non ne ho assolutamente idea. Siamo svenuti tutti nell’imboscata a quanto pare, io mi sono svegliato per primo ma eravamo già qui.» Scosse il capo, diviso fra la rabbia e la rassegnazione. «Ci hanno giocato proprio un bel tiro.»
«Questo è quello che accade quando si perde di vista il vero obiettivo. Il vostro obiettivo doveva essere il Flagello, non questa urna miracolosa» borbottò Sten, seccato. Nessuno se la sentì di obiettare in quel momento.
Tutti si zittirono non appena uno scalpiccio di passi in avvicinamento riecheggiò nella caverna. Gli animali nelle gabbie iniziarono a scalpitare, e lo starnazzare delle loro voci spaventate non rincuorò i prigionieri.
Un uomo in armatura di cuoio fece capolino dal tunnel che conduceva a quell’antro freddo e buio. Dopo aver scrutato in ciascuna gabbia, si voltò all’indietro. «Chiamate il Venerato Padre» gridò a qualcuno più in là.
«Venerato Padre?» si stupì Alistair.
«Non è… del tutto… nuova come cosa» sussurrò Wynne fra gli stenti, la sua lucidità ammorbata dalla pozione che aveva in corpo.
«Sì, lo so. Ho studiato la storia della Chiesa durante l’addestramento da templare, e so che un tempo anche gli uomini potevano aspirare alla carriera clericale. Ma è da centinaia d’anni che non succede più.»
«Mi sembra evidente che questo villaggio è rimasto isolato per secoli. Non sanno nemmeno chi sono i Custodi Grigi» osservò Merevar.
«Vedo che vi siete ripresi benissimo» li fece sussultare una voce. Un uomo anziano, dai lunghi capelli e barba d’argento, si stava avvicinando alle gabbie con un sorriso smagliante. «Sono il Venerato Padre Eirik. E per rispondere alle vostre domande, sì: Haven è rimasto isolato per secoli. Siamo a conoscenza delle usanze di voi abitanti delle pianure, ma restiamo fedeli al nostro culto originario.»
«Perché ci avete catturati? E che ne avete fatto di fratello Genitivi?» chiese con fare minaccioso Alistair.
«Oh, Genitivi… uno spreco, davvero. Abbiamo cercato di convertirlo, di portarlo sulla retta via… ma non ha voluto rinunciare al suo falso credo. Lo abbiamo aiutato tuttavia a redimersi, facendone un sacrificio in onore della venerata Andraste.»
«Che vuol dire che avete cercato di convertirlo?» indagò Alistair.
«Non spetta a me parlarvi di questo. Ci penserà Padre Kolgrim quando verrà il momento. La fortuna vi arride, siete capitati qui proprio al momento della schiusa» concluse con un sorrisetto. Si voltò e tornò sui suoi passi, lasciandosi i prigionieri perplessi alle spalle.
«Al momento della schiusa? Ma di che stava parlando?» borbottò Merevar.
«Non ne ho idea… e non mi piace. Temo che i paesani di Haven siano un manipolo di pazzi» mormorò l’ex templare, lo spettro del dubbio che gli faceva rizzare i peli su tutto il corpo.


Il tempo sembrava non scorrere mai in quella grotta. Presto i cinque iniziarono a sentire gli arti intorpidirsi. Per due volte un paio di uomini vennero a somministrare alle due maghe altra pozione antimagia, per assicurarsi che l’effetto restasse sempre nel pieno del suo spettro d’azione. Le due, indebolite e frastornate com’erano, non riuscirono a opporre alcuna resistenza.
Non sapevano quanto tempo era trascorso: forse quasi una giornata intera. Un gruppo di uomini armati giunse infine per farli uscire tutti dalle gabbie: li legarono con della corda robusta, stretta al punto tale da segnare i loro polsi, e li fecero marciare a passo spedito verso una destinazione a loro ignota.
Mentre camminavano si resero conto di essere all’interno della montagna: una serie di cunicoli si dipanava attraverso il monte, e qualcuno che aveva vissuto molti anni prima dei paesani vi aveva ricavato una moltitudine di spazi. A giudicare dagli elementi architettonici delle stanze che erano state finite e messe a punto in ogni dettaglio, quegli ambienti erano lì da parecchi secoli: passarono davanti ad ambienti abitativi di vario genere, a biblioteche, e a molte altre porte chiuse che restarono un mistero.
A un certo tratto del percorso, si ritrovarono a camminare in salita: Melinor, con la testa che le girava a causa della pozione antimagia, si guardava comunque attorno con sguardo vigile. Lava? comprese guardando la pietra scura e porosa su cui poggiavano i suoi piedi. Stavano procedendo verso l’alto lungo quella che era probabilmente una colata lavica di moltissimi secoli addietro, forse millenni. Questa montagna doveva essere un vulcano dedusse, sperando fosse inattivo.
Dopo quasi mezz’ora passata a camminare, l’ambiente si aprì: davanti ai loro occhi sbalorditi c’era una grande grotta in cui era stato allestito un piccolo tempio con panche, altare, candele e tutto il resto. Ma non furono quelli i dettagli a farli restare di sasso.
Al centro della caverna era stato allestito quello sembrava un cerchio rituale: un cerchio delimitato da enormi uova, alte quanto Melinor stessa. I prigionieri vennero portati proprio al centro del cerchio, li costrinsero a mettersi in ginocchio e furono lasciati lì, sorvegliati a distanza da numerose sentinelle.
«Ecco cosa intendeva quel tipo con “schiusa”» bisbigliò nervosamente Merevar.
«Non so se voglio sapere cosa sta per uscire da lì» deglutì Alistair.
«Ataashi» rispose Sten nella sua lingua madre. Quando gli altri lo guardarono con aria interrogativa, indicò un punto della grotta con un cenno del mento. «Draghi.»
Gli occhi di tutti si posarono su quattro draghi grossi come elefanti acquattati in un angolo. I loro carcerieri, tuttavia, vi passavano davanti come se nulla fosse e i draghi non sembravano ostili.
«Non ci posso credere! Questi qua allevano draghi?» bisbigliò Alistair con voce più stridula di quanto gli piacesse ammettere. Merevar, per evitare di imitarlo, se ne restò zitto.
Dopo una decina di minuti una piccola processione di uomini fece il suo ingresso nella grotta: uno di loro era il Venerato Padre che avevano già incontrato. In testa al gruppo c’era un uomo vestito in armatura, dalla pelle abbronzata e dai capelli scuri. Una corta barba nera gli incorniciava il viso, facendo risaltare il suo sorriso sprezzante. Tutta la parata si sistemò al di fuori del cerchio, mentre solo quello che sembrava il loro leader entrò.
«Bene bene» disse l’uomo, allargando le braccia come per dare loro il benvenuto. «E così altri abitanti delle pianure sono giunti ad Haven. Altri prima di voi sono arrivati, in queste settimane; ma ahimè, non era il momento giusto e abbiamo dovuto eliminarli dopo che si sono rifiutati d’imboccare il sentiero della vera Andraste. Voi siete stati più fortunati: anche se doveste rifiutare di seguire la via, la vostra fine sarà comunque un tributo alla gloriosa Andraste!» esclamò come se stesse facendo un sermone. Poi si fece serio. «Mi dicono che siete Custodi Grigi. I miei uomini non sanno più chi siete ormai, solo i nostri studiosi conoscono le cose del mondo esterno. Prima che le uova si schiudano, voglio darvi una possibilità e parlare. Chi di voi è il capo?»
Melinor alzò una mano, gli occhi socchiusi nel tentativo di mettere a fuoco con la vista traballante che si ritrovava al momento.
«Oh, l’elfa? Non lo avrei mai pensato.» L’uomo fece un cenno con la mano, e il Venerato Padre lo raggiunse. «Ti prego, Eirik: usa la tua magia curativa su di lei il tanto che basta a lasciarla parlare senza fatica.»
Sotto gli occhi esterrefatti di Wynne e Alistair, il Venerato Padre evocò la magia su Melinor: un Venerato Padre e per giunta un mago? Nella Chiesa odierna una cosa simile non sarebbe mai stata permessa.
«Puoi parlare ora?» chiese allora il capo della strana comunità a Melinor.
«Sì.»
«Bene, allora lascia che mi presenti: io sono Padre Kolgrim, pastore di questo gregge. E tu sei…?»
«Melinor, dei Custodi Grigi.»
«E posso chiederti cosa vogliono i Custodi Grigi da noi di Haven? Mi dicono che cercavate anche voi l’urna delle Sacre Ceneri» si fece sospettoso l’uomo.
«Ci serve per curare un Arle. C’è un Flagello in corso, e ci serve l’aiuto di quest’uomo per vincere» sintetizzò l’elfa.
«Oh, cribbio… un brutto affare davvero. Un Flagello non è un bene nemmeno per noi di Haven» considerò Kolgrim, iniziando ad attorcigliare la barba attorno al suo indice. «Tuttavia, dubito che la prole oscura oserebbe avvicinarsi alla nostra montagna, con Andraste che la protegge. In fondo Andraste rassomiglia al loro arcidemone, sono entrambi Dei rinchiusi in un corpo draconico.»
Melinor lo guardò accigliata. «Ma di cosa state parlando?»
«Oh, scusatemi: voi non lo sapete. Voi delle pianure credete ancora nel vecchio mito di Andraste, morta sul rogo per mano dell’impero Tevinter e ascesa al cielo come sposa del Creatore» recitò con fare annoiato e derisorio Kolgrim. «Non sapete la verità. Ma oggi io intendo farvi dono proprio di questo: vi offro la possibilità di diventare Discepoli di Andraste ed entrare a far parte della nostra comunità.»
Melinor era sempre più esterrefatta, proprio come i suoi compagni accanto a lei. «E così voi sareste… i Discepoli di Andraste?» mantenne la calma, tentando di scoprire di più per trovare una scappatoia a quella brutta situazione.
«Proprio così. Noi veneriamo la nuova Andraste, tornata a noi in una forma migliore, non più una debole umana! Nessuno potrebbe tradirla e bruciarla viva ora, sarebbe lei a mettere sul rogo gli infedeli!»
Melinor si guardò rapidamente attorno, sconcertata e inquietata dal farneticare dell’uomo mentre comprendeva ciò a cui stava alludendo. «Intendete dire che Andraste ora è un drago?»
«Esatto!» esclamò Kolgrim in preda all’esaltazione. «E ora offro a voi la possibilità di unirvi a noi.» Chiamò uno dei suoi uomini, che portò un calice; Kolgrim lo prese e si avvicinò all’elfa, abbassandosi per lasciarle vedere il contenuto. L’elfa si ritrasse appena. «Non inorridire, poiché questa è la cosa più sacra su cui tu abbia mai posato gli occhi. Questo è il sangue di Andraste! Lei ci lascia bere il suo sangue, rendendoci più forti e immuni alle malattie. Per questo noi alleviamo la sua stirpe: è un equo scambio per avere il suo favore divino.»
Melinor lo fissò senza proferire parola: ormai era certa che su quella montagna vivesse una femmina di drago, ovvero un alto drago. Le femmine erano dominanti tra i draghi, ed erano assai più grandi dei maschi. Sapeva grazie alla conoscenza trasmessale dalla Guardiana che bere sangue di alto drago apportava notevoli vantaggi fisici ai mortali: probabilmente l’ignoranza di quella gente li aveva spinti a credere che il drago fosse sacro per questo motivo. Il fanatismo aveva determinato tutto il resto, e chissà da quanti secoli andava avanti così. Lanciò una fugace occhiata ai suoi compagni, basiti quanto lei; cercò di dir loro di lasciarla fare, e le parve che avessero afferrato.
«Ma se Andraste è risorta, che ne è stato delle ceneri?» indagò.
«Bah, le ceneri» esclamò Kolgrim con sommo disprezzo. «Le ceneri del suo vecchio corpo non sono altro che un ostacolo alla nuova forma di Andraste, un limite alla sua odierna grandezza!»
La speranza brillò nelle iridi dell’elfa. «Quindi esistono? Sono davvero qui?»
«Sì, sono nel tempio antico qui fuori» accennò con la testa in direzione di un grande portone metallico che dava probabilmente sull’esterno. La guardò con un sorrisetto astuto. «E, a tal proposito… se deciderete di accettare la nostra proposta, potrete vederle di persona.»
Tutti loro sussultarono internamente: stava funzionando.
«Perché vorreste offrire a noi un tale privilegio?» tornò a parlare Melinor, misurando accuratamente le parole; e sembrò aver indovinato, a giudicare dal sorriso soddisfatto che comparve sul viso del suo interlocutore.
«Perché siamo gente di buon cuore. Non crederete che ci piaccia ammazzare i viandanti» spiegò con fare contrito. «Offriamo a tutti la possibilità di redimersi, ma in caso di rifiuto… dobbiamo fare quel che è necessario affinché il nostro segreto non venga divulgato.»
«Capisco. E va bene» disse Melinor con la sua ben nota diplomazia, «se noi accettassimo la vostra offerta, se decidessimo di diventare Discepoli di Andraste… ci lascereste andare?»
Kolgrim si fece pensieroso. «Normalmente no, i Discepoli vivono qui per servire Andraste. Ma voi siete Custodi Grigi, il che potrebbe metterci in una posizione scomoda» considerò. «Altri del vostro ordine verrebbero a cercarvi, e c’è già stato troppo via vai ultimamente. Quindi sì, vi lasceremmo andare in via del tutto eccezionale; per questo ho già pensato a come potreste sdebitarvi anticipatamente, rendendo un servigio ad Andraste in persona e diventando suoi Campioni.»
«Cosa dovremmo fare?»
«C’è un guardiano posto a vegliare alle porte del tempio antico dove riposano le ceneri della prima Andraste. Una sorta di spirito immortale che lascia passare soltanto i pellegrini mossi da nobili intenti. Quel vecchio fantasma ci conosce, e non ci lascia nemmeno avvicinare… ma non conosce voi» spiegò, mentre il suo sorriso si faceva diabolico. «Dovreste fare una cosa semplice» disse, allungando verso di loro il calice colmo di sangue di drago. «Dovrete superare le prove lungo il sentiero del pellegrino, raggiungere le ceneri… e versarci sopra il sangue della nuova Andraste, in modo che possa liberarsi dallo spettro del suo debole passato e risorgere una volta per tutte!»
Melinor non riuscì a nascondere la sua incredulità. Quella gente non poteva davvero credere a una simile accozzaglia di fesserie; lei era una maga, e sapeva che nulla del genere era possibile. Versando il sangue sulle ceneri, l’unico risultato sarebbe stato di contaminarle e veder sparire qualsiasi potere in esse celato.
«Ma… ma le ceneri ci servono per curare l’Arle di Redcliffe» obiettò mantenendosi accorta e cordiale.
«Non vi servirà un mucchietto di polvere se la gloriosa Andraste risorgerà! Ci penserà lei a curare il vostro uomo!» esclamò in preda all’esaltazione Kolgrim.
«Melinor» bisbigliò Alistair nel vano tentativo di non farsi sentire da Kolgrim. «Non possiamo fare una cosa del genere!»
«Oh, è una vostra decisione» disse Kolgrim incrociando le braccia sul petto. «Farete comunque una fine gloriosa: se rifiuterete, diverrete il primo pasto della prole di Andraste. Un sacrificio di sangue alla suprema! Le uova si schiuderanno a breve, quindi fareste meglio a decidervi in fretta.»
Un rantolo riecheggiò nella caverna, seguito dal clangore metallico di armi contro armature; poi un altro, e un altro ancora. Kolgrim si girò, imitato dai suoi prigionieri: tutti rimasero interdetti di fronte allo spettacolo che si stava svolgendo dietro di loro.
Gli uomini di Kolgrim si stavano massacrando l’un l’altro, i volti deturpati dall’orrore: si muovevano come burattini mossi da fili invisibili, uccidendosi a vicenda mentre rivoli di sangue iniziavano a scorrere risvegliando gli istinti dei dragoni acquattati negli angoli della caverna.
E poi le videro, quattro luci rosse sul fondo della grande caverna avanzavano. Due figure femminili avvolte dal sangue, che fluttuava attorno a loro alla stregua di suadenti veli cremisi. I loro occhi brillavano nella penombra, accesi da quella magia contorta: più uomini cadevano, più loro si facevano potenti, più la danza dei loro veli si faceva terribile.
«No… non ci credo…» mormorò Wynne.
Hawke e Morrigan avanzavano dirigendo lo spettacolo di morte tutt’attorno a loro. Alistair era inorridito, Sten era inquieto; Merevar e Melinor la stavano prendendo un po’ meglio, ma erano altrettanto scioccati. Le due stavano usando la magia del sangue per aizzare i Discepoli di Andraste l’uno contro l’altro.
«No!» gridò padre Kolgrim, lanciandosi nella mischia e mischiandosi a quel girone infernale di uomini senza più una loro volontà.
«Siamo qui» li sorprese una voce alle spalle. Leliana e Zevran accorsero in loro aiuto per liberarli.
Wynne guardava Leliana con espressione smarrita. «Leliana…»
«Non ora, Wynne» la interruppe immediatamente l’altra, pur senza celare un certo grado di nervosismo. «Ne parleremo quando saremo tutti al sicuro. Potete combattere?»
«Non noi» replicò Melinor massaggiandosi i polsi dopo esser stata liberata da Zevran. «Ci hanno drogate, siamo inoffensive.»
«Non importa, chi può combattere non farà che accelerare l’inevitabile» disse Leliana, spostando lo sguardo su Hawke e Morrigan. Era inquietata. «Possono cavarsela benissimo anche da sole.»
Era uno spettacolo atroce, non dissimile da ciò che avevano visto alla torre del Circolo: mancavano i demoni e gli abomini, ma il macello tutt’attorno e la pesantezza nell’aria era la stessa. Hawke e Morrigan avevano un che di surreale, meravigliose e orrende allo stesso tempo, potenti della forza del sangue e dell’intrinseco potere vitale in esso racchiuso. Gli uomini cadevano vittime della volontà delle due con la stessa facilità di falene attirate verso le fiamme: impotenti, incapaci di riappropriarsi della loro volontà, si massacravano a vicenda. Sangue, sempre più sangue: e le due maghe si facevano sempre più forti e inarrestabili.
Dopo un’iniziale riluttanza, gli altri si decisero a combattere incitati da Zevran e Leliana: si disfecero dei dragoni, supportati dai pochi uomini ancora in vita controllati da Morrigan e Hawke. Quando l’ultimo dragone cadde, Morrigan strinse il suo pugno insanguinato: tutti i discepoli di Andraste rimasti in piedi caddero nello stesso istante.
Nessuno si mosse né parlò per diversi istanti; Morrigan se ne stava in piedi tranquilla come se tutto fosse perfettamente normale, ma lo stesso non si poteva dire di Hawke. Era immobile, il bastone puntato a terra, pronta a lasciarsi travolgere dalla tempesta imminente.
Wynne tremava in disparte, Melinor al suo fianco che l’aiutava a rimettersi in piedi. «Non posso crederci… come… come avete potuto» biascicò la donna, incapace d’incollerirsi a causa della droga che aveva in corpo. Ora appariva davvero come una fragile vecchina. «Dopo quello che avete visto al Circolo, come avete potuto fare questo…»
Al suo fianco, Melinor serrò le labbra; uno sguardo volò dritto a Hawke senza nemmeno sfiorare Morrigan. Tutti se l’aspettavano da Morrigan, e lei non aveva mai negato di conoscere e di aver utilizzato sporadicamente la magia del sangue quando necessario. Ma non Hawke. Nell’incontrare gli occhi dell’elfa, la ragazza non resse: dovette guardare da un lato.
«Seriamente, Hawke? Magia del sangue?»
Alistair era furioso: s’incamminò a grandi falcate verso la ragazza, facendo partire schizzi di sangue ovunque. Appena si fermò di fronte a lei, uno schizzo la colpì dritta in faccia; lei chiuse gli occhi di riflesso.
«Non me lo sarei mai aspettato da te» rincarò la dose l’ex templare. «Almeno di Morrigan lo sapevamo, non avrei mai creduto di poter dire una cosa simile ma… almeno lei è stata onesta sin dall’inizio, ma tu… tu ce l’hai nascosto per tutto questo tempo!»
«Ed ecco il ringraziamento per aver salvato a tutti la pelle» sospirò Morrigan, piazzando le mani sui fianchi. «Visto, Hawke? Te l’avevo detto.»
«Scommetto che è stata una tua idea, vero?» si voltò ad accusarla il ragazzo. Quella sorrise con fare sinistro.
«Sono stata io a insistere. Lei ha detto che non voleva causare storie.»
Alistair tornò a fissare Hawke dopo aver udito le sue parole: la ragazza sosteneva il di lui sguardo con determinazione, senza alcun rimorso negli occhi. Lui rimase a bocca aperta, scuotendo impercettibilmente il capo.
«Sei… sei una maga del sangue, e per tutto questo tempo non ci hai detto niente?!»
«Disse il sincerissimo erede di Re Maric!» rimbrottò lei, alzando la voce a sua volta.
«Essere figlio di un re non mi rende pericoloso come un mago del sangue! Non paragonare la mia menzogna alla tua, non ti permettere!» gridò lui alzando le braccia al cielo.
«Io non sono pericolosa, e non sono una maga del sangue!» fece un passo in avanti lei, arrivando a un pelo dal suo naso. Era stanca e provata, ed estremamente arrabbiata.
Alistair rimase ancora una volta senza parole. Si voltò, dirigendosi a grandi passi in mezzo alla moltitudine di corpi morti dalle espressioni ancora stravolte, e Zevran si scansò con disgusto al suo passaggio per evitare gli schizzi di sangue. L’umano tornò a guardare Hawke con le braccia allargate, come a voler mostrare tutto quel raccapricciante agglomerato di morte. «Non sei una maga del sangue, eh? E tutto questo come lo chiami?»
«Lo chiamo “salvare il tuo regale deretano”!» urlò Hawke, ormai del tutto fuori di sé. Morrigan, a pochi passi da lei, la guardava impressionata e con ammirazione. «Tu non hai idea di cosa abbiamo dovuto passare per arrivare fin qui! Abbiamo attraversato tutta la montagna, piena zeppa di questi invasati adoratori di draghi! Queste persone non sono facili da abbattere con mezzi normali, sono più forti, più resistenti! Bevono sangue di drago per merenda, dannazione!»
Tutti ascoltavano in silenzio. Melinor e Merevar, sulla stessa lunghezza d’onda, iniziarono a provare pena per Hawke. Era chiaro che non le era piaciuto dover usare la magia del sangue, ma aveva fatto quel che era stato necessario; e ora voleva soltanto essere capita.
«Sarebbe stato impossibile arrivare fino a voi senza magia del sangue» continuò la ragazza, esausta. «Noi eravamo in quattro contro centinaia di questi pazzi!»
«Tipico di voi maghi eretici senza educazione» disse a fatica Wynne, avanzando di qualche passo. «Usate sempre quella scusa: “non c’era altro modo”. C’è sempre un altro modo, un’altra via! Ma voi scegliete sempre quella del sangue!»
«Non sono una maga del sangue!» ribadì ancora Hawke, la sua voce ormai quasi un ruggito. «Non l’ho mai usata prima d’ora! Mio padre mi ha solo insegnato come funziona, per precauzione!»
Alistair rise. «Per precauzione! La magia del sangue una precauzione!» la schernì fra le risate isteriche.
Hawke non ci vide più: in un attimo gli fu addosso. Spiazzato, lui si lasciò sbilanciare e se la ritrovò di sopra con le mani al collo.
«Smettila di giudicare» sibilò fra i denti, gli occhi come coltelli. «Se la gente non fosse piena di pregiudizi come te, i maghi liberi non sarebbero costretti a dover imparare certe cose per difendersi.»
Alistair alzò solo la testa per avvicinarsi al volto di Hawke e la guardò con strafottente aria di sfida. «In questo momento stai solo dimostrando che i maghi non dovrebbero essere liberi.»
Hawke sembrò sul punto di esplodere.
«Hawke» le arrivò alle spalle Merevar, prendendola delicatamente per un braccio. «Adesso calmati.»
«Lasciami stare» lo strattonò lei, astiosa.
«Andiamo, Hawke!» la prese di peso lui, fulmineo, infilandole le braccia sotto alle ascelle e togliendola da Alistair senza quasi che se ne rendesse conto. La rimise in piedi e subito le parò entrambe le mani in avanti come a volerla calmare. «Io sono dalla tua parte!»
La ragazza parve stupita; si calmò all’istante.
«Cosa?» esclamò Alistair, guardando malamente l’elfo mentre si rimetteva seduto.
«Ci ha salvato la pelle, amico! Ma vuoi aprire un po’ quegli occhi ottusi da templare?»
«C’è modo e modo di fare le cose, Merevar» s’inserì nuovamente Wynne, avvicinatasi al fulcro della discussione.
«Scusatemi se lo dico, ma… sarebbe stato davvero impossibile farcela senza la loro… particolare magia» si fece avanti timidamente Leliana, ben attenta a come parlava.
«Leliana… non anche tu» la squadrò Wynne. «Tu sei una sorella della Chiesa, non puoi davvero approvare… questo!» indicò la pozza di sangue sotto ai loro piedi.
Morrigan rise di gusto. «Ma fammi il piacere. Lei ci sguazzava in questo, prima di mettersi a cantare canzoni in una chiesa!»
«Sì, ci sguazzavo. E allora? Ho compreso i miei peccati e ho cercato di porvi rimedio mettendomi al servizio del Creatore!» le rispose finalmente indietro la rossa, stanca di ingoiare rospi in silenzio. «Ma sono ancora in grado di discernere» tornò a rivolgersi a Wynne, «non lascio che la mia fede diventi ottenebrante. E oggettivamente non avremmo avuto alcuna possibilità di farcela. Zevran ve lo può confermare.»
«E io ci sguazzavo più di lei» ammise senza problemi l’ex Corvo di Antiva. «Saremmo stati spacciati senza queste due… inquietanti incantatrici» ridacchiò, lasciando intendere che per lui la magia del sangue non era poi un grande problema.
«Non approvo la magia del sangue, e nemmeno Hawke. Non ha scelto di usarla a cuor leggero, ve lo posso garantire» tornò a parlare a tutti Leliana; «Ma davvero, abbiamo dovuto scegliere. La magia del sangue o le vite di noi tutti.»
«Adesso basta.»
Melinor si fece avanti, attirando su di sé gli occhi di tutti. «Siamo sani e salvi. Non importa come siamo arrivati a questo risultato.»
«Non puoi davvero crederlo» mormorò Wynne. «Tu sei una maga, un’ottima maga! Conosci il prezzo che…»
«Anche i Dalish studiano la magia del sangue» la zittì Melinor. «Proprio come ha fatto Hawke. La studiamo, ma non la usiamo se non in casi estremi. Non è la magia in sé il problema, è come si sceglie di usarla. Diventa un problema quando se ne fa un uso abusivo o malvagio. E non mi sembra il caso né di Morrigan, né di Hawke. Quindi la faccenda è chiusa, e faremmo meglio a riflettere tutti quanti sulle cattiverie che sono volate qui dentro» passò in rassegna Alistair, Hawke e Wynne. «Adesso siamo tutti stanchi e provati, ma confido che quando vi sarete dati una sistemata capirete quanto stupida sia stata questa lite.»
«Se avete finito con la vostra morale, avremmo un problema urgente da risolvere.»
Tutti si voltarono verso Sten, il quale stava guardando le uova di drago disposte in circolo poco più in là. Iniziavano a formarsi le prime crepe sui gusci.
«La mia magia è ancora inibita» sospirò Melinor, tentando invano di evocarla e sentendola morire sul nascere. Guardò Morrigan e Hawke. «Potete pensarci voi?»
«Faccio io» partì a grandi falcate Hawke, mentre Morrigan la lasciava passare con le mani alzate e un’espressione divertita e ammaliata al contempo. Hawke si piazzò appena fuori dal cerchio e puntò il bastone in avanti: un fiume di fuoco investì le uova, riducendole a un anello luminoso e ardente. Si poteva quasi sentire lo stridio delle creature intrappolate al loro interno, mentre Hawke sfogava visibilmente la sua rabbia proiettandola su quel fiotto continuo di distruzione. Quando ebbe terminato, solo un mucchio di cenere puzzolente e odore di carne bruciata rimasero in memoria dei draghi mai nati.
«Fatto» sbottò secca Hawke, rimettendosi il bastone in spalla.
Stava camminando verso Melinor quando dei colpi fragorosi rimbombarono sonoramente. Tutti si voltarono verso il portone chiuso in fondo alla grande caverna. I colpi continuavano a un ritmo incalzante, finché un ruggito furioso e la porta metallica diventata di colpo incandescente non tradirono l’identità dell’ignoto visitatore.
«Oh-oh» tremò la voce di Morrigan. «Temo che la mamma sia venuta a controllare cos’è successo ai suoi bambini.»

 

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