Non appena aprirono le porte dell’antico santuario dedicato ad Andraste, uno spesso velo di polvere vecchia di chissà quanti secoli piovve su di loro.
«Ai seguaci di Andraste non piace spolverare, vedo» brontolò Zevran, passandosi le mani tra i capelli per ripulirli.
«Non essere irriverente, Zevran. Siamo su suolo sacro, riesco ad avvertirlo» lo rimproverò Leliana, incapace tuttavia di celare la sua emozione.
Merevar avanzò con fermezza e determinazione. Appena entrato aveva individuato una grande porta riccamente decorata sul fondo della sala, e stava avvicinandosi quando qualcosa iniziò a prendere forma, costringendolo ad arrestare la sua avanzata.
«Chi si presenta sul sentiero del pellegrino?» parlò una voce spettrale ma non ostile. Uno spirito, dall’aspetto di un umano in armatura, si era materializzato davanti alla porta.
«Siamo Custodi Grigi» prese la parola Merevar a nome di tutti. «Siamo qui per le ceneri di Andraste.»
«Il dono dell’onestà ti appartiene» dovette ammettere lo spirito. Il suo sguardo, stranamente penetrante, passò in rassegna tutti i presenti. «Ma non siete tutti Custodi Grigi…»
«Come siete riuscito a capirlo?» mormorò Alistair.
«Mi è concesso di conoscere molte cose» rimase sull’enigmatico lo spirito. «Io sono il guardiano del santuario di Andraste. Sulle di Lei ceneri veglio da sempre, e così farò per l’eternità. Spetta a me il compito di lasciar passare solo i pellegrini mossi da nobili intenti. Voi lo siete?»
«Non mentirò, spirito» rispose Merevar con tutta la sua franchezza. «Io sono un elvhen, non venero il Creatore degli umani. Rispetto Andraste, poiché persino la mia gente conosce la sua storia… ma non sono un pellegrino. Forse i miei compagni si sentono tali, ma non io; io sono qui perché devo salvare la vita a un Arle umano, che ci aiuterà a sconfiggere il Flagello.»
Lo spirito rimase in silenzio a scrutare Merevar. Nel frattempo, Zevran gli si avvicinò e gli sussurrò all’orecchio.
«Non potevi dire di essere un pellegrino e basta?»
«Non fare l’idiota, gli spiriti sanno sempre quando menti. E comunque io non mento mai su chi sono.»
«E questo ti rende onore, esponente degli elvhen» uscì dal suo silenzio lo spirito. «Sei stato onesto, il tuo cuore è puro. Puoi passare, e con te i tuoi compagni. Vi avverto, però: ci sono prove da superare lungo il percorso che porta all’urna delle Sacre Ceneri, poiché solo chi è degno può attingere alla purezza della sposa del Creatore.»
Dette quelle ultime parole, lo spirito iniziò a sbiadire fino a scomparire alla vista; una volta andatosene del tutto, la porta alle sue spalle si spalancò. Dopo essersi scambiati tutti un’occhiata, i cinque entrarono.
Si ritrovarono in un ampio salone con altissime colonne che delimitavano la navata centrale. I cinque camminavano con tutti i sensi all’erta, pronti a scattare al minimo segno di pericolo; ma nessuna minaccia sembrava incombere su di loro, anche se qualcosa di straordinario accadde.
Otto spiriti comparvero davanti a loro, disposti orizzontalmente in una fila che occupava l’intera navata. C’erano donne e uomini fra loro, tutti vestiti con abiti antichi.
«Benvenuti, pellegrini. Noi siamo coloro che hanno vissuto con la benedetta Andraste, coloro che ne hanno determinato la storia, coloro che l’hanno assistita… e coloro che l’hanno tradita» parlò una delle donne. «Se volete proseguire, dovete rispondere a tutte le nostre domande. Dimostrate l’amore per la benedetta Andraste tramite la vostra conoscenza e devozione a Lei, e il cammino si aprirà per voi.»
Merevar strinse i denti: lui non sapeva granché sulla profetessa, solo nozioni frammentarie.
«Ci penso io» si fece avanti Leliana con un sorriso. Merevar tirò un sospiro di sollievo e si fece da parte. «Fammi pure la tua domanda, spirito» disse Leliana con voce gentile una volta piazzatasi di fronte alla donna.
«Echi da un regno d’ombra, sussurri di cose che devono ancora accadere. La strana sorella del pensiero risiede nel reame notturno, e viene spazzata via dal primo raggio di sole. Di cosa sto parlando?»
Leliana inclinò il capo da un lato, intenta a cercare fra i suoi ricordi e le sue conoscenze.
«È… il sogno» disse infine. «La madre di Andraste ebbe un sogno premonitore sulla sua morte… siete voi, non è così?»
Lo spirito le sorrise mestamente. «Io sono la tristezza e il rimorso. Sono le lacrime di una madre che non ha potuto salvare sua figlia.»
Pronunciate quelle ultime parole, lo spirito svanì nel nulla; Leliana rimase colpita nel realizzare che aveva appena parlato con lo spirito della madre di Andraste. Ma aveva altro lavoro da fare.
I rimanenti sette spiriti le sottoposero i loro indovinelli, a cui la ragazza rispose prontamente, aiutata di tanto in tanto da Alistair quando si presentavano quelli più ostici. Fra gli spiriti che incontrarono c’erano alcuni dei più fedeli seguaci di Andraste: suo marito Maferath, che dopo aver lottato per liberarla dalla schiavitù nel Tevinter si era alleato proprio con l’Impero stesso, tradendola e vendendola ai suoi nemici. Videro l’arconte Hessarian, colui che mise al rogo la profetessa nella piazza della capitale del Tevinter, Minrathous, ma che mosso da pietà nei suoi confronti la uccise ponendo fine alla sofferenza inflittale dalle fiamme. Videro Shartan, il leader degli elfi schiavi nel Tevinter, che incitò la sua gente a combattere con Andraste contro l’Impero.
Leliana rimase assai toccata da quell’esperienza; risolti tutti gli indovinelli l’ultimo spirito svanì, e la ragazza guidò gli altri verso la porta in fondo alla sala che conduceva oltre. L’aprirono, e immediatamente si trovarono avvolti da una strana nebbia viola.
«Ma che… state tutti bene?» esclamò Merevar, allarmato; ma nessuno gli rispose. «Ehi!» chiamò, ma si rese conto che era rimasto solo. Iniziò a muoversi freneticamente fra le volute di nebbia, finché non vide emergere una testa bionda.
«Zevran, dove sono finiti gli…»
Le parole gli morirono in gola mentre il ragazzo si voltava a guardarlo. Non era affatto Zevran. «Tamlen?»
La figura gli andò incontro, portandosi a un passo da lui; allungando una mano avrebbe potuto toccarlo.
«Andaran atishan, lethallin» lo salutò in elfico Tamlen. «È bello rivederti.»
Merevar aprì la bocca, ma non riuscì a rispondere. Rimase inebetito a fissare il fratello. «Tu… tu non sei reale» riuscì a farfugliare infine, il cuore che minacciava di implodergli nel petto. «Sei uno spirito, come gli altri… venuto per mettermi alla prova. Dev’essere così». Non voleva illudersi, non avrebbe permesso all’immagine del fratello di fargli provare una gioia effimera, destinata a svanire nel giro di pochi minuti. Lo aveva già fatto nell’Oblio, e non era stato semplice tornare indietro.
«Può essere. Ciò che è certo è che sono parte di te, una parte con cui devi fare i conti» replicò lo spirito, il suo sguardo gentile e vivace proprio come quello del vero Tamlen. «C’è qualcosa che vorresti dirmi, lethallin?»
Il groppo alla gola di Merevar si strinse ancora di più. Sapeva dove voleva arrivare lo spirito, era consapevole delle sue debolezze. Ci aveva convissuto giorno dopo giorno, guardandole mentre mettevano radici e s’impossessavano del suo essere. E non aveva mai fatto nulla per fermarle.
«Avanti, lethallin» lo esortò lo spirito, incrociando le braccia. «Non potrò lasciarti proseguire finché non pronuncerai quelle parole.»
Gli occhi di Merevar si fecero lucidi: guardò Tamlen, e per un attimo credette che fosse davvero lui. «Perché questa prova? Perché mi fai questo?»
«Perché è necessario che tu ti liberi da ogni impurità che ottenebra la tua anima.»
Merevar si prese un attimo per raccogliere le energie necessarie. Sembrava uno sforzo titanico, eppure si trattava semplicemente di tirar fuori un paio di parole. «Mi dispiace, Tamlen» confessò infine, le lacrime che scendevano lentamente lungo le sue guance scarne. «Io avrei dovuto portarti via, avrei dovuto impedirti di toccare quello specchio… è colpa mia. Tutto questo è colpa mia.»
Lo spirito gli rivolse un sorriso triste. «Sai che non è vero. Melinor te l’ha detto più volte: ciò che è accaduto è stato frutto delle mie scelte, non delle tue. Tu hai cercato di dissuadermi, ma io non ti ho dato retta.»
«Avrei dovuto insistere!» si lasciò pervadere dalla rabbia l’altro, i pugni stretti sollevati a mezz’aria. «Invece non ho fatto nulla!»
Tamlen lo guardò con occhi penetranti. «Perché ora non mi dici ciò che davvero ti fa provare vergogna, lethallin?» gli disse, mentre l’altro s’irrigidiva sul posto. «Perché non ammetti la verità? Tu avresti preferito morire in quella grotta con me. Avresti preferito lasciare indietro questo mondo sapendo che Melinor e il clan sarebbero andati avanti, piuttosto che vivere e diventare un Custode Grigio insieme a nostra sorella». Lo spirito attese che le sue parole affondassero nel petto di Merevar. «Cosa dice questo di te, fratello?»
Merevar digrignò i denti e strizzò gli occhi, incapace di ammettere a sé stesso la dura realtà. Quando li riaprì, sussultò: a guardarlo non c’era più Tamlen, ma un altro sé stesso.
«Sei un codardo, Merevar» gli disse il suo riflesso con aria strafottente. «Non sei in grado di sopportare una tale responsabilità. Non sei in grado di proteggere nessuno, e sei troppo debole anche solo per ammetterlo. Non sopporti l’idea di restare solo, hai paura che Melinor muoia lasciandoti solo di nuovo… ma non è l’unico modo in cui potrebbe abbandonarti, non è vero? Lo ha già fatto scegliendo quell’umano. Arriverà il giorno in cui ti lascerà per seguire lui, lo sai… sempre che sopravviva, dato che ora è là fuori in fin di vita per colpa tua. Non hai saputo proteggerla.»
Merevar non riuscì più a sopportarlo. Sguainò le sue spade corte e iniziò ad attaccare lo spirito, ma quello era sorprendentemente forte, agile e veloce. Proprio come lui.
«Sei debole, Merevar» gli rideva in faccia. «Così debole da non riuscire nemmeno a sconfiggere te stesso!»
Merevar gridò, ricolmo d’ira, e i suoi colpi si fecero ancor più rapidi e feroci. Non poteva sopportare la sua stessa faccia, non poteva sopportare quel ghigno derisorio, e ciò che più lo mandava in bestia era il fatto che era proprio lui stesso a farsi sentire così.
Fu allora che comprese. Abbassò le armi, l’altro se stesso che lo guardava con scherno. «Hai deciso finalmente di ammettere che sei un debole?»
«Sì. Hai ragione» annuì Merevar col fiatone. «Lo ammetto, sono un debole. E un vigliacco». Il suo riflesso inarcò le sopracciglia per la sorpresa. «Ma non ha senso continuare a lottare contro me stesso. Non posso eliminarmi, giusto? Da morto non servo a niente» continuò, avvicinandosi a se stesso. «L’unica cosa utile che posso fare è accettarmi. Non posso andare avanti così, odiandomi costantemente.»
Il suo riflesso sorrise: la forma di Merevar mutò, trasformandosi nuovamente in Tamlen. «Hai finalmente capito, lethallin: devi perdonarti» gli disse con aria orgogliosa. Poi si avvicinò, sussurrandogli all’orecchio. «Proteggi Melinor, sempre. A ogni costo.»
La nebbia viola si diradò, e Merevar tornò a vedere le pareti del santuario. Gli altri erano attorno a lui, frastornati e messi a dura prova come lo era stato lui. Guardandosi gli uni con gli altri compresero che tutti avevano dovuto affrontare la medesima prova, e nessuno volle commentare la cosa. Proseguirono in silenzio lungo il sentiero del pellegrino.
Dovettero risolvere enigmi e superare tranelli, lavorando insieme per evitare di finire nelle pericolose trappole celate lungo la strada, ma alla fine raggiunsero la fine del percorso. Un ampio salone, grande quanto una vera e propria chiesa, si aprì davanti a loro: sul fondo, una scalinata portava a un altare. Dietro a questo si ergeva una grandissima statua raffigurante Andraste nell’atto di reggere una fiaccola accesa, e sull’altare spiccava un vaso d’oro riccamente decorato.
«Non ci posso credere… è davvero lei» sussurrò Leliana. Fecero per proseguire, ma improvvisamente una barriera di fuoco si erse fra loro e la scalinata. Una colonnina di pietra emerse dal pavimento, e sopra v’erano incise delle parole.
«Lasciate alle spalle le illusioni della vita mondana, e rivestitevi soltanto della purezza dello spirito. Re e schiavi, signori e mendicanti; possiate voi rinascere nella grazia del Creatore» lesse Alistair. «Che significa?»
«La vita di Andraste è terminata con il fuoco» osservò Leliana. Rimase assorta per qualche minuto. «Forse dobbiamo attraversare le fiamme, proprio come ha fatto lei per potersi unire al Creatore.»
«Perdonami se te lo dico, ma io non ho alcun desiderio di unirmi al Creatore» scosse il capo Merevar.
«Non moriremo, fidati. È soltanto una prova di fede» non demorse lei.
«Potrebbe anche essere, dobbiamo per forza attraversare questa barriera se vogliamo arrivare all’urna… ma che mi dite di questa incisione? Non parla di fuoco, ed è l’unico indizio che abbiamo» osservò Alistair.
«Dice di vestirci solo di purezza… forse dobbiamo spogliarci. Questo sì che mi piacerebbe» si mise a ridere Zevran. Ma Leliana lo guardò con interesse.
«Sai che, pur con la tua superficialità… potresti avere ragione? Forse è così che dobbiamo attraversare la barriera. Nudi, spogliati di ogni avere materiale… come il Creatore ci ha fatti.»
«Che mucchio di sciocchezze» mugugnò Sten, guardando altrove.
«Invece ha perfettamente senso!» esclamò Leliana, sempre più convinta. «È un estremo atto di fede: spogliarsi di tutto davanti al Creatore!»
«E va bene, facciamolo» non si fece pregare Zevran, iniziando a togliersi l’armatura in pelle. Leliana iniziò a fare lo stesso, lanciando occhiatacce a Zevran che la squadrava senza ritegno. Prima di calarsi i pantaloni, tuttavia, la ragazza notò che loro due erano gli unici a spogliarsi.
«Forza, anche voi. Dobbiamo farlo insieme, non può andare uno solo e poi dire agli altri: “Ehi venite, è sicuro”! Altrimenti non sarà una vera prova di fede». Ma i tre uomini iniziarono a guardare in giro, visibilmente imbarazzati. «Ma per favore!» si spazientì l’orlesiana. «Tre uomini fatti e finiti che si vergognano a mostrarsi nudi. Io cosa dovrei dire allora? Sono l’unica donna!» sospirò, scuotendo il capo. «Se può farvi sentire meglio, prometto che non vi guarderò. Ma datevi una mossa!»
«Io non vi prometto niente» disse invece Zevran, guadagnandosi uno scappellotto da parte di Leliana.
Pur riluttanti, i tre si decisero a svestirsi. Una volta terminato, si misero tutti in fila davanti alla linea di fuoco.
«Ci affidiamo a te, Creatore» sussurrò Leliana. «Andiamo.»
Si mossero insieme, spaventati ma decisi a portare a termine quella prova. Oltrepassarono le fiamme, trovandole piacevolmente calde; in un secondo furono dall’altra parte, e la linea di fuoco si spense.
«Avete superato tutte le prove, pellegrini». Lo spirito del guardiano del santuario si manifestò davanti a loro. «Avete dimostrato d’essere degni della grazia di Andraste. Potete avvicinarvi alle Sacre Ceneri e prenderne un pizzico. Non di più.»
Merevar spalancò gli occhi. «Solo un pizzico?»
«Basterà per salvare il vostro Arle» lo rassicurò il guardiano. «Il potere di Andraste è grande.»
Detto ciò lo spirito svanì, ma potevano ancora sentirne lo sguardo che vegliava su di loro. Si rivestirono fra i sagaci commenti di Zevran, che aveva un complimento per tutti, e Leliana si avviò verso l’altare.
«Non avrei mai creduto che un giorno mi sarei trovata davanti a… a…» non riuscì terminare la frase. Prese una piccola sacca in pelle e con mano tremante rimosse il coperchio dell’urna. «Sembra quasi dissacrante prendere le sue ceneri così» disse, mentre le sue dita affusolate affondavano nei resti mortali della profetessa più venerata di sempre. Ripose le ceneri nella sacca e la richiuse con cura, tenendola fra le braccia come se fosse un delicato infante. «Su, sbrighiamoci a tornare dalle altre» disse con fare esitante. Se fosse stata sola si sarebbe trattenuta lì ancora a lungo, a contemplare l’urna delle  sacre ceneri; ma non poteva. Dovevano andare.

Si lasciarono il santuario alle spalle. Come per magia, mentre erano all’interno sembravano aver quasi dimenticato ciò che li avrebbe attesi al loro ritorno; ma la memoria gli fu ben presto rinfrescata.
Si trovarono davanti una scena raccapricciante: Melinor giaceva priva di sensi in un lago di sangue. Hawke e Wynne, pallide e deboli, erano inzaccherate dalla testa ai piedi; Morrigan si stava fasciando un braccio con fatica, le sue vesti strappate per diventare bende e lei stessa coperta di sangue. Gli altri corsero loro incontro.
«Come sta?» chiese Merevar; guardò il ventre di Melinor e scoprì con sollievo che era stato richiuso.
Morrigan parve indovinare i suoi pensieri, e assunse l’espressione grave di chi sapeva di dover infrangere le speranze di qualcun altro. «Ho fatto il possibile. Ho quasi dissanguato Hawke e Wynne, ma non è bastato… la ferita era troppo profonda… non era nemmeno una ferita, le è stato asportato un pezzo intero d’intestino. Ho cercato di ricostruirlo con la magia, ma serviva molto più potere di quanto ne avessimo a disposizione. Ho usato perfino il mio sangue, ma…» scosse il capo. Merevar rimase immobile, le gambe pesanti e la testa in ebollizione.
«No…non può essere vero» singhiozzò Alistair disperato, buttandosi in ginocchio accanto all’elfa esanime. Le prese delicatamente il viso fra le mani, gli occhi privi di qualsiasi luce mentre la guardava rassegnato. «Respira ancora…»
«Non per molto» mormorò Morrigan, persino lei addolorata in un momento come quello.
«Ti prego, Morrigan» l’implorò Alistair prendendole le mani fra le sue, cosa che mai avrebbe fatto in condizioni normali. «Usa tutto il mio sangue se devi, ma salvala!»
Incredibilmente Morrigan sembrò mossa da un moto di pietà. Ritrasse le mani, ma lo guardò con compassione. «Non servirebbe. È passato troppo tempo ormai… è irrecuperabile.»
Merevar si trovava sull’orlo del baratro. A tenerlo in equilibrio un solo pensiero: il ricordo dello spirito di Tamlen incontrato al santuario. Proteggi Melinor, sempre. A ogni costo.
Sapeva cosa fare.
Con un movimento fulmineo piombò su Leliana, rubandole dalle mani il sacchetto con le ceneri.
«Che stai facendo?» esclamò lei, sconvolta per Melinor e colta totalmente alla sprovvista.
«Le salvo la vita» dichiarò lui, inginocchiandosi accanto a sua sorella.
«Vuoi… vuoi darle le ceneri?» balbettò Alistair, in evidente stato di shock. «Ma… ma come faremo poi con Arle Eamon?»
L’espressione di Merevar che trafiggeva Alistair con lo sguardo era indicibile. «Sul serio, Alistair? Vuoi sacrificare lei per salvare quel vecchio?!»
L’iraconda accusa dell’elfo sopraggiunse come uno schiaffo, riportando Alistair con i piedi per terra. Scosse il capo con forza, inorridito dalle parole appena staccatesi dalle sue labbra. «No, no… dagliele, presto» farfugliò.
Ma Merevar non stava certo aspettando il suo permesso: aveva già reclinato la testa della gemella, le aveva aperto la bocca e ci stava svuotando dentro le ceneri.
«Acqua, qualcuno mi dia dell’acqua!»
Leliana si affrettò a passargli la sua borraccia, e lui ne svuotò il contenuto in bocca a Melinor. E poi, con il sangue che martellava senza pietà sulle sue tempie, attese.
Di lì a poco Melinor iniziò a contorcersi e a lamentarsi, premendosi il ventre con le mani. Merevar sbiancò.
«Che succede?» esclamò.
«Sta funzionando, lo percepisco» disse Morrigan, passando una mano su Melinor. «La magia delle ceneri le sta ricostruendo l’intestino a una velocità esorbitante… non dev’essere piacevole.»
Merevar si sentì sollevato; stava funzionando. Di lì a breve Melinor smise di dimenarsi e si acquietò, facendosi immobile. Merevar ancora le cingeva le spalle con un braccio e le reggeva la testa con l’altra mano. A poco a poco la dalish riprese conoscenza. I suoi occhi si aprirono, le sue mani istintivamente andarono a cercare il suo addome. «Sono… viva?» mise insieme le parole a fatica.
Merevar la strinse forte a sé, incapace di trattenere le lacrime; tutti gli altri erano visibilmente sollevati, e Alistair la guardava ancora incredulo.
«Sì, lethallan» le sussurrò Merevar all’orecchio. «Io ti proteggerò sempre. A ogni costo.»
Rimasero così parecchi minuti, mentre gli altri non potevano far altro che sorridere, chi più chi meno. Solo Sten era serio ma, a modo suo, aveva assunto un’espressione lieta. Quando i gemelli si separarono, gli occhi di Melinor incontrarono quelli di Alistair accucciato al suo fianco. Gli sorrise, e lui la strinse senza dire nulla mentre lei ricambiava l’abbraccio. Con l’aiuto del giovane, l’elfa si rimise in piedi; si tastò il ventre ancora una volta, e poi guardò Morrigan. Sbarrò gli occhi alla vista della pozza di sangue e ai pallidi incarnati delle tre maghe.
«Per i numi… che avete fatto?» esclamò preoccupata nel constatare in che condizioni versavano le tre. Evocò la magia su di loro per curarle, e le bastarono pochi attimi. Si sorprese di essere così in forze.
«Grazie» disse Morrigan rialzandosi in piedi. «Vedo che ti senti molto meglio.»
«Sì… è sorprendente» disse Melinor, le mani che continuavano a sfiorare il ventre come se avessero paura di vederlo scomparire di nuovo. «Come sei riuscita a curarmi? Credevo di non potercela fare… grazie, Morrigan. E grazie a voi» si rivolse a Hawke e Wynne.
«Oh, noi abbiamo fatto tutto il possibile, ma non è merito nostro se sei sopravvissuta» ammise la strega. «Le ceneri ti hanno salvata. Incredibile, non ci avrei mai scommesso» commentò meravigliata.
«Avete trovato l’urna?» esclamò Melinor entusiasta, per poi assumere un’aria sbigottita. «E avete usato le ceneri su di me? Che ne sarà ora di Arle Eamon?»
Merevar la guardò malissimo. «Giuro che se sento anche solo un’altra volta parlare di quel vecchio, lo ammazzerò con le mie mani» brontolò. Melinor lo rimirò con aria perplessa, ignara del motivo di tanta improvvisa ostilità da parte di suo fratello verso l’Arle.
«Vorrei far notare a tutti che c’è un vaso pieno di quella polverina magica, là dentro» puntò il pollice all’indietro Zevran. «Potremmo tornare a prenderne altra.»
Melinor diede un colpetto all’insù con le sopracciglia dorate. «Un vaso pieno? Non le avete usate tutte su di me?»
«Ne basta solo un pizzico» la ragguagliò Merevar. «Se ne può prendere solo una piccolissima quantità, e solo dopo aver superato una lunga serie di prove.»
«Dubito che possiamo tornare lì a prenderne altre, noi abbiamo già attinto all’urna e siamo già stati messi alla prova» disse Leliana. «Ma voi quattro non avete ancora percorso il sentiero del pellegrino. Siamo parte dello stesso gruppo, ma Andraste appartiene a tutti… credo che il guardiano non vi negherà la possibilità di entrare. Noi abbiamo usato le ceneri per salvare Melinor, e lei userà quelle che prenderete per salvare Eamon.»
«Bah… dobbiamo proprio fare questa cosa? Se non vi dispiace io resterò qui» brontolò Morrigan.
«No Morrigan, servirà anche il tuo aiuto per affrontare le prove. Devi andare» la esortò Leliana.
La strega sbuffò contrariata. «Non c’è mai un attimo di pace qui.»
«Allora sbrighiamoci» disse Melinor andando a recuperare il suo bastone sepolto dalle macerie poco più in là; rabbrividì al ricordo di come ci era finita sotto. Prese lo strumento, un po’ malandato, e fece strada.
Mentre le maghe si allontanavano, Zevran le osservava con interesse. «Ah, che peccato… ho scelto il gruppo sbagliato. Però non mi è andata tanto male» ridacchiò, facendo riferimento all’ultima prova. «Ho visto cose parecchio interessanti là dentro…»
Un altro scappellotto tra capo e collo da parte di Leliana lo rimise al suo posto.
Attesero all’incirca un’ora davanti alle porte del santuario, e infine videro Melinor e le altre uscire: un sorriso raggiante sul volto dell’elfa indicava che avevano avuto successo.

Furono ben lieti di lasciarsi Haven alle spalle. Decisero di scendere dal versante opposto della montagna, che era anche quello orientale che portava sulla strada di ritorno. Si accamparono sul far della sera in una radura fra i boschi, ormai abituati a quel clima freddo e inospitale.
I due gemelli erano seduti lontano dagli altri, appartati accanto alla tenda di Merevar.
«L’hai incontrato anche tu?» chiese lui alla sorella.
«Hai visto Tamlen, vero?»
«Naturalmente. Perché, tu no?»
L’elfa scosse il capo, un sorriso triste che si dipingeva sul suo viso. «Ho incontrato nostra madre.»
Merevar dischiuse le labbra, sorpreso.
«Quello che dicevano gli anziani del clan era vero. Tamlen le assomigliava molto, invece noi assomigliamo a nostro padre» continuò lei.
«Non capisco… io ho visto Tamlen perché è il mio rimorso più grande. Perché tu hai visto lei?»
Melinor si rannicchiò su se stessa, cingendosi le ginocchia. «Perché mi sono sempre chiesta come mai ci abbia abbandonati subito dopo averci dati alla luce. Mi sono sempre chiesta se noi non fossimo abbastanza per lei.»
Merevar distolse lo sguardo. Gli anziani del clan avevano raccontato ai fratelli Mahariel la storia dei loro genitori: membri di clan diversi, lui il Guardiano del loro clan e mentore di Marethari, e lei cacciatrice di un clan rivale. Si erano sposati comunque, lei era entrata a far parte del loro clan e aveva dato alla luce Tamlen poco dopo. Ma il suo amato era morto pochi mesi più tardi, per mano di un gruppo di umani che lo avevano accerchiato mentre era solo nella foresta alla ricerca di erbe; lei si era ammalata di depressione mentre aspettava i due gemelli, e aveva tenuto duro fino alla loro nascita. Incapace di sopportare un’esistenza senza il suo sposo, si era tolta la vita quando loro avevano poco più di tre settimane.
«Mi ha detto che ci amava» rivelò con voce tremolante Melinor. «Ci amava tutti e tre. Ma amava se stessa molto meno. Mi ha detto che non è colpa nostra, che noi… noi saremmo stati più che abbastanza, se solo lei fosse stata più forte. Ha detto che è fiera di come siamo cresciuti, e che anche nostro padre lo sarebbe.»
Merevar la guardò: le tolse una lacrima dalla guancia e le diede un affettuoso buffetto sulla testa.
«Venite, la cena è pronta!» li chiamò Wynne. I due si rimisero in piedi e raggiunsero il gruppo.
Mentre Wynne passava una ciotola fumante a Melinor, lei si fermò portandosi bruscamente le mani all’ombelico. Tutti scattarono in avanti di riflesso, preoccupati, ma l’elfa si era immobilizzata senza dare segno di malessere.
«Che c’è? Mi hai fatto prendere un colpo!» sbottò Merevar prendendola per le spalle.
«Sto bene, è solo che… è strano. Per un attimo è stato come se… come se la parte di me che le ceneri hanno ricostruito non fosse davvero lì.»
«Credo sia normale. Il tuo corpo è stato riformato immediatamente, ma la corrispondente menomazione che hai subito nel tuo corpo energetico ci metterà più tempo a guarire» spiegò Wynne, passandole la ciotola con un sorriso gentile.

L’elfa la prese e annuì, andando a sedersi insieme agli altri. «Non so come ringraziarvi. Avete corso un bel rischio usando le ceneri su di me senza sapere se avreste potuto prenderne altre, ma sono lieta che l’abbiate fatto» disse Melinor a tutti con riconoscenza.
«Oh, Merevar non ha esitato un solo istante quando ha saputo che la tua vita era in pericolo» disse Leliana con aria raggiante.
«Hai un bravo fratello, Melinor» le disse Hawke lanciando un’occhiata d’ammirazione a Merevar, il quale la scansò con fare imbarazzato.
Senza dare alcuna spiegazione, Alistair si alzò e si allontanò dal gruppo. Melinor assunse un’aria triste. «Ma che gli prende? È stato strano per tutto il giorno…»
Guardò gli altri sperando in una spiegazione, ma nessuno gliene fornì una.
«Forse dovresti parlargli» si limitò a dire Wynne.
Melinor posò la sua ciotola ancora piena e rincorse Alistair, che aveva ormai raggiunto il limitare della vegetazione.
«Aspetta!» lo chiamò, ma lui proseguì senza voltarsi. Lei lo aggirò, piazzandoglisi di fronte e costringendolo a fermarsi. «Perché te ne sei andato così?»
«Non mi va di parlarne» guardò di lato il ragazzo.
«Alistair… mi hai evitata per tutto il giorno. Posso sapere cosa c’è che non va?»
Lui si voltò a guardarla con decisione, ma con amarezza al contempo. «Merevar aveva ragione. Io non sono degno di te, tu meriti di meglio.»
Gli occhi di lei si sbarrarono. «Ma che stai dicendo?»
«Non sono stato in grado di proteggerti!»
«Ma che… nessuno avrebbe potuto farlo, Alistair! È crollato il soffitto!»
«Non parlo di questo!» esclamò lui con rabbia, aggirandola e iniziando a camminare avanti e indietro. «Sai cosa ho fatto quando Merevar ha deciso di darti le ceneri? Mi sono preoccupato del fatto che Arle Eamon sarebbe rimasto senza! Questo è stato il mio primo pensiero!»
Melinor non poté nascondere quel briciolo di delusione che umanamente la colpì.
«Ecco, vedi? Ti ho delusa» le diede le spalle il ragazzo.
«Alistair… eri scioccato, e ti è venuto spontaneo pensare prima di tutto alla cosa giusta da fare. Non è…»
«Non giustificare ogni cosa che faccio, Melinor! Avrei dovuto pensare a te! Che… che razza di uomo è uno che mette il dovere davanti alla vita della propria donna?»
Melinor non seppe come rispondere; era chiaro che non era disposto a sentire ragioni.
«Ti meriti di meglio. Forse faresti meglio a lasciarmi perdere» chiuse la faccenda lui, sparendo fra le fronde innevate degli alberi e lasciandola sola. Lei rimase immobile, attonita, a contemplare il vuoto che vedeva. E soprattutto quello che sentiva dentro.
«Melinor…?»
Si voltò, vedendo sbucare Leliana alle sue spalle. «Non voglio impicciarmi, ma vi abbiamo sentiti gridare… va tutto bene? Che è successo?»
Melinor la guardò, confusa. «Io… io non ne sono sicura.»
Leliana le cinse le spalle con un braccio, sussurrandole parole di conforto mentre la riconduceva all’accampamento. Ma l’elfa non le sentì; non sentiva più nulla, solo i battiti del suo cuore spaventato.

 

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