«Dunque è così che voi umani festeggiate?»
Melinor e Alistair camminavano lungo il corridoio del piano superiore. La maggior parte degli ospiti era tornata a casa propria, e chi alloggiava al castello stava ritirandosi nelle proprie stanze.
«Non tutti», rise il ragazzo. «Un ballo solitamente è riservato ai nobili, il fatto che anche i paesani siano stati invitati è un’eccezione… eccezionale.» Guardò l’elfa con un sorriso. «Ti sei divertita?»
Lei si strinse nelle spalle. «Non è stato male. Con un vestito più comodo me lo sarei gustato di più.»
Si fermarono davanti a una porta.
«Bene, sembra che siamo arrivati alla tua stanza» disse Alistair.
«Grazie per avermi accompagnata.»
Rimasero a guardarsi con esitazione qualche istante, incerti sul da farsi: dopo essersi riappacificati si erano abbracciati e nient’altro. Certa che Alistair non avrebbe tentato nulla per rispetto nei suoi confronti, fu Melinor a farsi avanti: posò delicatamente le labbra sulle sue in un casto bacio della buonanotte.
«Ci vediamo domani», lo salutò con un sorriso; si voltò per aprire la porta e oltrepassò la soglia, ma quando si voltò per richiuderla Alistair era impalato nella stessa posizione in cui l’aveva lasciato. Sembrava indeciso. «Tutto bene?»
Il ragazzo la guardò e fece per parlare, ma qualsiasi frase stesse per uscire gli si smorzò in gola. Melinor inclinò il lato da un capo, osservandolo con fare perplesso.
«E va bene, non so proprio come chiedertelo» si grattò un orecchio lui.
«Chiedermi cosa?»
Ancora una volta lui la guardò, ma stavolta sembrava più risoluto. «Ho capito una cosa sulla cima di quella montagna, Melinor. Noi non possiamo concederci il lusso del tempo. Il solo fatto di essere Custodi Grigi è un conto alla rovescia, e se siamo fortunati la corruzione ci reclamerà quando avremo all’incirca cinquant’anni. Sempre se sopravviviamo a questo Flagello.»
L’espressione di Melinor parlò da sé: la tristezza nei suoi occhi dimostrava che ne era ben consapevole. Rimase ad ascoltare il ragazzo con attenzione.
«Quando ho realizzato che stavo per perderti, ho capito anche quanto tu sia importante per me. E per questo non voglio avere rimpianti: voglio passare ogni giorno che ci resta insieme come se fosse l’ultimo, senza procrastinare nulla. So che ti avevo detto che volevo aspettare il luogo e il momento perfetto… ci sono voluti un villaggio di pazzi e un alto drago per farmici arrivare, ma ora so che non c’è momento più perfetto del presente… perché è tutto ciò che abbiamo.»
La consapevolezza di ciò che le stava dicendo la colpì come un fulmine: si sentì avvampare mentre i suoi occhioni verdi si colmavano di stupore.
«Io vorrei passare la notte con te, Melinor. Se anche tu vuoi.»
Restarono a fissarsi per parecchi secondi: lui sospeso tra un minuto e l’altro, lei intrappolata fra un respiro e quello successivo. Infine l’elfa si scansò, lasciando libero il passaggio attraverso la soglia; a malapena riuscì a guardare Alistair mentre entrava nella sua camera. Richiuse la porta e diede un giro di chiave, voltandosi verso Alistair che attendeva in mezzo alla stanza. Rimase interdetta con la schiena appoggiata alla porta. Il ragazzo le sorrise.
«Sei nervosa?»
«Un po’» ammise lei, abbassando lo sguardo.
«Non dobbiamo farlo per forza, se non te la senti…»
Rialzò lo sguardo su di lui: rivide nella sua mente quel giorno nei boschi vicino a Haven, ricordò quanto lo aveva desiderato. Si fece coraggio e andò da lui: non appena gli fu di fronte girò su se stessa e gli diede le spalle. Lo sguardo di lui cadde sui lacci che stringevano il suo corsetto.
«Se mi aiuti a togliere quest’abito infernale sono certa che mi sentirò molto più a mio agio» la buttò in ridere, pensando che Alistair le aveva attaccato il suo strano senso dell’umorismo a forza di farle battute sceme. Il ragazzo rise, e il nervosismo di entrambi iniziò a scemare mentre il corsetto di lei si allentava pian piano.

«Chi c’è? Venite fuori!» riecheggiò una voce nelle cantine.
Nascosti dietro a una grossa botte, Hawke e Merevar ridevano sommessamente.
«Sssh», si pressò un dito sulle labbra la ragazza. «Stai a vedere come lo prendo per i fondelli.»
Evocò un piccolo fuoco fatuo e lo spedì fuori dalla cella sotterranea in cui si trovava: il baluginio della sfera si spinse fino al corridoio, dirigendosi verso l’uscita delle cantine. In pochi istanti, uno scalpiccio risuonò lungo il corridoio fino a sparire. I due ragazzi scoppiarono a ridere.
«Alla faccia di Eamon e di tutti i ricconi!» esclamò Hawke, stendendosi sul pavimento freddo e posizionando la bocca sotto al rubinetto dell’enorme botte: con una mano lo aprì e rimase a tracannare il vino come il peggior filibustiere mai visto nelle più malfamate locande. Quando si fu saziata dell’ebbrezza alcolica, chiuse il rubinetto e lasciò il posto a Merevar: l’elfo ubriaco la imitò ridendo, stendendosi a bocca aperta e attendendo che la ragazza aprisse il rubinetto. Hawke rideva, facendo ridere anche il dalish che per evitare di soffiare vino fuori dal naso rotolò di lato, restando disteso a singhiozzare per le risate.
«Bisogna ammetterlo, Hawke: voi shemlen sapete come spassarvela» biascicò a pancia in su. Hawke si buttò distesa di fianco a lui.
«Anche tu non sei male. Sai, non credevo avresti accettato di venire quaggiù con me; non ti facevo un tipo da scorribande nelle cantine» lo derise bonariamente.
«Ehi, con chi credi di avere a che fare?» quasi si offese lui. «Guarda che tra i dalish sono considerato uno fra i più divertenti! Io e Tamlen eravamo l’anima della festa! Anche noi dalish sappiamo divertirci…» s’interruppe per qualche istante, gonfiando le guance scarne; esordì in un sonoro rutto. «Non con il vino, però. Hic
Hawke si scompisciò dalle risate per parecchi minuti, trascinando in quel vortice d’ilarità anche Merevar. Quando si fu calmata voltò la testa per guardarlo. «Chi è Tamlen?»
«Nostro fratello, il maggiore.»
«Oh, non sapevo aveste un fratello più grande…»
«Sì, beh… ora è morto.»
Pur nella sua ebbrezza, nettamente inferiore a quella dell’elfo, Hawke riuscì ad assumere un’espressione mortificata. «Mi dispiace, io… non ne avevo idea.»
«Sì, e sai che sono diventato un Custode subito dopo? Abbiamo trovato uno specchio maledetto, corrotto dalla prole oscura; Tamlen l’ha toccato e l’ha fatto esplodere, e bum! Sono stato corrotto e per salvarmi ho dovuto diventare un Custode. Melinor non ha voluto lasciarmi andare da solo e mi ha seguito, e ora eccoci qua.»
Hawke rimase in ascolto, interessata, la cantina attorno a lei che girava lentamente. «Tuo fratello non ce l’ha fatta?»
«Non l’abbiamo mai trovato. Non abbiamo nemmeno potuto fargli un vero funerale. Per fortuna ho avuto modo di dirgli addio a Haven, anche se era solo per finta.»
Hawke comprese subito ciò a cui l’elfo stava alludendo. «È lui che hai incontrato durante la prova?»
«Sì… ehi, Hawke» si girò su un fianco lui per guardarla meglio. «Tu sei una maga, ne capisci di questa roba… credi che quegli spiriti fossero davvero… spiriti? Quello poteva essere davvero Tamlen?»
«Spero di no», scosse il capo lei. «Anch’io ho visto mio fratello, non vorrei che fosse morto.»
«Ah, tuo fratello… quel tipo serio, Ca-qualcosa…»
«Carver, sì.»
«E perché hai visto proprio lui?»
«Non siamo mai andati molto d’accordo. Nostro padre passava tutto il tempo con me e mia sorella per istruirci come maghe, e lui veniva spesso tagliato fuori. Dopo la morte di mio padre, mia madre faceva riferimento su di me nonostante fosse Carver l’uomo di casa. C’è sempre stata rivalità fra noi, ma non ci siamo mai confrontati apertamente.»
«E così ci ha pensato la prova a risolvere questo tuo problemuccio irrisolto… capisco». Dal nulla, Merevar afferrò la treccia di Hawke e iniziò a disfarla.
«Ma che fai? Ci ho messo un sacco di tempo a farla!» brontolò lei mettendosi seduta, ma il dalish si tirò su a sua volta per terminare il suo lavoro. Passò le dita fra i suoi capelli per pettinarli.
«Zevran aveva ragione, stai molto meglio con i capelli sciolti…»
Le sopracciglia color carota di lei si fecero asimmetriche, una che s’inarcava verso l’alto e l’altra che spingeva in basso. «Tu e Zevran parlate dei miei capelli?»
«Sono così belli», l’ignorò completamente Merevar, lo sguardo inebetito perso fra le ciocche rosse. «Sono rossi, come le fiamme della dea Sylaise…»
«Ehm… Merevar… sei proprio ubriaco» fece per tirarsi indietro lei, ma lui non glielo permise. Azzerò la distanza fra loro in meno di un secondo: Hawke si trovò senza quasi rendersene le labbra del dalish sulle sue, la mano stretta in una delicata presa sulla sua nuca per tenerla stretta a sé. Nonostante la sorpresa iniziale l’avesse tenuta con gli occhi spalancati, Hawke si trovò ben presto a chiuderli: si abbandonò completamente e ricambiò il bacio di Merevar, cingendolo con le braccia e tirandolo giù con lei sul pavimento.

Le coperte erano cadute giù dal letto, solo le morbide lenzuola di seta erano rimaste a coprire i corpi nudi di Alistair e Melinor, accoccolati una fra le braccia dell’altro.
«Devo ammettere che non ci è andata male, dopotutto… una stanza nel castello di un arle non è qualcosa che tutti si possono permettere» disse il ragazzo, sorridente mentre giocherellava con una ciocca dorata di lei.
«Quindi era questo che avevi in mente, quando pianificavi qualcosa di speciale? È così che voi umani fate i romantici?» chiese lei, sorridendo a sua volta.
«Questo è anche meglio di quel che pianificavo» ridacchiò Alistair. «Magari avrei aggiunto qualche fiore, qualche candela in più… ma abbiamo un camino acceso, lenzuola di seta, un letto a baldacchino… devi ammettere che è molto meglio del bosco.»
Lei fece volutamente la sostenuta. «Sì, non è male… ma la prossima volta che ci accampiamo in un bosco ti faccio vedere come lo facciamo noi dalish.»
«Ti prendo in parola» ridacchiò lui; il suo sorriso si fece più dolce. «Grazie Melinor… è stato meraviglioso.»
Lei arrossì appena, distogliendo lo sguardo. «Non c’è bisogno di ringraziarmi per una cosa simile…»
«Sì, invece. So cosa significa per te… so cosa significa per voi dalish concedervi fisicamente, e sono davvero onorato del fatto che tu ti sia fidata di me.»
Lei lo squadrò col fiato sospeso. «Come fai a saperlo?» gli chiese, ma nello stesso istante in cui le parole si staccavano dalle sue labbra la risposta la colpì. «È stato Merevar a dirtelo!» sbottò indignata. «Quel maledetto impiccione, come si è permesso di dirti una cosa simile?»
«Non c’è niente di male», cercò di tranquillizzarla lui. «Anzi, trovo bello il modo in cui vi preservate per la persona giusta.»
«Ma io non volevo che tu lo sapessi!» esclamò lei. «Non volevo che ti facessi problemi e che ti sentissi vincolato dal rispettare le nostre tradizioni, volevo che le cose procedessero naturalmente…» s’interruppe, i suoi occhi che ancora una volta si colmavano di stupore mentre il ricordo si riaffacciava. «Quella volta, nel bosco… hai voluto fermarti per questo, vero? Tutte quelle cose che hai detto sul voler aspettare erano giustificazioni fittizie!» si tirò il lenzuolo fin sopra la testa, sparendo alla vista. Alistair rimase a guardare la sua sagoma coperta a bocca aperta.
«No, cosa dici? Melinor, vieni fuori da lì» disse, posando una mano sulle quelle di lei che tenevano stretto il lenzuolo; si abbassarono appena, scoprendo solamente i suoi occhi imbarazzati. «Quello che ti ho detto era la verità… sai, anche noi umani teniamo a certe cose. Non tutti, è vero… ma io sì.»
Melinor rimase a studiarlo qualche istante nascosta sotto al lenzuolo. Quando si decise finalmente a scoprirsi il viso, Alistair lo trovò acceso di rosso.
«Bene, allora… dato che sai cosa significa per noi dalish…» mormorò appena lei; «la cosa rappresenta un problema per te?» trovò il coraggio di chiedere, senza riuscire tuttavia a guardarlo in viso.
Lui le prese delicatamente il mento e la guardò dritta negli occhi. «Se fosse un problema non saremmo qui adesso» le sussurrò. «Mi sono reso conto di tante cose, in queste settimane in cui siamo stati separati. Ho avuto modo di rimuginare e realizzare cosa provo realmente per te». Si fece serio come mai era stato prima in vita sua: nel vederlo così Melinor si sentì vulnerabile come non mai. Si rese conto che quello che aveva davanti non era più solo un ragazzo, ma un uomo. «Io ti amo, Melinor. E se quello che abbiamo condiviso stanotte significa che hai scelto di avermi accanto per tutto il tempo che ci resta… non posso che esserne felice.»
Con il cuore che minacciava di saltarle fuori dal petto, lei gli gettò le braccia attorno e lo baciò, fuori di sé dalla gioia. «Ar lath ma, vhenan.»
Alistair si staccò appena da lei, restituendole uno sguardo perplesso e felice. «Non conosco l’elfico, ma suonava come un anch’io
Lei sorrise; non servivano altre parole.

Il sole iniziò a brillare oltre l’orizzonte. L’alba iniziò a filtrare attraverso le finestre del castello, iniziando a illuminare le stanze e i corridoi, ma non le cantine.
Merevar sentì una fitta alla testa ancor prima di aprire gli occhi: il suo stomaco era sconvolto, e la sua schiena intirizzita giaceva su qualcosa di freddo. Per contro, avvertiva un insolito calore sopra di sé. Quando aprì gli occhi e li abbassò sul suo torace, vide una matassa di capelli rossi: Hawke dormiva raggomitolata contro di lui. Confuso e stravolto, fece per mettersi a sedere; nel muoversi svegliò la ragazza, che si levò con uno sbadiglio e stirò le braccia verso l’alto.
«Buongiorno» gli disse.
«Buongiorno un corno», bofonchiò lui; si sentiva uno straccio, il sapore acido del vino che gorgogliava nel suo stomaco e risaliva fino alla sua cavità orale. Si guardò attorno. «Ma dove siamo?»
«Nelle cantine… non ti ricordi?»
Lui scosse il capo; vide la pettiera della sua armatura abbandonata poco più in là sul pavimento, e si alzò per andare a rimetterla. «Chissà che ore sono», brontolò, la testa che picchiava da dentro come un martello sull’incudine. «Faremmo meglio ad andare, prima che qualcuno ci scopra qui.»
Fece per voltarsi, ma Hawke lo fermò.
«Ehi, aspetta!» gli mise una mano sulla spalla. «Non… non ti ricordi proprio niente?»
Spazientito sia da lei che dal penoso stato in cui si trovava, Merevar piazzò le mani sui fianchi. «No, non mi ricordo niente. Che ci sarà mai da ricordare? Ci siamo sbronzati e basta.»
Per la prima volta da quando la conosceva, Merevar la vide imbarazzata.
«Merevar… non abbiamo solo dormito insieme, stanotte.» Lui la guardò senza capire, al che lei indicò i suoi abiti e i capelli spettinati. «Pensi che i vestiti si siano sgualciti così solo perché ci siamo rotolati nel sonno?»
A quelle insinuazioni seguì un lungo silenzio.
«No», scoppiò a ridere lui scuotendo il capo, i capelli biondi lasciati sciolti che frusciavano sulle sue spalle. «Impossibile.»
Hawke parve offesa: incrociò le braccia e gli restituì uno sguardo indispettito. «È un’idea così ridicola?»
«Certo che lo è!» continuò a ridere lui. «Tu sei umana, Hawke.»
«Beh, a quanto pare gli umani non ti fanno poi tanto schifo» rimbrottò lei. «Sei stato tu a cominciare!»
«Hawke, se questo è uno dei tuoi soliti scherzi non è divertente» smise di ridere l’elfo.
Lei sbarrò gli occhi per l’esasperazione e allargò le braccia. «Ti sei messo a passarmi le dita fra i capelli e hai iniziato a blaterare qualcosa sulla dea elfica Sylaise, e poi mi sei praticamente saltato addosso!»
Stralci di ricordi confusi investirono Merevar all’improvviso: i capelli morbidi di Hawke, il suo profumo, le sue labbra calde…
«Hawke, cos’abbiamo fatto?»
La ragazza assunse un’espressione strafottente. «Che c’è, all’improvviso ti dispiace non ricordare?»
«Dannazione, Hawke! Dimmelo e basta!» esclamò lui prendendola per le spalle. «Per favore… è importante.»
La ragazza si calmò, iniziando a guardarlo stranamente. «Ci siamo baciati e… abbiamo pomiciato un po’, nient’altro.»
Merevar emise un gemito, premendosi entrambe le mani sugli occhi e dandole le spalle.
«Non c’è bisogno di disperarsi così» gli disse lei, inacidita dal suo atteggiamento. «Non è poi successo granché.»
«Invece sì» disse lui, sconsolato. «Per noi dalish anche queste cose sono importanti, non le facciamo così, alla prima occasione!»
Hawke si strinse nelle spalle. «Non deve per forza essere una cosa occasionale.»
Merevar la guardò allibito.
«Tu mi piaci da un bel po’, Merevar» si dichiarò lei. «L’ho sempre tenuto per me perché sapevo che gli umani non ti piacciono, ma dopo ieri notte… pensavo che…»
«No», la fermò subito lui. «Ieri notte è stato un errore. Ero ubriaco, non significa nulla.»
«Forse l’alcool ti ha spinto a seguire le tue inclinazioni reali. Non ci hai pensato?»
«Non dire assurdità!» sbottò il dalish, levando le braccia al cielo in un gesto esasperato. «Senti, Hawke: dimenticati quello che è successo. Tu sei umana, e io non sono di ampie vedute come mia sorella. Non potrei mai stare con una come te; non succederà mai, mettitelo bene in testa. Mai.»
Si voltò e uscì, lasciando Hawke sola e avvilita nel freddo della cantina.

Era mattina inoltrata quando Alistair e Melinor si alzarono e si rivestirono per scendere nella sala da pranzo. Arle Eamon aveva convocato tutto il gruppo per discutere il da farsi subito dopo la colazione.
«Aspetta, devo darti una cosa» disse Melinor poco prima che Alistair aprisse la porta; gli andò incontro stringendo l’amuleto di Andraste fra le mani. Quando Alistair lo vide strabuzzò gli occhi.
«Dove l’hai trovato?»
«Me l’ha dato Isolde quando siamo partiti per Haven. Scusami, con tutto quello che è successo ho dimenticato di dartelo.»
Alistair lo prese, rimirandolo come se temesse di vederlo sparire all’improvviso. «Questo amuleto era di mia madre… era l’unica cosa di lei che mi era rimasta» rivelò. «Quando arle Eamon mi ha detto che sarei dovuto entrare nell’ordine dei templari, l’ho preso e l’ho lanciato contro il muro per la rabbia. Non volevo entrare a far parte della Chiesa e quest’amuleto in un certo senso la rappresentava, quindi…» lasciò in sospeso la frase. «Non posso credere che arle Eamon l’abbia fatto aggiustare e l’abbia conservato.»
Melinor prese l’amuleto e glielo mise al collo. «Evidentemente tiene a te più di quanto credi.»
Alistair sorrise; uscirono insieme e si diressero al salone.
Quando arrivarono, tutti gli altri erano già lì: un grande tavolo era stato imbandito per loro, e i loro compagni erano tutti seduti, chi intento a mangiare e chi lo aveva già fatto.
«Buongiorno», li salutò Leliana, il sorrisetto di chi la sapeva lunga impresso sul viso. «Dormito bene?»
I due ridacchiarono nervosamente; fecero finta di nulla e si andarono a sedere, ma inevitabilmente gli occhi di Melinor incrociarono quelli di Merevar. Non ebbe modo di nascondere al gemello la verità: in una frazione di secondo lui seppe.
«Avevi ragione» mormorò a Zevran, seduto al suo fianco. «Il cambiamento si nota subito.»
L’antivano ammiccò, tronfio. «Visto? Non mi sbaglio mai quando si tratta di sesso». Seguì con lo sguardo i due mentre si riempivano i piatti. «Sembra proprio che voi gemelli ve la siate spassata entrambi, stanotte. Anche se tua sorella ha concluso molto più di te… mi deludi, amico. Ti sei fatto battere da una ragazza.»
Merevar grugnì qualcosa in elfico in risposta.
«Dov’è Hawke?» chiese Alistair.
«In camera. Non si sente molto bene oggi» replicò Leliana, scoccando un’occhiata in direzione di Merevar. Melinor osservò la scena perplessa, ma non chiese delucidazioni.
Arle Eamon arrivò mezz’ora dopo seguito da suo fratello Teagan. Si accomodarono entrambi al tavolo e dopo un rapido scambio di convenevoli iniziarono subito a pianificare.
«Io e mio fratello abbiamo discusso a lungo», aprì la conversazione Eamon, «e siamo d’accordo su una cosa: voi Custodi dovreste focalizzarvi sul reclutamento dei nuovi alleati. Noi ci occuperemo di Loghain e della guerra civile in corso, dobbiamo convincere i bann a porre fine a questo scempio. Ci vorrà tempo, ma nel durante voi avrete parecchio da fare, quindi ci muoveremo contemporaneamente su più fronti. Ho dato un’occhiata ai vostri trattati: avete già reclutato i maghi del Circolo, quindi restano i nani di Orzammar e gli elfi dalish.»
«Ho sentito voci poco rassicuranti su Orzammar», s’inserì Teagan. «A quanto pare il re dei nani è deceduto, ed è in corso una disputa per decidere chi salirà al trono. Questo genere di cose richiede sempre tempo, quindi sarebbe opportuno andare prima alla ricerca dei dalish. Per voi non dovrebbe essere un grosso problema» disse, alternando lo sguardo fra Melinor e Merevar.
«Lo spero», rispose l’elfa. «Il nostro clan è fuggito al nord subito dopo il nostro reclutamento nei Custodi, a quest’ora saranno già nei Liberi Confini. Da quel che so doveva esserci un altro clan a nord della foresta di Brecilian… ma potrebbero essere fuggiti anche loro dopo aver saputo del Flagello.»
«Il Creatore non voglia che sia così», sospirò Eamon. «Se dovessero essere migrati tutti all’estero rintracciarli sarà un problema.»
«Indubbiamente. È possibile contattarli anche oltre i confini del Ferelden, ma richiederebbe molto tempo… potrebbero non arrivare in tempo per la guerra» disse Melinor con aria grave.
«Allora dovete partire immediatamente, sperando che quest’altro clan sia ancora stanziato presso la foresta di Brecilian», decretò Eamon. «Nel frattempo, io e Teagan faremo richiesta per un Incontro dei Popoli. Si tratta di un concilio a cui partecipano tutti i nobili del Ferelden per deliberare in merito a questioni importanti per la nazione» spiegò a Melinor, non avvezza alla politica umana. «In quell’occasione svergogneremo Loghain, rivelando i suoi crimini di fronte all’opinione pubblica. Tuttavia, le prove raccolte contro di lui finora potrebbero non bastare… e qui veniamo al punto saliente di questa conversazione» si fece ancor più serio Eamon. Puntò gli occhi su Alistair. «Loghain resta pur sempre un eroe nazionale, una leggenda nella storia della liberazione del Ferelden dalla dominazione orlesiana. Se vogliamo destituirlo dobbiamo proporre una valida alternativa, altrimenti i nobili non ci seguiranno. Loghain non ha alcun diritto di sedere su quel trono, e la regina Anora è sua figlia… probabilmente è in combutta con lui. Dobbiamo proporre un valido candidato, e si dà il caso che qui abbiamo l’ultimo erede vivente di re Maric Theirin.»
Lo stupore generale si abbatté sulla stanza intera. Alistair avvertì un brivido gelido scendere lungo la spina dorsale. «Volete proporre me come re?» esclamò.
«Sei un Theirin, Alistair. Un discendente del nostro primo re Calenhad: la tradizione deve continuare.»
«Ma… ma io non voglio diventare re! E poi sono un Custode Grigio, ho giurato fedeltà all’ordine!»
«E non è forse compito dei Custodi Grigi fare tutto ciò che è necessario per scongiurare il Flagello?» puntualizzò Eamon. «Al momento il modo migliore per unire il Ferelden contro la prole oscura è avere un re. Accettando la corona faresti il tuo dovere come Theirin e come Custode Grigio.»
«Chiedo scusa», riprese la parola Melinor, l’espressione corrucciata. «Alistair non ha la benché minima idea di come fare il re. Non è in grado nemmeno di gestire un gruppo piccolo come il nostro, difatti ha lasciato che fossi io a farlo. Come potete pensare che sia in grado di dirigere una nazione intera?»
«Non è molto carino da sentire, ma non posso negare che tu abbia ragione» borbottò Alistair al suo fianco.
«Alistair è una persona di buon cuore, ed è un abile guerriero con tutte le capacità per condurre un esercito in guerra. Gli manca la preparazione politica ed è estraneo agli ambienti nobiliari, ma ci sarò io a guidarlo in questo» affermò senza alcuna esitazione l’arle.
«Scusate se mi permetto, ma ho vissuto abbastanza presso la corte di Orlais per potermi permettere di affermare d’aver voce in capitolo» s’intromise Leliana. «So come ragionano i nobili: se voi vi proporrete come consigliere di Alistair, sembrerà che vogliate usarlo come una marionetta per i vostri fini personali. Sareste di fatto voi a governare attraverso lui, dato che Alistair non è in grado di fare scelte ponderate in merito alla gestione del potere. Senza contare che, nonostante suo padre fosse re Maric, è pur sempre il figlio bastardo di una serva… ai nobili questo non piacerà.»
«Ciò che dite è vero», fu costretto ad ammettere Eamon. «Ma cionondimeno, ci serve un pretendente al trono se vogliamo ottenere un Incontro dei Popoli. La nobiltà non si muoverà in un momento di crisi come questo se non per una buona causa. Sapere che esiste ancora un Theirin in vita che ha diritto al trono li smuoverà sicuramente, distraendoli dalla guerra civile in corso. Ciò che succederà all’Incontro dei Popoli resta un mistero, potrebbero anche non accettare Alistair come candidato… ma al momento è l’unica carta che possiamo giocare per riunirli tutti. Se vogliamo rivelare i crimini di Loghain, ci serve l’Incontro dei Popoli.»
Il grosso della conversazione terminò lì. Vennero poi stabilite le mosse da effettuare, pianificarono le partenze e le direzioni da prendere, quantificarono le provviste necessarie. Quando lasciarono la stanza, Melinor e Alistair erano entrambi d’umore nero.
«Non ci possono credere… vogliono usarti come… come un’esca per attirare i pesci grossi» mormorò Melinor.
Alistair la guardò con un sorriso triste. «La politica funziona così. Se è l’unico modo per poterci confrontare con Loghain, a me va bene.»
Lei si voltò a guardarlo, una debole traccia d’ira riluceva dietro alle sue iridi. «Hai detto che non vuoi diventare re.»
«Infatti. Ma hai sentito Leliana», la prese per le spalle lui con fare rassicurante. «I nobili potrebbero anche non volermi sul trono, e io di sicuro non voglio quella corona.»
«E se ti costringessero ad accettare?» mormorò Melinor. «Possono farlo?»
«Non credo; e in ogni caso potrei sempre abdicare. Non sono tagliato per fare il re, di sicuro ci saranno candidati più idonei… ma non preoccupiamocene adesso», la strinse forte a sé. «Si risolverà tutto per il meglio, vedrai.»
Melinor ricacciò giù il grumo di frasi inespresse che minacciava di dirompere fuori dalla sua bocca. Rimase dov’era, in silenzio, assorta fra i suoi pensieri.

 

 

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