Erano arrivati all’accampamento in una compagnia di nove, ed erano ripartiti con un membro in meno.

“I Custodi Grigi non sono ciò che mi aspettavo. Sono stato mandato qui con il compito di osservare il Flagello, ma ho perduto il mio onore di guerriero. Ho accettato di seguirvi per redimermi sconfiggendo la prole oscura. Intendo farlo senza perdere altro tempo. Senza la mia spada non posso tornare a Par Vollen, ma intendo recuperare almeno un po’ d’onore. Andrò a Ostagar e abbatterò quanti più prole oscura potrò, finché la morte non mi libererà.”

Le parole di Sten erano state scritte nero su bianco, concise e senza fronzoli; proprio come lui. Merevar sentì in cuor suo d’aver deluso il qunari, ma ormai non poteva fare altro. Lasciarono l’accampamento dalish con la promessa della nuova Guardiana di rintracciare e reclutare nell’esercito quanti più clan possibile.

I primi cinque giorni di viaggio passarono tranquilli: Melinor aveva scelto come sua nuova specialità il combattimento con spada e scudo, e aveva iniziato a farsi addestrare da Alistair.
«C’era da aspettarselo» bofonchiò Merevar un giorno di quelli, mentre osservava i due tirar di spada. «Quei due non perdono occasione di stare appiccicati.»
«Non è per via di Alistair che Melinor ha scelto spada e scudo, lo sai» lo rimbeccò Hawke. «Melinor è prudente e predilige la strategia, è naturale che abbia scelto uno stile che le permetta sia di attaccare che di difendersi.»
Merevar sbuffò contrariato; lo sapeva anche lui, ma aveva sperato di poter rendere Melinor una fiera cacciatrice dalish. «Sarei stato un ottimo maestro.»
Hawke lo guardò con interesse. «Allena me.»
Merevar scoppiò a ridere senza cattiveria, ma di genuina meraviglia. «Ma che dici, tu non sei una guerriera arcana. Sei una maga normale.»
«Ecco, questa è una cosa che non ho mai capito… perché un mago deve per forza essere un mingherlino incapace di difendersi? Io sono abbastanza forte per essere una donna, sono certa che riuscirei a cavarmela abbastanza bene.»
Merevar la studiò con il capo inclinato: ricordò la ginocchiata che si era preso da lei, e tutte le volte che la ragazza l’aveva trascinato in giro di peso contro la sua volontà. Aveva sempre trovato sorprendente la forza di Hawke.
«Sai che ti dico? Hai ragione», disse alzandosi in piedi e porgendole una mano. «Cominciamo subito.»
Fu così che anche loro iniziarono ad allenarsi: Hawke aveva scelto di combattere con due spade corte, prediligendo astuzia e attacco. Ricevette anche qualche dritta da Leliana, e anche se i suoi progressi non erano stupefacenti quanto quelli di Melinor, erano pur sempre progressi.
Un pomeriggio si stavano allenando tutti insieme quando i due Custodi istruttori si fermarono d’improvviso: assunsero un’espressione allarmata e si guardarono negli occhi. Melinor e Hawke non fecero in tempo a chiedere quale fosse il problema che Merevar gridò.
«Prole oscura!»
Iniziarono a spuntare fuori come un nugolo di ratti dai cespugli circostanti: hurlock e genlock guidati da quattro shriek, una sorta di ripugnante incrocio tra lupi mannari e prole oscura. Erano una ventina in tutto, e il gruppo fu rapido nel recuperare le armi per difendersi. Iniziò a schizzare sangue a destra e a manca mentre i mostri crollavano a terra: Melinor ebbe l’occasione di mettere in pratica quanto appreso in quei giorni, ma dovette aiutarsi con i suoi soliti incantesimi per sopperire all’inesperienza.
Merevar tranciò di netto la testa a uno degli shriek e si voltò per eliminare il prossimo avversario: le sue spade corte si scontrarono con clangore contro un altro paio di lame quasi identiche alle sue. Si trovò davanti un paio d’iridi azzurre, un colore che trovò stranamente accogliente e familiare, e la cosa più sorprendente fu che quegli occhi tradirono consapevolezza. Non erano i soliti occhi vuoti e famelici della prole oscura. Capì che si trattava di un ghoul, ovvero una persona ammalatasi dopo aver contratto la corruzione della prole oscura: la malattia anneriva la pelle di quei malcapitati, faceva perdere loro i capelli, li riduceva quasi a dei cadaveri ambulanti e allo stadio finale toglieva loro la sanità mentale e la consapevolezza di loro stessi.
Merevar si sentì mancare il fiato osservando quel ghoul.
«Tamlen?»
«Merevar, perché te ne stai lì impalato?» gli gridò Alistair correndo in suo aiuto per abbattere il ghoul. Ma l’elfo voltò le spalle alla creatura ingrigita dalla malattia e allargò le braccia per proteggerla.
«Fermati, Alistair! È mio fratello!»
«Ma che stai dicendo Merevar, quello è un ghoul! Non vedi che…»
Le parole si smorzarono nella gola di Alistair mentre ricordava come il loro fratello maggiore non fosse mai stato ritrovato. Abbassò la lama mentre alle loro spalle gli ultimi morti cadevano, lasciando un silenzio di tomba piombare sul luogo.
«Tamlen?»
Melinor si avvicinò con gli occhi sbarrati: trascinava la sua nuova spada, la cui punta imbrattata di sangue tracciava un solco sul terreno polveroso. Non appena raggiunse il gemello, il ghoul diede a entrambi le spalle e fuggì.
«Aspetta!» gridarono i gemelli all’unisono correndogli dietro, e quello andò ad accovacciarsi di spalle accanto a un gruppetto di cespugli.
«No, non guardatemi» mugolò con somma vergogna di se stesso. Melinor lo aggirò e si accucciò di fronte a lui: prese delicatamente le mani che egli si premeva sul viso e le spostò, costringendolo a guardarla. Di riflesso i suoi occhi si riempirono di lacrime. «Sei… sei davvero tu» mormorò. Tamlen distolse lo sguardo da lei, incapace di sopportare la visione della sorella mentre provava pietà per lui.
«Tamlen… cos’è successo?» gli chiese allora Merevar, i suoi occhi lucidi quanto quelli di Melinor. «Ti abbiamo cercato per giorni nella foresta…» scosse il capo, ancora incredulo. «Dove… come…» non riuscì a riordinare i pensieri.
«Ti ho portato fuori da quelle maledette rovine» gracchiò Tamlen, la sua voce ormai ridotta a uno scricchiolante rimasuglio di ciò che era stata. «Volevo riportarti all’accampamento, ma ero così debole… così ti ho lasciato lì per andare a cercare aiuto. Ma ho vagato, e vagato, seguendo la voce nella mia testa che si faceva sempre più forte…»
I gemelli sentirono una fitta al cuore: ciò che Tamlen aveva sentito era il richiamo dell’arcidemone. La corruzione si era diffusa molto rapidamente in lui, riducendolo in quello stato.
«Mi sono ritrovato in mezzo a un gruppo di prole oscura. Volevo scappare, ma loro non mi hanno fatto del male. È stato allora che mi sono reso conto che…» faticò a pronunciare quelle terribili parole. «Che ormai ero come loro. Così sono rimasto con loro nella foresta. Dovevamo costantemente evitare i lupi mannari, perché erano pericolosi. Ma poi siete arrivati voi e li avete sconfitti. Vi abbiamo seguiti perché quelli come voi devono essere eliminati, questo ci ordina la canzone nella testa. Ma poi ho visto che eravate voi due, e sono tornato a ricordare chi ero». Guardò Merevar. «Avverto la corruzione in te. E anche in te», disse a Melinor, «ma tu… tu sei diversa. C’è anche della luce in te che mi ferisce con la sua bellezza.»
Melinor lasciò cadere una lacrima. «Dev’essere la magia quella che percepisci», riuscì a dire con voce tremante. Tamlen rimase in silenzio a guardare i suoi fratelli.
«Uccidetemi, vi prego. Finché sono ancora padrone di me stesso. Sento che presto la mia lucidità sparirà di nuovo.»
«Cosa? No!» esclamò Merevar con gli occhi fuori dalle orbite. «Noi… noi ti aiuteremo! Ci dev’essere un modo… potremmo sottoporti all’Unione!» si voltò con occhi speranzosi verso Alistair, che osservava in silenzio poco più indietro. «Il rituale dell’Unione ha curato me, può guarire anche lui!»
Alistair non riuscì a sopprimere l’espressione addolorata che spingeva per emergere sul suo viso. «Merevar… è troppo tardi per lui. È un ghoul, e i ghoul non posso essere guariti… mi dispiace…»
«Ci sarà un altro modo!» quasi sembrò non sentirlo Merevar, lo sguardo ormai al limite della follia. «Melinor?»
Incapace di pronunciare anche una sola parola, Melinor scosse il capo e abbassò la testa fra le lacrime. Merevar rimase a fissare il vuoto per qualche istante prima di esplodere.
«Non è giusto!» iniziò a prendere a calci qualsiasi cosa avesse a tiro. «Perché? Perché gli Dei ci hanno fatti incontrare di nuovo, se non possiamo salvarti?» cadde in ginocchio fra le lacrime a pochi passi dal fratello.
«Perché ora possiamo dirci addio.»
Le parole di Tamlen fecero posare su di lui le quattro iridi identiche dei gemelli.
«Perché così potrò morire conservando il mio onore di dalish. E perché così posso dirti che non è stata colpa tua» concluse rivolgendosi a Merevar, il quale lo guardò con immenso dolore. «Ti conosco, lethallin. So che pensi di essere responsabile della mia fine, e lascia che ti dica questo: è stata solo colpa mia. Io ho voluto avventurarmi in quelle rovine. Avrei dovuto darti ascolto.»
Merevar strizzò gli occhi in preda ai singhiozzi. «Non m’interessa avere ragione! Non ho bisogno di una tomba su cui piangere, ho bisogno di mio fratello!»
«Non hai più bisogno di me, lethallin. Nessuno di voi due ne ha. Guardate dove siete arrivati senza di me». Allungò la sua mano gelida su quella di Merevar, e l’altra andò a sfiorare il mento di Melinor per sollevarle il viso; un brivido attraversò entrambi mentre realizzavano che Tamlen ormai era morto da tempo. «Vi prego, non lasciate che muoia come una creatura folle.»
Merevar stava sprofondando in una valle di lacrime. Sfilò un pugnale dal suo fodero e si trascinò sulle ginocchia di fronte al fratello. Gli sembrava di muoversi con il corpo di qualcun altro, nell’inferno di qualcun altro; il tocco di una mano calda che andava a posarsi sulla sua lo fece voltare. Melinor stringeva insieme a lui il pugnale, il volto fradicio e gli occhi rigonfi. «Insieme», singhiozzò.
I tre Mahariel si guardarono: Tamlen allargò le braccia per invitarli in quell’ultimo abbraccio. Si strinsero per quella che parve a loro un’eternità; poi la lama affondò in quel cuore morto, un ultimo sussulto e poi più nulla. I gemelli restarono stretti in quel macabro abbraccio, il puzzo del sangue marcio che macchiava i loro vestiti inesistente per loro. Restarono così a lungo, piangendo sulla salma di Tamlen da cui sembravano non volersi separare mai più.
Il resto del gruppo assisteva a testa bassa in rispettoso silenzio. Solo Alistair e Hawke riuscivano a guardare.
«È un vero schifo, vero?» Hawke apparve al fianco di Alistair. «Vederli così e sapere che non possiamo fare niente per aiutarli.»
Alistair non ebbe bisogno di voltarsi per capire che Hawke stava piangendo. Senza dire nulla allungò il braccio e le cinse le spalle, stringendola a sé. Si scoprirono molto più amici di quanto non avessero mai pensato, uniti probabilmente dallo stesso dolore e dalla stessa sensazione d’impotenza.
«Se volete aiutarli, iniziate a scavare una fossa e risparmiate loro un ulteriore dolore». Morrigan apparve alle loro spalle, seria come mai era stata prima d’allora. «Lo avete visto al funerale di Zathrian, no? I dalish non bruciano i loro morti, li seppelliscono. Iniziate a scavare, io vado a cercare un albero abbastanza giovane da piantare sulla tomba.»

Fecero un funerale per Tamlen; i gemelli erano distrutti. Restarono fino a tardi davanti alla tomba insieme, e poi si ritirarono nelle tende con i loro compagni mentre Zevran e Morrigan restavano di guardia.
«Merevar sarà distrutto», piangeva Melinor fra le braccia di Alistair. «Lo conosco, starà pensando che Tamlen si è perso cercando aiuto a causa sua… penserà che…»
Si ritrovò un dito pressato sulle labbra. Alzò lo sguardo su Alistair che la fissava con serietà.
«Se vuoi fare la Guardiana che si preoccupa per gli altri va bene, ma non stanotte. Hai appena seppellito tuo fratello, e stai male quanto Merevar. Almeno per stanotte non preoccuparti di nessun altro… e lascia che qualcuno si preoccupi di te.»
Sembrava che le lacrime non volessero finire mai. Tirò su col naso mentre lo guardava piena di gratitudine. «Posso parlarti di lui?» riuscì a dire con voce strozzata. «Non vi siete mai conosciuti… mi sarebbe piaciuto…»
Alistair soffriva nel vederla così, ma riuscì a sorriderle comunque. «Puoi raccontarmi tutto quello che vuoi, se ti fa stare meglio.»
Qualche tenda più in là le cose stavano andando molto diversamente.
«Lo rifacciamo?» disse Merevar a Hawke, la quale gli rivolse uno sguardo sconcertato.
«Ma lo abbiamo fatto già due volte!»
«Lo so, sono incredibile» ridacchiò l’elfo mentre si protendeva verso la ragazza; ma quella lo fermò tenendolo per le spalle.
«Merevar… tu non stai bene.»
L’elfo si fece serio e sostenne il suo sguardo. «Mi sembra ovvio, come posso stare bene?»
Hawke ostentò un’espressione preoccupata. «Capisco che fare l’amore con me t’impedisca di pensarci, ma non è la soluzione migliore… forse dovresti parlarne.»
«No, non servirebbe. Cosa c’è da dire? Ho finalmente detto addio per sempre a mio fratello, lui mi ha sollevato da ogni responsabilità e io soffro perché lui è morto. Che altro c’è da aggiungere?»
Hawke non seppe come rispondergli; restò a guardarlo con somma compassione.
«Se voglio stare con te non è per non pensarci. È perché sei l’unica cosa che mi rende felice. Ho bisogno di sentirti più vicina possibile, ho bisogno di un po’ di felicità… perché non ne provo da troppo tempo. Non sto cercando di evitare il confronto con la morte di Tamlen, credimi. È una cosa con cui ho fatto i conti tempo fa. E ora, anche se fa male… almeno è finita. Ho pianto, e piangerò ancora nei prossimi giorni. Parlare non mi aiuterà, ma sentirti vicina sì.»
Hawke sfoderò un sorriso triste; lo capiva. Entrambi erano tipi da fatti, più che da parole.
«Allora sfiniscimi pure, Mahariel.»

Raggiunsero Redcliffe dieci giorni dopo. Si fermarono a fare rifornimento e per fare rapporto ad Arle Eamon.
Mentre Alistair e Melinor trattavano con il nobile al castello, Merevar e Hawke s’intrattenevano alla locanda giù in paese. Si trovarono senza volere ad assistere alle smanie di protagonismo di Dwyn, un nano mercenario che aveva combattuto insieme a loro durante l’assedio di Redcliffe da parte dei non morti.
«Visto che razza di bestione?» stava esibendo un enorme spadone chiaramente pregiato, di singolare fattura. «Me l’ha venduto Faryn prima di partire per Orzammar. È uno spadone qunari!»
Quella frase fece voltare l’elfo di scatto, che prese a fissare il nano mentre continuava a fare l’esibizionista. Ricordò quando avevano trovato i resti dei compagni di Sten nei pressi del Circolo dei Maghi: l’avvoltoio che stava racimolando pezzi da rivendere aveva parlato di un suo collega passato prima di lui che era diretto a Orzammar.
Hawke smise di tracannare la sua birra vedendo la strana scintilla che brillava negli occhi di Merevar. Non fece tempo ad aprir bocca che l’elfo si stava già dirigendo verso il nano.
«Un’ottima lama, davvero!» s’intromise nella conversazione. «Hai detto che è qunari?»
Il nano, forse memore del fatto che Sten era parte del gruppo dei Custodi, parve innervosirsi appena. «Sì, perché?»
«Curioso, le armi qunari non si trovano spesso qui nel Ferelden… mi domando come sia finita qui questa spada, proprio durante un Flagello e con il commercio bloccato…»
«Non so che dirti, amico. Io ho comprato questa spada e basta, non ho chiesto al mercante dove l’ha trovata.»
Merevar si abbassò con l’aria di chi voleva fare un po’ di sano cameratismo. «Andiamo, amico» gli fece il verso col sorrisetto di chi la sapeva lunga. «A me puoi dire la verità. Conosci Bodhan e Sandal, no? I due nani che viaggiano con noi. Anche loro sono dediti allo sciacallaggio, proprio come il tuo mercante di fiducia.»
Il nano perse la pazienza e mise il grugno. Incrociò le braccia con fare minaccioso. «Si può sapere cosa vuoi da me?»
«Voglio la spada. È di un mio amico.»
«Sì, certo… mi ricordo del tuo amico qunari. Ma non è con voi Custodi stavolta, o sbaglio?». Merevar serrò le labbra, disarmato dall’osservazione. «Io temo, amico, che tu voglia accalappiarti un’ottima arma a titolo gratuito.»
Merevar si portò a un soffio dal nano, abbassandosi fino a portare il volto in linea col suo. «Questa spada è stata rubata. Quindi ora dammela, in modo che possa restituirla al suo legittimo proprietario.»
«Io ho pagato regolarmente per questo spadone. Se lo vuoi lo pagherai duecento sovrane.»
«Non pagherò per una spada rubata!» alzò la voce l’elfo, e stava per scatenare una rissa quando Hawke si parò fra i due contendenti.
«Cerchiamo di darci tutti una calmata!» si voltò verso il nano. «Duecento sovrane mi sembrano davvero troppe per un’arma rubata.»
«E tu chi sei? Un’estimatrice esperta d’armi?» brontolò il nano.
«No, ma conosco qualcuno che se ne intende.»

«Ci hai provato, Dwyn; ma non puoi chiedere più di cento sovrane per un’arma il cui proprietario è ancora in vita. Il sciacallaggio di per sé è già malvisto, se consideri che il proprietario non è morto equivale a rubare» disse Bodhan mezz’ora più tardi, recatosi alla locanda su richiesta di Hawke. «Il Custode qui presente potrebbe benissimo denunciarti alle autorità per aver acquistato beni rubati… quindi direi che cinquanta sovrane sono il massimo che puoi chiedere.»
«Ma io ho pagato più di cento sovrane per questa roba!» sbatté il pugno sul tavolo Dwyn.
«Se preferisci puoi sempre tenerti i soldi e passare il tempo a contarli in cella» lo derise Merevar. Il nano imprecò qualcosa d’incomprensibile e se ne andò dopo aver sgraffignato il sacco di monete che penzolava dalla mano di Hawke.
«Siete sicuro di voler rintracciare il qunari, Custode? Vi costerà caro» chiese Bodhan al dalish.
«Solo se mi assicuri che le persone che ingaggerai possono portare a termine un compito così pericoloso.»
«I miei contatti sposterebbero anche le montagne per denaro», ridacchiò Bodhan. «E poi sono nani. I nani non temono la prole oscura quanto gli umani e gli elfi, ci sono abituati. Sanno come aggirarla, se necessario; persino in un posto gremito come Ostagar.»
«Dì la verità, Bodhan: i tuoi contatti fanno parte del Karta, vero?» alzò un sopracciglio Hawke. «Il Karta è una rete criminale di nani, che agisce sia a Orzammar che in superficie» spiegò a un’occhiata interrogativa di Merevar.
Bodhan si strinse nelle spalle con aria innocente. «L’importante è che portino a termine il lavoro, no?»
«Contattali, Bodhan. Hai il mio benestare. E che trattino lo spadone con cura, o niente paga» si raccomandò Merevar.
«Sarà fatto, Custode. Dovrò restare qui a Redcliffe finché non avranno portato a termine il lavoro, in modo che possano rintracciarmi facilmente… dunque non potrò seguirvi. Mi ritroverete qui al vostro ritorno da Orzammar» disse Bodhan, e poi trottò via con lo spadone tra le mani.
«Perché ti dai tanta pena per Sten? Ci ha piantati in asso» osservò Hawke.
«Perché voglio pensare che un giorno, se sopravvivrà, potrà tornare a casa sua grazie a quella spada.»
Hawke sorrise; tenne per sé l’elogio che avrebbe voluto fargli, sapendo che l’avrebbe soltanto fatto sentire in imbarazzo.

Si trattennero a Redcliffe un paio di giorni, ma non persero tempo: all’alba del terzo giorno erano già per strada, destinazione Orzammar. Era tempo di reclutare l’esercito nanico.
«Melinor… cos’hai? Non hai fatto una parola oggi» chiese Alistair alla sua amata. Lei scosse il capo, come a dire che non c’era niente che non andava. «Andiamo, parlamene! È per quello che ha detto Arle Eamon, vero?»
Melinor non poté evitare di risentire nella sua testa l’Arle che diceva loro di aver trovato parecchi nobili pronti a sostenere Alistair come candidato al trono all’Incontro dei Popoli che stava organizzando.
«Non mi piace come si comporta quell’uomo», ammise allora. «Continua a dirci che la tua candidatura è solo un pretesto per ottenere l’udienza a corte, quando è ovvio che vuole metterti sul trono. Ci dice che è solo una remota possibilità solo per darci il contentino. Pensa che non ce ne accorgiamo? Forse ci crede stupidi», concluse con stizza.
«O forse spera che un giorno comprenderete che è la soluzione migliore.»
Si voltarono udendo la voce di Wynne. Melinor la guardò esterrefatta.
«Da quando credi che mettere sul trono un ragazzo del tutto impreparato e incapace di stare al comando sia una buona idea?»
«Non sarebbe solo, Melinor. Avrebbe dei consiglieri, lo sai.»
«Naturalmente», quasi rise l’elfa. «E il più fidato sarebbe Arle Eamon, che di fatto sceglierebbe al posto suo. Perché non si candida direttamente, invece di tirare in ballo Alistair?»
Wynne esitò qualche istante prima di parlare di nuovo. «Melinor… non credi che la tua relazione con Alistair stia influenzando il tuo giudizio?»
Sia l’elfa che Alistair si sentirono come se qualcuno li avesse schiaffeggiati.
«No Wynne, io non credo» rispose con voce ferma la dalish. «Credo invece di essere una dei pochi a vedere Alistair per quello che non è, ossia un re. Il sangue dei Theirin non è un requisito sufficiente, a mio avviso. E credo anche di essere l’unica a pensare a cosa accadrebbe una volta debellato questo Flagello» si portò di fronte all’anziana forte delle sue convinzioni. «I dalish non sono totalmente estranei ai giochi di potere dei nobili. I nostri fratelli che vivono nell’Orlais si sono trovati in mezzo alle loro faide più di qualche volta: sappiamo quanto possano essere velenosi e spietati. Quanto ci metterebbero i nobili fereldiani prima d’iniziare a complottare contro il loro debole re bastardo, nelle cui vene scorre sangue popolano? Quanto ci vorrebbe prima della prossima lotta per il trono?»
Wynne non seppe come replicare, e Melinor non perse tempo.
«Non so come funzioni fra voi umani, ma noi dalish non lasciamo cariche di comando a chi non è pronto ad assumersi certe responsabilità. Le affidiamo a chi le merita, a chi è capace, e soprattutto a chi le vuole ed è motivato. Alistair non è nulla di tutto questo. Se lo fosse sarei la prima a spingerlo a fare la cosa giusta per il Ferelden. Ma questa non è affatto la cosa giusta, né per il regno né per Alistair!» concluse alzando appena la voce. «E ora fermiamoci, è ora di pranzo» cambiò discorso dichiarando chiuso il precedente, per poi voltarsi e lasciarsi Wynne alle spalle.

«Ci sei andata giù pesante con Wynne» le disse Alistair un’ora dopo, mentre riposavano dopo aver mangiato.
«Come si permette di giudicarmi così? È da quando sono una bambina che mi alleno a prendere decisioni scomode» grugnì lei, ancora offesa.
«Sono certo che ha detto quelle cose in buona fede» ridacchiò Alistair; poi prese a guardare l’orizzonte, improvvisamente serio e pensieroso. «E se avesse ragione? Se fossimo davvero influenzati dalla nostra relazione?»
«Parla per te. Io non lo sono di certo» lo guardò torva lei. «L’ho detto e lo ripeto: se ti ritenessi in grado d’essere un buon re sarei la prima a sostenerti.»
«E se ti dicessi che la cosa ci impedirebbe di stare insieme?». L’elfa lo guardò con aria incerta; lui sospirò. «Melinor, se diventassi re non potrei più stare con te. Non sei nobile, né umana.»
«Credevo che i re degli umani potessero fare ciò che vogliono…»
«Non alla luce del sole. Ci sono delle regole: se diventassi re dovrei sposarmi, cercare di dare alla luce un’erede… divertente, considerando che i Custodi Grigi non possono avere figli» rise nervosamente. «Potrei sempre stare con te di nascosto, ma non ti metterei mai in una situazione così sconveniente. E non credo che tu l’accetteresti, in ogni caso.»
Melinor confermò i suoi sospetti con il suo silenzio; il ragazzo sospirò, abbassando lo sguardo sull’erba sotto di sé. Una mano andò a posarsi sulla sua: alzando la testa vide il sorriso triste di Melinor.
«Anche sapendo questo, se fosse la cosa giusta da fare non avrei problemi ad ammetterlo» disse con tutta la sincerità di cui era capace. «Ma Alistair, io non credo che lo sia. Per tutte le ragioni che esposto a Wynne, con le quali tu dici di essere d’accordo. O hai forse cambiato idea?»
«No, assolutamente… forse sono solo teso, ora che so di avere dei sostenitori che non voglio. Temo che possano in qualche modo obbligarmi.»
«Lo faranno, se non ti dimostrerai forte delle tue convinzioni». I suoi occhi verdi erano risoluti e profondi, brillavano d’una maturità che stonava con i suoi lineamenti giovanili. «Ricordi la nostra prima notte insieme? Mi hai detto che eri stanco di essere sempre il soldatino di qualcun altro, che volevi iniziare a combattere per te stesso e per ciò che ritieni giusto. Cos’è che vuoi per te stesso? Fai finta che non esista nessun altro, niente Eamon, niente Melinor, niente gente che dice cosa devi fare… qual è la missione che senti come tua? Chi è Alistair, quando nessuno tenta di influenzarlo?»
Il ragazzo rimase a guardarla in silenzio alcuni istanti, come colpito da un’epifania. «Sono un Custode Grigio.»
Melinor sorrise, apparentemente affatto sorpresa. «Bene, ora cerca di ricordarlo. E non permettere a nessuno di dirti chi devi essere. Nemmeno a me.»
Il ragazzo annuì, rasserenato.
«Vi chiedo scusa, ragazzi. Interrompo qualcosa d’importante?»
Gli occhi dei due si alzarono su Wynne. Scossero insieme il capo.
«Oh, bene. Melinor, posso parlarti un attimo?»
L’elfa annuì, e Alistair si allontanò educatamente per lasciarle parlare.
«Volevo chiederti scusa per prima, Melinor. Hai esposto delle ottime ragioni, segno che non sei preda delle tue passioni. Avrei dovuto immaginarlo, ma perdona una povera vecchia che si preoccupa per i suoi giovani compagni di viaggio. Sono stata giovane e innamorata anch’io, ma probabilmente tu sei molto più coscienziosa di quanto non fossi io alla tua età.»
«Scuse accettate», si limitò a dire la ragazza. «Sei gentile a preoccuparti per noi.»
«Non posso evitarlo. Ormai mi state a cuore entrambi. È bello che abbiate trovato l’amore in una situazione disperata come questa, ma se penso alla vita che conducete, ai rischi che correte ogni giorno…» scosse il capo. «Spero solo che non finisca tutto in una tragedia.»
«Siamo ben consapevoli dei rischi, Wynne. Credimi.»
«Lo so… ma penso all’importanza del vostro ruolo, un’enorme responsabilità grava sulle vostre spalle. Non potete permettervi il lusso di cadere preda dello sconforto in caso qualcosa di brutto accadesse. La salvezza del Ferelden è nelle vostre mani, dovete agire responsabilmente.»
«E cosa dovremmo fare, Wynne?» allargò le braccia Melinor, esasperata. «Sopprimere i nostri sentimenti e far finta che non esistano? Soffrire ora per evitare che possa accadere in futuro?»
«Un suggerimento degno di una persona che ha vissuto tutta la vita in una gabbia come il Circolo… e che ne va fiera, per giunta!»
Videro Morrigan avvicinarsi con le braccia incrociate. «Per quanto io possa ritenere melensi e disgustosi questi due, ritengo che abbiano tutto il diritto di spassarsela finché possono. Chi sei tu per dire loro che non possono farlo?»
Wynne sospirò, rifiutandosi di discutere con la strega. «Suppongo non ci sia altro da aggiungere. Melinor, confido nel fatto che tu abbia compreso le mie ragioni.»
L’elfa annuì per rassicurarla, e l’anziana se ne andò lasciandola alla mercé di Morrigan.
«Non c’è di che» sghignazzò la strega.
Melinor la guardò con tanto d’occhi, sorridendo divertita. «Da quando sei una sostenitrice di me e Alistair?»
«Non lo sono affatto, ma colgo ogni occasione per dar contro a quella vecchiaccia bacchettona» fece spallucce l’altra.
Melinor rise, scuotendo il capo come se volesse rimproverarla senza riuscirci. «È da un po’ che non ci facciamo una chiacchierata, io e te.»
«Lo credo bene, sei troppo presa dal tuo biondino scemo.»
«E tu dal grimorio di tua madre… ti vedo spesso assorta nella lettura.»
«Già…»
Melinor notò una certa apprensione far capolino dietro alle iridi gialle dell’umana. «Lettura poco interessante?» buttò lì, ma Morrigan mostrò una certa riluttanza a rispondere. «Morrigan, cosa c’è?»
La strega, che aveva evitato il suo sguardo come la peste, si decise a confrontarsi apertamente. «Ho scoperto il segreto dell’immortalità di mia madre.»
Melinor fece del suo meglio per non avere alcuna reazione; continuò a parlare con calma. «Ed è una cosa così grave?»
«Beh… sì, lo è per me. Dimmi, cosa sapete voi dalish su mia madre?»
«Quello che raccontano le leggende: che era una bellissima fanciulla contesa da un povero poeta e un ricco nobile, e che quest’ultimo uccise il poeta da lei amato. Fu così che la giovane Flemeth fuggì nelle Selve Korcari, dove evocò uno spirito che le donò poteri inimmaginabili» restò sul vago Melinor.
«Immagino saprai anche delle varie figlie che, secondo le leggende, Flemeth ha avuto. Si parla, d’altronde, di streghe delle selve.» Melinor confermò annuendo, al che Morrigan proseguì. «Mi sono chiesta più volte dove fossero finite queste mie ipotetiche sorelle maggiori, ma mia madre ha sempre rifiutato di parlarne. E ora so il perché: sono tutte Flemeth» rivelò, dimostrando paura per la prima volta da quando Melinor la conosceva. «Lo spirito della leggenda ha reso Flemeth immortale, ma un corpo umano non può reggere per secoli interi. Di tanto in tanto Flemeth deve prenderne uno nuovo, ed è per questo che mette al mondo le sue figlie. A quanto pare la possessione è più veloce e facile se il corpo è di una figlia. Lei ci mette al mondo e ci addestra, ci rende maghe capaci in modo tale che la nostra magia sia forte abbastanza da sostenere la sua anima millenaria. Per questo mi ha mandata via alla prima occasione utile!» aggiunse con rabbia. «Vuole preparare con calma il suo rituale, così quando tornerò prenderà il mio corpo! Ma non intendo permetterglielo!»
Melinor la scrutò con grande serietà. «E cosa pensi di fare?»
«Semplice, c’è una sola soluzione: Flemeth va uccisa.»
Melinor ridacchiò nervosamente. «Morrigan… hai appena detto tu stessa che tua madre è immortale.»
«Ma il suo corpo non lo è. Se dovesse morire senza avere un corpo da possedere le ci vorrebbe tempo per tornare. E in quel tempo io troverò un modo per impedirle di possedermi.»
«Morrigan, non puoi uccidere tua madre! È una follia, lei è troppo potente!»
«Lo so. Da sola non ho speranze.»
Seguì una lunga pausa in cui le due sembrarono avere uno scambio telepatico.
«Tu vuoi che noi uniamo le forze per ucciderla» mormorò la dalish.
«Detesto chiedere favori. E detesto doverti chiedere proprio una cosa così difficile, ma non lo farei se ci fosse una soluzione diversa. Non posso ucciderla io, e non solo perché da sola non avrei alcuna possibilità… non posso proprio essere presente al momento della sua morte, perché per quel che ne so potrebbe impadronirsi del mio corpo anche all’istante. Perciò sono costretta a chiederlo a te, non c’è altro modo» si aprì con grande onestà Morrigan. «Non mi fido mai di nessuno, ma credo… credo di potermi fidare di te.»
Melinor era disarmata, la sua mandibola penzolava e le parole faticavano a disporsi in un ordine logico. Morrigan le stava chiedendo di uccidere, seppur in via non definitiva, proprio Ashabellanar. La “donna dai molti anni” riverita dai dalish.
«Morrigan… io vorrei aiutarti, davvero. Ma tua madre ha salvato la vita a me, Merevar e Alistair…»
«Lo ha fatto solo per interesse personale!» sbottò la strega, affrettandosi ad aggiungere il resto. «Sicuramente ha delle ragioni mosse da tutt’altro che altruismo! Dite sempre che sono cinica e opportunista, da chi pensate che abbia preso? Mi ha cresciuta lei, a sua immagine e somiglianza!» Fece per andarsene, evidentemente turbata. «Se non vuoi aiutarmi, allora ci penserò da sola.»
«Non essere ridicola» le andò dietro Melinor. «Cosa pensi di poter fare da sola contro tua madre?»
«Non lo so, ma qualsiasi cosa è meglio che star qui con voi ad aspettare di diventare il suo prossimo contenitore!» esplose la strega, tornando a fronteggiare Melinor. Questa, ancora forte della sua calma, la prese per le spalle. «Finché stai con noi sei al sicuro. Da sola saresti solo più vulnerabile». Lo sguardo di Morrigan che scivolava di lato le suggerì che la ragazza era d’accordo. «Facciamo così: io ti prometto che affronterò tua madre. Ma devi capire che non potrà succedere in tempi brevi. Dobbiamo andare a Orzammar, poi ci sarà l’Incontro dei Popoli… dobbiamo sistemare queste cose prima. Pensi di poter aspettare?»
«Non ho altra scelta. È l’opzione migliore che ho» sospirò Morrigan rassegnata. Poi l’ombra di un sorriso, seppur preoccupato, s’insinuò sul suo volto. «Grazie, Melinor. Il fatto che tu abbia accettato di aiutarmi significa molto per me.»
L’elfa rispose con un sorriso soltanto. Era contenta di vedere Morrigan aprirsi a lei, ma al tempo stesso si sentiva tra due fuochi. Sperò che il momento di affrontare Ashabellanar non sarebbe mai arrivato.

 

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