Anche durante il breve tragitto che li separava dall’infermeria del campo, gli sguardi ostili dei dalish li accompagnarono come ombre.
«Ora sono davvero lieto che abbiate deciso d’indossare le armature da Custodi Grigi», bisbigliò Alistair ai gemelli. Le occhiate indirizzate al biondino erano un po’ più indulgenti: persino fra i dalish i Custodi Grigi erano rispettati, per questo Melinor aveva suggerito d’indossare le loro divise appena entrati nella foresta.
«Guardano in modo strano perfino me», si stupì Zevran a mezza voce.
«Cercano di capire se sei un “orecchie piatte”» gli rispose Melinor.
«Ah, già… mia madre teneva un diario quand’era in vita, le sue compagne di bordello lo hanno lasciato a me. Ho letto qualche pagina prima che i Corvi mi comprassero, e ho appreso così l’usanza dalish di chiamare gli elfi di città orecchie piatte. Mia madre chiamava così i suoi nuovi vicini di casa nell’enclave elfica di Antiva.»
«Tua madre era una dalish?» si voltò di scatto Melinor, sorpresa; suo malgrado, perfino Merevar si trovò interessato alla cosa.
«Sì, lasciò il suo clan per un falegname che viveva nell’enclave della capitale; poi lui morì, lasciandola sola. Così, non sapendo come guadagnarsi da vivere, si ritrovò a lavorare in un bordello.»
Melinor gli lanciò un’occhiata carica di compassione.
«Oh, non guardarmi così, mia compassionevole amica», ridacchiò l’altro. «Le prostitute guadagnano bene ad Antiva, soprattutto se sono elfe. Non le è andata tanto male» aggiunse, finendo col far roteare gli occhi di Melinor.
«Aspettate qui, vado a chiamare Zathrian» li fermò Lanaya una volta raggiunte le prime tende riservate ai malati.
«Lei è la Prima di questo clan?» bisbigliò Alistair a Melinor.
«Sì. È in gamba, ha dovuto lottare per meritarsi questa carica. Lei non è nata tra i dalish, Zathrian l’ha trovata con una carovana di umani che la usavano come schiava quand’era solo una bambina. Solitamente i Primi vengono scelti anche in base al lignaggio, più il sangue di una famiglia è puro e antico e più probabilità ci sono che la magia scorra potente… Lanaya non è nulla di tutto ciò, eppure Zathrian l’ha scelta comunque come sua erede» raccontò l’elfa. Alistair le rivolse un sorriso mite.
«Sembri conoscerla bene» osservò.
«Siamo sempre andate d’accordo» ammise lei, sorridendo a sua volta. «Ci siamo incontrate per lo più ai raduni annuali dei clan, passavamo sempre del tempo assieme… la vita da Primi non è semplice, e solo un’altra persona che la vive può capirti. Stavamo a parlarne per ore.»
Si zittirono quando una figura autorevole apparve: un elfo dall’aspetto vissuto che nonostante ciò non sembrava anziano, alto e privo di capelli, il vallaslin sul suo volto che spiccava in modo particolare. Si avvicinò al gruppo con espressione gentile, nonostante fosse visibilmente stanco e provato.
«Andaran atish’an, Custodi Grigi», salutò il gruppo prima di concentrare le sue attenzioni sui due gemelli. «Melinor Mahariel… è una sorpresa trovarti nell’ordine dei Custodi, Marethari ha sempre parlato con grande orgoglio di te. Se ti ha lasciata andare deve aver avuto un buon motivo.»
«Sì, Guardiano Zathrian. Mio fratello Merevar aveva contratto la corruzione della prole oscura, e l’unica cura era il rituale d’Unione dei Custodi Grigi. Io ho voluto seguirlo.»
«Capisco; non dev’essere stato facile per voi», disse guardando Merevar, «ma sono lieto che siate entrambi in buona salute ora.»
«Lo stesso non si può dire del vostro clan, da quanto abbiamo sentito» disse con voce apprensiva Merevar, mentre uno sguardo fugace volava in direzione dell’infermeria. «Che sta succedendo?»
Zathrian sospirò. «La sciagura si è abbattuta sul nostro clan, gemelli Mahariel. Un branco di lupi mannari tormenta e infetta la mia gente con il suo morbo.»
I due gemelli sussultarono.
«Lupi mannari? Credevo fossero solo delle leggende!» esclamò Alistair.
«”Solo delle leggende”» gli fece il verso Morrigan, poco più indietro di lui. «Solo gli stolti considerano le leggende alla stregua di storielle.»
«Perché, tu che ne sai di lupi mannari?» rimbrottò Alistair.
«Flemeth mi ha raccontato qualcosa quand’ero bambina, ma non ha mai approfondito l’argomento. In ogni caso, so che ogni leggenda nasce da una verità.»
«Flemeth?» esclamò Zathrian, spostando rapidamente gli occhi da Morrigan a Melinor. «Parla di Asha’bellanar?»
«Sì, Guardiano. È stata lei in persona a salvarci a Ostagar.»
«Voi dalish sembrate avere una strana ossessione per mia madre… le avete perfino dato un nome nella vostra lingua» osservò Morrigan, puntellando le mani sui fianchi.
«Tua madre? Tu sei sua figlia?» esclamò ancor più forte Zathrian, cercando ancora una volta gli occhi di Melinor: si guardarono per qualche istante in modo significativo. Infine, Zathrian si schiarì la gola ritrovando la sua compostezza. «Asha’bellanar significa donna dai molti anni; sono certo che l’età di tua madre non sia un segreto per te», si rivolse a Morrigan. «Lei ha intrattenuto parecchi affari con la nostra gente, è antica e potente; per questo è assai rispettata.»
Morrigan aggrottò impercettibilmente le sopracciglia scure, ma le parole di Zathrian non sembrarono stupirla più di tanto. Annuì rispettosamente.
«Ma tornando a noi, Custodi» riprese il Guardiano, «so che siete venuti per richiedere il supporto dei dalish, come stipulato molti anni or sono… ma a causa della malattia diffusa dai lupi mannari non abbiamo i numeri per rispondere alle vostre necessità. Ir abelas» si scusò in elfico, abbassando il capo.
«Non esiste una cura per questo morbo?» indagò Merevar.
«Sì, e credetemi… abbiamo profuso ogni impegno nel tentativo di procurarcela, ma quelle bestie sembrano aver sviluppato una certa intelligenza» spiegò con rabbia al pensiero dei mannari. «Ogni volta che qualche esploratore ha tentato di lasciare la foresta in cerca d’aiuto, le bestie l’hanno ucciso o lasciato sospeso tra la vita e la morte. Abbiamo deciso di arrangiarci con le nostre sole forze, ma tutti i gruppi di cacciatori inviati alla ricerca dell’antidoto sono stati attaccati con vere e proprie imboscate.»
Melinor apparve confusa. «Sono davvero così intelligenti? Non so molto sui lupi mannari, ma da quanto conosco dovrebbero essere creature guidate dal cieco istinto e dalla furia…»
«Sono perplesso quanto te, credimi. Non ho idea di quando si siano evolute fino a un simile punto» sospirò, scuotendo il capo con rassegnazione. «Purtroppo non ho modo di aiutarvi, Custodi. So che il Flagello è alle porte, i lupi mannari hanno probabilmente tenuto alla larga la prole oscura da questa porzione di foresta… e temo non faremo in tempo a vedere il Flagello giungere fin qui. I nostri numeri sono già assai ridotti.»
«Potremmo cercare noi l’antidoto che vi serve», si fece avanti Merevar senza esitazione.
«Merevar!» esclamò con rimprovero sua sorella.
«Non possiamo lasciarli in queste condizioni!» ribatté l’altro, i suoi occhi risoluti quanto quelli di lei. «Siamo Custodi Grigi, ma siamo prima di tutto dalish. E i nostri fratelli sono in difficoltà. Abbiamo aiutato chiunque sul nostro sentiero finora, non puoi tirarti indietro proprio adesso che la nostra gente ha bisogno di noi!»
«Tua sorella ha ragione, Merevar» lo interruppe Zathrian, «anche se la tua devozione al Popolo è assai apprezzata. Marethari ti ha insegnato bene, Melinor: mai offrirsi volontari per missioni di cui non si conosce l’entità. Bisogna prima di tutto mirare al bene più grande per tutti.»
«Non fraintendetemi, Guardiano» si affrettò a specificare l’elfa. «Sarebbe un onore aiutare il vostro clan, ma dobbiamo prima di tutto preoccuparci del Flagello… o morirà l’intero Ferelden» disse con voce grave, mentre Zathrian annuiva con fare comprensivo. «Diteci cosa vi occorre, Guardiano. Se possiamo aiutarvi in tempi brevi, lo faremo molto volentieri.»
«La vostra generosità è grande, ragazzi. Ma se il compito dovesse sembrarvi troppo oneroso, non abbiate timore di rifiutarlo; è tutt’altro che una missione facile». Fece una pausa, durante la quale i gemelli annuirono. «I mannari che hanno attaccato il nostro clan discendono tutti da un lupo molto antico e pericoloso: il suo nome è Zannelucenti. Un tempo era un semplice lupo, ma poi uno spirito si è legato a esso rendendolo potente e selvaggio. Il suo morso ha infettato numerosi umani, che si sono in seguito ammalati, diventando i primi lupi mannari. Se riuscirete a uccidere Zannelucenti e a portarmi il suo cuore, potrei estrarne un antidoto contro la maledizione.»
«Non sembra un compito troppo difficile… sono sorpreso che i cacciatori non siano riusciti a portarlo a termine», commentò con sincera meraviglia Merevar.
«Come vi ho detto, queste bestie ci hanno colto di sorpresa con più di un’imboscata; non ci aspettavamo di cadere in una trappola, e questa negligenza ci è costata assai cara. Anche voi dovrete stare attenti: se vi morderanno vi ammalerete come il resto dei cacciatori sopravvissuti.»
«Più d’una maledizione per volta?» ridacchiò Alistair. «E io che credevo che la corruzione della prole oscura fosse più che abbastanza.»
Zathrian inclinò il capo di lato con aria interessata. «Il vostro amico umano potrebbe non essere del tutto nel torto… chissà, forse voi Custodi Grigi siete davvero immuni alla maledizione. Ma non vi consiglio di sfidare la sorte.»
«Che cosa succederebbe se venissimo morsi?» indagò Merevar.
Zathrian guardò prima Melinor, per capire quanto sapesse; e sapeva. «Vi trasformereste in lupi mannari dopo una lunga e febbricitante agonia», sussurrò al gruppo. Mithra, poco più in là, distolse lo sguardo; lei e Lanaya erano le uniche del clan a conoscere quella terribile verità. Mithra per proteggere meglio i cacciatori a lei sottoposti, Lanaya per via della sua posizione d’apprendista.
I gemelli si guardarono: Merevar incalzava con lo sguardo la gemella mentre lei, dal suo canto, sapeva che avrebbero potuto farcela.
«Vi aiuteremo», decretò infine.
«Ma serannas» s’inchinò davanti a loro il Guardiano, ringraziandoli nella loro lingua. «Comunque vada, vi sarò eternamente debitore. Se avrete successo avrete non solo i nostri cacciatori, ma anche quelli di tutti i clan che riusciremo a contattare.»
I due gemelli chinarono il capo in segno di rispetto.

Due ore più tardi erano già in cammino. Zathrian li aveva istruiti a dovere: Zannelucenti si trovava nel cuore della foresta, protetto dai suoi mannari. Dovevano cercare un grosso lupo bianco; il Guardiano aveva assicurato loro che l’avrebbero riconosciuto a prima vista.
«Voi Custodi Grigi non fate che stupirmi», borbottò Sten a Merevar. «Continuate a perdere tempo. Dovreste cercare l’Arcidemone e tagliargli la testa, non vagare alla rinfusa per tutto il Ferelden dedicandovi a tutt’altro.»
«Non mi aspetto che tu capisca», si limitò a replicare Merevar. «Se non ti va il nostro modo di gestire le cose puoi sempre andartene.»
Sten emise un rantolo di dubbia natura: non si capì se fosse di disapprovazione o d’ammirazione. «Almeno hai una ferrea convinzione, elfo. Questo te lo devo.»
Si stavano muovendo nella foresta da nemmeno una decina di minuti quando Merevar li fece fermare tutti.
«Ho sentito qualcosa» bisbigliò, le sue iridi che saettavano tutt’attorno. La sua mascella si tirò mentre le mani di tutti andavano a stringersi attorno alle rispettive armi. «Fen’Harel ma ghilana», imprecò il dalish. «Ci hanno circondati.»
Emersero dai cespugli e da dietro i tronchi degli alberi: enormi bestie dal pelo irsuto e con la bava alla bocca, alte almeno due metri, col muso e le zampe da lupo e la fisionomia umanoide. Avanzavano verso di loro ringhiando minacciosi.
«Fermi, fratelli e sorelle! Questi qui sono diversi.»
A parlare con quella voce roca e gutturale era stato uno di loro: sotto lo sguardo allibito dei presenti, la bestia avanzava verso i due dalish annusando l’aria. «Odorano di morte.»
Entrambe le fazioni restarono a studiarsi in silenzio per diversi istanti, ognuno valutando silenziosamente l’altro, ostili e curiosi al contempo.
«Voi non avete lo stesso odore degli elfi del clan. Chi o cosa siete?» li interrogò con fare poco amichevole lo stesso mannaro di poco prima.
«Siamo Custodi Grigi», parlò Melinor con gli occhi vigili incollati sulla bestia. Questa ridusse gli occhi a due fessure, come se stesse soppesando le sue parole.
«Astuto, il vecchio Zathrian. Manda elfi con odore diverso e degli umani a fare il suo lavoro sporco.»
Melinor non poté evitare di sbarrare appena gli occhi. «Voi… conoscete Zathrian?»
«Sì, noi lo conosciamo; ma lo stesso non si può dire di voi. Non vi ha detto nulla, vero? Eppure voi lavorate per suo conto come pedine inconsapevoli», ringhiò il mannaro con fare aggressivo.
«Che cosa avrebbe dovuto dirci?» chiese Melinor con fare interdetto.
«E perché dovrei perdere tempo a parlare con voi? È evidente che state cercando Zannelucenti per ucciderlo, come tutti i dalish venuti prima di voi!»
«Se c’è qualcosa che non sappiamo, gradirei conoscerne i dettagli» cercò di ammansirlo Melinor; tutti gli altri la fissavano con i sudori freddi che correvano lungo le loro tempie. «Magari possiamo trovare una soluzione pacifica. Perché avete attaccato il clan?»
«Non ti fidare di loro, Passosvelto», ringhiò un altro mannaro. «Sono dei bugiardi, lavorano per Zathrian; e lui non vuole la pace. L’ha dimostrato più volte.»
Quello che sembrava il capo dei mannari rimase assorto per pochi secondi; poi scoprì i denti.
«Andatevene, Custodi Grigi. Questa non è la vostra battaglia. Ma se ci seguirete nel folto della foresta vi considereremo nemici quanto gli elfi di Zathrian.»
Non diede tempo alla ragazza di ribattere: ululò e subito tutti gli altri mannari lo seguirono, sparendo fra gli arbusti in un attimo.
Il gruppo rimase immobile nella sua posizione per parecchi istanti, incerto sul da farsi.
«Beh, è stato… interessante» ruppe il ghiaccio Zevran. «Ora ce ne andiamo?»
«Assolutamente no, andiamo a cercare questo lupo e portiamo il cuore a Zathrian!» sbottò Merevar.
Melinor non commentò; annuì e si fece silenziosa mentre il gruppo ripartiva per raggiungere il cuore della foresta.

«Fate attenzione adesso, e state vicini a me» sussurrò al gruppo mezz’ora più tardi. «Quest’area pullula di Silvani.»
«Oh, ho sempre desiderato vederne uno» esclamò sommessamente Morrigan in un raro quanto unico moto di entusiasmo.
«Cosa sono i Silvani?» chiese Hawke.
«Alberi posseduti da spiriti», spiegò Melinor mentre si muoveva con fare guardingo. «Alcuni sono benevoli, ma la maggior parte impazzisce e attacca chiunque gli si avvicini.»
«Questa è nuova! Credevo che solo le persone potessero cadere vittime degli spiriti» si meravigliò Zevran.
«Nei luoghi dove il velo tra i mondi è sottile succede di frequente. Il velo si assottiglia nei posti intrisi di morte, e questa foresta è stata teatro di una grande battaglia tra elfi e umani, da quanto sappiamo noi dalish. Nulla attira gli spiriti più del sangue versato in grandi quantità. Se non trovano persone da possedere si accontentano di altre forme di vita, come animali o piante… a volte persino la roccia o gli oggetti.
Voi statemi vicini e non fate movimenti strani, conosco un incantesimo in grado di placare i Silvani.»
Si mossero con grande cautela seguendo la guida di Melinor. Nessuno fece una parola per oltre mezz’ora: la foresta era stranamente immobile e silenziosa. Evidentemente i lupi mannari la proteggevano con dovizia; eppure, nonostante fosse deserta e immota, si sentivano osservati.
Quella pace non durò a lungo: nonostante la loro prudenza, un gruppo di mannari riuscì a fiutarli e li attaccò. I guerrieri ebbero modo di assaggiare la forza sovrumana di quelle bestie, i cui artigli affilati avrebbero dilaniato le loro carni con estrema facilità, se non fosse stato per le armature. Attaccavano con rapidità e furia, e fu estremamente difficile evitare le loro mascelle scattanti.
Merevar stava per abbattere l’ultima delle bestie, quando quella lo fermò con un latrato.
«Ma ghilana mir din’an!»
Merevar si fermò immediatamente; sobbalzò nel vedere Alistair e Sten avventarsi sulla creatura.
«Fermi!» disse parandosi fra le due parti. «Questo è un elfo!»
«Cosa?» esclamò Alistair guardando il mannaro.
«Mi ha parlato nella nostra lingua!» replicò l’altro.
«Ma ghilana mir din’an» implorò ancora il mannaro, con aria sofferente.
«Sembra stia soffrendo… cos’ha detto?» chiese Leliana con espressione triste.
«Ha chiesto di condurla alla morte», si avvicinò Melinor. S’inginocchio accanto al mannaro. «Eri uno di noi, vero?»
La creatura annuì. «Mi chiamo… Danyla. Voi due… siete dalish» parlò con grande fatica.
«Stiamo aiutando Zathrian a trovare un antidoto per la maledizione», le spiegò Melinor con fare gentile.
«Loro… non ve lo permetteranno» sillabò Danyla. «I mannari proteggono… Zannelucenti…» S’interruppe per gridare di dolore. «La maledizione… brucia nelle mie vene!» uggiolò. «Vi prego… uccidetemi!»
«No, Danyla… non arrenderti proprio ora» si accucciò accanto a lei anche Merevar. «Presto tornerai come prima, ti aiuteremo noi.»
«No», scosse il muso peloso l’altra. «Non posso più sopportarlo!»
«Forse io posso aiutare», si fece avanti Hawke. Per un attimo i suoi occhi e quelli di Merevar s’incrociarono, ma subito Hawke li spostò su Melinor. «Posso usare il ghiaccio perenne su di lei. Non soffrirà più finché non spezzeremo la maledizione.»
Melinor si voltò verso la diretta interessata. «Cosa ne dici, Danyla? Conosciamo un incantesimo che può aiutarti. Non vorresti tornare dal tuo clan?»
Danyla sembrò indecisa, ma alla fine decise di annuire. «Ma se fallirete… promettete di tornare qui e uccidermi. Mio marito… lui verrà a cercarmi… non voglio che mi veda così.»
«Lo promettiamo», intervenne Merevar, un’inconsueta gentilezza nella sua voce. «Ora lascia che ti aiutiamo.»
La mannara rimase immobile a terra mentre Hawke evocava su di lei il ghiaccio: l’espressione di Danyla sembrava sempre meno sofferente man mano che il ghiaccio saliva verso la sua testa.
«Gra…zie» emise un flebile suono giusto prima di essere completamente avvolta dal ghiaccio. Una volta terminato il suo lavoro, Hawke si passò un braccio sulla fronte sudata. Melinor le posò una mano sulla spalla per ringraziarla; la ragazza rispose con un cenno della testa e con evidente imbarazzo. Non avevano più parlato dopo l’incidente con Zevran, ma Melinor non sembrava affatto avercela con lei; era Hawke a sentirsi in qualche modo colpevole. Ma non era il momento di riappacificarsi: dovevano proseguire.

Raggiunsero infine il cuore della foresta, ove una fitta coltre di nebbia impediva loro di vedere oltre.
«Nebbia in questa stagione? È molto strano» alzò un sopracciglio Merevar.
«Non è nebbia normale», dedusse Morrigan. Tutte le maghe presenti annuirono: c’era della magia all’opera.
«Non è nemmeno magia normale», decretò Melinor. «Aspettate qui.»
Senza alcun preavviso svanì oltre il muro di nebbia.
«Accidenti, Melinor! Torna indietro!» esclamò Alistair preoccupato.
«Odio quando fa così» brontolò Merevar, incrociando le braccia con fare scocciato. Ma pochi istanti dopo Melinor ricomparve: sembrava stralunata.
«Che…? Sono tornata indietro? Ma ho camminato in linea retta…» mormorò.
«Sembra che questo lupacchiotto sappia proteggersi per bene», commentò Hawke.
Melinor tentò di aggirare la nebbia in tutti i modi, magici e non: nemmeno con tutte le maghe presenti riuscirono a superarla, e provando a seguirne il perimetro scoprirono che sigillava una grande area circolare.
Fu durante quel tragitto che incapparono in un personaggio bizzarro.
«Voi! Chi siete voi? No no no, loro vi hanno mandati! Ma non mi troveranno mai, oh no!»
Un vecchietto dall’aria gracile e folle aveva allestito un rudimentale accampamento nel cuore della foresta: blaterava parole apparentemente senza senso, ma non sembrava pericoloso.
«Quest’uomo è un mago… e molto potente, direi. Lo percepisci anche tu?» bisbigliò Morrigan a Melinor. L’elfa annuì e poi si fece avanti.
«Scusatemi, buon uomo… noi stiamo cercando di oltrepassare la nebbia. Sapreste dirmi come riuscirci?»
«Oh oh oh, volete andare di là?» ridacchiò. «I lupi hanno amici fra gli alberi, non vi lasceranno passare. Ma voi potreste ingannarli, sì.»
«E voi sapete come farlo?»
«Sì, sì. Ma no, no! Non ve lo dirò, loro vi hanno mandato!»
«Che sta succedendo qui?»
Tutti si voltarono verso la nuova voce arrivata: un giovane elfo dalish arrivava portando un mucchietto di legna.
«Aneirin?» esclamò Wynne, gli occhi azzurri solitamente così minuti ora grandi come biglie. «Sei davvero tu?»
L’elfo si fermò guardando l’anziana con aria dubbiosa. «La vostra voce è familiare…»
L’anziana deglutì visibilmente prima di parlare. «Sono Wynne. Ti ricordi di me?»
«Wynne… del Circolo» ricordò il giovane. Posò la legna a terra. «Cosa ci fate qui?»
Ma l’anziana era troppo sopraffatta dal momento per rispondere a quella domanda. «Credevo fossi morto», disse con voce tremolante. «Dopo la tua fuga i templari me l’hanno lasciato credere…» scosse il capo argentato abbassando le palpebre. «Mi dispiace Aneirin, è stata solo colpa mia.»
L’elfo assunse un’aria compassionevole; si avvicinò a Wynne e la prese delicatamente per un braccio. «Venite, parliamo un po’.»
«Oh, Aneirin… mi piacerebbe molto, ma siamo qui in missione ufficiale…»
«Va’ pure, Wynne» la incoraggiò Melinor. «Dobbiamo riuscire a convincere questo signore a dirci come superare la nebbia, e temo ci vorrà un po’» commentò, spostando lo sguardo sul vecchio pazzo.
«Dovete raggiungere il cuore della foresta? È molto pericoloso, i mannari hanno la loro base lì», sì stupì Aneirin.
«Lo sappiamo, ma dobbiamo trovare Zannelucenti per conto del Guardiano», gli spiegò Merevar.
«Oh, capisco… vi manda Zathrian» annuì Aneirin. Poi si rivolse al vecchio. «Puoi fidarti di queste persone, sono amici. Non li hanno mandati loro. Aiutali a superare la barriera.»
Il vecchio iniziò a mugugnare qualcosa d’insensato mentre Aneirin si appartava con Wynne.
«Chi sono loro?» sussurrò la maga.
«Non lo so. Conosco il vecchietto da anni, e ancora non sono riuscito a capirlo.»

Mentre i due parlavano, il vecchio allestì un cerchio di pietre e si preparò a eseguire il rituale. Serviva una pelle di lupo mannaro, che recuperarono dalle carcasse lasciate dallo scontro avvenuto poco prima. Il vecchio incantò la pelle e poi la rese a Melinor.
«Ecco qui. Basta che uno di voi la indossi e ingannerete gli alberi: vi scambieranno per lupi mannari e vi lasceranno passare.»
Nel frattempo Wynne e Aneirin si riavvicinarono al resto del gruppo, entrambi visibilmente emozionati.
«Grazie dell’aiuto», disse Melinor al vecchio e ad Aneirin.
«Sì, sì… basta che non lo diciate a loro!» gridò il pazzo, iniziando a saltellare e dimenarsi come un forsennato.
Aneirin scosse la testa con un sospiro a metà fra l’esasperato e l’affettuoso. «Mi raccomando, fate attenzione.»
Si congedarono gli uni dagli altri, con Wynne riluttante ad andarsene; ma infine riuscì a distogliere lo sguardo dal giovane elfo e a proseguire per la sua strada.
«Un vecchio amico?» le chiese Alistair.
«Ero la sua mentore al Circolo, molti anni fa… era poco più d’un bambino all’epoca», gli confidò Wynne. «Era assai promettente, ma io non ho saputo valorizzarlo. Ero così severa ed esigente, con la sola conseguenza di farlo chiudere in sé stesso. Finché un giorno non è scappato dal Circolo; i templari lo hanno inseguito, e al loro ritorno mi hanno lasciato credere che fosse morto… invece aveva trovato i dalish» sospirò con sollievo. «Se solo fossi stata più comprensiva… non sarebbe mai scappato.»
«Sono certa che non serba alcun rancore nei vostri confronti», le disse Leliana con la sua consueta dolcezza.
«Alla fine tutto si è risolto per il meglio, ha trovato un clan. Anche se in passato avete avuto qualche incomprensione ora Aneirin è adulto, sono certo che comprende ciò che vi spingeva a essere severa» si accodò Melinor.
«È proprio quello che ha detto, in effetti» disse l’anziana con un sorriso sollevato. «Grazie di avermi portata con voi, Custodi. Per anni ho avuto questo rimpianto, e ora finalmente so che Aneirin sta bene.»
Così parlando raggiunsero la barriera di nebbia. Merevar prese la pelliccia e se la mise sulle spalle.
«Lasciate andare avanti me.»
Si mise in testa alla processione e s’immerse nel bianco vapore fluttuante; gli altri lo seguirono. In pochi secondi si ritrovarono tutti dall’altra parte, e ciò che videro li lasciò a bocca aperta.
Un grande edificio in rovina emergeva dal fitto della vegetazione: davanti a esso, Passosvelto e una schiera di lupi mannari ringhiava contro di loro.  

 

 

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