Tutti sudarono freddo nel fissare il portone incandescente che si accartocciava come un foglio di carta sulla brace: in pochi minuti la bestia aveva abbattuto il portone, e la parete che dava sul versante esterno della montagna era collassata su sé stessa. L’alto drago si erse innanzi a loro in tutta la sua furia, ruggendo di rabbia mentre le sue narici fumanti odoravano il puzzo di morte dei suoi cuccioli e dei suoi discepoli.
«Oh, fantastico… non ditemi che dobbiamo affrontare questa cosa, ora» deglutì Zevran, le mani esitanti che cercavano le impugnature delle sue spade corte.
Accanto a lui, Merevar tese la mascella. «Abbiamo forse altra scelta?» disse con gli occhi fissi sul drago in avvicinamento.
«Voi mettetevi al riparo» disse Alistair a Melinor e Wynne, facendo segno con lo scudo d’indietreggiare mentre teneva gli occhi fissi sulla bestia.
«Alistair» esclamò Melinor, afferrando il braccio di lui coperto dal metallo dell’armatura; il ragazzo si voltò e i loro occhi impauriti s’incontrarono. Avevano entrambi paura. Tutti loro avevano paura: affrontare un alto drago non era affatto una cosa da poco.
«Vediamola come una prova» cercò di sdrammatizzare Alistair, un lieve tremolio nella sua voce che si sforzava di risultare spiritosa come al solito. «Se vogliamo avere qualche possibilità contro l’arcidemone dobbiamo riuscire ad ammazzare questa bestia, prima.»
Melinor fece per rispondere, ma la mano di Wynne che afferrava delicatamente il suo gomito l’interruppe.
«Andiamo, Melinor… mettiamoci al riparo. Purtroppo non c’è nulla che possiamo fare senza la nostra magia.»
Suo malgrado, Melinor lasciò il braccio di Alistair e si lasciò trascinare da Wynne verso una piccola rientranza nella grotta. Lo guardò allontanarsi per raggiungere gli altri: i suoi occhi verdi incrociarono quelli di Merevar e la sua apprensione non fece che aumentare. Avrebbe voluto poter combattere con loro, detestava essere impotente proprio nel momento in cui c’era più bisogno di lei.
Leliana teneva il suo arco puntato sulla creatura furiosa davanti a sé. «Cerchiamo di mantenere la calma» disse agli altri, tradendo la sua stessa agitazione. «Dobbiamo essere furbi se vogliamo abbattere questo drago.»
Nessuno rispose: tutti sapevano cosa fare. Gli uomini si fecero avanti, mentre le donne restarono indietro per colpire a distanza. Sten, in testa al loro minuscolo plotone di fanteria, sguainò il suo spadone.
«I Custodi Grigi insegnano che il modo più rapido per uccidere un drago è infilzarlo tra il collo e la testa» disse Alistair. «È il loro unico punto debole, porta dritto al cervello; muoiono all’istante.»
«Oh, facilissimo. Dobbiamo solo riuscire ad arrampicarci fin sopra alla sua testa, che sarà mai?» ironizzò Zevran.
«Dobbiamo prima indebolirlo» osservò Merevar, la sua preparazione come cacciatore dalish che guidava le sue parole.
«Allora sbrighiamoci» esclamò Sten. Senza attendere oltre, con un grido di guerra si lanciò alla carica: gli altri dietro di lui seguirono il suo esempio, mentre le due maghe e Leliana iniziavano a sostenerli da lontano.
Mentre Sten e Alistair tenevano occupato il drago sul davanti, Merevar e Zevran s’insinuavano rapidi come ombre tra le sue enormi zampe, tentando di colpirlo al basso ventre: ma si rivelò tutt’altro che semplice. La creatura era intelligente, e non dava loro modo di restare sotto di lei a lungo. Scalciava e si alzava sulle zampe posteriori per scacciarli a suon di zampate, che i due elfi erano costretti a evitare con agili e provvidenziali balzi.
«Maledizione, non sta fermo un secondo» imprecò Leliana dalla sua posizione. «Morrigan, Hawke! Cercate di colpire gli occhi!»
«Fosse facile» commentò Hawke poco più in là. L’alto drago riusciva incredibilmente a evitare tutti i loro colpi. Le tre cecchine iniziarono a colpire a raffica da lontano, sperando che uno dei loro attacchi andasse a segno mentre gli uomini tenevano la bestia impegnata; ma non riuscirono nel loro intento. Spazientito dalla raffica di frecce e magia scagliatagli contro, il drago ruggì e si levò in volo: sotto agli occhi sconvolti di tutti, spalancò le fauci puntandole verso il soffitto della grotta. Un fiume di fiamme colpì le rocce, che iniziarono a franare.
«Morrigan!» gridò Hawke alla strega, la quale non si fece pregare: insieme alla rossa evocò su ognuno dei presenti una barriera protettiva. Le rocce rimbalzarono contro le invisibili cupole d’energia che circondavano tutti loro: quando il crollo terminò, la luce del giorno filtrava attraverso il soffitto ora completamente sventrato.
Senza farsi attendere, il drago piombò nuovamente su di loro sollevando una nuvola di polvere. Con tutte le macerie che ricoprivano il pavimento, per i combattenti era diventato molto più difficile muoversi con agilità; come se ciò non bastasse, il drago sfruttava a proprio vantaggio le rocce franate, scagliandole a destra e a manca con rapidi colpi di coda. Tutti erano costretti a interrompere i loro attacchi per evitare i proiettili sparati dall’alto drago, intervallati dal suo soffio di fuoco che faceva ribollire il sangue dei guerrieri all’interno delle loro armature surriscaldate.
«Così non risolviamo niente, finirà per esaurirci!» brontolò Hawke; poi ebbe un’idea. «Ora vediamo quanto sono intelligenti questi alti draghi.»
Schizzò via come una scheggia.
«Dove stai andando? Ti farai uccidere!» le gridò dietro Leliana.
«Voi pensate a colpire forte al momento giusto!» gridò a sua volta la ragazza.
Alistair e Sten si sorpresero nel trovarsela accanto.
«Che ci fai qui? Stai lontana, è pericoloso!» gridò Alistair, impegnato a evitare i morsi letali della bestia.
«So quel che faccio» ribatté la ragazza. Senza attendere oltre, evocò il suo fuoco magico e lo scagliò dritto sul muso della creatura sopra di sé. Come previsto, quella la guardò senza battere ciglio: usare il fuoco contro un alto drago era una mossa del tutto inutile.
«Oh, che strano» esclamò la ragazza con fare sarcastico. «Con te non ha funzionato… eppure ho arrostito per bene le tue uova proprio con questo fuoco» disse, evocando una fiammella nella mano sinistra. Il drago parve comprendere le sue parole, perché sollevò di scatto la testa e drizzò il collo come se fosse sorpreso; Hawke sorrise. «Sì, sono stata proprio io» disse, e sotto gli sguardi sbalorditi dei suoi compagni evocò su di sé una barriera protettiva e prese a correre verso ciò che restava del portone metallico che dava sull’esterno.
Il drago, infuriato, la seguì lasciandosi alle spalle tutto il resto. Aveva perso ogni interesse negli altri: ciò che voleva ora era solo Hawke. Gli altri sussultarono nel vedere la ragazza sparire nel fiume di fuoco lanciatole contro dalla bestia, ma poi la videro sbucare fuori sana e salva, la sua barriera indebolita ma ancora intatta.
«Sta cercando di attirarlo fuori… così non potrà più lanciarci addosso le rocce» dedusse Merevar, impressionato.
«Ha in mente qualcosa» disse Leliana, raggiungendo gli uomini insieme a Morrigan. «Forza, raggiungiamola! Ha detto di tenerci pronti a colpire quando sarà il momento giusto!»
Tutti corsero seguendo la scia di Hawke e dell’alto drago che, nel frattempo, erano ormai arrivate fuori: il drago aveva spiccato il volo parandosi davanti a Hawke, impedendole ogni via di fuga. Ma la ragazza non parve spaventata, anzi; sghignazzò con soddisfazione.
«Sei intelligente, in un certo senso… ma rimani sempre più stupida di un essere umano, cara mamma drago» commentò. Con la coda dell’occhio vide gli altri correre verso di lei. Non ebbe bisogno d’altro: aveva fiducia nei suoi compagni. Dissolse la barriera protettiva, poiché le serviva fino all’ultima goccia di mana per compiere la sua mossa: allargò braccia e gambe, i suoi capelli rossi iniziarono a volare attorno al suo viso mentre una luce azzurrina l’avvolgeva. Fu allora che Morrigan, alle sue spalle, ebbe tutto chiaro.
«Quell’incantesimo… è quello del ghiaccio perenne» comprese. L’aveva vista lanciarlo sull’arle di Redcliffe. «Vuole lanciarlo sul drago… un comune incantesimo di ghiaccio non avrebbe effetto, ma quel ghiaccio non è normale. Contro il fuoco del drago sarà tutt’altro che perenne, ma ci farà guadagnare un po’ di tempo.»
«Capisco» disse Leliana al suo fianco, gli occhi fissi su Hawke. «Ma da quel che ho capito quell’incantesimo è complesso, richiede molta energia…»
Morrigan annuì. «Sicuramente Hawke ha un piano ben preciso, ma evocare il ghiaccio le richiederà tempo. È adesso che dobbiamo coprirla.»
Nessuno ebbe bisogno di pensarci su: i quattro uomini scattarono in avanti, tornando ad accerchiare il drago mentre Hawke a pochi passi da loro era concentrata a raccogliere le ultime energie che aveva in corpo.
Leliana e Morrigan scagliavano colpi a profusione.
«Le ali!» gridò Merevar, indirizzando le sue parole a Zevran e alle due cecchine lontane. «Dobbiamo impedire che possa volare di nuovo!»
Nessuno se lo fece ripetere due volte: Alistair e Sten sapevano di dover restare nella loro posizione per coprire Hawke, ma gli altri iniziarono a infierire sulle ali del drago. Zevran riuscì a lacerare l’ala sinistra, facendo ruggire di dolore la creatura; mentre il drago si voltava verso l’antivano, Merevar ne approfittò per colpire l’altra ala. Leliana conficcò le sue frecce nelle articolazioni di entrambe le ali per impedirne il movimento.
«Fatelo voltare verso di me!»
Le parole di Hawke catturarono l’attenzione generale: i due elfi si affrettarono a correre verso di lei, conducendo l’attenzione del drago sulla ragazza. Appena le furono a fianco, Hawke riaprì gli occhi: protese le braccia in avanti e dal suo bastone partì un fiotto di luce che andò a colpire il muso della creatura. Enormi cristalli di ghiaccio iniziarono a crescere, andando a offuscare la vista del drago e fagocitando la sua testa per intero: non poteva più vedere né sputare fuoco. Hawke crollò sulle ginocchia, esausta e svuotata di ogni potere.
«Presto» ansimò, «quel ghiaccio è perenne solo se nessuno lo disturba… e il fuoco di un drago lo disturberà eccome!»
Il drago si dimenava, impazzito di rabbia, mentre il fuoco spingeva per sgorgare dalla sua gola, bloccato all’interno dal ghiaccio di Hawke. Il gruppo si lanciò nuovamente all’attacco, ma anche così non era semplice abbattere quella creatura: si agitava in preda alla sua cieca furia, impedendo loro di raggiungere il punto debole alla base del suo collo.
«Dobbiamo azzopparlo!» gridò Sten. «Tutti con me, dobbiamo attaccare insieme lo stesso punto!»
Seguendo la sua guida, tutti presero ad accanirsi contro la zampa posteriore destra: il drago cieco non riusciva ad afferrarli con le zampe anteriori, scalciava e si dimenava, ma dopo diversi minuti di lotta il gruppo riuscì ad azzopparlo. Fecero lo stesso con l’altra zampa posteriore, costringendo il drago a restare a terra.
«Presto! Il ghiaccio inizia a cedere!» incitò Hawke, rimasta sul davanti a controllare.
«Ci penso io» gridò Sten. Con un’agilità sorprendente per uno della sua stazza, si arrampicò sul dorso del drago e rapido si portò fino alla base del suo collo. Gli risultò assai difficile raggiungere la base della testa, tuttavia: la bestia si dimenava a più non posso nel tentativo di sbalzarlo via.
«Voi due, con me!» urlò Merevar a Zevran e Alistair. I due, imitando ogni movimento del dalish, si portarono su uno dei fianchi del drago. «Ora, insieme: affondare e poi correre!» li istruì rapidamente Merevar. «Adesso!»
Cinque lame infilzarono il drago, e subito dopo sventrarono il suo robusto addome mentre i tre correvano in avanti verso la testa della creatura. Il dolore la distrasse, come previsto da Merevar: mentre il suo ruggito di dolore usciva attutito dal ghiaccio di Hawke, il suo collo si drizzò verso l’alto. Sten, saldamente aggrappatovi con le gambe, non perse l’occasione: risalì rapidamente aiutandosi con le spine sul collo della bestia, e infine il suo spadone affondò nel punto indicatogli da Alistair. Improvvisamente, ogni movimento cessò: la testa del drago cadde verso il basso, sbattendo a terra con fragore mentre il corpo cessava di vivere. Sten rotolò a terra, ammaccato ma ancora integro.
Tutti restarono ai loro posti, e chi era ancora in piedi si accasciò al suolo: ansimavano, gli occhi fissi sull’enorme cadavere coperto di scaglie. Non potevano credere di avercela fatta davvero, e gli ci vollero diversi minuti per realizzare che era finita. Erano esausti e non riuscivano a capacitarsi del fatto di essere ancora tutti vivi.
«Aiutatemi!»
Una voce li fece voltare: videro Wynne, zoppicante, sbracciarsi sulla soglia di ciò che restava del tempio dei Discepoli di Andraste. «Presto, venite! Melinor è intrappolata!»
Merevar schizzò via immediatamente, seguito a ruota da Alistair; erano contusi e feriti, ma non importava. Gli altri li seguirono pressandosi ognuno diversi punti del corpo, malconci ma desiderosi di aiutare nonostante tutto. Wynne fece loro strada camminando a fatica: quando non ce la fece più, indicò una montagnola di macerie. «Laggiù. Il drago ha scagliato un cumulo di rocce contro la parete alle nostre spalle mentre combattevate, provocando un crollo. Abbiamo cercato di scansarci ma non abbiamo fatto in tempo… io mi sono liberata per miracolo, non so come sono riuscita a sopravvivere.»
Merevar e Alistair, pervasi dal terrore, iniziarono a spostare massi in fretta e furia facendo molta attenzione: Melinor era là sotto, e non volevano rischiare di ferirla ulteriormente spostando i detriti. Gli altri si unirono a loro poco dopo, e tutti insieme si misero a smantellare la montagnola.
A un tratto, Leliana sussultò: un avambraccio di Melinor emerse. «L’ho trovata!» gridò, prendendole delicatamente il polso. «Il battito è debole, ma c’è» disse a Merevar vedendoselo piombare quasi di sopra.
Ripresero a togliere pietre, stavolta facendo ancor più attenzione. Morrigan scoprì una gamba, Hawke l’altra. Sten vide un ciuffo di capelli e rimosse delicatamente il pezzo di soffitto che copriva il capo dell’elfa: la ragazza aveva tentato di ripararsi la testa con l’altro braccio, e ora guardava il qunari con aria dolorante. La parte peggiore toccò a Zevran, Alistair e Merevar: insieme i tre sollevarono il grosso masso che schiacciava il corpo della ragazza. Ciò che trovarono al di sotto li fece sbiancare.
Uno spuntone affilato trapassava l’addome dell’elfa, ancora vigile ma perfettamente immobile. Respirare le faceva un male cane, e la sua espressione lo rendeva più che evidente. Merevar restò lì a guardare sconvolto, l’espressione sospesa fra un respiro e l’altro, come se desiderasse bloccare il tempo per paura di ciò che lo scorrere dei minuti avrebbe portato con sé.
«No» mormorò Alistair, inginocchiandosi accanto alla ragazza riversa sul pavimento.
«Dobbiamo cercare di salvarla» disse Wynne, zoppicando verso di loro. «Se solo avessi la mia magia…»
«Io sono completamente a secco» si accodò Hawke, guardando Morrigan. «Tu come sei messa?»
«Un po’ meglio di voi due, ma non credo di avere abbastanza energia da poter curare una ferita simile» ammise suo malgrado la strega, l’espressione preoccupata mentre valutava la gravità della situazione.
«Usa il mio sangue.»
Morrigan squadrò Hawke.
«Dico sul serio, non m’importa» insistette la ragazza.
«Sei sicura di ciò che chiedi?» la guardò intensamente Morrigan. «La sua è una ferita mortale, potrei dover usare tutto il sangue che hai per riuscire a curarla.»
«Lei mi ha salvata dai templari, e non era affatto tenuta a farlo» esclamò Hawke. «Se non fosse per lei sarei finita al Circolo dei maghi, e sarei morta lì con mia cugina e tutti gli altri. Glielo devo» concluse con stoica fermezza.
«Non c’è bisogno che tu muoia. Morrigan può usare anche il mio sangue se il tuo non dovesse bastare.»
Tutti si stupirono nel sentire Wynne pronunciare quelle parole. «Potrei salvare Melinor se avessi la mia magia, ma non ce l’ho… l’unico modo in cui posso aiutare è questo, e salverebbe la vita a entrambe. Quindi lo farò, anche se non approvo e non approverò mai questo tipo di magia.»
«Allora dobbiamo sbrigarci» intervenne Merevar, risollevato da quella rinnovata speranza. «Dobbiamo… dobbiamo toglierle quello spuntone dal ventre.»
«Dovete fare in fretta, e subito dopo dobbiamo tamponare tutto… perderà molto sangue» disse Morrigan, alzandosi in piedi e strappandosi lembi di stoffa dalla veste. Si portò accanto all’elfa in fin di vita, che la guardava con aria rassegnata. «Sten, pensaci tu. Sollevala, un movimento verticale secco, rapido e pulito. Poi adagiala a terra velocemente a pancia in su, ma cerca di non muoverla più del necessario. Voi, fate largo» allontanò tutti Morrigan, per rivolgersi infine alle altre due maghe. «Voi invece statemi vicine. Mi servirà il vostro sangue molto presto.»
Al segnale di Morrigan, Sten fece come gli era stato chiesto: sollevò Melinor rapidamente, e il sangue sgorgò a fiumi. L’elfa lanciò un grido lancinante e quasi svenne per il dolore mentre il qunari l’adagiava a terra e Morrigan le tamponava la ferita, aiutata dalle sapienti mani di Wynne. Alistair e Merevar guardavano a fatica, sconvolti e impotenti: se ne stavano in piedi uno accanto all’altro, i volti stravolti e deturpati dalla paura.
«State pronte» disse Morrigan alle altre due maghe. «Hawke, prima tu. Quando senti che non ce la fai più ti sostituirà Wynne.»
Senza esitare, Hawke fece per tagliarsi il braccio.
«Aspettate…»
La debole voce di Melinor le interruppe. Morrigan, con espressione al contempo di rimprovero e preoccupazione, tentò di farla tacere. «Risparmia le energie e stai in silenzio. Sai benissimo anche tu quanto è grave.»
Si guardarono, ed entrambe seppero che era ben chiaro a tutte e due quanto la situazione fosse grave. Con fatica, Melinor cercò gli occhi di suo fratello.
«Dovete andare» disse a tutti in un sussurro, ma sembrava stesse parlando più con Merevar che con gli altri. Lui le restituì uno sguardo serissimo. «Trovate l’urna.»
«No, Melinor» si fece avanti Alistair. S’inginocchiò accanto a lei e le prese una mano. «Non ti lasciamo, restiamo con te.»
Melinor tentò di abbozzare un sorriso. «Starò bene. Resteranno loro con me.»
«Esatto, lasciate fare ai maghi il loro lavoro. Qui sareste solo d’impiccio» affermò acida Morrigan, impegnata a bloccare il copioso flusso di sangue che minacciava d’inzupparle gli stivali e i pantaloni.
«Non se ne parla, io resto qui» s’incaponì Alistair.
Gli occhi di Melinor cercarono ancora Merevar: lui non seppe come sentirsi nel recepire la muta preghiera della sorella. Avrebbe voluto restare, ma lei non voleva. E non voleva che lui riuscisse a capire perché, ergendo un invisibile muro fra loro.
Alistair si sentì tirare per un braccio.
«Andiamo.»
Merevar lo costrinse ad alzarsi in piedi contro la sua volontà.
«Non puoi dire sul serio, Merevar! Non possiamo abbandonarla così!» si oppose Alistair, riappropriandosi del suo braccio. Merevar lo guardò talmente male che Leliana sentì di dover intervenire.
«Melinor è in ottime mani, Alistair. E ha ragione, dobbiamo proseguire. Potrebbero esserci altri di quei Discepoli in giro, quindi è meglio se ci diamo una mossa. Prendiamo le ceneri e andiamocene da questo posto infernale.»
Alistair lanciò un’ultima occhiata disperata a Melinor, che cercò di esortarlo ad andare con quello che avrebbe voluto essere un sorriso incoraggiante, ma che risultò in una palese forzatura. Leliana gli mise una mano sulla spalla e lo fece proseguire proprio mentre Hawke si tagliava e lasciava che Morrigan usasse il suo sangue come fonte di potere per guarire l’elfa.
Tutti distolsero lo sguardo e ognuno andò per la sua strada. Merevar camminava a grandi falcate verso la parete rocciosa davanti a loro: una porta antichissima indicava l’ingresso al luogo di riposo eterno della defunta Andraste. Sten e Zevran seguivano il dalish, Alistair e Leliana erano un po’ più indietro.
«Vuoi smetterla di guardarmi in quel modo? Sento i tuoi occhi solleticarmi da dietro» brontolò Merevar.
Alistair colse la frecciatina a lui indirizzata. «Non posso credere che tu abbia voluto lasciarla indietro così.»
Quasi non fece in tempo a terminare la frase che si ritrovò l’elfo a un palmo di naso.
«Ti ricordo che è mia sorella» sibilò. «Potrai anche essere il suo compagno, ma io sono il suo gemello. So meglio di te ciò che vuole, e voleva che noi andassimo avanti. Non era quello che volevo io, ma l’ho fatto comunque perché io la rispetto. Lei sa sempre ciò che è meglio, e faresti bene a ricordarlo anche tu.»
Senza aspettare una risposta dal ragazzo, girò i tacchi e continuò a camminare. Aveva un terribile presentimento, si sentiva malissimo; ma infilò comunque un passo dopo l’altro senza più voltarsi.

 

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