Erano passati dieci giorni da quella sera, e altrettanti separavano il gruppo da Redcliffe. Melinor e Alistair non si erano più rivolti la parola: l’ex templare si era fatto silenzioso, diventando persino più solitario di Morrigan. Melinor non osava andare da lui; le sue parole l’avevano ferita, e neppure tutta la sua diplomazia poteva spingerla a cercare un dialogo in quel momento. Almeno non era sola: oltre a Merevar aveva Hawke e Leliana costantemente al suo fianco, che si facevano in quattro per darle un po’ di conforto.
«Potrei parlargli io», si offrì un giorno Leliana mentre camminavano. Le tre ragazze erano in testa al gruppo, seguite da Morrigan; poco più indietro di lei, Merevar e Zevran riuscivano a seguire la conversazione tendendo un po’ gli orecchi.
«E a che servirebbe?» borbottò Melinor, stanca di quell’insopportabile situazione. Se ripensava a quanto era stata felice nel percorrere quello stesso viaggio all’andata, si sentiva ancor più male.
«Lui ti adora, Melinor» insistette Leliana. «Mi stupisce il fatto che non sia ancora venuto a chiederti scusa… se non l’ha fatto significa che c’è qualcosa che lo frena. Guardalo», diede un’occhiata al ragazzo lontano dietro di loro, in ultima posizione a chiudere la processione. «Non è mai stato così serio e tenebroso… forse ha solo bisogno di qualcuno con cui parlarne.»
«Ho visto Wynne parlare con lui, una di queste sere» ricordò Hawke. Una risata sarcastica giunse alle spalle delle tre.
«Se ti aspetti che quella vegliarda lo abbia confortato ti illudi, Hawke. Quella donna pensa solo al dovere, solo a “ciò che è giusto fare”» scimmiottò la strega in un buffo tentativo d’imitare Wynne. «Sono certa che sia una di quelle persone che non ti spinge mai a seguire ciò che vuoi davvero.»
Melinor sospirò sconsolata, tornando a guardare a terra.
«Così non sei d’aiuto, Morrigan» le lanciò un’occhiataccia Leliana.
«Perché, voi due lo siete?» alzò un sopracciglio la strega. «State saltellando attorno a questa poverina da quando quello sciocco ha deciso di rompere con lei, dicendole cose assurde tipo “non perdere la speranzavedrai che tornerà da te”…» concluse con un verso disgustato.
«Perché, tu pensi di poterla aiutare con il tuo pessimismo?» le chiese Hawke mettendosi le mani sui fianchi.
«Io non sono pessimista, sono realista. Se lui è talmente stupido da lasciarla, allora si merita di restare solo. Melinor non deve affatto stare ad aspettarlo come se fosse l’unico uomo al mondo. Ho sempre pensato che lei meritasse di meglio, e questo non fa che dimostrare che avevo ragione… come sempre» terminò, ghignando di soddisfazione.
«Adesso smettetela. Discuterne fra noi non risolverà niente» le interruppe l’elfa.
«Io non capisco perché non vai a parlargli», insistette Hawke. «Potreste chiarire tutto, se solo ne parlaste a quattr’occhi… non credi?»
Melinor non rispose; non voleva ammettere ad alta voce la verità. Aveva paura che parlando con lui avrebbe avuto la conferma del fatto che era finita per sempre.
«E così sembra proprio che la tua sorellina sia tornata sulla piazza» bisbigliò Zevran poco più indietro. Guardò Merevar di sottecchi. «Contento?»
Merevar non gli rispose subito. Rimase fissare sua sorella, che cercava di apparire tutta d’un pezzo come suo solito. Ma lui sapeva la verità: era distrutta. Aveva concesso il suo cuore alla persona che aveva ritenuto giusta per lei ed era stata abbandonata a sé stessa, senza risposte.
«No, Zevran. Non sono affatto contento.»
«Come?» spalancò gli occhioni castani l’altro. «Mi pareva di aver capito che non approvavi la loro unione.»
«Quello che preferirei io non conta. È della felicità di Melinor che m’importa, e ora non è affatto felice.»
Zevran guardò bene in faccia il dalish: trovò una strana risolutezza sul suo viso, e si fece serio. «Ehi, amico… a cosa stai pensando?»
Non ricevette risposta.

Qualche ora più tardi si erano fermati per pranzare velocemente e riposare i loro piedi stanchi. Alistair si era allontanato, sparendo in una piccola macchia di vegetazione lontana dalla strada per liberare la vescica. Si voltò per fare ritorno e saltò subito all’indietro per lo spavento.
«Merevar, sei impazzito? Mi hai fatto prendere un colpo!» esclamò con una mano sul petto, trovandosi di fronte il dalish. Non lo aveva assolutamente sentito arrivare. «Da quanto sei qui?»
«Allora, per quanto hai intenzione di continuare a fare l’idiota?»
Alistair lo guardò con tanto d’occhi. «Come, prego?»
«Non fare lo gnorri con me. Sai benissimo di cosa parlo.»
Alistair si fece serio e distolse lo sguardo dall’elfo. «Sto solo facendo ciò che è meglio per Melinor. Avevi ragione tu, lei merita di più.»
«Su questo non c’è dubbio», asserì l’elfo con voce tagliente, «ma lei ha scelto te. E mi era sembrato di capire che tu tenessi davvero a lei.»
«Infatti; ed è proprio per questo che…»
«Falla finita!» lo interruppe Merevar stringendo entrambi i pugni. «Tu non puoi decidere cosa è meglio per lei! Piuttosto dì la verità! Dì che non ti interessa più, ma non nasconderti dietro a delle patetiche scuse!»
Ancora una volta l’espressione di Alistair si fece sorpresa. «Non sono scuse. Lo penso dav-»
Un pugno lo colpì dritto in faccia. Si portò entrambe le mani al naso, che già iniziava a sgocciolare sangue.
«Sei patetico, shemlen» sibilò Merevar. «Sei solo un patetico soldatino. Avrei dovuto saperlo che sarebbe finita così. Ti sei divertito con mia sorella, e adesso che non è più una novità le hai dato il benservito.»
Alistair si ricompose, ma non disse nulla. Si limitò a guardare di lato.
«Rispondi!» lo spinse Merevar. Ma il ragazzo, dopo aver mosso qualche passo barcollando all’indietro, lo guardò con espressione da cane bastonato.
«Offendimi e picchiami pure, se la cosa ti fa sentire meglio. Me lo merito.»
Merevar non ci vide più: lo caricò, buttandolo a terra. Lo immobilizzò e iniziò a mollargli una serie di cazzotti in faccia.
«Sei un vigliacco! E io che ti avevo scambiato per una persona onorevole!» gridò fra un colpo e l’altro. Schizzi di sangue volavano a destra e a manca mentre Alistair si lasciava colpire senza muovere un muscolo. «Sei talmente codardo che non reagisci nemmeno! Non tenti nemmeno di far valere le tue ragioni! Mi fai schifo, shemlen!»
Per quanto si sforzasse di risultare irritante, nulla sembrava smuovere l’umano.
«Sei una mezza calzetta, avresti lasciato morire la donna di cui sei innamorato per salvare un vecchio che ti ha dato in pasto ai templari non appena sei diventato scomodo! Oh, aspetta… forse non sei mai stato innamorato di Melinor. Già, probabilmente hai finto soltanto nella speranza d’infilarti nelle sue mutande!»
Alistair lo guardò, e parve all’elfo di vedere finalmente una scintilla in quegli occhi ormai gonfi e contusi.
«Sei solo un peso per questo mondo. Un inutile, scomodo fardello! Lo eri per tuo padre, per il tuo fratellastro… per il tuo arle Eamon… guarda, sono tutti morti a causa tua! Compresi i tuoi amati Custodi Grigi! Forse Morrigan aveva ragione, forse è davvero a causa tua che Loghain ha voluto eliminare l’intero ordine… e ora anche io e Melinor rischiamo la vita! Rischiamo la vita per il patetico essere che sei! Sei un pericolo per chiunque ti stia attorno: il re è morto, tua madre è morta nel darti alla luce… Melinor è quasi morta per recuperare l’Urna, noi tutti abbiamo rischiato grosso, e tutto per salvare l’arle su tuo suggerimento! Tutti quelli che ami muoiono per colpa tua… anche Duncan, che dicevi di amare come un padre!»
Si sentì sbalzare via, e subito dopo un colpo alle costole lo fece piegare in due. Alistair si stava gettando su di lui, l’espressione furibonda mentre lo colpiva sul viso. Rimasero ad azzuffarsi per parecchi minuti, rotolando nell’erba e nella polvere come due cani rabbiosi. Quando non ce la fecero più rimasero entrambi sdraiati a terra, i volti contusi e rigati di sangue misto a sudore, i petti che salivano e scendevano alla rinfusa. Erano entrambi a pancia in su, con lo sguardo perso nel cielo azzurro sopra di loro.
«Allora ce l’hai una spina dorsale», bofonchiò Merevar. Si alzò in piedi con fatica, premendosi le costole doloranti. Sputò un grumo di sangue e saliva e iniziò ad allontanarsi zoppicando. «Vedi di usarla d’ora in avanti, adesso che hai scoperto di averla.»
Alistair rimase a terra ancora qualche minuto, esausto e in balia dei propri pensieri mentre le parole di Merevar lo colpivano come un fulmine a ciel sereno.
Nel frattempo il dalish era tornato sulla strada. Quando il resto del gruppo lo vide arrivare in quello stato, una moltitudine di esclamazioni stupite si susseguirono. Melinor gli corse incontro.
«Che è successo? Elgar’nan, guarda come sei ridotto!» imprecò in elfico, costringendolo a sedersi e iniziando subito a esercitare la sua magia curativa sulle ferite.
Alistair riapparve poco dopo nelle stesse condizioni, e tutto fu subito chiaro ai membri del gruppo. Melinor guardò prima l’umano con aria sgomenta, e poi con un cipiglio corrucciato fissò il suo gemello. Questi non dimostrò il minimo risentimento. Wynne corse a soccorrere Alistair, troppo impegnato a evitare gli sguardi preoccupati di Melinor per rispondere alle domande dell’anziana.
«Oh, cosa darei per poter tornare indietro nel tempo e assistere alla scena!» schioccò le dita Morrigan con aria divertita. Zevran raggiunse i due gemelli, andando a sedersi accanto al suo amico. Scosse la testa con un sorrisetto accondiscendente sul viso.
«Ah, amico mio… devo iniziare a tenerti d’occhio. Che mi combini? La prole oscura non ti basta? Vuoi iniziare a prendere a calci chiunque abbia il sangue corrotto?» disse con fare scherzoso nel dargli una pacca sulla spalla. Merevar gemette di dolore, e Melinor iniziò a fargli una sommessa ramanzina.

Due settimane dopo l’intero gruppo era stato comodamente alloggiato presso il castello di Redcliffe. Le ceneri avevano curato arle Eamon, il quale si era pienamente ristabilito e aveva appreso con somma indignazione tutto ciò che era accaduto durante la sua assenza: la sconfitta di Ostagar, il tradimento di Loghain, il suo avvelenamento e la possessione di suo figlio Connor. Fu uno shock per il nobile, ma la sua esperienza ebbe la meglio sul tumulto emotivo che aveva rischiato di farlo andare nel panico.
Nonostante le pressioni di Melinor per rilasciare Jowan in sua custodia, il mago venne messo sotto chiave; lo tennero in vita come testimone dell’attentato di Loghain alla vita dell’arle.
Un paio di giorni dopo il risveglio di Eamon, e dopo aver stabilito che i Custodi avrebbero dovuto proseguire nella ricerca di alleati contro il Flagello mentre l’arle avrebbe pensato a radunare la nobiltà contro Loghain, lady Isolde organizzò un piccolo banchetto al castello con il benestare di suo marito.
«Redcliffe ha visto troppa distruzione, e voi avete combattuto senza tregua da Ostagar a oggi. Una serata di festeggiamenti non può che risollevare gli animi» aveva acconsentito l’arle.
Le porte del castello rimasero aperte per la serata, così che anche i popolani potessero festeggiare all’interno del castello. Le guardie erano ovunque a controllare che nessuno facesse qualcosa di sospetto, ma la loro veglia si rivelò superflua. La gente di Redcliffe sopravvissuta aveva visto troppa malvagità per perpetrarne altra.
Nella stanza assegnata a Melinor, Leliana le stringeva il corsetto: Melinor restò senza fiato per qualche secondo.
«Deve proprio essere così stretto?» disse con voce stridula.
«Oh, e non sai quanto devono stringere le donne umane», rise l’altra. «Noi non abbiamo il vitino sottile come voi elfe, e dobbiamo soffrire molto di più.»
Melinor rimase a rimirare l’abito di broccato verde che lady Isolde era riuscita a procurarle: il corsetto riusciva a mettere in risalto anche un petto poco prominente come il suo, e la gonna svasata le dava un aspetto slanciato nonostante la sua bassa statura. Tuttavia, Melinor si sentiva ridicola.
«Ora devo acconciarti i capelli, siediti davanti alla specchiera. Oh!» esclamò Leliana dandosi un buffetto sulla fronte. «Hai una spazzola? Ho lasciato la mia in camera.»
«Sì, guarda pure in quella borsa sul letto.»
Leliana seguì le indicazioni di Melinor, finendo col rovistare nella sua sacca di pelle.
«E questo?» esclamò sorpresa nel tirar fuori un oggetto tondeggiante. Nel vedere di cosa si trattava, Melinor si sentì il cuore salire in gola. «Come mai hai un amuleto di Andraste?»
L’elfa si voltò di scatto, tornando a rimirarsi nello specchio. «Me l’ha dato l’arlessa prima che partissimo per Haven.»
«E lo ha dato proprio a te? Un amuleto di Andraste a una dalish?» si sgranarono gli occhi celesti dell’altra.
«Mi aveva detto di darlo ad Alistair. Ma con tutto quello che è successo, Haven e tutto il resto… mi è passato di mente.»
Non era una bugia. Aveva davvero dimenticato di averlo, e in quel momento si chiese come avesse potuto dimenticare una cosa tanto importante. Almeno, questo le aveva lasciato intendere l’arlessa: che fosse un ciondolo di grande valore per Alistair.
Leliana lo rigirò fra le mani. «Sembra che qualcuno si sia dato una gran pena per sistemarlo… è pieno di crepe» osservò, per poi tornare a guardare Melinor. «Sarebbe il caso di darlo ad Alistair, non credi?»
Melinor la guardò dal riflesso dello specchio. «Sì, beh… non so se sono la persona più adatta a farlo, al momento. Potresti darglielo tu, vi ho visti parlare molto nell’ultima settimana.»
«Sì, ho cercato di farlo ragionare… ma sembra che non abbia avuto molto successo con nessuno di voi due», sospirò nel dirigersi verso la specchiera davanti alla quale stava seduta Melinor. Posò l’amuleto sulla superficie lignea e intarsiata del prezioso mobile. «Glielo darai tu stessa quando vi riappacificherete. Ora forza, hai una gran matassa di capelli da raccogliere.»

Ci volle un’ora intera, ma alla fine Leliana riuscì ad acconciare la lunghissima chioma di Melinor in una raffinata crocchia di trecce che copriva appena la base del suo collo sottile. Aveva lasciato solo qualche ciuffo libero sul davanti, arricciandolo affinché incorniciasse il viso dell’elfa.
«Solo un filo di trucco, i tuoi lineamenti sono bellissimi… sarebbe un peccato coprirli» le disse prima di iniziare a spennellarle la faccia con ciprie profumate e pennelli intinti in strani pigmenti. «Ecco fatto! Sei meravigliosa!»
Nel guardarsi allo specchio Melinor non seppe se essere d’accordo o meno: era talmente diversa da come si era sempre vista da sentirsi disorientata. Proprio in quel momento qualcuno bussò alla porta, e Leliana andò ad aprire lasciandola a guardarsi sconcertata davanti allo specchio. La voce che sentì provenire dal corridoio le fece gelare il sangue nelle vene.
«Oh, scusami Leliana… mi avevano detto che questa era la stanza assegnata a Melinor.»
«Infatti, io sono qui solo per aiutarla a prepararsi. Eccola» rispose la rossa, aprendo la porta.
Alistair e Melinor incrociarono gli sguardi: lei era sorpresa di ritrovarselo lì, e lui era chiaramente impressionato dalla sua nuova immagine. Rimasero imbambolati come due pesci lessi sotto lo sguardo di Leliana, che non poté esimersi dal ridacchiare.
«Vi lascio soli» disse, facendo entrare il ragazzo e richiudendosi la porta alle spalle.
Calò un silenzio imbarazzante. Melinor, ancora seduta sul suo sgabello, era immobile come una statua di cera.
«Stai… stai benissimo» parlò finalmente Alistair, rompendo il ghiaccio. Lei tentò di replicare, ma il “grazie” le si incastrò in gola.
«Io… sono venuto a scusarmi con te» mosse qualche passo in avanti lui. «Mi sono comportato come uno stupido, e tu non lo meritavi.»
No, infatti pensò lei, abbassando gli occhi sulle sue scarpette raffinate.
«Non voglio assolutamente giustificarmi, so che non ho scuse per averti allontanata così… ma vorrei almeno spiegarti cos’è successo nella mia testa, così che tu possa almeno capire. Se poi deciderai che non vuoi più saperne di me, lo capirò.»
L’elfa trovò la forza di guardarlo negli occhi. «Ti ascolto.»
Alistair prese una boccata d’aria prima di cominciare.
«Vedi… in cima a quella montagna, quando mi sono reso conto che stavo per perderti per sempre… sono andato nel panico. Non ho mai avuto tanta paura di perdere qualcuno come in quel momento, e io… io non riuscivo a pensare. E poi, quando si è affacciata la possibilità di salvarti io ho pensato ad arle Eamon», scosse il capo. «La persona a cui più tengo al mondo stava per morire, e nonostante ciò io ho pensato al mio dovere.»
«Alistair…»
«No, fammi finire» la bloccò sul nascere lui, portando una mano in avanti. «So già cosa vuoi dirmi: che ho fatto bene, che ho dimostrato di essere un ottimo soldato, che un Custode Grigio deve mettere il dovere davanti a tutto. Ed è vero, me ne rendo conto… ma io non voglio più essere così. Non se c’è in ballo la tua vita. Mi sono reso conto che la Chiesa ha fatto proprio un ottimo lavoro con me», quasi rise in un gesto d’autocompatimento. «Mi ha trasformato in un burattino, sempre pronto a sacrificare sé stesso per il bene comune. Poteva andare bene finché non avevo niente da perdere, ma adesso… adesso non posso più permettermelo. Ed è stato Merevar a farmelo capire.»
Gli occhi di Melinor s’ingrandirono di meraviglia.
«Quando è venuto da me e mi ha preso a pugni mi ha dimostrato una cosa: che lui è disposto a lottare fino all’ultimo per difendere ciò che ama. E, Melinor… io voglio essere come lui.»
«Alistair», non riuscì più a trattenersi lei. Si alzò in piedi e si avvicinò a lui. «Merevar sacrificherebbe il mondo intero per salvare me, ma non significa che sia la cosa giusta da fare. Non devi paragonarti a lui, è il mio gemello… il nostro è un legame molto forte e particolare, farebbe anche cose orribili in nome di ciò che prova per me.»
«Ciò che prova per te? Beh, io…» s’interruppe lui. La guardò qualche istante senza dire niente, come se stesse scegliendo le parole da dire. «Io voglio essere degno di stare con te, Melinor. Tu meriti qualcuno che ti protegga senza esitare, proprio come ha fatto Merevar. Come poteva essere giusto sacrificarti su quella montagna? Non lo è, e non lo sarà mai. Non intendo venire meno ai miei doveri di Custode Grigio, ma ti giuro che da oggi in poi troverò sempre il modo di fare il mio dovere senza metterti in pericolo. Voglio che tu ti senta al sicuro con me, devi sapere che sono sempre lì a guardarti le spalle». S’intristì appena. «Sempre che tu voglia ancora stare con me, ovviamente.»
Melinor si fece seria. Puntellò lo sguardo in quello di lui in modo tale da fargli temere il peggio.
«Se vuoi davvero aiutarmi, allora non fare mai più una cosa del genere!» sbottò lei. «Non puoi tagliarmi fuori così se vuoi stare con me! Dovevi parlarmene! Mi hai fatta tribolare per settimane, credevo che…» le tremolò la voce mentre gli occhi le si velavano. «Credevo che volessi lasciarmi.»
Vedendola così sofferente lui non resistette: la prese fra le braccia e la strinse forte.
«Non lo farò mai» le sussurrò.
Rimasero così per parecchio tempo senza parlare. Erano stati separati così a lungo che anche solo così si sentivano completi di nuovo. Quando finalmente si sciolsero dall’abbraccio, lui le sorrise. «Sei davvero stupenda stasera.»
Lei ricordò com’era conciata e assunse un’espressione sospettosa. «Davvero?» gli chiese, girandosi poi verso lo specchio. «Io mi sento ridicola.»
«Non sei l’unica a non sentirsi a suo agio con gli abiti da nobildonna» rise il biondino, tornato finalmente lo stesso di sempre. «Tra poco capirai di cosa parlo.»
Uscirono nel corridoio, diretti al grande salone dei ricevimenti dov’erano attesi. Lungo il tragitto videro una cameriera disperata discutere animatamente davanti a una delle stanze.
«Vi prego, milady! Non potete scendere vestita così!»
«Non ho nessuna intenzione di indossare i vostri abiti pomposi. E ora lasciami stare!»
Melinor riconobbe la voce seccata di Morrigan provenire da dietro la porta. La cameriera la vide e le andò incontro con aria supplichevole. «Vi prego, Custode… fate ragionare la vostra amica! Non vuole cambiarsi!»
La porta della stanza si aprì.
«Ecco, scommetto che nemmeno Melinor si è…» uscì la strega, e rimase a bocca aperta nel vedere l’elfa vestita di tutto punto. Melinor le fece spallucce e Morrigan, seccata e sconfitta, prese bruscamente i vestiti dalle mani della cameriera sbattendosi dietro la porta.

Il salone era gremito di persone, e le tavole erano imbandite. Un gruppetto di musici suonava in un angolo un allegro motivetto. La coppia di Custodi venne acclamata al loro arrivo, ma cercarono subito di defilarsi amalgamandosi con la folla.
«Ed ecco finalmente l’ospite d’onore», li sorprese alle spalle Arle Eamon. «Colei che ha condotto il gruppo alla vittoria, rischiando la vita nel processo. Me la concedi un attimo, Alistair? Le devo almeno un ballo.»
«Oh, ma io… non so ballare» si agitò l’elfa.
«Non preoccupatevi, lady Melinor. Condurrò io» le porse la mano Eamon. Seppur riluttante, lei la prese e si lasciò condurre in mezzo alla folla. Alistair rimase a guardarla inebetito.
«Deduco che è andato tutto bene.»
Una voce alle sue spalle lo fece voltare. Leliana, vestita di tutto punto in uno svolazzante abito di seta blu, gli fece un cenno con un calice di vino rosso; lui si diresse verso una delle sedie libere accanto alla sua.
«Le hai detto tutto?» indagò la rossa.
«Quasi.»
La ragazza sbuffò sonoramente. «Insomma, Alistair! Glielo devi dire!»
«Lo farò, non ti preoccupare» si seccò lui.
«Smettila di procrastinare. Le devi questa piccola confessione, dopo tutto ciò che le hai fatto passare in queste settimane.»
Lui annuì, e a lei sembrò bastare. Insieme restarono a guardare Melinor che rideva spensierata mentre imparava i passi grazie ad arle Eamon.
«È davvero meravigliosa» sussurrò con affetto la ragazza.
«Sì. Hai fatto davvero un ottimo lavoro nel prepararla per la serata. È da togliere il fiato.»
«Diciamo che ho avuto vita facile, lei è bellissima di suo.»
Alistair la guardò di sottecchi mentre ammirava Melinor. «Leliana, tu… sembri tenere molto a lei.»
«Naturalmente, la considero una cara amica» si voltò a guardarlo lei con grande stupore.
«Davvero? Solo un’amica?» assottigliò le fessure degli occhi lui, come se volesse vederle attraverso. «Non voglio farmi gli affari tuoi, ma ho notato che a volte la guardi in un certo modo…»
Leliana sfoderò un sorrisetto malizioso. «Che c’è, hai paura che te la porti via?» ridacchiò. «E così hai scoperto il mio piccolo segreto. Non temere: capisco sempre quando qualcuno condivide i miei gusti, e Melinor propende decisamente dalla tua parte» concluse, tornando con lo sguardo sull’oggetto della loro conversazione. «Le voglio bene perché è una persona pura e preziosa. Non ci sono secondi fini.»
Alistair annuì, lieto che la ragazza si fosse aperta con lui. Era bello avere un’amica come lei, che gli faceva un po’ da sorella maggiore.
«Non credi che dovresti chiederle di ballare?» cambiò argomento Leliana.
«Ah, meglio di no… sono un po’ arrugginito, sai… ho imparato qualcosa quando vivevo qui, ma avevo meno di dieci anni.»
«Per il Creatore, devo proprio insegnarti tutto» alzò gli occhi al cielo lei. Si alzò e lo trascinò con sé. «Andiamo, ti mostro come si fa.»
Ballarono insieme il tempo di un paio di canzoni, e poi andarono da Melinor ed Eamon. Alistair chiese il permesso di ballare con la sua amata, e l’arle accettò di ballare con Leliana.
«E così i due piccioncini hanno fatto pace», commentò Hawke dalla sua posizione in piedi accanto al tavolo, mentre faceva ondeggiare il suo vino rosso all’interno del calice. Anche lei si era vestita per bene: il suo abito era semplice e color ocra, con il corpetto che le strizzava il suo già prosperoso seno mettendolo ancor più in evidenza. Aveva raccolto i capelli in una treccia che le scendeva proprio sulla scollatura. Guardò Merevar accanto a sé.
Lui non rispose, troppo fiero per farlo; così come era troppo fiero per indossare gli abiti fornitigli dagli umani, pertanto si era presentato in armatura. Hawke giurò di averlo visto sorridere appena mentre guardava Alistair e Melinor ballare insieme, ma era troppo impegnato a sorseggiare il suo vino per accorgersi di essere sotto indagine. Hawke scosse il capo, ridacchiando. «Ti piace proprio questo vino, eh?»
«Sì, è fantastico!» esclamò l’elfo, chiaramente alticcio. «Sai, non ne vediamo tanta di questa roba noi dalish.»
«Lo vedo. Hai bevuto due bicchieri e già hai le guance colorate» rise Hawke, tracannando il suo vino alla stregua del più rozzo soldato. «Qui è una noia mortale…» sbuffò. Poi un ghigno perfido le si dipinse sul volto. «Ehi, ti andrebbe di andarcene da qui e assaggiare altro vino?»
«Non mi dispiacerebbe evitare questa marmaglia di shemlen. Volevo starmene in camera mia, ma mi hanno praticamente costretto a venire» biascicò lui. «Ma tu che ne sai di dove trovare il vino?»
«Mia madre era una nobile. Non viveva certo in un castello, ma mi ha raccontato parecchie cose sulle usanze dei nobili… e so che non si fanno mai mancare una bella riserva di vini pregiati. Dobbiamo solo riuscire a intrufolarci nelle cantine… ci stai?»
Merevar ghignò divertito e fece segno di sì con la testa. Ridacchiando fra loro i due uscirono dal salone, lasciando Zevran a tormentare Morrigan nel suo vistoso abito color borgogna, Sten a vigilare sul salone insieme alle altre guardie (lui non si poteva concedere di festeggiare, a sua detta), Wynne a conversare amabilmente con l’arlessa e Connor parlando loro del Circolo dei Magi, e Leliana, Alistair e Melinor a volteggiare a suon di flauti e liuti.

 

 

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