Una giovane donna, molto attraente, scendeva quella che un tempo era stata la scalinata che portava in cima alla torre dei Custodi Grigi. I cinque custodi si misero subito all’erta: tutti gli umani misero mano alle armi, ma non i due elfi. I gemelli osservavano la straniera con sospetto, ma senza aperta ostilità: viaggiando con il loro clan si erano abituati a incontrare strani personaggi nei boschi. Melinor notò subito il bastone che la ragazza teneva assicurato alla schiena, non molto dissimile dal suo: la sua forma era rustica, non era un bastone levigato e lavorato come quelli dei maghi del circolo; era rimasta fedele alla forma originaria del ramo da cui il bastone era stato ricavato.
«Siete forse avvoltoi, giunti a rosicchiare ossa le cui carni sono state da tempo ripulite? O semplici intrusi, giunti in queste mie Selve piene di prole oscura?»
Notando che Alistair e gli altri avevano già messo mano alle armi, Melinor si fece avanti facendo loro cenno di stare fermi. La ragazza era ora a pochi passi da lei: i suoi abiti erano chiaramente autoprodotti, succinti nella parte superiore, fatta di stoffa drappeggiata color vinaccia che le ricopriva a malapena i seni. Le braccia erano guantate di nero, e una spalla era adornata da uno spallaccio abbellito da piume corvine. Le gambe erano protette da calzoni neri e aderenti, ingentiliti da una sorta di gonna quasi inesistente sul davanti e lunga dietro. Ma ciò che più colpì Melinor furono i suoi occhi: gialli e penetranti come quelli d’un felino, messi in risalto dal trucco violaceo e dalla chioma nera raccolta in una crocchia.
«Allora, cosa rispondete? Avvoltoi o intrusi?» incalzò la misteriosa apparizione.
Fu Merevar, come suo solito indispettito dalla pretesa umana di possedere qualsiasi cosa, a rispondere.
«Le tue Selve, hai detto? E da quando i luoghi selvaggi appartengono a qualcuno?»
La ragazza delle Selve ridacchiò.
«Oh, forse non mi appartengono; ma sono la mia casa, e le conosco meglio di chiunque altro. Se mai appartengono a qualcuno, appartengono proprio a me.»
«Noi siamo Custodi Grigi» intervenne Melinor, accorta come suo solito. «Questo avamposto un tempo apparteneva al nostro ordine. Siamo qui in missione ufficiale.»
La ragazza la fissò con sguardo scrutatore; poi prese a camminare in tondo attorno al gruppo.
«Vi osservo da quando avete lasciato il vostro accampamento, sapete. Dove vanno, mi sono chiesta? Cosa stanno facendo? E poi siete arrivati fin qui, a disturbare ceneri che sono state lasciate a riposare così a lungo…»
Alistair si avvicinò a Melinor, bisbigliandole all’orecchio.
«Non darle retta: sembra una Chasind¹, e significa che ce ne sono altri nelle vicinanze.»
Ma la ragazza sembrava avere un ottimo udito, perché prese a ridacchiare.
«Uuuh, hai paura che i barbari vengano a spazzarti via?» lo sbeffeggiò, agitando le mani. Alistair la guardò indispettito.
«Sì. Venir spazzati via non è un bene» replicò, come a volersi giustificare.
La ragazza fece spallucce, snobbando la sua risposta.
«Vi dico io che cos’è: è una Strega delle Selve!» bisbigliò Daveth, spaventato. La ragazza sbuffò, annoiata.
«Quante sciocche superstizioni… non avete un cervello che sappia pensare in autonomia?» esclamò. Poi puntò gli occhi su Melinor. «Tu, elfa: noi donne non ci lasciamo spaventare come ragazzini. Perciò parlerò con te. Dimmi il tuo nome, e io ti dirò il mio.»
«Io sono Melinor» si affrettò a rispondere l’elfa, senza timore. «Questo è mio fratello Merevar, e loro sono Alistair, Daveth e ser Jory.»
La ragazza parve impressionata.
«Questa sì che una presentazione come si deve. E pensare che gli “umani civilizzati” dicono che voi dalish siete dei selvaggi» ironizzò, dimostrando di aver riconosciuto i vallaslin tatuati sui volti dei gemelli. «Io sono Morrigan. E, tornando a noi… credo di sapere perché siete qui. Cercavate qualcosa in quel baule, vero? Qualcosa… che non è più lì?»
Alistair le puntò contro un indice.
«Qualcosa che non è più lì, eh? Li hai presi tu, ci scommetto! Sei una specie di… ingannevole… strega-ladra!»
La strega delle Selve alzò un sopracciglio con disappunto.
«Ma quanta eloquenza. Ribadisco: i dalish sono molto più cortesi rispetto a voi uomini di città» fece ancora dell’ironia, ma stavolta con tono algido. «Giudichi troppo facilmente, Custode: io non ho preso proprio niente da quel baule, perciò fai attenzione a dove lanci le tue accuse.»
Melinor lanciò un’occhiataccia ad Alistair, supportata da Merevar: persino lui era abituato a trattare con umani come Morrigan. Ne avevano incontrati raramente nei boschi, ma quei pochi si erano sempre dimostrati tolleranti nei confronti del clan: non come i loro simili stipati nelle città e nei villaggi.
«Perdonalo, Morrigan. Non voleva insultarti, è che quei documenti sono davvero molto importanti. Tu vivi qui, conosci bene le Selve e tutto ciò che vi succede, se ho ben capito… sai per caso che fine hanno fatto?» riprese in mano la situazione Melinor.
Morrigan sorrise appena.
«Se non ci fossi tu a fare da mediatrice me ne sarei già andata, lasciando i tuoi amici inermi davanti a quel baule vuoto. Ma dato che tu sei ragionevole, ti aiuterò: mia madre ha preso i vostri documenti.»
Merevar sbarrò gli occhi.
«Tua… madre?»
«Sì, mia madre! Credevi forse che mi fossi generata da un tronco d’albero?» ribatté l’altra, seccata da quella domanda che riteneva palesemente sciocca.
«Beh, Morrigan… credi che tua madre sarebbe disposta a restituirci quei documenti? Ci servono per fermare il Flagello.»
«Risponderei di sì, ma per esserne sicuri… seguitemi, e vi condurrò da lei. Glielo chiederete di persona.»
Melinor cercò l’approvazione di Merevar, che non tardò ad arrivare; poi guardò i tre umani. Alistair sembrava rassegnato all’idea, anche se non ne era entusiasta. Ser Jory non fece alcuna obiezione, mentre Daveth fu l’unico a lamentarsi.
«Ci metteranno in un pentolone, ve lo dico io!»
«Oh, piantala» si spazientì Melinor. «Se avesse voluto farci del male lo avrebbe già fatto.»
«Non puoi saperlo con certezza» ribatté l’altro.
«Sì che posso saperlo, perché è ciò che avrei fatto io quando vivevo nei boschi come lei!» lo zittì Melinor. «E adesso finitela di fare gli sciocchi, o vi trasformerò io in rospi!»
Morrigan ridacchiò in disparte.
«Ben detto, Melinor dei dalish; tu mi piaci. Ora seguitemi.»
Il gruppo si mise a marciare dietro alla strega delle Selve, mentre Alistair borbottava: «Sì, certo… prima è tutto un tu mi piaci, e poi, quando meno te lo aspetti… ecco che sei una rana.»

Dopo diversi minuti di cammino, il gruppo raggiunse una piccola capanna nel cuore delle Selve. Una donna anziana dai lunghi capelli bianchi si stava affaccendando all’esterno.
«Madre» catturò la sua attenzione Morrigan, facendola alzare dal cespuglio erboso su cui era chinata. «Ho qui cinque Custodi Grigi che desiderano parlarti.»
Mentre il gruppo si avvicinava, la donna li squadrò per bene: Melinor rimase impressionata dai suoi occhi gialli, identici a quelli della figlia. Ma c’era qualcos’altro in quella donna a lasciarla interdetta, qualcosa che anche Merevar parve avvertire. Entrambi si sentirono come denudati dal di lei sguardo: era circondata da un’aura particolare, che suggeriva loro potenza, saggezza, conoscenza.
«Li vedo, ragazza mia. Mmm… proprio come mi aspettavo.»
Il suo sguardo si posò su Melinor e Merevar: essi avvertirono una stranissima sensazione, più intensa di quanto non fosse accaduto poco prima. Timore, inquietudine, reverenza: un miscuglio paralizzante di queste tre emozioni.
«Che strano trovare due dalish fra i Custodi» commentò la donna con uno strano sorrisetto impresso sulla faccia rugosa. «Strano, ma non per questo poco gradito. Cosa vi ha portato a unirvi all’ordine, se posso permettermi di chiedere?»
«La necessità» rispose Melinor con molta sincerità. Per qualche strana ragione, trovava difficile trattenersi davanti a quella donna. «La corruzione della prole oscura ha raggiunto il nostro clan e contagiato mio fratello qui presente. Diventare Custode è la sua unica via di salvezza.»
La donna annuì.
«E di te che mi dici, ragazza? Da quel che vedo, non avevi alcuna necessità di seguirlo» disse, lasciando intendere che percepiva la corruzione in Merevar e non in lei; come ci fosse riuscita rimase un mistero.
«Io l’ho seguito per scelta» ammise l’elfa senza dilungarsi troppo; la linea delle labbra di Merevar, al fianco di lei, si spezzò. La cosa ancora non gli andava giù, e l’anziana sembrò notarlo.
«Capisco. Ma bando alle ciance, voi siete venuti qui per i trattati» disse, ignorando deliberatamente il resto del gruppo. «I sigilli che li proteggevano hanno esaurito il loro potere molto tempo fa: per questo li ho prelevati dal baule e li ho protetti.»
«Li avete protetti?» esclamò Alistair, fin troppo sorpreso.
«E perché non avrei dovuto?» replicò la donna, sparendo per qualche minuto nella sua abitazione. Quando riapparve, teneva in mano diverse pergamene arrotolate: le lasciò ad Alistair, che la ringraziò.
«Non ringraziatemi. Pensate piuttosto a fermare questo Flagello, e dite ai vostri capi che la situazione è molto peggio di quanto non sembri.»
Merevar la guardò, colpito.
«Come fate a sapere questo?»
«Una vecchia come me sa molte cose. Ma ora andate, avete del lavoro importante da fare.»
«Addio, dunque» li congedò Morrigan. Sua madre la guardò con finta indignazione.
«Non essere maleducata, Morrigan. Questi sono i tuoi ospiti.»
La ragazza sospirò, arrendevole di fronte al volere della madre.
«E va bene, li porterò fuori dalle Selve. Seguitemi.»

Era tardo pomeriggio quando Morrigan li lasciò ai cancelli dell’accampamento.
«Grazie di tutto, Morrigan» le disse Melinor. L’altra sembrò a disagio.
«Io… non c’è di che» rispose. «Buona fortuna, Custodi.»
Mentre il gruppo rientrava nell’accampamento, Morrigan era già sparita.
Raggiunsero Duncan, gli consegnarono i trattati e le fiale di sangue raccolto dalla prole oscura, e gli raccontarono delle streghe incontrate nelle Selve; lui non diede gran peso alla cosa, e sparì subito per andare a preparare il rituale dell’Unione.
Poco dopo il tramonto, si riunirono tutti presso le rovine del tempio: un nervosismo generale dominava la scena. Alistair, per assurdo, sembrava il più nervoso di tutti: la cosa non rincuorò le reclute che, a quel punto, non sapevano cosa aspettarsi. Ser Jory e Daveth parlottavano concitati in un angolo, mentre i gemelli se ne stavano silenziosi in disparte. Non avevano bisogno di parlarsi per capire cosa provavano: il loro legame consentiva loro di comprendersi al volo. Merevar era tranquillo: quel rituale per lui rappresentava la salvezza, e per quanto difficile potesse rivelarsi era sempre un’alternativa migliore alla morte. Melinor, dal canto suo, manteneva i nervi saldi esercitando il controllo sulle emozioni che la Guardiana Marethari le aveva insegnato tanti anni prima.
«Finalmente è giunto il momento dell’Unione» annunciò Duncan al suo arrivo: tra le mani teneva un calice d’argento. «Ora ripercorreremo i passi dei primi Custodi Grigi che, spinti dalla necessità di contrastare il Flagello, per primi bevvero il sangue della prole oscura… e ne dominarono la corruzione.»
Ser Jory strabuzzò gli occhi.
«Do-dobbiamo bere il sangue di quelle immonde creature?» esclamò, terrorizzato. «Ma quel sangue conduce alla morte!»
«Sì, ser Jory: dovete berlo. Proprio come hanno fatto i primi Custodi prima di noi, e così come abbiamo fatto noi stessi prima di voi. Vi avverto, però: il rituale dell’Unione potrebbe richiedere subito il prezzo che, inevitabilmente, ogni Custode alla fine deve pagare. Non tutti riescono a sopportare la corruzione, nonostante l’incantamento effettuato sul sangue.»
Merevar e Melinor si guardarono negli occhi: ora era tutto chiaro. Ecco perché Duncan aveva alte aspettative per Merevar: aveva resistito alla corruzione anche senza rituale, dunque le sue probabilità di sopravvivere erano alte. Ma che ne sarebbe stato di Melinor?
«Daveth, vieni avanti» iniziò Duncan. Mise il calice tra le mani dell’ex borsaiolo, il quale lo prese senza fiatare.
Dopo aver guardato qualche istante il calice, Daveth si fece coraggio: bevve un paio di sorsi e restituì a Duncan il calice. Quest’ultimo, così come Alistair, rimase a studiarlo: ma se Alistair era palesemente teso come una corda di violino, Duncan sembrava più preparato. Gli spettatori in attesa si domandarono cosa mai stesse attendendo.
La risposta alle loro domande non tardò ad arrivare: Daveth si portò le mani al ventre, piegandosi in avanti. Prese a lamentarsi in preda agli spasmi sotto lo sguardo inorridito dei suoi compagni: durò pochi secondi. Poi Daveth si accasciò a terra, la vita che scorreva via lontana da lui. Duncan chiuse gli occhi, sospirando.
«Mi dispiace, Daveth.»
Evidentemente abituato a quell’orrenda prassi, si voltò verso ser Jory.
«Jory, vieni avanti.»
Ma quello non accennava a muoversi: se mai indietreggiava come un cane spaventato con la coda fra le gambe.
«No, io… non posso! Ho una moglie, e un figlio in arrivo… il vostro prezzo è troppo alto! Non c’è gloria in questo!»
Duncan lo guardò con l’espressione di chi aveva già visto una scena simile in passato.
«Non puoi tirarti indietro.»
Fu allora che, sotto lo sguardo sgomento degli elfi, ser Jory mise mano alla spada: attaccò Duncan in preda al panico, ma questi sfilò la sua daga dal fodero con la mano libera e, rapido come il fulmine, scansò il colpo di ser Jory. Prima che questi potesse accorgersene, la lama di Duncan aveva già trafitto il suo torace.
«Mi dispiace, Jory» gli sussurrò Duncan all’orecchio mentre moriva.
Alle loro spalle, Melinor voltò il capo da un lato: non voleva più guardare quella scena. Capiva le motivazioni di Duncan, che non poteva lasciar andare ser Jory e permettergli di divulgare il segreto del rituale dell’Unione; ma una simile violenza le faceva ribrezzo, anche se era necessaria. Merevar, invece, assisteva impassibile. Codardo pensò fra sé, convinto del fatto che si fosse meritato quella fine.
Duncan si voltò infine verso di loro.
«Melinor, vieni avanti.»
Il cuore di lei perse un battito: mentre si avvicinava a Duncan, Merevar si ritrovò a contrarre la mascella più di quanto avrebbe voluto. Rimase a guardare sua sorella mentre prendeva il calice fra le mani e beveva il sangue incantato.
Furono i venti secondi più lunghi della sua vita: la vide portare le mani alla testa, cadere sulle ginocchia e lanciare un grido lancinante. La vide cadere all’indietro, i lunghi capelli dorati sparpagliati sulla nuda roccia e gli occhi rivoltati all’indietro. Finché ogni suo movimento cessò.
Merevar rimase immobile, col fiato sospeso: impietrito sul posto, osservava Duncan mentre si chinava su Melinor per portarle due dita al collo.
«C’è battito» annunciò Duncan, sollevando poi lo sguardo sui due ragazzi davanti a sé. «Ce l’ha fatta.»
Merevar riprese a respirare: gli sembrava d’aver perso dieci anni di vita in un solo colpo. Anche Alistair tirò un sospiro di sollievo, lieto che almeno una vita fosse stata risparmiata.
«Ma il rituale dell’Unione non è ancora finito» ricordò loro Duncan, rialzandosi in piedi. «Merevar, vieni avanti.»
Preso com’era dalla preoccupazione per sua sorella, aveva scordato che il medesimo destino sarebbe presto toccato a lui. Mal che vada… sarei morto comunque si consolò mentre camminava in avanti. Prese il calice, pronto a qualsiasi cosa l’attendesse: Melinor era viva. Nel peggiore dei casi, lui avrebbe potuto trovare pace nell’aldilà, sapendo che lei non era morta a causa sua.
Bevve ciò che restava del sangue, e rimase in attesa. Attese ciò che aveva fatto contorcere e gridare Daveth e Melinor prima di lui: finché non sopraggiunse. Una pesantezza alla testa e una fitta che gli attraversò tutto il corpo come una scarica elettrica: il suo sangue sembrava bruciare, aveva lava nelle vene. La vista si annebbiò, e una terribile visione prese il posto del tempio in cui si stava svolgendo l’Unione: un enorme drago ruggiva davanti a lui.
Perse i sensi, e tutto scivolò nell’ombra.

 

 

NOTE:

¹: i Chasind sono un popolo di barbari che risiedono nelle Selve Korcari, nell’estremo sud del Ferelden.

THE TWIN WARDENS

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