Zevran si aggirava per l’accampamento dalish scrutando in ogni angolo. Ma dove si sarà cacciata? pensò. Lo sguardo gli cadde sulla capo-cacciatrice seduta sotto a un albero al limitare dell’accampamento, intenta a fabbricarsi delle frecce. Un sorriso malizioso gli increspò le labbra mentre si passava una mano fra i capelli; si diresse verso di lei senza indugio.
«Chiedo scusa, mia bellissima fanciulla» si rivolse a lei facendole sollevare il capo color miele. «Hai per caso visto Hawke? Sai, l’umana con i capelli rossi e lunghi, quella che fa sempre un sacco di chiasso… mi sembrava d’averla vista passare di qui.»
«Ah… quella» annuì Mithra con espressione indecifrabile. «Sì, è passata un paio d’ore fa e si è portata via Merevar di peso.»
Gli occhi di lui si spalancarono mentre si faceva serio. «Dove sono andati?»
«Di là, ma…» gli disse lei, ma l’elfo era già scattato fra i cespugli seguendo la direzione indicata dal suo dito. «Aspetta, non puoi andare!» scattò in avanti veloce e agile come un predatore, parandosi davanti a Zevran.
«No, invece io devo proprio andare! Quei due si staranno scannando!»
«Ti assicuro che non è così» esclamò allora lei con fare esitante. Zevran ingrandì gli occhi esortandola a spiegarsi con un cenno della testa. «Li ho sentiti sbraitare per un po’ dopo che sono andati via, ma poi non ho sentito più niente… so che lei è una maga, quindi mi sono preoccupata e sono andata a controllare…» distolse lo sguardo arrossendo appena. «Non stavano affatto litigando, anzi…» scrollò il capo strizzando gli occhi. «Quanto vorrei non aver visto quella scena…»
Zevran afferrò immediatamente ciò di cui l’elfa stava parlando. Spalancò occhi e bocca in una muta sorpresa. Batté le mani con un sonoro clap. «Non ci credo! Tu vuoi scherzare!»
«Credimi, mi piacerebbe» distolse lo sguardo lei, ancora imbarazzata.
«Ma è fantastico!» si mise le mani fra i capelli Zevran, entusiasta come non mai. Mithra lo guardò come se fosse la persona più strana che avesse mai incontrato.
«Fantastico, dici? Merevar che si mette con una shemlen è fantastico?» scosse il capo con aria pensosa. «Prima Melinor, ora lui… non ci posso credere. La linea di sangue dei Mahariel è pura e antica, e ora verrà contaminata dalla loro unione con due umani… non avrei mai pensato che entrambi sarebbero finiti così.»
«Forse gli umani non sono poi così male come credete voi dalish, una volta che li si conosce» si fece appena più serio Zevran. «Il vostro Guardiano è morto cercando d’insegnarvi a essere più tolleranti verso di loro, o sbaglio?»
Mithra sospirò, annuendo rassegnata.
«A ogni modo», rientrò in modalità seduttore, «se non ti piacciono gli umani c’è un avvenente elfo proprio qui davanti a te…»
Mithra lo fissò per un attimo con occhi penetranti. Poi sollevò un angolo della bocca in modo malizioso. «Hai ragione… perché non ti avvicini?»

Hawke e Merevar giacevano uno accanto all’altra fra i cespugli, ancora spogli di ogni cosa tranne che dei loro sorrisi.
«Siamo stati un po’ avventati… qualcuno avrebbe potuto venire di qua e vederci» ridacchiò Hawke.
«Non c’è questo pericolo. I giovani dalish si appartano spesso al limitare dell’accampamento, quindi chi si avventura fra i cespugli tende sempre l’orecchio per evitare d’incappare in certe situazioni» la rassicurò Merevar mentre giocherellava con una ciocca dei suoi capelli. Hawke annuì.
«Forse abbiamo bruciato le tappe…?» mormorò la ragazza.
«Perché?» si meravigliò l’altro.
«Non lo so, voi dalish avete le vostre tradizioni…»
Merevar rise. «Aspettiamo un sacco di tempo prima di scegliere con chi stare, una volta trovata la persona giusta che senso ha aspettare se siamo sicuri di lei?»
Hawke allargò il suo sorriso. «Certo che siete proprio strani… ma mi piace questo modo di pensare» ridacchiò mentre tirava a sé Merevar per baciarlo.
«Non sarà facile stare con me, lo sai vero?» sussurrò lui.
«Non potrà mai essere peggio di com’è stato finora.»
«Dico solo che… insomma, mi conosci. Ho scelto di cambiare il mio modo di vedere le cose, ma non sarà facile come sostituire un paio di vecchie scarpe. Potrei ricadere nelle mie vecchie abitudini, dire o fare qualcosa di offensivamente dalish… se dovesse capitare ti prego di aiutarmi a vedere i miei errori». La guardò così intensamente da farle quasi venire la pelle d’oca. «Zathrian a chiesto a Melinor d’insegnarmi a percorrere una nuova strada, ma io credo che debba essere tu a farlo.»
Hawke rimase a fissarlo in silenzio alcuni istanti. «Stai chiedendomi di farti da insegnante, Merevar?»
«Non farmene pentire», la minacciò scherzosamente lui picchiettandole l’indice sul naso.
«Sei davvero disposto a prenderti questo impegno con me? Perché sappi che se mi scegli come insegnante non ti libererai mai più di me», lo prese in giro citando le stesse frasi che lui le aveva detto un paio d’ore prima. Lui la zittì baciandola con fervente passione.
«Adesso dovremmo andare», disse una volta staccatosi da lei. Si rimisero in piedi e iniziarono a rivestirsi.

«Melinor! Non ci crederai mai!»
Zevran corse zoppicando verso l’infermeria dove la dalish e Alistair stavano assistendo la nuova Guardiana. Melinor aggrottò le ciglia vedendolo arrivare.
«Perché zoppichi?»
«Diciamo che sono inciampato su una dalish permalosa», minimizzò lui. «Ma senti questa: Hawke e Merevar sono stati insieme! E intendo fisicamente!»
L’espressione di Melinor si fece glaciale. «Non sono in vena di sopportare i tuoi stupidi scherzi, Zevran.»
«Ma è la verità! Me l’ha detto Mithra, chiedi a lei se non ci credi!»
Melinor e Alistair si guardarono, incerti sulla fondatezza di quella notizia.
Lanaya inclinò la testa da un lato con un mezzo sorrisetto. «Mithra, eh? Scommetto che è stata lei a ridurti così.»
«Zevran, cosa le hai fatto?» lo interrogò Melinor.
L’antivano allargò le braccia esasperato. «Ma dai, Melinor! Vengo qui a darti questa incredibile notizia, sono io quello che zoppica, e tu ti preoccupi per Mithra?»
Proprio in quel momento videro Hawke e Merevar in lontananza mentre emergevano dai cespugli mano nella mano. Immediatamente tutti gli occhi si puntarono sui due.
Merevar si sentì sotto pressione, il giudizio dei dalish che si abbatteva impietoso su di lui; la sua presa sulla mano di Hawke si allentò. Ma la stretta della ragazza si fece più forte, e Merevar si voltò per guardarla.
«Lezione uno, Mahariel: difendi sempre le tue scelte a testa alta» gli fece l’occhiolino. Merevar abbozzò un sorriso mentre la seguiva attraverso l’accampamento.
«Visto, Melinor? Che ti dicevo?» bisbigliò Zevran mentre Melinor, Alistair e Lanaya fissavano la nuova coppia camminare senza vergogna per l’accampamento.
Per un attimo gli occhi dei due incrociarono quelli di Melinor; non fu chiaro se fosse rivolto a Merevar o a Hawke, ma la Custode alzò appena gli angoli della bocca prima di rimettersi a pestare le foglie di radice elfica nel mortaio.
«Senti Melinor, ora che sai tutto… che ne dici di guarirmi la caviglia?» Zevran catturò su di sé l’attenzione.
«Non credo proprio», replicò la dalish con noncuranza.
«Andiamo, non farai sul serio! Dobbiamo rimetterci in viaggio, non posso restare zoppo!»
«Vorrà dire che ti guarirò appena prima di partire. Se Mithra ti ha ridotto così devi essertelo meritato.»
Lanaya e Alistair risero mentre Zevran si accasciava a terra sconsolato.

Il funerale di Zathrian ebbe luogo quella sera. Il suo corpo venne seppellito e una quercia già abbastanza cresciuta venne piantata sul luogo di sepoltura. La commozione fu grande, le parole pronunciate da Lanaya furono un perfetto elogio alla memoria del vecchio Guardiano. Alla fine del rituale di sepoltura tutti si riunirono attorno al fuoco per ascoltare ciò che la nuova Guardiana aveva da dire.
«Zathrian ci ha lasciati esprimendo un solo desiderio: voleva che apprendessimo la tolleranza e il perdono, cose che lui non aveva saputo incarnare. Le nostre differenze con gli umani sono reali, così come i nostri attriti con loro; ma questi umani ci hanno aiutati» indicò gli umani presenti. «Questi umani hanno salvato il nostro clan guidati da una di noi: hanno scelto spontaneamente di seguire una dalish. Per questo possiamo definirli amici del clan, e in quanto tali vorrebbero omaggiare il nostro amato Guardiano.»
Si fece da parte per lasciare spazio a Leliana, che si avvicinò timidamente stringendo il suo liuto.
«Questa canzone mi è stata insegnata da un’elfa anziana e saggia, e spero di riuscire a rendere omaggio a Zathrian e a tutto il popolo dalish cantandola per voi.»
Iniziò a pizzicare le corde del liuto, la sua voce soave che iniziava a permeare l’aria trasportata dalla leggera brezza che scompigliava le chiome degli alberi. Alistair chiese a Melinor il significato di quella canzone, e lei iniziò a tradurre bisbigliando al suo orecchio.

«Anziano, il tuo tempo è venuto
Ora sono pieno di tristezza
Gli occhi stanchi devono riposare
Il cuore è diventato grigio e lento
Nell’uthenera troverai la libertà.
Noi cantiamo, gioiamo
Raccontiamo le storie
Ridiamo e piangiamo
Amiamo per un giorno ancora.

L’uthenera era il sonno senza fine dei nostri antenati» spiegò al suo amato. «Erano immortali, ma quando sentivano d’aver vissuto il loro tempo si ritiravano dal mondo. Si addormentavano in una stanza che fungeva anche da tomba, e i loro spiriti vagavano nell’Aldilà per ere intere. Alcuni di loro facevano ritorno dopo secoli, ma la maggior parte lasciava deperire il proprio corpo arrivando alla vera morte.»
Alistair annuì, rattristato dalle melanconiche note di Leliana. A un tratto qualcuno picchiettò la sua spalla, facendolo voltare: si trovò faccia a faccia con Hawke.
«Alistair, potresti venire con me un momento?»
Lui fece per rispondere, ma qualcosa dietro a Hawke lo fermò sul nascere. Senza una parola si girò e seguì la ragazza.
Melinor non ebbe bisogno di voltarsi per capire: avrebbe riconosciuto quella presenza anche a distanza di miglia.
«Leliana è brava. Ha un’ottima pronuncia elfica.»
Melinor non rispose a Merevar, restando con gli occhi incollati sul fuoco.
«Melinor» la prese allora da parte lui, allontanandosi dagli elfi radunati. Le mise le mani sulle spalle per costringerla a guardarlo: nei suoi occhi galleggiava il cadavere del suo orgoglio, affogato nel mare dei rimpianti, e lui voleva che sua sorella lo vedesse. «Mi dispiace tanto. Quello che ti ho fatto…» scosse la testa, apparentemente incapace di sostenere il ricordo. «Ero fuori di me. E quello che ti ho detto, io non… non lo pensavo davvero.»
«Non c’è bisogno che tu faccia questo» ribatté lei gelida, distogliendo lo sguardo. «Ti capisco.»
«Melinor, ti prego» la fece girare ancora per guardarla in faccia, come se volesse vedere per bene il dolore che le aveva inflitto. «Va bene che sei comprensiva, ma nemmeno tu puoi giustificarmi. Non stavolta.»
Le sopracciglia della dalish finalmente tradirono le sue emozioni, arricciandosi quanto più potevano nonostante il tono calmo della sua voce. «Non ho mai detto che ti giustifico. Ho detto solo che capisco cosa ti è successo.»
«Posso… posso fare qualcosa per rimediare?»
«No che non puoi!» esclamò lei, e alcune teste si voltarono. «Tu mi hai tradita! Hai tradito la tua famiglia! Hai scelto di lottare e proteggere il tuo stupido orgoglio dalish, e avresti sacrificato perfino me pur di riuscirci!»
«No, Melinor. Non ti avrei mai fatto del male, lo sai.»
«Non mi avrai ferita con le tue frecce o i tuoi pugnali, ma lo hai fatto con le tue azioni!» gli vomitò addosso tutto ciò che sentiva, la voce incrinata dal pianto e dalla delusione. «Io ho sacrificato tutto per te, tutto ciò per cui ho lavorato sodo sin da quando ero una bambina! Non ci ho pensato due volte, io ho scelto te! E quando è venuto il tuo turno tu invece ti sei rivoltato contro di me! Non puoi pensare che venire qui a scusarti basti a risolvere le cose! Ci sono ferite che nemmeno la magia più potente può risanare del tutto, ferite a cui serve del tempo per rimarginarsi. E anche in quel caso, la cicatrice resterà sempre a rievocare il ricordo!»
Merevar abbassò gli occhi, schiacciato dal peso della colpevolezza.
«Non avevo nessuna intenzione di venire a parlarti per chiarire le cose», infierì ancora lei. «Non avevo nemmeno voglia di vederti o di sentire le tue scuse! Stavolta sei andato troppo oltre!
…ma poi ti ho visto con Hawke.»
Merevar risollevò finalmente il capo, trovando il coraggio di affrontare gli occhi della sorella. Vi trovò una rabbia che andava smorzandosi.
«So quello che hai fatto scegliendola come compagna. Hai rinunciato a tutto ciò in cui hai sempre creduto, hai rinunciato a ciò che eri. Hai distrutto quel dalish invasato che mi ha fatto tanto male.»
Gli occhi di entrambi iniziarono a brillare, lo stesso scintillio di triste consapevolezza mandato da una stella che aspetta di spegnersi.
«Quei passi mano nella mano con lei, sotto gli occhi di un intero accampamento dalish che ti giudicava in silenzio… erano le scuse migliori che potessi farmi.»
Ci volle un po’ prima che Merevar riuscisse a liberarsi dal cappio invisibile che minacciava di strozzarlo.
«Pensi che riuscirai a perdonarmi, un giorno?»
«Ti ho già perdonato, razza di stupido. Ma non riuscirò a dimenticare tanto presto quello che hai fatto. Devi darmi tempo.»
La prese delicatamente per attirarla nel suo abbraccio. Rimasero così parecchi minuti, senza dire nulla, le lacrime che scendevano copiose su quei volti identici.
«Mi dispiace tanto, Melinor. Riconquisterò la tua fiducia, te lo prometto.»
«Lo so.»
Un po’ alla volta i dalish iniziarono a diradarsi, alcuni si ritirarono nei loro aravel mentre altri restarono ancora attorno al fuoco a ricordare Zathrian. E i gemelli erano ancora là, immobili come due statue eternamente abbracciate.
«Scusate se vi interrompo… Melinor, Lanaya vuole parlare con te.»
Alistair si era materializzato davanti a loro e nemmeno se n’erano accorti; Merevar fu grato del fatto che le sue lacrime si fossero del tutto asciugate. Melinor si distaccò da lui e partì alla ricerca di Lanaya, lasciando i due da soli; Merevar si accorse d’essere terribilmente in imbarazzo.
«Allora, vi siete chiariti?» ruppe il ghiaccio Alistair.
«Sì» replicò l’altro, i ricordi che gli affollavano la mente. Rivide il ragazzo mentre si prendeva un colpo mortale per lui a Ostagar, rivide la loro scazzottata, lo rivide persino mentre ballava con Melinor, il sorriso di sua sorella così felice… e poi rivide se stesso nelle rovine, mentre insultava tutti i suoi compagni senza pietà. Si fece coraggio e si voltò. «Alistair, devo farti le mie… cos’è quella faccia?»
S’interruppe nel trovare il ragazzo con le braccia incrociate e un’espressione a metà fra l’ebete e il malizioso. Alistair diede un colpetto all’insù con le sopracciglia.
«E così, tu e Hawke…» iniziò a far oscillare la testa con aria insinuante mentre il dalish arrossiva violentemente. «Nella foresta, alla maniera dei dalish… caspita, ci hai messo un bel po’ a cedere ma una volta arreso non hai aspettato neanche cinque minuti, eh?»
Merevar assunse l’espressione ostile di sempre. «Sai, volevo scusarmi con te; ma adesso ho cambiato idea» bofonchiò con evidente imbarazzo. Girò i tacchi e fece per andarsene.
«Ehi, Merevar» il richiamo di Alistair lo fece fermare. Si voltò e lo vide con un sorriso fiero, che lo faceva sembrare un vero uomo e non il solito buffone. «Io e te siamo a posto.»
L’elfo fu colto alla sprovvista dal modo spassionato con cui l’umano stava passando sopra a tutto. Non aveva nemmeno avuto bisogno di ascoltare delle vere e proprie scuse, era pronto a lasciarsi tutto alle spalle così. Merevar si rese conto che si stava comportando da vero amico, e la cosa lo stravolse non poco. Si trovò suo malgrado a sollevare un angolo della bocca e ad annuire rispettosamente; poi si voltò e andò per la sua strada.
Camminando vide Hawke intenta a parlare con Leliana e Wynne: la sua nuova compagna lo aveva costretto a scusarsi con loro quel pomeriggio. Sorrise guardandola da lontano e passò oltre. C’era un’altra persona a cui doveva delle scuse.

Lo trovò seduto fuori dalla sua tenda, nello spazio che il clan aveva riservato al gruppo di forestieri. Era intento ad affilare le sue lame come faceva ogni sera prima di andare a dormire, una vecchia abitudine da Corvo di Antiva. Quando si avvide della sua presenza, Zevran sorrise.
«Chi non muore si rivede.»
«Suona strano, detto da un assassino.»
Zevran rise. «Sì, è vero. Allora, che ci fai qui? Siamo di nuovo amici, ora che sai quello che non ho fatto con la tua Hawke?»
Merevar sospirò, portandosi di fronte a lui. «Ti chiedo scusa. Non ti ho nemmeno lasciato il tempo di spiegarti e sono saltato alle conclusioni.»
«A tua discolpa, devo ammettere che era inevitabile saltare a certe conclusioni… insomma, parliamo di me. Nessuno crederebbe mai che ho passato una notte intera con una donna senza toccarla.»
Merevar sbuffò, ma in realtà pensò che gli era mancato quel megalomane.
«A ogni modo, voglio i dettagli!» gli posò le mani sulle spalle dopo aver messo da parte le sue spade corte. «Ora capisci perché volevo che lo facessi, no? La prima volta è inebriante, ricordo ancora la mia… raccontami, com’è andata?»
«Voglio essere chiaro fin da subito, Zevran: non ho nessuna intenzione di vantarmi con te delle mie imprese romantiche.»
«Ma sentitelo, non vuole vantarsi!» gli diede una pacca sulla spalla così forte da fargli fare un passo in avanti. «Ah, sono proprio fiero di te! Ora sì che mi sento un orgoglioso fratello maggiore!»
Merevar s’irrigidì appena, il ricordo di Tamlen ancora vivo in lui. Zevran si rese subito conto di ciò che aveva detto; si fece serio. «Mi dispiace, non avrei dovuto.»
«No, va bene» annuì l’altro. «In realtà mi sono avvicinato a te proprio per questo. Mi mancava avere un fratello maggiore a cui fare riferimento. Tu non assomigli neanche lontanamente a Tamlen, sotto nessun punto di vista… ma a modo tuo mi hai preso sotto la tua ala, ed è per questo che mi sono arrabbiato quando ho visto uscire Hawke dalla tua tenda. Mi sono sentito tradito sia da lei che da colui che consideravo un fratello.»
Gli occhi di Zevran si addolcirono, cogliendo il dalish alla sprovvista: non credeva che potesse essere tanto serio e che potesse trasmettere una simile emozione con un semplice sguardo. «I Corvi di Antiva non hanno amici, sai. L’unica cosa che ci unisce ai nostri compagni è la gilda, e nessuno si fida davvero degli altri. È così che cresciamo, sempre sul chi va là, escludendo sentimenti ed emozioni. Non avevo mai avuto un amico, tantomeno un fratello… ora che ne ho uno sono davvero contento.» Allungò una mano verso di lui. «Amici come prima?»
Merevar rispose affermativamente con una stretta di mano. Poi un sorrisetto prese il sopravvento. «Prima di tornare a essere amici come prima, c’è una cosa che devo fare.»
«Tutto quello che vuoi, fratello!»
Quando Zevran vide arrivare il pugno era troppo tardi: si ritrovò accasciato a terra con il naso sanguinante e le mani premute su di esso. «Perché l’hai fatto?»
«Hai comunque tentato di portarti a letto la mia ragazza, anche se alla fine non l’hai fatto. Non possiamo avere qualcosa in sospeso se vogliamo condividere un rapporto sano, non credi? Ora siamo pari» sghignazzò Merevar. Per tutta risposta Zevran si mise a brontolare.
«Oggi non è proprio la mia giornata. Partirò da questo posto zoppo e con il volto deturpato!»
«Ah, a proposito… ti ho visto zoppicare oggi, che ti è successo?»
«Lasciamo stare. Voglio solo andare a dormire, prima che qualcun altro mi metta le mani addosso. Ma guardami, passo le notti a consolare ragazze e le giornate a farmi picchiare… forse era meglio quando non avevo amici» esclamò, i suoi borbottii che svanivano con lui all’interno della sua tenda.

Quella notte Melinor fece il più strano dei sogni. Si ritrovò in uno strano luogo, affatto familiare: non c’era nulla attorno a lei, solo una fitta nebbia scura.
Questo non è l’Oblio… dove sono? si preoccupò.
Avvertì una presenza spettrale alle sue spalle. Subito si voltò, le scintille elettriche pronte a sgorgare dalle sue mani protese in avanti.
«Chi sei tu?» gridò alla misteriosa presenza.
«Chi sei tu, piuttosto!» ribatté una voce maschile. «Come sei arrivata qui?»
«Qui dove? Non so nemmeno dove mi trovo!» rispose senza abbassare la guardia l’altra mentre studiava il guerriero in armatura pesante davanti a lei. La sua armatura era vagamente familiare: non se ne trovavano più di così, ma ne aveva già vista qualcuna fra le antiche reliquie degli altri clan dalish.
«Sei nella mia prigione» ribatté l’altro, fattosi improvvisamente tranquillo. Si tolse l’elmo rivelando un paio d’orecchie a punta. «Una prigione che mi sono creato da solo.»
Melinor dischiuse le labbra riconoscendo un altro elfo.
«Tu sei come me» continuò lui, avvicinandosi fiducioso. «Percepisco la magia degli Elvhen in te. Condividiamo lo stesso retaggio.»
«Ma tu sei un guerriero… come puoi essere in grado di percepire la mia magia? Solo i maghi possono farlo» obiettò la dalish.
«Dunque è davvero così… se parli così significa che le nostre antiche tradizioni sono andate perdute» sospirò con rassegnata amarezza l’elfo. «Io sono l’ultimo dei Guerrieri Arcani: un ordine di maghi elfici in grado d’incanalare la magia per trasformarla in forza e combattere come guerrieri, senza per questo rinunciare ai nostri talenti magici. Tale conoscenza è sempre stata custodita gelosamente dal nostro popolo: i nemici degli Elvhen tremavano quando ci vedevano scendere sul campo di battaglia. Eravamo praticamente invulnerabili. Ma ora tu mi confermi che la nostra segretezza ci si è infine rivoltata contro», scosse il capo con mestizia. «Ci fu una battaglia al tempio. L’alleanza tra elfi e umani non bastò a sconfiggere il nostro nemico comune: quando capii che non c’era speranza usai la magia per spedire la mia anima in un amuleto, nella speranza che un giorno qualcuno lo raccogliesse e scoprisse la verità. Ma sono passati così tanti anni… nessuno è giunto e io mi sono assopito, sepolto fra quelle rovine… finché tu non mi hai risvegliato.»
Melinor comprese finalmente dove si trovava: era finita nell’amuleto donatole dalla Signora della Foresta.
«Gli Elvhen hanno combattuto insieme agli umani? Contro chi?»
«I ricordi mi hanno abbandonato da tempo, figlia del Popolo. Ricordo solo la malvagità e l’oscurità di quel nemico, ricordo i miei compagni cadere uno dopo l’altro… il nostro ordine di Guerrieri Arcani sconfitto per sempre…» puntò il suo sguardo trasparente su di lei. «Ma non tutto è ancora perduto, poiché tu sei qui.»
Melinor assunse un’espressione incerta.
«Solo un Elvhen avrebbe potuto accedere al contenuto dell’amuleto, in virtù del nostro sangue comune» continuò il guerriero. «Tu sei destinata a raccogliere la nostra eredità.»
Il cuore di lei perse un battito per l’emozione. «Volete fare di me un Guerriero Arcano?»
«Solo se tu accetti di diventarlo. In tal caso trasferirò in te la mia conoscenza.»
«E sarà sufficiente? Come potrò usare i talenti del vostro antico ordine senza addestramento?»
Il guerriero sorrise con fare paterno. «Sei una di noi, da’len. Ce l’hai nel sangue.»
Se avesse avuto davanti uno specchio, Melinor avrebbe visto brillare i suoi occhi. «Mi state chiedendo di fondare un nuovo ordine di Guerrieri Arcani?»
«Ti sto solo chiedendo di accettare un dono della tua gente. Potrai usarlo come riterrai più opportuno. Significa dunque che accetti?»
Melinor scese su un ginocchio e s’inchinò al suo cospetto. «Sarebbe un onore.»
«E sia, ordunque. Farò di te una Guerriera Arcana, ma a una condizione: dopo che avrò trasferito in te le mie conoscenze, dovrai liberarmi. Voglio raggiungere l’Oblio e abbandonare questa vita fittizia.»
«Avete la mia parola» giurò solennemente la ragazza, ancora inginocchiata con una mano sul cuore. L’altro annuì, l’espressione sollevata e leggera. Si portò a un soffio da Melinor e le impose le mani sul capo.

«Melinor!»
La voce familiare di Alistair la destò: lo trovò chino su di lei con il viso contorto dalla preoccupazione. «Il tuo amuleto è andato in mille pezzi, e il sangue che era all’interno è finito dappertutto…»
Melinor si guardò il petto spruzzato di rosso: i suoi ultimi ricordi del Guerriero Arcano erano appannati e confusi. Ricordava di aver pronunciato le parole elfiche per liberarlo, ar lasa mala revas; poi nulla. Solo la veglia che giungeva inesorabile.
Si fiondò fuori dalla tenda vestita solo della sua camicia da notte sporca di sangue, Alistair che la seguiva senza capire. Una volta fuori la vide chinarsi sulla sua spada.
«Posso sapere che ti prende?» esclamò indispettito.
«Mi serve la tua spada» disse distrattamente lei mentre stringeva le dita attorno all’elsa.
«È troppo pesante per te, non riuscirai mai a… wow!»
Gli cadde la mascella nel vedere la sua esile compagna brandire la spada verso il cielo come se fosse il più leggero coltellino del mondo. Non contenta, si chinò e prese senza alcuno sforzo anche il suo pesante scudo, rischiando di far schizzare gli occhi di Alistair fuori dalle orbite.
«Ma che sta succedendo?» gli altri si svegliarono e uscirono dalle loro tende. Rimasero tutti sbigottiti nel vedere Melinor con spada, scudo e pigiama sporco.
«Tesoro, cara… mettili giù, ti farai male» la esortò Alistair avvicinandosi. Ma lei era persa in quella nuova sensazione, la magia che si muoveva da sola in lei trasformandosi in forza: avrebbe potuto scagliare qualsiasi incantesimo ed essere forte e possente allo stesso tempo. Puntò la spada contro Alistair senza alcuno stile, ma con espressione sicura di sé: era un po’ ridicola, ma l’esaltazione del momento le impedì di accorgersene.
«Sono una Guerriera Arcana ora!» annunciò a tutti.
Diede loro le dovute spiegazioni, raccontando dell’amuleto e di ciò che era rimasto intrappolato al suo interno per ere.
«Accidenti, che invidia» commentò Hawke, affascinata dal nuovo talento di Melinor.
«È impressionante, davvero» esclamò Alistair, non riuscendo tuttavia a nascondere la sua apprensione. «Ma resta un problema, Melinor: non hai la minima idea di come combatte un guerriero.»
«Ha ragione» gli diede man forte Merevar, preoccupato quanto lui. «Potrai anche avere la forza di un ogre, ma non serve a nulla senza addestramento. Al massimo puoi indossare un’armatura pesante e incassare più colpi del normale.»
«Allora addestratemi!» esclamò Melinor con determinazione. «Non capite? Questo dono ci aiuterà tantissimo contro la prole oscura. Sono un Custode Grigio, una maga e ora anche una guerriera… con tutto questo potere potrei davvero abbattere un ogre da sola!»
I due biondi si scambiarono un’occhiata.
«Hai ragione, sarebbe stupido non approfittarne… non sarebbe male se riuscissi a difenderti anche fisicamente» fu costretto ad ammettere Alistair mentre Merevar annuiva.
«Ma devi scegliere uno stile di combattimento e un’arma» aggiunse quest’ultimo. «In base a ciò che sceglierai, uno di noi ti addestrerà.»
Melinor annuì freneticamente, eccitata all’idea.
«Ragazzi… guardate qui.»
Leliana, che si era allontanata un attimo dal gruppo, si avvicinò con un pezzo di carta arrotolato fra le mani. Lo porse a Merevar, il quale lo srotolò e lo lesse con attenzione. Quando ebbe terminato si voltò di scatto: una delle tende mancava all’appello.
«Sten… se n’è andato.»  

 

 

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