I bagagli e le provviste erano pronti: il gruppo era pronto a ripartire ancora una volta. Erano tutti sparsi per il cortile del castello di Redcliffe mentre gli inservienti scarpinavano avanti e indietro, caricando di provviste il carretto dei due nani che viaggiavano con i Custodi, Bodahn e Sandal. Fino a quel momento si erano dimostrati discreti e cordiali, oltre che disponibili: erano sempre rimasti nei paraggi, facendosi trovare ogni sera ovunque il gruppo fosse accampato provvisti di nuovi beni che mettevano a loro disposizione come segno di ringraziamento per l’ospitalità.
Persino i nani erano presenti all’appello nel grande cortile interno, ma non Merevar. L’elfo aveva preferito starsene alla larga ed era andato a fare due passi al villaggio; il fatto che avesse preferito aggirarsi fra gli umani piuttosto che restare al castello la diceva lunga sul suo stato emotivo. Voleva evitare Hawke, gli sguardi curiosi dei suoi compagni, le stupide battutine di Zevran e soprattutto sua sorella.
Una volta decisosi a fare ritorno al castello si disse che aveva fatto bene ad andarsene, anche se aveva soltanto rimandato l’inevitabile. Trovò Melinor seduta sui gradini che portavano al grande portone d’ingresso del castello; accanto a lei, Hawke e Leliana. Erano immerse in una fitta conversazione. L’elfa intercettò immediatamente il fratello non appena fece il suo ingresso nel cortile: bastò uno sguardo a entrambi. Merevar si acquattò in disparte, muto e imbronciato, in attesa di partire.

Si misero in viaggio a metà pomeriggio, e la loro nuova destinazione era la foresta di Brecilian. Avevano deciso di seguire il corso del fiume Drakon, costeggiando la Strada dell’Ovest che collegava Denerim alle regioni occidentali del Ferelden. Era la via più breve: sarebbero rimasti sull’argine a sud, evitando di esporsi mettendosi in bella vista sulla strada principale che fiancheggiava l’argine nord.
Se durante il loro ultimo viaggio l’escluso a chiudere la fila era stato Alistair, stavolta toccava a Merevar; questi era tuttavia sempre sostenuto dalla compagnia di Zevran, che lo volesse o meno. Ma non s’illudeva di cavarsela a lungo: difatti, dopo un paio d’ore, Melinor abbandonò le prime file della piccola carovana per raggiungerlo.
«Dobbiamo parlare.»
Merevar sospirò, non potendo fare a meno di pensare a quando era stato lui stesso a rivolgerle quelle parole, prima di farle la ramanzina sulla sua relazione con Alistair.
«Uh, ma guarda» s’intromise Zevran. «Come siamo sicuri di noi… la nottata col biondino ti ha fatto bene», sghignazzò. Melinor gli rivolse un cipiglio corrucciato, e l’elfo colse al volo il muto invito di lei. «Ho capito, me ne vado» alzò le mani per poi accelerare il passo e lasciare indietro i gemelli.
«Ti ha mandata la tua amichetta umana?» disse con una punta di scherno Merevar, lo sguardo fisso davanti a sé.
«Veramente lei non voleva neanche dirmi cos’è successo», replicò l’altra con voce tagliente, incrociando le braccia. «Ho dovuto cavarle ogni singola parola di bocca con meticolosa pazienza.»
Merevar non rispose, continuando a infilare un passo dopo l’altro senza guardare in viso la sorella.
«Ti sei comportato in maniera orribile», continuò lei. «Dovevi proprio mortificarla così?»
«Cos’avrei dovuto fare? Essere carino e gentile, darle altre illusioni? Sarò anche stato brusco, ma almeno d’ora in avanti eviterà di farsi altre strane idee» esplose, decidendosi finalmente ad affrontare gli occhi severi della sorella. «Forse ti è sfuggito, ma nemmeno io me la stavo passando troppo bene in quel momento. Stavo sperimentando i postumi della mia prima sbornia, la mia testa sembrava sul punto di scoppiare e rischiavo di vomitare a ogni respiro… in più ho dovuto scoprire di aver passato la notte con un’umana, una notte di cui non ricordo niente!»
Melinor gli si parò davanti costringendolo a fermarsi: ridusse gli occhi a due fessure mentre si avvicinava talmente tanto a lui da far quasi sfiorare le punte dei loro nasi. «Davvero, Merevar? Non ricordi proprio niente?»
Il ragazzo si ritrasse appena, le sopracciglia dorate che s’inarcavano verso il basso mentre un colorito rosato gli accendeva le gote. Melinor sfoggiò un sorrisetto soddisfatto.
«Come pensavo. Puoi ingannare Hawke, ma non tua sorella. Forse non ricordi perfettamente cos’è successo, ma qualcosa ricordi… solo che è più comodo convincerti di non ricordare, piuttosto che ammettere che ti è piaciuto.»
«Non dire sciocchezze, Melinor. È successo solo perché ero istupidito dall’alcool.»
«L’alcool non istupidisce, Merevar… semmai disinibisce. Quello che è successo probabilmente è quello che vuoi davvero quando il muro dei tuoi pregiudizi crolla. Perché non ammetti che Hawke ti piace? Non siamo più con il clan, non verrai cacciato da nessuno se ti innamori di un’umana… non è la fine del mondo!»
«Lo è per me!» sbottò lui. «L’ho detto a Hawke e lo ripeto anche a te: noi due siamo diversi, Melinor. Non potrei mai fare quello che stai facendo tu con Alistair. Gli umani hanno schiavizzato il nostro popolo, distrutto la nostra cultura e rubato le nostre terre, ci hanno costretti a una vita di continui spostamenti e fughe… hanno ucciso nostro padre! Sinceramente non riesco proprio a capire come riesci a guardare Alistair negli occhi senza che ti ricordi tutto questo!»
L’espressione di Melinor si fece triste come non mai: capiva le ragioni del fratello, ma era dispiaciuta nel vedere che non riusciva a oltrepassare quella barriera.
«Ci riesco perché quando lo guardo non vedo un umano, Merevar… vedo una persona. Lui è una brava persona, e lo è anche Hawke.»
Una punta di tristezza attraversò anche gli occhi di Merevar. «Lo so, ma a me non basta. Mi dispiace, non posso dimenticare tutto ciò che mi è stato insegnato, non posso ignorare i principi con cui sono stato cresciuto. Ti ammiro per quello che riesci a fare con Alistair, davvero; ma io non ne sarei mai capace.»
Melinor sospirò, spostando lo sguardo amareggiato a terra. Senza una parola, i due si rimisero in cammino sulla scia del gruppo che li aveva lasciati indietro.
«Com’è andata?»
Melinor guardò di sottecchi il fratello: aveva lo sguardo fisso davanti a sé, e cercava di nascondere la sua apprensione. Non ebbe bisogno di chiedergli a cosa si riferiva.
«Benissimo», replicò senza scendere nei dettagli sulla sua prima notte con Alistair. Era certa che lui non avrebbe voluto saperli.
«Sembri felice», osservò Merevar.
«Lo sono.»
«Bene», concluse il ragazzo. Continuarono a camminare fianco a fianco, il sole che iniziava a calare alle loro spalle.

 

Melinor rimestava il contenuto del pentolone con aria assente: la sua attenzione era altrove. Osservava il suo amato intento in una conversazione con Wynne, la quale sembrava divertirsi a mettere il poveretto in imbarazzo: gli stava spiegando da dove arrivavano i bambini, come se lui non lo sapesse. Melinor non poté evitare di sorridere nel vederlo offeso e paonazzo mentre replicava affannatamente all’anziana. Guardò le tende disposte tutt’attorno: ce n’era una in meno, dato che avrebbero condiviso quella di lei per quella notte e per tutte quelle a venire. Si sentì avvampare per la gioia e per l’aspettativa.
«Ti rendi conto che hai sorriso così tutto il giorno?»
Morrigan apparve al suo fianco: gettò una cipolla nel calderone mentre Melinor si voltava a guardarla.
«La cosa ti disturba?» quasi ridacchiò l’elfa.
«Un po’», ammise la strega. Iniziò a scuotere impercettibilmente il capo. «Non ti capisco proprio. Tu sei una donna brillante, una dalish formata come Guardiana… avresti potuto avere chiunque, e ti sei scelta proprio quel buffone?»
Melinor tornò a rimestare la cena con lo stesso sorriso che aveva infastidito Morrigan poco prima. «L’amore ha delle ragioni tutte sue, Morrigan. Se un giorno ti innamorerai, lo capirai.»
La ragazza trattenne a stento un’espressione disgustata, facendo ridacchiare la dalish: l’atteggiamento di Morrigan non le dava alcun fastidio, era semplicemente fatta così e lei l’accettava per come era. La strega delle Selve si spostò il ciuffo nero dagli occhi mentre guardava Alistair e Wynne punzecchiarsi a vicenda.
«Dev’essere proprio bravo a letto, altrimenti non mi giustifico come tu riesca a sopportarlo. Questo è l’unico buon motivo che mi viene in mente.»
Melinor non rispose, concentrando la sua attenzione sul pentolone; ma riuscì ad avvertire il sorrisetto malizioso della strega che sapeva di aver colto nel segno, almeno in parte.
«Quando mia madre mi ha costretta a partire non mi sarei mai aspettata una cosa del genere. “Vai, aiuta i Custodi Grigi a salvare il mondo”, mi ha detto… e ora mi trovo qui con voi due, melensi al punto da darmi la nausea, e quegli altri due all’estremo opposto» parlò ancora, riferendosi a Merevar e Hawke.
Non aveva tutti i torti: la situazione era ben strana. Hawke sembrava essersi ripresa subito dalla delusione iniziale, ma non aveva certo dimenticato. Era forte della sua indifferenza, condita da una manciata di rabbia che teneva accuratamente sottochiave. Ma Hawke era una persona trasparente, ed era come se la sua rabbia fosse conservata in una teca di vetro, ben visibile a tutti anche se non veniva tirata fuori. Merevar, dal canto suo, si era fatto ancor più solitario e scorbutico di prima, e si teneva a debita distanza.
Fu strano consumare la cena con un’atmosfera così carica di tensione: Leliana riesumò le sue conoscenze da cantastorie, togliendo la polvere dal suo liuto per risollevare l’umore generale con una delle sue ballate. Non servì a risolvere le cose, ma fornì un piacevole diversivo fino all’ora di andare a coricarsi.
Fu una notte tranquilla. Alle prime luci dell’alba il gruppo era già in piedi, fatta eccezione per due di loro.
«Hawke! Zevran!» gridò Alistair in direzione delle loro tende. «Svegliatevi! Dobbiamo metterci in viaggio, altrimenti ci vorrà un mese a raggiungere la foresta di Brecilian!»
Un paio di minuti più tardi, un gelido silenzio si abbatté sul gruppo: Hawke uscì tutta scapigliata dalla tenda di Zevran insieme a quest’ultimo.
«Non è come sembra, giuro» disse l’antivano, ridacchiando con fare colpevole e agitando le mani davanti a sé. Hawke incrociò di sfuggita lo sguardo di Melinor, accoccolata accanto al fratello mentre mangiavano insieme un pezzo di pane: l’umana distolse lo sguardo con grande rapidità non appena colse la delusione negli occhi della dalish.
«Come volevasi dimostrare», borbottò Merevar al suo fianco, l’espressione dura e forzatamente indifferente. «Gli shemlen sono tutti uguali. Ho fatto bene a darle il benservito.»

«Ehi, amico» Zevran raggiunse di corsa Merevar una volta partiti. Il dalish non l’aveva aspettato come faceva di consueto, ed era andato dietro agli altri senza battere ciglio. «Posso parlarti?»
«Non vedo perché non dovresti», ribatté l’altro senza guardarlo.
«Ah, bene… temevo che te la fossi presa per via di Hawke, considerato quello che…»
«Non me ne frega niente di Hawke» si voltò a guardarlo con decisione Merevar. «Potete trastullarvi come vi pare, siete due persone libere.»
«Sì, ma volevo dirti che davvero non è come sembra. Noi…»
«Non ti devi giustificare» lo interruppe l’altro, visibilmente spazientito. «Lasciami fuori da questa storia, d’accordo? Non voglio saperne niente. Hawke ha trovato un altro elfo biondo con cui spassarsela, tu hai finalmente trovato una donna disponibile a venire a letto con te, e io mi sono liberato di una shemlen. Vinciamo tutti, quindi lasciamo perdere questo discorso.»
Zevran si fece serio, gli occhi castani puntati in quelli del dalish. «Dici che non ti interessa, ma lascia che te lo dica… non sembra proprio.»
Merevar sbuffò sonoramente e accelerò il passo, lasciando Zevran tutto solo alle sue spalle per raggiungere Sten. Almeno stando con il qunari non sarebbe stato costretto a sorbirsi un mucchio di inutili ciance.
«Non posso credere che Hawke sia andata a letto con Zevran», bisbigliava nel frattempo Alistair in testa alla processione con Melinor, Wynne e Leliana.
«Perché no? Zevran sarà anche un po’ superficiale e promiscuo, ma non si può negare che sia un elfo attraente» commentò Leliana.
Alistair la guardò con aria schifata. «D’accordo, ma… andiamo, è Zevran! Non credevo che Hawke fosse il tipo da accontentarsi di…» lasciò in sospeso la frase.
«Una botta e via?» terminò per lui Wynne, ridacchiando nel vedere i tre giovani che la fissavano sbigottiti. «Che c’è? Potrei essere la nonna di tutti voi, e non ho certo passato una vita di castità. Sono una maga, non una sorella della Chiesa.»
«Oh, ti prego Wynne… ti vediamo davvero come una nonna, non puoi farci questo» scrollò il capo Alistair, incapace d’immaginare la donna in certi contesti.
«A ogni modo», tornò seria la maga dopo essersi divertita a punzecchiare il giovane, «non puoi biasimare Hawke. Fa finta di niente, ma è palesemente ferita nell’orgoglio.»
Leliana lanciò una fugace occhiata alle sue spalle: esattamente come Merevar, Hawke aveva scelto di camminare al fianco di qualcuno che non le avrebbe fatto domande, ovvero Morrigan. «Sono d’accordo con te, Wynne… ma un po’ di sesso riparatore con Zevran non risolverà proprio niente.»
«Tutti noi commettiamo degli errori, no? Ci servono per imparare. Diamole un po’ di tempo», insistette Wynne. «Sono sicura che si chiarirà le idee. È una ragazza intelligente.»

Le due settimane successive non servirono ad appianare la situazione. Hawke passava quasi tutto il suo tempo insieme a Zevran, a cui Merevar non aveva più parlato. Più i due ridacchiavano fra loro e si affiatavano, più il dalish si spingeva verso le prime file del gruppo, lontano da loro. Si trovò quasi costretto a conversare spesso con Leliana, e persino con Alistair.
Fortunatamente per lui, ben presto ebbe qualcosa da fare: erano ormai a metà strada fra Redcliffe e Denerim, e l’accampamento dalish di cui erano a conoscenza doveva essere nei paraggi. Deviarono verso est, abbandonando il corso del fiume per immergersi nel folto della foresta di Brecilian.
«Questo posto è antico… e intriso di magia» mormorò Morrigan. «Molte presenze albergano qui. Spiriti, e forse demoni.»
«E prole oscura» aggiunse Alistair, guardandosi attorno. «Percepisco una debole presenza nella foresta, nulla di cui preoccuparsi… piccoli gruppi, forse. Ma dobbiamo stare attenti.»
«Cercate di essere rispettosi nei confronti della foresta» li ammonì Melinor. «Gli alberi sono vivi qui. Un passo falso e verrete spazzati via da un colpo delle loro radici.»
Merevar utilizzò le sue conoscenze da cacciatore per scovare le tracce dei dalish: s’inoltrarono per ben due giorni nella foresta, e più avanzavano, più la sensazione d’essere osservati si acuiva.
Finalmente, al terzo giorno di cammino, l’elfo si bloccò bruscamente. 
«Fermi» ordinò ai compagni che lo seguivano alzando una mano. Avanzò da solo, lo sguardo rivolto verso gli alti rami degli alberi. «Aneth ara, fratelli e sorelle.»
Cinque ombre volarono giù dagli alberi attorno a loro come frecce. I cacciatori dalish tenevano gli archi saldi nelle mani, guardando gli umani con sospetto. Solo una di loro avanzava sicura verso Merevar: una giovane elfa bionda dalla carnagione olivastra e dagli occhi grigi, brillanti come due pietre di luna.
«Mahariel» lo riconobbe, rivolgendogli un’occhiata sorpresa. Guardò alle spalle di Merevar. «Entrambi i gemelli» esclamò riconoscendo Melinor, che si fece avanti a sua volta. «Che sorpresa vedervi qui. Da quanto sapevamo, il vostro clan è partito più di un mese fa per i Liberi Confini… cosa ci fate qui con queste persone?» li interrogò squadrando il bizzarro gruppo che si portavano appresso.
«Efficiente come sempre. Vedo che ti hanno promossa cacciatrice, Mithra» ridacchiò Merevar porgendole la mano per salutarla.
«Capo cacciatrice, Mahariel» precisò l’altra, un sorriso soddisfatto sul viso mentre accettava la stretta di mano di Merevar. «Allora, volete spiegarmi chi sono questi shemlen che vi seguono?»
«È una lunga storia, ma per farla breve… siamo stati costretti a unirci ai Custodi Grigi. Non riconosci le armature?» indicò sé stesso.
«Voi due, Custodi Grigi? Strano che due dalish si siano uniti a un ordine di umani» esclamò Mithra. «Perfino tu, Melinor… eri la Prima di Marethari, com’è possibile che ti abbia lasciata andare?»
«Fortunatamente il nostro clan era l’unico ad avere una Seconda» le ricordò Melinor. «La Guardiana sapeva che non avrei lasciato andare Merevar da solo, e ha accettato la cosa senza discutere.»
Mithra annuì, sebbene basita. «Questa è una storia che voglio sentire, e me la racconterete lungo la strada per l’accampamento». Scrutò uno per uno i membri dello strano gruppo alle spalle dei gemelli. «Tamlen non è con voi?»
I due gemelli abbassarono istintivamente lo sguardo: osservandone la reazione, Mithra assunse un’espressione preoccupata.
«Andiamo, gemelli Mahariel. Raccontatemi tutto» disse, e insieme si avviarono verso l’accampamento dalish.

Mithra rimase in silenzio dopo aver appreso l’intera storia; erano ormai in prossimità dell’insediamento dalish, già riuscivano a intravedere gli aravel disposti tutt’attorno alla radura.
«Mi dispiace averti dovuto dare questa brutta notizia» le disse Merevar. «So che tu e mio fratello andavate particolarmente d’accordo… era molto concentrato su di te all’ultimo raduno dei clan» ricordò con un sorriso nostalgico.
Una risata triste giunse in risposta da parte di Mithra. «A me sembrava più concentrato su Gheyna, come tutti quanti» replicò con una punta di stizza. «Lei e quei suoi maledetti capelli rossi.»
I gemelli risero a quelle parole, trascinando anche la cacciatrice nella loro ilarità.
«Eccoci, siamo arrivati. Vi prego, assicuratevi che i vostri compagni si comportino in modo adeguato» raccomandò ai gemelli mentre sbirciava con sospetto il loro gruppo.
Non appena fecero il loro ingresso nell’accampamento, esclamazioni gioiose vennero subito smorzate da occhiatacce ostili mentre gli elfi si avvedevano della presenza dei Mahariel prima, e del loro gruppo poi.
«Melinor?»
Una ragazza dal volto gentile e dai lunghi capelli castani raccolti andò incontro a Melinor.
«Lanaya!» esclamò quest’ultima, mentre entrambe allungavano le braccia per stringersi in un abbraccio.
«Che bello rivederti, Melinor! Cosa ci fai qui? Ti manda Marethari?» investigò l’altra, che come Melinor portava un bastone assicurato alla schiena. Era la Prima di quel clan. La ragazza scrutò con attenzione il gruppo, per poi restituire a Melinor un’occhiata interrogativa. «La tua veste e l’armatura di Merevar… siete forse…?»
«È una storia lunga e complicata, Lanaya… ma sì, ora io e Merevar siamo Custodi Grigi. Siamo venuti qui per richiedere l’aiuto dei dalish contro il Flagello.»
Lanaya rimase a bocca aperta, ma Mithra la riportò immediatamente con i piedi per terra.
«Devono conferire con il Guardiano, Lanaya. È impegnato con i malati?»
«Sì, ma penso possa liberarsi per un po’. Posso sostituirlo io per il tempo necessario.»
«Malati?» s’intromise Melinor con fare preoccupato. «Si tratta forse della corruzione della prole oscura?»
«La prole oscura non c’entra» smentì Lanaya, «ma un altro male altrettanto corrotto sta affliggendo la nostra gente. Venite, Zathrian vi spiegherà ogni cosa.»
Melinor e Merevar si scambiarono un’occhiata carica d’apprensione; seguirono Mithra e Lanaya attraverso l’accampamento chiedendosi quale altro male fosse in agguato, come se il Flagello che li aveva derubati di ogni cosa non fosse già abbastanza.

 

 

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