Alistair alternava lo sguardo esterrefatto fra i gemelli, una schierata accanto alla Signora della Foresta e l’altro con Zathrian.
«Andiamo ragazzi, non farete sul serio» rise nervosamente. «Voi due siete… siete voi due! Melinor, tu hai rinunciato alla tua posizione di futura Guardiana per lui… e tu», si volse verso Merevar, «tu l’adori almeno quanto lei adora te! Mi hai quasi pestato a sangue per lei!»
L’occhiata che l’elfo gli scoccò fu glaciale e rovente allo stesso tempo. «Non ti conviene ricordarmelo, shemlen. Prima c’era Melinor a trattenermi, ma ora nemmeno lei potrebbe fermarmi. Ti conviene starmi alla larga, o stavolta farò di peggio che pestarti a sangue.»
Osservandolo, Alistair comprese che faceva sul serio; indietreggiò in direzione di Melinor, serio in viso.
«Non oseresti» sibilò minacciosa la dalish al fratello, sbattendo violentemente il bastone a terra.
«Fatti da parte, Melinor. Non voglio farti del male» replicò l’altro mentre le sue dita si stringevano all’arco come un serpente attorno alla sua preda; ma lei non si mosse.
«Tutto questo è assurdo.»
La baritonale voce di Sten riecheggiò nel tempio in rovina insieme al suono dei suoi pesanti passi metallici mentre avanzava verso la Signora della Foresta.
«L’elfo ha ragione, stiamo perdendo tempo. La soluzione è proprio davanti ai nostri occhi: prendiamo quel cuore e facciamola finita. Il nostro obiettivo è l’arcidemone!»
«Stai al tuo posto, Sten!» Melinor si parò fra il qunari e la Signora della Foresta brandendo il suo bastone.
«Non prendo ordini da te», esordì Sten senza alcuna emozione. «Sarai anche il capo che tutti hanno scelto, ma io scelgo di seguire Merevar. L’unico a non farsi inutili scrupoli. Un condottiero sa che alcuni sacrifici sono necessari in guerra.»
«Ma questo non lo è!» insistette l’elfa. «Ti avverto, Sten: io ti ho fatto uscire da quella gabbia, e io posso rispedirti da dove sei venuto. In una bara, se mi costringerai.»
«Se riuscissi a uccidermi, almeno morirei sapendo di aver seguito una persona degna.»
Quelle furono le ultime parole del qunari prima che il clangore del suo spadone a due mani s’infrangesse contro il rivestimento metallico del bastone di Melinor. L’elfa respinse il qunari con un’esplosione di energia nel tentativo di atterrarlo, ma ottenne solo di farlo barcollare.
Preoccupato, Alistair si appellò a Merevar. «Digli di fermarsi!»
«Perché? Hanno entrambi fatto la loro scelta.»
Alistair lo fissò indignato, le labbra dischiuse incapaci di lasciar passare anche solo una parola. Si fiondò a soccorrere Melinor, che nonostante la sua magia ben poco poteva in un combattimento corpo a corpo con uno della stazza di Sten.
«Questa ridicola storia deve finire ora, Merevar!» Leliana avanzò a passi decisi verso l’elfo. «Non puoi davvero pensare che noi umani siamo tutti uguali, abbiamo camminato e combattuto fianco a fianco per mesi!»
La ragazza schivò la freccia sibilante con un’agilità impressionante: si voltò a guardare Merevar allibita, l’arco ancora teso fra le mani del dalish e i grandi occhi da elfo pieni di determinazione.
«Amico, che ti prende?» gli sbucò accanto Zevran, l’espressione stranamente serena persino in quella situazione. Puntò un dito in avanti. «È tua sorella quella lassù, te lo sei scordato?»
«Vattene, Zevran. La tua faccia è una delle ultime cose che vorrei vedere in questo momento.»
«Oh, ma come? Le mie orecchie a punta non ti piacciono? Allora non odi solo gli umani, ce l’hai con il mondo intero» replicò l’antivano con fare volutamente canzonatorio. «Non credi che ci sia qualche altro tipo di problema di fondo, qui?»
Merevar gli fu addosso in un paio di secondi: rotolarono a terra, volarono colpi che andarono a scalfire solo l’aria. I lupi mannari attorno a loro presero ad agitarsi, le zanne iniziarono a scoprirsi e le pellicce ad arruffarsi. Erano entrambi elfi giovani e snelli, forti e preparati; ma Zevran lo era quel tanto in più che bastava. Riuscì a immobilizzare Merevar a terra, e proprio quando stava per tramortirlo la sua espressione si fece sorpresa, restando cristallizzata nel tempo: l’elfo, duro come un sasso, cadde di lato. Merevar si rialzò e vide Zathrian con il suo bastone ancora incrostato di ghiaccio.
«Avete visto? Non ci aiuterà mai, piuttosto attaccherebbe la sua stessa gente! Uccidiamolo!» ululò uno dei mannari dopo aver visto Zathrian attaccare Zevran.
«No, fermi!» gridò invano la Signora della Foresta; ma il putiferio si era già scatenato. Melinor e Alistair combattevano contro Sten, Merevar e Zathrian erano passati all’attacco dopo aver reso innocuo Zevran; i mannari non avevano bisogno d’altro per lasciarsi andare alla loro bestialità.
I due ostinati elfi dalish si aprirono la strada fra i lupi a suon di frecce e dardi ghiacciati, alla ricerca della Signora della Foresta; ma non la trovarono, non in quella forma. Dove poco prima stava in piedi lo spirito ora si ergeva su quattro zampe Zannelucenti: digrignò i denti, costretta dalla necessità a difendersi dai due che la volevano morta a ogni costo.
Merevar non perse tempo: scoccò una freccia tanto rapidamente da lasciar confuso persino il più attento fra gli osservatori. Ma un colpo di bastone la deviò, e Melinor riapparve dopo aver lasciato Alistair a occuparsi di Sten. Erano lei e Zannelucenti contro Merevar e Zathrian: i quattro rimasero a studiarsi per pochi istanti prima di scattare.
Merevar si lanciò su Zannelucenti con i suoi pugnali rapidi e letali, ma la lupa era tutt’altro che ingenua: era incredibilmente agile e pericolosa, e più volte tentò di morderlo con le sue zanne maledette. Nel frattempo, Melinor teneva impegnato Zathrian.
«Non puoi farcela contro di me, ragazza!» urlò l’elfo per farsi sentire in mezzo a quel frastuono. «Io sono molto più forte di te! Lascia perdere, non voglio farti del male!»
«Tu sei più forte», gridò Melinor, «ma io non sono sola!»
Zathrian vide a malapena la palla di fuoco che per poco non lo colpì: fu costretto a gettarsi di lato per evitare il colpo di Hawke. Le due ragazze si scambiarono un fugace sorriso d’intesa e iniziarono a colpire Zathrian alla rinfusa. Nonostante questi continuasse a deviare con grande facilità i loro attacchi, speravano di poterlo prendere per sfinimento.
Melinor buttò un occhio sugli altri: Zathrian aveva evocato alcuni Silvani sbucati da chissà dove, che ora combattevano contro i suoi compagni assistiti dai lupi. Era una situazione caotica: alcuni dei mannari attaccarono Merevar mentre era intento a combattere Zannelucenti, ma fu proprio quest’ultima ad allontanarli e a costringerli a starsene in un angolo a guardare.
Nel frattempo Hawke e Melinor stavano mettendo in difficoltà Zathrian: la rossa stava per assestare un colpo decisivo quando qualcosa le si fiondò addosso. Si trovò immobilizzata a terra, il ventre pressato contro il pavimento e il volto girato di lato. Riuscì a vedere a malapena il suo assalitore.
«Non t’immischiare!» la voce di Merevar le giunse all’orecchio. La ragazza tentò di liberarsi, ma l’elfo le teneva le braccia immobilizzate dietro alla schiena.
«Merevar, devi fermarti! Lei è la tua gemella, non puoi farle questo! Se le fai del male ti maledirai per tutta la vita! Non è questo che vuoi!»
L’elfo si abbassò fino a sussurrarle nell’orecchio. «Tu non sai cosa voglio io.»
Le assestò un colpo in testa facendole perdere i sensi prima che potesse evocare un’altra delle sue magie. Quando si rimise in piedi trovò Melinor e Zannelucenti intente ad attaccare Zathrian. Allora corse senza risparmiarsi, e in un attimo fu di fronte a Melinor.
I due si fronteggiarono senza dire una parola: gli stessi occhi, gli stessi capelli, lo stesso volto. Ma due cuori che mai avrebbero potuto essere più diversi e distanti.
Melinor fece roteare il suo bastone e un colpo partì verso Merevar, che lo schivò facilmente; il cacciatore le fu alle spalle in pochi secondi, e stava per aggredirla da dietro quando lei provocò un’esplosione d’energia che lo fece volare gambe all’aria. Ma Merevar non volle arrendersi: continuò a tentare di saltare addosso a Melinor, ma lei si rivelò astuta e attenta, non dandogliene mai il tempo.
Zathrian e Zannelucenti si stavano affrontando in maniera similare. Ma d’un tratto Zannelucenti si portò con un balzo oltre i due gemelli, lasciando che si frapponessero fra lei e il suo avversario.
«Guardali, Zathrian!» gridò al vecchio Guardiano. «Guardali! Era questo che volevi?»
Zathrian rimase colpito da quelle parole, ma soprattutto dalla scena a cui non aveva prestato attenzione fino a quell’istante: restò come intontito a osservare i due Mahariel che si scontravano, l’espressione di chi era totalmente smarrito nella sua stessa mente. Solo gli occhi decisi di Zannelucenti oltre i due ragazzi riuscirono a riportarlo alla realtà.
Era questo quello che volevi? riecheggiarono nella mente del Guardiano quelle parole.
«No» mormorò l’anziano. Piantò a terra il suo bastone e tutte le radici che adornavano le pareti sembrarono risvegliarsi e obbedire alla sua volontà: in pochi istanti tutti i presenti vennero immobilizzati, fatti prigionieri dalla presa legnosa di quegli strani serpenti nodosi. Solo Zathrian e Zannelucenti vennero risparmiati.
«Lo farò. Spezzerò la maledizione.»
Un silenzio colmo di stupore invase il vecchio tempio mentre tutti si prendevano il tempo di digerire quella dichiarazione; le orecchie di Zannelucenti si drizzarono e i suoi occhi brillarono.
«No!»
L’attenzione si spostò su Merevar, che si divincolava fra le radici a pochi passi dal Guardiano.
«Non potete farlo, non potete dargliela vinta!»
Zathrian sorrise, una linea d’amarezza a increspare le sue labbra sottili; rilasciò l’incantesimo e le radici si ritirarono pian piano, lasciando liberi tutti i presenti.
«Guardati attorno, ragazzo» si portò di fronte a Merevar e gli posò le mani sulle spalle. «Non ne uscirei vincitore in ogni caso.»
Merevar dischiuse le labbra per controbattere, gli occhi sbarrati e imploranti, ma Zathrian strinse la presa sulle sue spalle.
«I miei due figli si azzuffavano spesso. Erano molto simili a voi gemelli. Ma per quanto bisticciassero, si volevano bene… anche voi due ve ne volete, eppure io sono riuscito a mettervi uno contro l’altra». Guardò intensamente Merevar. «Lei è l’unica famiglia che ti rimane, figliolo. Mithra mi ha raccontato la vostra storia dopo che avete lasciato l’accampamento. Avete perso i genitori prima ancora di nascere, avete perso il vostro fratello maggiore… vale la pena perdere anche tua sorella per difendere il tuo odio verso gli umani?». Si voltò verso Melinor, in piedi a pochi passi da lui. «Avevi ragione, ragazza mia. Oggi mi hai dimostrato che non sono saggio quanto credevo. Sono troppo vecchio ormai per lasciar andare tutta la mia rabbia verso gli umani… la porterò con me nell’aldilà. Ma voglio comunque fare la cosa giusta: quest’odio mi ha consumato e ha finito per scottare anche il mio clan, ed è ora di porvi fine. Per me è troppo tardi, ma non per tuo fratello. Perdonalo, Melinor… e aiutalo ad aprire gli occhi. Io non avevo nessuno al mio fianco, ma lui ha te». Tornò a guardare Merevar, che aveva ora un’espressione rassegnata e addolorata. «Lascia che tua sorella ti sia d’esempio, ragazzo. Non permettere a te stesso di diventare la cosa distorta che sono io.»
Le mani di Zathrian scivolarono via dalle spalle di Merevar; il Guardiano si diresse verso la Signora della Foresta, che nel frattempo aveva riacquistato la sua forma di spirito.
«Davvero lo farai, Zathrian? Spezzerai la maledizione?»
«Sì, spirito. Mi serve solo il materiale necessario per il rituale, lo si può reperire facilmente nella foresta. Tra un’ora saremo pronti per dare inizio… alla fine.»

 

C’era silenzio nell’antico tempio, incrinato solo dai passi di chi si spostava da una parte all’altra e da sussurri svolazzanti qui e là.
«Avanti, muovetevi!»
Un ruggito squarciò l’assenza di rumore, e subito Passosvelto si materializzò sul vano della grande arcata d’ingresso. Due figure familiari erano state fatte prigioniere dai mannari inviati nella foresta a raccogliere le erbe e i materiali necessari per il rituale.
«Le abbiamo trovate qui fuori a ficcare il naso» grugnì Passosvelto, mantenendo salda la presa sulle braccia della sua prigioniera che si ribellava. «Che storia è, Zathrian? È una trappola?»
Zathrian rimase a bocca aperta e accorse con gran velocità.
«Lanaya, Mithra! Cosa ci fate qui?»
La Signora della Foresta fece un cenno con la testa e i mannari lasciarono andare le due elfe; Mithra si riprese il suo braccio con uno strattone ostile.
«Abbiamo seguito le vostre tracce fin qui» confessò Lanaya, guardandosi attorno intimorita. «Ve ne siete andato senza dire una parola, ci siamo preoccupate! Voi non lasciate mai l’accampamento!»
Zathrian portò una mano a massaggiarsi la fronte. «E siete venute voi due da sole? Cosa vi è passato per la testa, da’len?»
«Siamo più che in grado di cavarcela», si fece avanti Mithra, «e in due avremmo dato meno nell’occhio.»
Zathrian scosse il capo, tradendo tuttavia il suo essere in qualche modo orgoglioso delle sue sottoposte.
«Che sta succedendo qui?» chiese Lanaya, lo sguardo che vagava sul luogo e sugli oggetti già disposti sulla zona dell’altare. «Perché siete qui con i mannari? E perché state preparando un rituale?»
Zathrian chiuse gli occhi, pregando fra sé di riuscire a trovare le parole giuste. Si appartò con le due ragazze e raccontò tutta la verità.
Quando ebbe terminato le due erano senza parole. Mithra incrociò lo sguardo di Merevar, seduto con le spalle al muro dalla parte opposta della grande stanza; lo trovò sconvolto quanto lei.
«Perché non me ne avete mai parlato?» ritrovò infine la sua voce Lanaya; una voce tremula e fragile, proprio come lei in quel momento.
«Lanaya… tu sei stata fra tutti gli apprendisti che ho avuto negli anni la più promettente, e anche quella che più fra tutti ho considerato alla stregua di una figlia. Ho fallito come padre già una volta, non ho saputo proteggere la mia famiglia… non volevo deludere anche te.»
Un velo bagnato si materializzò sulle iridi chiare della Prima di Zathrian. «Ci dev’essere un altro modo… lo Spirito deve comunque morire, se usassimo il cuore di Zannelucenti e curassimo tutti con l’antidoto… voi potreste…»
«No, Lanaya» scosse il capo Zathrian, un sorriso dolce e malinconico sul volto stanco. «Il mio tempo è già stato prolungato ben oltre la sua scadenza. È tempo di andare.»
Lanaya abbassò la testa per non mostrare le sue lacrime. Zathrian la strinse forte a sé per qualche minuto, per darle coraggio; quando sciolse il suo abbraccio, Lanaya sembrava essersi ricomposta completamente. Melinor la stava guardando di sottecchi e sentì una fitta al cuore; sapeva cos’era appena successo. Lanaya aveva fatto ciò che ogni Guardiano doveva saper fare: ergersi al di sopra del proprio dolore, anche quello più grande.

 

Mezz’ora più tardi tutto era pronto: Zathrian e la Signora della Foresta si portarono sull’area rialzata dell’altare mentre mannari, umani ed elfi si radunavano tutt’attorno.
«Prima di porre fine a tutto questo vorrei dire una cosa» parlò Zathrian. «Lanaya, Mithra; e anche voi, gemelli Mahariel. Avvicinatevi.»
I quattro ragazzi obbedirono seduta stante: si misero tutti in fila, le prime due al centro e i gemelli all’esterno, lontani una dall’altro.
«Lanaya», iniziò il Guardiano, «sono orgoglioso di ciò che sei diventata. Voglio che tu sappia che ti ritengo più che pronta per guidare il clan: lo lascio nelle tue mani senza alcun timore. Quando me ne sarò andato prendi il mio bastone, e quando verrà il momento donalo al tuo futuro apprendista. Come è sempre stato, e come dovrà sempre essere.»
Lanaya trattenne a stento le lacrime, ma riuscì ad annuire senza cedere.
«Mithra, giovane cacciatrice… il tuo talento e la tua forza sono preziosi per il clan. Continua a vegliare su tutti loro, e cerca d’istruire a dovere il giovane Cammen: se non sarà in grado di procurarsi al più presto una pelle d’animale e diventare cacciatore a tutti gli effetti, Gheyna non potrà mai ammettere il suo amore per lui.»
Mithra rise, pur abbassando lo sguardo: la storia fra i giovani Cammen e Gheyna era cosa ben nota da tempo a tutto il clan, e Zathrian l’aveva tirata in ballo perché conosceva bene la cacciatrice. Lei non sopportava gli addii, e questo era il suo modo di dirle addio per sempre senza usare parole tristi.
«E voi, gemelli Mahariel: rammentate ciò che vi ho detto prima. Non c’è cosa più importante della famiglia… nessuno lo sa meglio di chi, come me, non ne ha più una. Voi l’avete ancora, ed è preziosa: non dimenticatelo mai.»
Li guardò tutti e quattro con espressione solenne.
«I nostri avi erano gloriosi; sicuramente con il mio comportamento indegno li ho delusi. Ma alla fine, forse, tutto questo è stato utile: prendete il mio insegnamento e portatelo con voi. Rendete onore ai nostri avi vivendo sempre come la parte più luminosa di voi stessi. Ricordate: noi siamo i Dalish. Custodi delle tradizioni perdute, viandanti sul sentiero solitario…»
«… Noi siamo gli ultimi degli Elvhenan, e mai più ci sottometteremo» conclusero tutti insieme i ragazzi, riconoscendo nelle parole di Zathrian il Giuramento delle Valli: il giuramento che ogni elfo dalish imparava a memoria sin da bambino.
«Anch’io vorrei dire qualcosa.»
La Signora della Foresta scese dall’altare, diretta verso Melinor. Le si piazzò davanti e le rivolse un sorriso riconoscente.
«Ciò che hai fatto per noi oggi vale più di qualsiasi pegno io possa lasciarti come ringraziamento, ma…» fece cenno a uno dei mannari di avvicinarsi. Questi passò qualcosa allo spirito, che a sua volta lo offrì a Melinor. «Questo amuleto è rimasto assopito fra queste rovine per secoli. È un manufatto degli antichi Elvhenan, e arcane conoscenze sono celate al suo interno. L’amuleto si aprirà solo a un vero Elvhen, e io credo che tu sia degna d’essere considerata tale.»
Lasciò cadere la collana fra le mani di Melinor: una semplice catenina d’argento ingrigito dal tempo con un pendente di vetro scuro dal contenuto ignoto. Sembrava ci fosse dentro del liquido. Melinor ringraziò la Signora della Foresta ed ella raggiunse Zathrian sull’altare.
«Dunque ci siamo» disse lo spirito, un’espressione serena incisa sul volto di giada.
«Non temi la morte?» le chiese Zathrian.
«Tu sei il mio creatore, Zathrian: mi hai dato la possibilità di provare cose che sono negate a noi spiriti. Ho conosciuto la gioia e il dolore, ho vissuto in un corpo di carne e ho sfiorato il mondo con queste mani… ho commesso errori imperdonabili e buone azioni. Non rimpiango nulla. Tutto ciò che desidero ora è la fine.»
Zathrian annuì. Respirò profondamente, il cuore che accelerava per l’ultima volta i suoi battiti. «E sia.»
Impugnò il bastone con entrambe le mani e lo piantò a terra: una colonna di luce investì le due figure accecando gli occhi di chi guardava. La luce salì a spirale verso l’alto in una danza di liberazione e meraviglia, e nello stupore generale i corpi pelosi dei mannari iniziarono a ritirarsi, a farsi minuti e glabri, i musi che venivano plasmati in nuovi volti. La colonna di luce si ritrasse: la maledizione era stata spezzata e la gioia degli umani liberati esplose all’unisono. Si abbracciarono ed esultarono, per nulla imbarazzati dalla loro nudità.
Il gruppo dei Custodi si lasciò andare a reazioni differenti: chi era contento per loro, chi era interessato alla loro nudità e chi invece guardava altrove disgustato. Solo Alistair si preoccupò di guardare l’altare, dove i quattro ragazzi dalish sostavano attorno al corpo vuoto di Zathrian: non c’era gioia nei loro volti. Solo rammarico.

 

La notizia della morte di Zathrian sconvolse il clan. Nonostante gli avvenimenti felici quali la guarigione degli elfi e il ritorno di Danyla fra le braccia di suo marito, l’umore di tutti era mesto. La verità sul loro amato e riverito Guardiano aveva lasciato un sapore amaro in bocca all’intero clan. Lanaya si fece subito carico del peso che incombeva su di lei come nuova Guardiana iniziando a dare direttive per organizzare il funerale di Zathrian. Melinor si offrì di aiutarla, e le rimase accanto tutto il tempo supportandola in quel nuovo, difficile inizio.
Il giorno seguente al loro rientro dalle rovine le due stavano badando ai feriti nell’infermeria: la maledizione era stata spezzata, ma le fratture e le ferite purulente rimanevano. Alistair le raggiunse, carico di cesti pieni di erbe.
«Ecco qui, radice elfica a volontà» posò il tutto accanto a Melinor, che lo ringraziò e gli schioccò un bacio sulle labbra. Lanaya li sbirciava di sottecchi, un sorriso incerto che faceva capolino.
«Devo ammettere che è ancora un po’ strano vederti con un umano, ma siete davvero belli insieme» disse mentre disinfettava una ferita. «Il sentimento che vi lega è autentico, si vede.»
I due si guardarono, gioiosi come due ragazzini.
«A proposito di legami speciali… hai più parlato con Merevar?»
La domanda di Lanaya rabbuiò il viso di Melinor come una nuvola nera davanti al sole. La Custode rispose di no con la testa.
«Non potete restare così per sempre… dovrete chiarirvi, prima o poi.»
«Tu non c’eri, Lanaya» ribatté l’altra tuffando le mani nei cesti di erbe per iniziare a dividere le foglie dagli steli. «Non hai sentito le cose orribili che mi ha detto. Stavolta ha davvero esagerato, e non me la sento di trovare l’ennesima giustificazione al suo atteggiamento. Non voglio nemmeno vedere la sua faccia, almeno per ora. Se vuole scusarsi sa dove trovarmi… ma se non ha nemmeno la decenza di farlo quando è palese che tocca a lui, allora che se ne stia dov’è.»
Lanaya non trovò nulla da dire; si trovò suo malgrado a scambiarsi un’occhiata con Alistair, trovandolo impotente quanto lei. Non potevano immischiarsi in quella faccenda: nessuno poteva. Ma la figura che aveva origliato nascosta dietro al tronco d’un albero lì accanto la pensava diversamente. Con passo deciso si allontanò alla ricerca di Merevar.

 

Hawke camminava per l’accampamento con espressione risoluta, tanto da spaventare alcuni dei bambini che giocavano lì attorno. Quando individuò il suo obiettivo sentì lo stomaco contorcersi nei suoi stessi succhi gastrici: lo vide seduto sotto a un albero con Mithra, la giovane capo-cacciatrice. Le sopracciglia rosse s’inarcarono verso il basso quando si accorse che i due l’avevano vista, e nonostante ciò l’avevano ignorata completamente mettendosi a ridere fra loro. Non ci vide più e partì come una furia. Piombò su di loro come un falco senza lasciar loro il tempo di dire nulla: afferrò il polso di Merevar e lo trascinò con sé con una forza bruta insolita per una maga.
«Ehi, ma che diamine… lasciami!» tentò di strattonarla l’elfo, ma una fitta gelida risalì lungo il suo braccio. Hawke aveva usato un incantesimo di ghiaccio per tenerlo bloccato e legato a lei.
«Tu vieni con me» ordinò perentoria, trascinandolo fra i cespugli lì vicino mentre Mithra li guardava con espressione basita.
Merevar si lasciò trascinare per qualche minuto; era inutile divincolarsi con quel ghiaccio a tenerlo fermo. Quando finalmente Hawke decise di fermarsi e lasciarlo libero fece per prenderla a parole, ma lei fu più veloce.
«Perché ti comporti così da stronzo?»
Lui rimase a bocca aperta sentendola rivolgersi a lui con un linguaggio così scurrile.
«Mi hai scaricata nel peggiore dei modi, e va bene. Non ci rivolgiamo più la parola, e va bene anche questo. Nonostante il discorso di Zathrian continui a stare con i tuoi amichetti elfi e a snobbare gli umani; d’accordo, sono problemi tuoi se vuoi restare solo come un cane una volta che saremo ripartiti. Ma non ti sei degnato di scusarti nemmeno con tua sorella dopo quello che le hai fatto. La stai facendo soffrire!»
«Non sono affari tuoi, Hawke!»
«Sì, invece!» gli si mise a un soffio dal naso con aria di sfida. «Lei è mia amica.»
Gli occhi di lui s’inasprirono. «Davvero? Allora come mai in queste settimane non vi siete rivolte la parola? Avevi la coda di paglia dopo quello che hai fatto con Zevran, vero?»
Hawke serrò le labbra fino a farle impallidire, colpita sul vivo.
«Hai proprio una bella faccia tosta a venire qui a farmi la morale, dopo quello che hai fatto» rise lui con scherno.
«E cos’avrei fatto di sbagliato? Dai, dimmelo!» incalzò lei piantandosi le mani sui fianchi.
«Perché devo perdere tempo a spiegartelo? Mi sembra evidente che per te è una cosa normale dichiarare di avere dei sentimenti per qualcuno e andare a letto con un altro ventiquattr’ore dopo!»
«Sei stato tu a dirmi che non ci potrà mai essere nulla fra noi due, o sbaglio? Non vedo perché la cosa dovrebbe interessarti!»
Merevar fece un passo indietro, come a volerla squadrare per capire se fosse reale o solo uno scherzo dell’immaginazione. «Sai, nonostante tutto ho sempre avuto una buona opinione di te. Mi sembravi una con dei sani principi, legata alla famiglia, con la testa sulle spalle… e poi mi scadi così, comportandoti come una sgualdrina!»
Fu un attimo: il ginocchio di Hawke si alzò con forza colpendolo all’addome e facendolo piegare in due. Non contenta, la ragazza gli diede uno spintone per farlo cadere a terra.
«Tu… razza di ottuso bifolco» sibilò furiosa. «Hai idea di come mi hai fatta sentire? Mi hai trattata come se fossi la più nauseabonda immondizia mai passata sotto al tuo regale naso elfico, e ora ti permetti di darmi della sgualdrina senza sapere un bel niente!»
Merevar rimase a terra, le mani pressate sul ventre mentre la guardava parlare.
«Tu mi hai ferita. E sì, volevo proprio comportarmi come una sgualdrina per punirti e dimostrarti che non sei poi così speciale! Per questo mi sono infilata nella tenda di Zevran, e sarei andata fino in fondo se non ci fossi stato tu nella mia testa tutto il tempo!»
Merevar sgranò gli occhi, colto alla sprovvista.
«Perfino Zevran se n’è accorto, e mi ha costretta a parlare e a dire la verità. Sarà anche un pervertito narcisista, ma si è dimostrato molto più sensibile e uomo di te!»
Merevar rimase muto alcuni istanti, ma poi tornò in sé. «Non raccontarmi baggianate, ti abbiamo vista tutti uscire dalla sua tenda la mattina dopo! Vuoi farmi credere che avete conversato tutta la notte?»
«Sì, e lo sapresti anche tu se avessi permesso a Zevran di dirtelo!» gridò lei, le guance rosse per la rabbia e l’umiliazione. «Ho passato tutta la notte a piangere sulla sua spalla, mi sono addormentata e lui mi ha lasciata dormire nella sua tenda… è stata la notte più patetica della mia vita, e non so neanche perché te lo sto dicendo!». Si voltò e fece per andarsene. «Ora va’ pure, fai quello che vuoi. Rovina il rapporto con tua sorella e divertiti a raccontare alla tua amichetta dalle orecchie a punta della patetica umana che piange per te la notte… fa’ come ti pare, non m’interessa più.»
«Aspetta!»
Si voltò e vide Merevar alzarsi in piedi.
«Davvero non sei stata a letto con lui?»
Hawke lo guardò malissimo. «Non mi sono già umiliata abbastanza? Cosa vuoi, la dichiarazione su carta cerata con sigillo imperiale?»
Merevar sospirò e rimase concentrato come se stesse cercando le parole giuste da dire. E sembrava stesse faticando come un mulo. «Mi dispiace di averti trattata così, e anche di averti insultata. Io… ecco… il fatto è che vederti uscire da quella tenda mi ha dato più fastidio di quanto mi piaccia ammettere», rivelò mentre Hawke strabuzzava gli occhi. «Non è facile per me, Hawke. Io non volevo niente di tutto questo, ma mi ci sono trovato in mezzo e… a volte mi sembra d’impazzire! Il mio mondo, tutto quello che pensavo di conoscere e che credevo giusto viene stravolto ogni giorno che passa! E tu sei il cambiamento peggiore di tutti!»
Hawke assunse un’aria a metà fra l’offeso e lo stupito. «Accidenti, stavi andando così bene… non ce la fai proprio, eh?»
Merevar buttò le braccia al cielo in un gesto esasperato e si portò di fronte a lei. «Ci sono tante cose che non sai, Hawke! Noi dalish teniamo molto a certe cose. Abbiamo un approccio esclusivo quando si tratta di amore, ci preserviamo per la persona giusta nel corpo e nello spirito. Non concediamo nemmeno un bacio a chi non riteniamo essere la persona giusta per noi. E quando mi sono svegliato con te in quella cantina, io… ero sconvolto! Avevo baciato una ragazza, un’umana… e nemmeno me lo ricordavo!»
Hawke gonfiò il petto trattenendo il fiato alcuni istanti. «Quella era la prima volta che baciavi una ragazza?»
Merevar annuì, un lieve rossore a tradire il suo imbarazzo. Senza sapere come rispondere, Hawke prese a guardarsi i piedi.
«Questa faccenda di Zathrian mi ha fatto pensare», continuò lui. «Melinor aveva ragione, tu avevi ragione… mi fa male tradire così la mia cultura, mi fa male andare contro a ogni cosa che mi sia mai stata insegnata dalla mia gente. Ma fa ancora più male continuare a negare l’evidenza. La mia ostinazione ha fatto male a molte persone: a me, a Melinor, a te… e anche agli altri.»
Hawke sentì il sangue martellarle con violenza inaudita nelle tempie mentre realizzava ciò che stava per accadere.
«So che non ho il diritto di chiedertelo dopo tutto quello che ho fatto, ma… io sono disposto a provarci, Hawke. Però non voglio rinunciare alla tradizione della mia gente, non se si tratta di questo. Io sono disposto a impegnarmi con te se anche tu sei disposta a fare la stessa cosa. Sempre se lo vuoi ancora, visto come ti ho trattata.»
Hawke rimase a fissarlo negli occhi, trovandoli decisi e spaventati allo stesso tempo. Erano sinceri, così innocentemente sinceri da intimidire persino una come lei.
«Merevar… non lo so… forse non sono la persona giusta per te» mormorò.
«Perché ora dici questo?»
«Perché io non mi sono “preservata per te”» confessò lei con un certo imbarazzo. «Io sono stata con altri, anche più di uno… e non è questo quello che tu cerchi.»
«Sono disposto a passarci sopra» la sorprese lui senza esitare nemmeno un secondo. «Lo capisco, voi umani siete più… liberi di noi dalish» riuscì a terminare la frase senza risultare offensivo. «Mi sta bene, davvero. Ciò che m’importa è quello che succederà da qui in avanti, perché se decidi d’impegnarti… sappi che non ti libererai più di me. Quindi, se non te la senti… dimmelo subito. Capirò.»
Restarono immobili, uno fisso negli occhi dell’altra.
«Va bene» ruppe il ghiaccio lei.
Lui sobbalzò internamente: era fatta.
«Tu… hai capito bene quello che ti sto chiedendo, vero?»
Lei annuì, e lui fece lo stesso di rimando.
«Bene.»
«Bene…»
Ancora si guardavano, entrambi increduli: una manciata di minuti prima si prendevano a parole e ginocchiate, e ora stavano insieme.
Si buttarono praticamente uno contro l’altra, le labbra pressate in quell’unione tanto agognata, le braccia avviluppate attorno ai rispettivi corpi e le mani frenetiche fra i capelli. Lui la spinse verso il tronco d’un albero lì vicino e lei sentì il corpo di lui che la pressava fino a toglierle quasi il respiro. Quella volta il bacio era consapevole, era intenso e profondo, il risultato di un’attesa infinita; aveva il sapore del desiderio realizzato, scottava al punto da far male, e loro si sentivano come se non potessero mai averne abbastanza.
Non ci volle molto prima che volassero i vestiti sui cespugli, mentre i due corpi che si erano tanto a lungo desiderati finalmente saggiavano il reciproco calore.

 

 

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