Un branco di lupi mannari era in attesa davanti alle rovine del tempio: ringhiavano con la bava alla bocca e le mascelle scattanti mentre il gruppo avanzava con le armi strette nei pugni. Si fermarono a parecchi metri di distanza.
«Vi avevo detto di andarvene», grugnì Passosvelto ergendosi davanti a tutti gli altri mannari, «ma non mi avete ascoltato. Avete scelto di morire!»
«Aspettate», tentò d’iniziare un dialogo Melinor. «Non è necessario uno scontro, possiamo risolverla diversamente!»
Le sue parole si persero nel cacofonico miscuglio di ringhi e ululati mentre i mannari scattavano in avanti. Senza altra scelta, il gruppo si preparò a difendersi.
«Fermi!»
Una voce imperiosa tuonò, il riverbero che si espandeva in tutta la foresta: era una voce profonda e femminile. Un enorme lupo bianco balzò fuori dalla vegetazione per mettersi fra le due fazioni: i mannari si immobilizzarono immediatamente, ipnotizzati dal suo sguardo risoluto.
Una freccia sibilò lesta nell’aria facendo voltare il lupo, ma questi fece appena in tempo a vederla: prese fuoco a mezz’aria, finendo col diventare una nuvoletta di polvere volante.
«Melinor, ma che fai?» esclamò Merevar, la corda dell’arco ancora tesa. «Quello è Zannelucenti!»
«So bene chi è», ribatté lei puntando il bastone a terra. «E so anche che tu lo hai attaccato mentre stava impedendo ai suoi mannari di sbranarci.»
Merevar la squadrò incredulo. «Dobbiamo ucciderlo! È l’unico modo per salvare il clan!»
«Questo è quello che ha detto Zathrian. Non sappiamo se è la verità.»
Con gli occhi fuori dalle orbite per la rabbia, Merevar incoccò un’altra freccia, ma Melinor gli puntò contro il bastone.
«Provaci, Merevar, e ti giuro che incenerirò il tuo arco!»
Le orecchie del lupo si drizzarono mentre la sua attenzione si concentrava sull’elfa.
«Ti ha dato di volta il cervello?» gridò Merevar. «Da quando siamo arrivati all’accampamento non fai che comportarti in modo strano! Quando Zathrian ci ha esposto il problema hai voluto sentire i dettagli prima decidere se aiutarlo… quella è la nostra gente, Melinor! Non avresti dovuto pensarci due volte! Noi siamo dalish, ci sosteniamo a vicenda da ere… sembra che tu lo abbia dimenticato! Forse hai passato troppo tempo con tutti questi shemlen» disse con disprezzo. Non sputò a terra, ma fu come se l’avesse fatto: tutti gli umani presenti non mancarono di guardarlo con risentimento.
Melinor serrò le labbra nel tentativo di mantenere la calma. Esalò un lungo respiro prima di parlare. «Forse agisco così perché conosco la nostra gente meglio di te!» sbottò, sorprendendo tutti quanti con un insolito fervore. «Io so cose che tu nemmeno immagini, anche su Zathrian! Quindi evita di trattarmi come se fossi una qualsiasi orecchie piatte!»
«Dubito che tu conosca tutta la verità su Zathrian, ragazza.»
Tutti tornarono con l’attenzione su Zannelucenti. A giudicare dalla voce, sembrava essere una lupa.
«Ne sono consapevole, e sembra che voi invece sappiate molto su di lui» le rispose la dalish. «Ci ha mandati a prendere il tuo cuore, ma non intendo eseguire i suoi ordini finché non saprò come stanno realmente le cose. Non voglio fare il lavoro sporco per qualcuno che mi nasconde la verità.»
Zannelucenti la studiò con i suoi strani occhi neri, profondi come notti senza luna. «Tu sei dalish. La vostra gente è molto unita e fedele alla propria razza, e tuo fratello ne è un esempio perfetto. Eppure tu sembri non fidarti di Zathrian… cosa ti spinge a voltare le spalle alla tua stessa gente per dare ascolto alla mia?»
«Già, Melinor… cosa ti spinge a comportarti come una stupida?» si accodò Merevar incrociando le braccia sul petto.
Melinor l’ignorò volutamente, restando concentrata su Zannelucenti. «Zathrian è conosciuto e rispettato da tutti i dalish: nessuno ha mai vissuto tanto quanto lui, e nessuno sa di preciso quanti anni abbia. Per questo è considerato il primo dalish ad aver compiuto un passo verso il ritorno all’immortalità. Tuttavia, i Guardiani dalish non vedono la cosa di buon occhio: Zathrian si rifiuta di rivelare la sua età, e questo è di per sé sospetto.
Inoltre c’è la faccenda delle linee di sangue. Si dice che il sangue degli antichi Elvhen scorresse talmente lento da essere quasi immobile, garantendoci così l’immortalità; e si pensa che il suo flusso sia stato velocizzato quando abbiamo iniziato a mischiarci con gli umani, fino a renderci creature mortali come le altre. Se questa teoria fosse corretta, le linee di sangue più antiche e pure dovrebbero essere le più longeve; Zathrian non discende da una dinastia molto antica, eppure vive più a lungo di tutti. I Guardiani pensano che abbia un segreto che tiene ben celato… e voi mi state confermando che è così.»
Zannelucenti la guardò con interesse. «Io conosco il segreto di Zathrian, e sono disposta a parlarvene. Ma dimmi, elfa: se dovessi scoprire che Zathrian è nel torto, cosa farai?»
«Non posso decidere senza conoscere i dettagli, ma posso dirvi questo: voglio evitare altri inutili bagni di sangue» disse accoratamente Melinor, apparendo stanca ed esausta. «Abbiamo un Flagello davanti a noi, abbiamo visto morire tante persone… e molte altre moriranno ancora. Se è possibile, vorrei risolverla pacificamente.»
Zannelucenti rimase in silenzio alcuni istanti, studiando la ragazza come se potesse leggerle dentro. «Allora parleremo. Avete la mia parola che nessuno dei miei compagni vi attaccherà. Vi chiedo la stessa cortesia.»
«Accettiamo. Ma se doveste attaccarci per primi, ci difenderemo.»
Zannelucenti annuì con il muso candido. Poi annusò l’aria. «Non possiamo parlare qui. Orecchie indiscrete potrebbero origliare. Seguiteci nelle rovine.»
Si voltò, iniziando a dirigersi verso la costruzione polverosa.
«Certo, come no… non ha per niente l’aria di essere una trappola» le gridò dietro Merevar.
«Posso comprendere la tua diffidenza. Ti assicuro che non c’è alcuna trappola, ma non mi aspetto che tu mi creda. Camminate dietro di noi, anche a distanza se preferite: noi apriremo la strada e voi ci potrete tenere d’occhio.»
Con fare un po’ titubante, il gruppo si mise in cammino dietro ai lupi. Sparirono all’interno delle rovine.

 

«Questo luogo è… è incredibile» mormorò Morrigan una volta all’interno, gli occhi gialli pieni di entusiasmo e meraviglia come mai il resto del gruppo li aveva visti. Era ovvio che i luoghi antichi e avvolti dal mistero come quello l’affascinavano molto. «Non ho mai visto né sentito parlare di rovine come queste… gli elementi architettonici sono una fusione tra l’antico stile elfico e quello dell’impero Tevinter!»
«Ci sono raffigurazioni degli Dei di entrambe le razze» osservò Zevran. «Forse qui vivevano sia uomini che elfi. Trattandosi del Tevinter, probabilmente gli elfi erano schiavi.»
Merevar avvertì una fitta allo stomaco: aveva avuto quella stessa conversazione con Tamlen durante la loro maledetta escursione fra le rovine. In effetti lo stile e gli ambienti erano i medesimi in entrambi i siti: incisioni in elfico antico si potevano trovare ovunque, perfettamente integrate nello stile imperioso e solenne tipico del Tevinter.
«Non ci sono riferimenti a rovine simili in nessuno dei libri del Circolo» commentò Wynne. «Se qualche autorità ne è a conoscenza, non vuole che si venga a sapere…»
«Probabilmente divulgare un’informazione del genere è considerato sconveniente» ipotizzò Leliana. «Elfi e umani che condividevano lo stesso spazio? Sarebbe una scoperta sconcertante.»
«Questo luogo ha molti secoli sulle spalle, forse millenni» disse Melinor. «Non potremo mai sapere cosa è successo qui.»
«C’è stato un tempo in cui elfi e umani convivevano pacificamente». La voce di Zannelucenti riecheggiò attraverso i grandi corridoi in rovina fino a raggiungere il gruppo. «Un tempo molto, molto lontano… gli elfi tentarono d’istruire la giovane razza umana con la loro conoscenza, e a questo scopo diversi luoghi come questo furono eretti.»
«E tu come lo sai?» sbottò Merevar infastidito.
«Io c’ero. Ho vissuto per ere intere come spirito prima di diventare Zannelucenti.»
«Quindi hai assistito all’inizio della guerra fra le nostre genti?» chiese Alistair meravigliato. «Cos’è successo?»
«Quello che succede sempre: la brama di potere e la superbia si sono impossessate dei cuori di tutti. Sapete già com’è andata a finire» concluse, restando in silenzio per tutto il resto del tragitto. Nessuno osò fare altre domande.
Le rovine scendevano diversi piani sotto il livello della superficie: man mano che proseguivano iniziavano a passare attraverso ambienti sempre nuovi. La maggior parte delle stanze era stata occupata dai lupi mannari, che uggiolavano o ringhiavano al loro passaggio: li guardavano con diffidenza attraverso le porte aperte, e il gruppo ebbe modo di vedere come quelle creature si erano adattate a vivere là sotto.
«Sembrano… sembrano persone» mormorò Hawke, sorpresa. I lupi avevano creato rudimentali letti, focolari per cucinare, alcuni portavano addosso addirittura qualche straccio a mo’ d’abito. C’erano cuccioli che giocavano con sassi e pezzi di legno e madri che li prendevano per nasconderli agli occhi degli estranei.
Alla fine del tragitto si ritrovarono in un ampio ambiente circolare: resti di un colonnato ne delimitavano lo spazio, ed enormi radici avevano preso possesso delle pareti creando un maestoso e pittoresco effetto naturale.
«Sembra un tempio» mormorò Melinor.
«Qui è dove sono stata creata» disse Zannelucenti, portandosi su quella che doveva essere stata l’area adibita ad altare.
«Sei stata… creata? Zathrian ha detto che uno spirito si è unito a un lupo, dando vita a ciò che sei ora» obiettò Melinor, confusa ma non troppo sorpresa.
«Ed è così; ma ha omesso un dettaglio assai rilevante. È stato lui a vincolarmi al lupo, non è stata una mia scelta.»
Tra lo stupore generale, la grande lupa bianca s’illuminò: la sua sagoma luminosa prese a mutare fino ad assumere una forma umanoide. Gambe, braccia, testa: quando la luce si diradò, una nuova creatura si ergeva innanzi al gruppo. I lupi mannari che li avevano accompagnati fino a lì si disposero tutt’attorno a quello che sembrava uno spirito femminile, dai lunghi capelli e occhi neri e dalle estremità avvolte da radici. Fiori e rampicanti adornavano le sue forme risaltando sulla sua pelle verdastra.
«Questa era la mia forma prima che Zathrian mi trasformasse in Zannelucenti: mi chiamavano la Signora della Foresta. Vivevo nell’Oblio, e da lì vegliavo e proteggevo la foresta tenendo lontani i demoni che volevano passare dall’altra parte.»
«Tu eri lo spirito guardiano di questa foresta?» quasi sbiancò Melinor. «Ho sentito parlare di spiriti come te… dovevi essere molto potente per proteggere una foresta così grande. Come è riuscito Zathrian a vincolarti? Un rituale simile richiede un potere immenso… avrebbe potuto morire!»
«Già, è una follia anche solo provarci» fu d’accordo Morrigan.
«È stato spinto dalla disperazione» rivelò la Signora della Foresta abbassando appena lo sguardo. «Da giovane aveva una famiglia: una moglie e due figli. Un giorno il suo clan passò accanto a un insediamento di umani, i quali non la presero bene; rapirono alcuni di loro nella notte, tra cui la sua famiglia. Uccisero tutti, tranne sua figlia: la violentarono e la picchiarono, lasciandola moribonda nella foresta. Fu ritrovata e curata dal clan, ma non fu mai più la stessa. Come se il dolore di quel trauma non fosse stato sufficiente, qualche mese dopo scoprì d’essere rimasta incinta. Non poteva sopportare l’idea di portare in grembo il frutto di quei soprusi, e un giorno, all’improvviso… si tolse la vita.
Fu allora che Zathrian perse la ragione: reso cieco dal dolore e dal desiderio di vendetta, venne qui e mi evocò. Impietosita dalla sua sofferenza accettai di sottopormi al rituale di vincolamento: credetti di poter continuare a proteggere la foresta in una nuova forma, pensai che così avrei potuto evitare che la storia di Zathrian si ripetesse… ma noi spiriti non abbiamo idea di come sia la vita quaggiù. Non conosciamo la potenza delle emozioni e degli istinti. Non appena m’incarnai gli istinti del lupo presero il sopravvento: diventai lo strumento perfetto per la vendetta di Zathrian, andai al villaggio degli umani e li sbranai tutti. I pochi sopravvissuti vennero infettati dal mio morso, diventando così i primi lupi mannari.
Quando mi riappropriai della mia volontà e mi resi conto di ciò che avevo fatto, mi rifugiai qui. Per anni restai sola tra queste rovine, pentendomi della mia scelta e delle mie azioni… finché i mannari non mi trovarono. Senza che lo volessi mi scelsero come loro capo, e fu allora che vidi la possibilità di rimediare ai miei errori. Pensai che in fondo quelle creature erano esseri umani: doveva pur esserci un modo per ridestare la loro umanità. Impiegai anni e anni, e alla fine riuscii con fatica nel mio intento. Ma più i mannari tornavano consapevoli, più il loro dolore diventava insopportabile: la maledizione scorre come fuoco nelle loro vene, bruciando come l’ira di Zathrian nei loro confronti.
Non potevo più vederli in quello stato: decisi di affrontare Zathrian per chiedergli di annullare il suo incantesimo e rilasciare la maledizione. Tentai di avvicinarlo più volte nella foresta, ma si è sempre allontanato rifiutando di parlarmi. Smise persino di recarsi nella foresta pur di evitarmi, delegando i suoi compiti ad altri. Così presi una decisione: l’avrei costretto a ragionare. Se i suoi preziosi elfi si fossero ammalati, sarebbe stato costretto a spezzare la maledizione per salvarli… invece…» sospirò rassegnata. «Ha escogitato un modo più in linea con il suo pensiero per aggirare l’ostacolo.»
«E ha fatto bene!»
Tutti si voltarono verso Merevar.
«Queste bestie si meritano tutto questo! Hanno ucciso la sua famiglia e sono state punite!»
Lo spirito assottigliò appena le fessure dei suoi occhi.
«Tu assomigli molto al giovane Zathrian… hai tanta rabbia dentro di te. Forse perché il tuo destino è stato simile: tuo padre è morto per mano degli umani, non è così? E in un certo senso anche tuo fratello: se quegli umani non fossero andati a caccia di tesori nella foresta, non avreste mai trovato quelle rovine… lui non sarebbe morto, e tu non avresti mai dovuto abbandonare il tuo clan.»
Merevar tirò la mandibola: lo spirito riusciva a vedere dentro di lui con una facilità assurda.
«Quegli umani hanno arrecato un grande torto a Zathrian, è vero. Ma rifletti, giovane elfo» lo esortò, indicando i mannari tutt’attorno. «Nessuno di loro è qui oggi. Perché queste creature devono pagare per i crimini commessi secoli or sono da altri?»
«Vedo che stai cercando di farti nuovi amici, spirito.»
Tutti si voltarono verso la porta che conduceva al tempio sotterraneo: Zathrian fece il suo ingresso accompagnato dai rantoli e dai grugniti dei mannari nella stanza. Alcuni di loro fecero per scattare verso di lui, ma la Signora della Foresta li trattenne con un semplice gesto della mano.
«Zathrian, cosa ci fate qui? Come siete riuscito ad arrivare quaggiù?» sgranò gli occhi Merevar, correndogli incontro.
«Ho seguito voi, e un po’ di magia mi ha protetto una volta nelle rovine.» Posò lo sguardo su Melinor, che lo fissava a distanza con espressione indecifrabile. «Temevo che lo spirito avrebbe tentato di far leva sul buon cuore di tua sorella.»
«Voi mi avete mentito» ribatté lei con espressione austera. «Avete creato voi la maledizione, siete il responsabile di tutto questo.»
«Tutto ciò che ho fatto l’ho fatto per proteggere il mio clan.»
«Davvero? Quanti membri del clan avete perso solo perché non avete voluto parlare con la Signora?»
«Ragiona, ragazza: guarda cos’hanno fatto. Non sono stati ascoltati e hanno deciso di costringermi ad agire con la violenza. Non sono diversi dai loro predecessori!»
«Perché non dici loro la verità, Zathrian?» li interruppe la Signora. «Dì loro che non vuoi spezzare la maledizione perché ciò ti condurrebbe alla morte.»
Tutti gli occhi si puntarono sul Guardiano.
«Zathrian ha usato la magia del sangue per vincolarmi» continuò la Signora, inarrestabile. «Ha dovuto usare tutto il suo sangue: se vive ancora è solo perché la sua essenza vitale è legata alla maledizione e la alimenta. Questo è il segreto della sua lunga vita: finché la maledizione esiste, lui può vivere. Spezzarla significherebbe spedire nell’Oblio la sua anima.»
«Ma certo, ora si spiega tutto» quasi scoppiò a ridere Merevar con fare polemico. «Tu biasimi Zathrian perché vuole vivere, ma tu non sei diversa. Uno dei due deve morire, e chiaramente tu suggerisci che dovrebbe essere lui!»
«Sei in errore, ragazzo» scosse il capo lo spirito. «Io morirò in ogni caso. Non m’importa del mio destino, che è comunque segnato. Ciò che m’importa è che se Zathrian avrà il mio cuore, curerà solo la sua gente; se invece spezza la maledizione, libererà tutti quanti.»
Melinor fissò il suo sguardo in quello di Zathrian. «Questa storia è andata avanti fin troppo a lungo, Guardiano. È ora di fare la cosa giusta: spezzate la maledizione.»
«Melinor!» esclamò Merevar incredulo. «Ma che stai dicendo? Morirà!»
«Sì, e morirebbe facendo il suo dovere!» picchiò a terra il suo bastone. «Non capisci? Non ci sarebbe più alcun lupo mannaro a minacciare il clan, e tutti tornerebbero a essere le persone che sono destinate a essere!»
«Umani o mannari… non fa differenza. Restano comunque delle bestie» disse con rabbia Zathrian. «Tu sei giovane, Melinor; sei ingenua. Lo posso capire, ti sei perfino innamorata di uno di loro… probabilmente hai visto solo il lato roseo della medaglia, ma io ho visto il lato marcio. Gli umani sono pericolosi, e io non intendo lasciarli liberi di compiere le loro atrocità! Non di nuovo!»
«Questa è un’assurdità! Non sono tutti uguali, non potete condannarli tutti per i crimini che solo alcuni di loro hanno commesso!»
«Adesso basta, Melinor!» gridò Merevar. «Non ti importa niente di ciò che Zathrian ha dovuto passare? La sua è solo una delle tante storie dei dalish, e hanno tutte la stessa morale: non ci possiamo fidare degli umani! Il fatto che tu ne abbia incontrati un paio di buoni non li rende una razza affidabile!»
L’espressione di Melinor tradì un certo disgusto. «Hai proprio un bel coraggio a parlare così! Alcuni di loro hanno rischiato la vita per te, o lo hai già dimenticato? Quale bestia farebbe una cosa del genere?»
Gli occhi di Merevar saettarono automaticamente verso Alistair, trovandolo con un misto di emozioni impresse sul volto: era allibito, deluso, indignato. Ma la cosa non toccò minimamente il dalish.
«Mi dispiace, Melinor. Ma io sto e starò sempre dalla parte della nostra gente. È quello che facciamo da ere, ed è quello che dovresti fare anche tu. Se vuoi sacrificare Zathrian per salvare quelle bestie, allora» i suoi occhi si indurirono «non sei più una dalish.»
Gli occhi di Melinor si sbarrarono mentre le sue sopracciglia si inarcavano verso il basso. Il suo visino perfetto venne deturpato da un’espressione traboccante di rancore. Alcune scintille elettriche iniziarono a divampare dalla mano stretta attorno al bastone. «Rimangiati subito quello che hai detto.»
Merevar incrociò le braccia senza cedere minimamente: mantenne lo sguardo in quello della sorella senza dare il minimo segno di pentimento.
«Un vero dalish protegge la sua gente» parlò ancora l’elfa, trattenendo a stento la rabbia. «Tu, Zathrian, sei solo un ipocrita. Bisogna prima di tutto mirare al bene più grande per tutti… queste sono parole tue, ricordi? Me le hai dette qualche ora fa. Trovo curioso il modo in cui le applichi, perché al momento stai proteggendo solo il tuo orgoglio. La tua gente sta morendo per colpa tua!»
«No, Melinor. Sta morendo per colpa tua» perse la pazienza Merevar, mentre gli occhi e le bocche di tutti si spalancavano. «Se non avessi incenerito la mia freccia ora avremmo il cuore di Zannelucenti, e il clan sarebbe salvo! Invece continui a metterti in mezzo, insisti nel voler salvare la gente sbagliata!»
In pochi secondi, Melinor fu di fronte al gemello: uno schiocco secco riecheggiò nell’antico tempio mentre la sua mano rivoltava il volto di Merevar.
«Come osi» scandì le parole con la voce tremante di rabbia. «Io voglio solo evitare altre morti inutili. Ma tu… tu non vuoi capire, non vuoi accettare la situazione. Sei proprio come Zathrian, legato al tuo rancore!»
Si voltò e raggiunse a grandi passi la Signora della Foresta, piazzandosi al suo fianco.
«Vuoi il suo cuore, Merevar? Dovrai scontrarti con me, perché io intendo fare la cosa giusta.»
L’espressione dell’elfo si fece rabbiosa. «Non costringermi, Melinor. Ti ho già detto da che parte sto, e non cambierò idea.»
Per un breve istante la dalish tradì la sua delusione: l’espressione irosa fu smorzata dall’amarezza del tradimento. «Non posso crederci» scosse il capo, l’espressione incredula e disgustata. «Quando hai contratto la corruzione della prole oscura ho dovuto scegliere: i dalish o il mio sangue. Ho fatto la mia scelta senza pensarci due volte… ho scelto di seguire te. Invece tu hai scelto i dalish.»
Merevar non rispose, e lei non aggiunse altro. Le scintille che scoppiettavano attorno alle sue mani parlavano per lei.

 

 

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