Quando Merevar riaprì gli occhi, Duncan e Alistair erano in piedi a pochi passi da lui.
«Ecco, si è svegliato» disse il giovane a Duncan. Questi si inginocchiò davanti all’elfo.
«Come ti senti?» gli chiese.
Merevar si mise a sedere, ancora frastornato: sentiva un gran dolore alla testa. «Mai stato meglio» bofonchiò, sarcastico.
Alistair sollevò un angolo della bocca in un mezzo sorrisetto. «Visto, Melinor? È in formissima» scherzò.
All’udire quelle parole, l’elfo sembrò ridestarsi di colpo e si voltò di scatto. Melinor lo stava guardando, seduta a qualche passo da lui. Era pallida e sconvolta.
«Tua sorella si è svegliata poco fa» gli disse Duncan. «Per lei è stato più traumatico, dato che non aveva il tuo stesso… vantaggio» spiegò, facendo riferimento alla corruzione pregressa di Merevar. «Si riprenderà, non temere.»
«Avete avuto incubi?» si preoccupò Alistair, rivolgendosi ai gemelli; questi lo guardarono senza capire. «Io ho fatto incubi terribili dopo la mia Unione. Se non vi è successo ora, succederà in futuro.»
Duncan si rialzò in piedi. «Nei prossimi giorni vi spiegheremo nel dettaglio i diversi effetti collaterali a cui andrete incontro. Ora pensate a riprendervi.» Si voltò verso Alistair. «Io devo andare al consiglio di guerra; quando si saranno ripresi mandali da me. Il re ha richiesto la loro presenza.»
Duncan si allontanò, lasciando i tre giovani da soli. Merevar si alzò in piedi, un po’ traballante, e si portò di fronte alla sorella.
«Come stai?» le disse, porgendole una mano. Lei lo guardò con i grandi occhi verdi ancora stravolti.
«Non so come tu abbia potuto sopravvivere fino a oggi con questa roba in corpo» replicò. Raramente Melinor si lamentava: detta da lei una frase simile indicava un estremo malessere.
Alistair portò loro qualcosa di caldo da bere per aiutarli a rimettersi in sesto; dopo circa mezz’ora, i due avevano recuperato un po’ di vitalità. Diede loro due nuove armature da Custodi Grigi, forgiate appositamente per loro: due divise argentate e blu, con lo stemma dell’ordine in bella vista sugli spallacci. A corredare il tutto c’era un amuleto: un ciondolo in cui era stato versato il sangue avanzato dal rituale.
«Se ve la sentite vi porto da Duncan» disse loro il giovane, dopo che i gemelli avevano indossato le armature; «vi stanno aspettando al consiglio di guerra.»
«Stanno aspettando noi?» si stupì Merevar. «E perché?»
Alistair si strinse nelle spalle. «Non saprei; ordini del re.»
Fece segno ai due di seguirlo: li condusse dall’altra parte del tempio, dove un lungo tavolo era stato allestito per pianificare la strategia d’attacco dell’esercito fereldiano.
«Ecco, Duncan è laggiù» indicò loro Alistair. Merevar si avviò stancamente, ma Melinor si fermò dopo qualche passo.
«Tu non vieni?» chiese ad Alistair.
«No, io non sono stato convocato» tagliò corto lui, distogliendo lo sguardo. Melinor lo guardò di sottecchi; poi si voltò e proseguì per la sua strada.
«… riponi troppa fiducia in questi Custodi Grigi, Cailan!»
«Ma smettila Loghain, tu vedi cospirazioni da tutte le parti! Sono io il re, vedi di ricordarlo!»
Sembrava che fosse in corso una disputa; non appena Duncan si avvide della presenza dei due gemelli, fermatisi a diversi metri dal tavolo dopo aver udito quegli stralci di conversazione, andò loro incontro.
«Ce l’avete fatta, vedo che vi siete ripresi. Bene. Siete arrivati giusto in tempo» disse loro, bisbigliando. «Il re ha appena stabilito che uno di voi due dovrà farsi carico di un compito molto importante durante la battaglia.»
Come se avesse udito quelle parole, re Cailan si voltò verso i tre. La sua espressione, da tirata e imbronciata, si fece gioiosa e gioviale. «Eccovi, finalmente! Temevo non sareste arrivati entro la fine del consiglio. Congratulazioni a entrambi: mi hanno detto che siete stati gli unici a superare il rituale dell’Unione.»
Melinor annuì, sforzandosi di uscire dal mutismo che l’aveva accompagnata nell’ultima mezz’ora. «Grazie, vostra maestà.»
Cailan le sorrise, per poi tornare a rivolgersi a Duncan. «Allora, hai già detto ai nostri campioni di cosa stavamo parlando?»
«Lo stavo giusto facendo, vostra altezza» annuì Duncan; poi tornò a parlare con i due neo-Custodi. «Uno di voi due dovrà stare di vedetta con Alistair nei pressi della torre di Ishal» indicò una torre alle spalle dei due elfi, oltre il ponte che conduceva all’accampamento. «Quando vedrete il segnale dal campo di battaglia, dovrete comunicare agli uomini di Loghain all’interno della torre di accendere il fuoco di segnalazione.»
«Si tratta di un compito di vitale importanza» intervenne Cailan; «se il segnale non verrà acceso, il plotone d’attacco di Loghain non saprà quando intervenire. Sapete, loro saranno il nostro asso nella manica: usciranno a sorpresa al momento opportuno, attaccando la prole oscura ai fianchi. Non avranno scampo.» Prese a guardare alternatamente i due elfi. «Allora, chi di voi andrà con Alistair?» chiese con fare sin troppo allegro. I suoi occhi si fermarono su Melinor. «Te la senti di andare tu?»
«Con tutto il rispetto, vostra altezza» s’inserì nuovamente Duncan. «Melinor è una maga, e avete lamentato più volte la scarsità di maghi nei nostri ranghi. Merevar sarebbe un aiuto prezioso, ed è un arciere eccezionale come tutti i Dalish; ma abbiamo già numerosi arcieri.»
Cailan sembrò rattristarsi. «Hai ragione, Duncan. Mi dispiace rinunciare alle capacità di un arciere Dalish, ma ora che me lo fai notare abbiamo più bisogno di maghi.»
«Chiedo scusa, signori» intervenne un’altra voce: un uomo magro e pelato, dalla faccia smunta e arcigna e dalla voce cantilenante, si avvicinò. «Noi maghi del Circolo abbiamo una certa preparazione, sappiamo come affrontare una battaglia. Non sappiamo come quest’elfa sia stata educata alle arti magiche» concluse, squadrando Melinor con scetticismo.
L’elfa sembrò dimenticare all’istante la terribile esperienza di poco prima: affilò lo sguardo e lo piantò in quello dell’uomo che, a quanto pareva, era un mago come lei.
«Perdonatemi, signor…»
«Uldred» disse stancamente l’uomo.
«… signor Uldred» riprese Melinor. «Come voi ben saprete, dall’alto dei vostri studi, ogni clan Dalish è seguito da un Guardiano. I Guardiani conoscono tutti i perduti segreti della magia elfica: persino incanti di cui, nei vostri circoli, voi maghi non avete mai sentito parlare.» Lo guardò quasi con aria di sfida. «Io sono stata educata dalla mia Guardiana, e avrei dovuto prenderne il posto. Ho portato a termine quasi del tutto la mia formazione, e posso assicurare a voi tutti che posso essere sia un’avversaria temibile in battaglia, sia un valido supporto in caso ci fosse bisogno di magia curativa.»
Uldred la guardò con un po’ di stizza.
«Quanto dice è vero, vostra altezza» confermò Duncan. «La Guardiana del clan mi ha assicurato personalmente che Melinor è molto abile.»
Cailan annuì. «E sia, allora. Melinor ci seguirà in battaglia, e suo fratello andrà con Alistair.» Sorrise con fare trionfante. «Domani, insieme, i Custodi Grigi e il re del Ferelden porranno fine a questo Flagello.»
«Sì, Cailan» asserì stancamente Loghain. «Sarà un momento glorioso per tutti noi.»


«Cosa?Non parteciperò alla battaglia?» esclamò Alistair pochi minuti più tardi, dopo aver appreso il piano.
«Sono ordini del re, Alistair: non discutere» replicò pacatamente Duncan.
«Già» si lamentò Alistair. «E guarda caso ha bisogno proprio di due Custodi che reggano una torcia…»
«Alistair ha ragione.»
Tutti si voltarono a guardare Merevar sbigottiti: sentirlo dare ragione a un umano era qualcosa di talmente surreale che tutti rimasero ammutoliti. Melinor aveva le labbra dischiuse mentre dubitava dell’identità di quell’elfo: non poteva essere davvero suo fratello.
«Dovremmo partecipare alla battaglia, siamo sprecati come vedette!»
«Il re ha dato un ordine, Merevar» rispose pazientemente Duncan. «Si fida dei Custodi Grigi: se il fuoco di segnalazione non verrà acceso, Loghain non saprà quando caricare e la battaglia sarà persa. Il vostro compito, per quanto semplice, è vitale.»
Merevar distolse lo sguardo, seccato; ce l’aveva con Duncan. Ce l’aveva a morte con lui perché aveva proposto sua sorella per la battaglia mettendola in pericolo, quando lui si riteneva molto più adatto e preparato.
«Possiamo almeno unirci a voi dopo aver adempiuto a questo vitale compito?» chiese ancora Alistair, con fare sarcastico. Duncan si lasciò scappare un sorriso bonario.
«Se avremo bisogno di voi vi manderemo a chiamare. Ora fareste meglio a prepararvi: la battaglia inizierà fra qualche ora. Se dovete salutarvi, fatelo ora.»
Melinor e Merevar si guardarono: nessuno dei due poté celare all’altro la propria preoccupazione. Melinor era relativamente contenta: sapeva che suo fratello sarebbe stato al sicuro, almeno per un po’. Merevar invece non poteva concedersi un tale lusso: se ne stava lì, impotente, a fissare la sorella che stava per scendere sul campo di battaglia. I due si abbracciarono senza dire una parola.
«Duncan» disse Alistair nel frattempo; «che possa il Creatore vegliare su di te.»
«Che possa vegliare su tutti noi» rispose Duncan. I due si strinsero la mano, guardandosi negli occhi; nello stesso istante i due gemelli sciolsero il loro abbraccio. Duncan prese Melinor con sé per condurla dai maghi del Circolo; Alistair e Merevar rimasero dov’erano, a guardarli sparire giù per le scale che portavano al campo di battaglia.


Qualche ora più tardi, tutti gli schieramenti erano in posizione: davanti alla fortezza di Ostagar l’esercito era in attesa. Alcune delle sorelle della Chiesa e la Venerata Madre¹ passavano fra le file dei soldati con i loro incensieri, recitando sommessamente il Canto della Luce. Il nervosismo e il mutismo imperavano sovrani: tutti avevano lo sguardo fisso sulla vallata innanzi ai loro occhi, e sugli alberi appena oltre.
Melinor e i maghi del Circolo erano al sicuro sopra uno dei bastioni: potevano vedere tutti gli uomini schierati, immobili e silenti. L’elfa era seduta, silenziosa e assorta; una donna anziana dai capelli d’argento e gli occhi celesti le si avvicinò.
«Melinor, giusto?» le chiese; la ragazza annuì, e la donna sorrise. «Io sono Wynne. Uldred mi ha detto di ragguagliarti su alcune delle tattiche difensive di gruppo utilizzate da noi maghi del Circolo, in modo che al momento giusto tu possa unirti a noi.» La guardò con curiosità. «Uldred dice che sei stata istruita come Guardiana, e che sei molto abile sia con gli attacchi offensivi che nel supporto e nella difesa.»
Melinor alzò le sopracciglia. «Ah, davvero? Non è sembrato molto impressionato quando ci siamo presentati.»
«Non farci caso, lui è sempre un po’ scorbutico» ridacchiò la donna. «Dimmi, Melinor: è la tua prima volta con la prole oscura?»
L’elfa scosse la testa. «Ho affrontato qualcuno di quei mostri prima di venire reclutata nei Custodi Grigi.»
Wynne annuì con il capo. «Bene, allora sai già a cosa andiamo incontro.»
Parlò così per incoraggiarla, ma qualche ora dopo Melinor comprese che l’esiguo numero di prole oscura affrontato in precedenza non era stato affatto sufficiente a prepararla a quella battaglia.
Le prime luci dell’alba erano oscurate da una coltre di nubi dense e scure, accese qua e là da violenti fulmini che squarciavano la volta celeste; la pioggia aveva iniziato a cadere su tutti loro.
Una sentinella emerse dalla vegetazione oltre la vallata agitando le braccia. Era il segnale che tutti attendevano.
«State pronti!» esclamò re Cailan al suo esercito. «Questo Flagello termina qui!»
Attesero una decina di minuti, che pesarono sulle loro spalle quanto un’eternità. E alla fine lo videro: un infinito brulicare di mostri purulenti che emergevano dalla foresta per attraversare la vallata. Ogni tipo di prole oscura era schierato: hurlock, genlock, emissari con i loro temibili poteri magici, e numerosi ogre, i più grossi e letali di tutti.
Melinor era riuscita a dominare l’agitazione fino a quel momento, ma innanzi a quella visione le sue gambe presero a tremare: gli occhi le si riempirono di paura e un fremito l’attraversò. Una mano si posò sulla sua spalla: si voltò e incontrò gli occhi di Wynne, decisi e incoraggianti. Con un cenno del capo e un tiepido sorriso le stava dicendo di farsi coraggio: per lo meno loro erano al sicuro su quel bastione sopraelevato. I soldati della fanteria erano quelli nella peggior posizione.
La prole oscura iniziò la sua carica: un assordante rumore d’infiniti passi riempì l’aria.
«Arcieri!» gridò Cailan: una pioggia di frecce infuocate si abbatté sulle file nemiche, decimando le prime file.
«Segugi!» gridò ancora; un’infinità di cani da guerra, i possenti mabari del Ferelden, corsero incontro alla prole oscura. Attaccarono e fecero a pezzi ogni mostro che riuscirono ad agguantare.
«Per il Ferelden!» urlò infine Cailan, lanciandosi insieme al suo esercito in una carica frontale.
Melinor strinse il suo bastone, pronta a scagliare i suoi incantesimi sui nemici.


Alistair e Merevar osservavano dall’alto: la pioggia batteva sui loro occhi e aveva pressato i loro capelli biondi sulle loro teste. La coda di cavallo di Merevar gocciolava alle sue spalle, e il ciuffo di Alistair era appiccicato alla sua fronte. Erano sul ponte che conduceva alla torre di Ishal.
«Andiamo, Merevar; dobbiamo essere pronti in caso arrivi il segnale» disse Alistair all’elfo. Questi era rimasto pietrificato a fissare la battaglia appena esplosa: i due eserciti si stavano amalgamando fra loro, frecce sibilavano nel cielo ed enormi massi piovevano su Ostagar lanciati dai giganteschi ogre e dalle loro macchine da guerra. Tutto ciò a cui Merevar riusciva a pensare era che sua sorella era laggiù, da qualche parte. Si decise a ricomporsi udendo le parole di Alistair: scrollò le spalle e si mise a correre dietro all’umano lungo il ponte.
Lo attraversarono in fretta e furia, evitando per un soffio un enorme masso infuocato che per poco non distrusse completamente il ponte; stavano per raggiungere la torre quando due uomini andarono loro incontro.
«Sono i Custodi Grigi!» esclamò un mago. Insieme a lui un soldato in armatura correva loro incontro.
«La prole oscura ha preso la torre!» disse quest’ultimo, in preda al panico.
«Cosa? Com’è possibile che siano arrivati fin qui?» esclamò Alistair.
«Sono emersi da sottoterra» spiegò il mago. «Hanno ucciso tutti! Noi siamo riusciti a scappare per miracolo!»
«Maledizione» sbottò Merevar. «E adesso come facciamo? Chi accenderà il fuoco di segnalazione?»
«Lo faremo noi, non abbiamo scelta» decretò Alistair.
«Ma la torre è piena di quei mostri!» obiettò il soldato. «Non ce la farete mai ad arrivare in cima da soli!»
«E chi ha mai parlato di andare da soli? Voi due verrete con noi» disse perentorio Alistair.
«Aspetta» lo interruppe Merevar. «Se noi andiamo lassù, chi resterà qui ad aspettare il segnale?»
«Nessuno, ma non abbiamo scelta» esclamò Alistair. «Se non lo facciamo noi, nessun altro lo farà; e Loghain non saprà quando attaccare. Ci faremo strada attraverso la prole oscura fino alla cima della torre, e sono certo che entro allora il segnale verrà lanciato. Andiamo, presto!»
Merevar rimase stupito nel vedere quell’umano così deciso e risoluto: sin dal primo momento in cui l’aveva visto l’aveva considerato un insopportabile buffone, e non aveva mai capito cosa ci facesse fra i ranghi dei Custodi Grigi. Dovette ricredersi suo malgrado nel seguirlo all’interno della torre di Ishal.


Raggruppati sul bastione che li manteneva alti sopra al putiferio che imperversava al suolo, i maghi assistevano l’esercito: supportavano e curavano i soldati, e all’occorrenza attaccavano i nemici. Melinor si occupava per lo più di attaccare: scagliava pugni di pietra, palle di fuoco e scariche elettriche sulla prole oscura, facendo strage fra i loro ranghi.
«Attenzione! Ogre!» gridò una voce alle sue spalle.
Una figura mostruosa avanzava tra uomini e mostri, alta almeno cinque metri: aveva due enormi corna sulla testa e un muso orrendo quanto quello di tutti i suoi simili, munito di affilati denti. Il suo corpo possente e violaceo procedeva nella bolgia, pestando con noncuranza chiunque si trovasse sulla sua strada.
«Attacchiamolo tutti insieme, forza! Maghi, con me!» gridò Uldred alle spalle di Melinor. Lei non perse nemmeno un istante: insieme agli altri maghi prese a lanciare ogni incanto che aveva a disposizione contro la terribile creatura. Quella emise un gutturale ruggito, rabbiosa: coprendosi la testa con le mani, guardò di sbieco il gruppo di maghi. Poi si voltò, dirigendosi verso un cumulo di macerie lì accanto: sotto gli occhi sgomenti dei maghi, sollevò un enorme blocco di marmo come se fosse una mela. Lo alzò sopra la testa, mirando il bastione.
«Barriera difensiva, presto!» gridò Uldred. I maghi si compattarono: una cupola di luce azzurrina si levò attorno a loro. Nello stesso istante, l’ogre lanciò il masso. Esso volò sopra ai soldati, andando a scontrarsi con la cupola difensiva: i maghi poterono osservare l’enorme masso sopra alle loro teste mentre incrinava il costrutto magico.
«La barriera cederà!» gridò Uldred. «Portatevi ai margini della cupola e tenetevi pronti a scansarvi quando il masso cadrà!»
Tutti fecero come era stato ordinato dal coordinatore del Circolo: restarono a guardare la barriera mentre si lacerava, per finire infine in frantumi. Tutti balzarono ai lati del masso, la cui caduta era stata rallentata notevolmente. Ma una crepa si formò comunque nel bastione: Melinor sentì la pietra franare sotto ai suoi piedi. Cadde nel vuoto, riuscendo miracolosamente ad aggrapparsi con una mano a ciò che restava in piedi del bastione.
Si voltò un solo secondo: e fu allora che lo vide. L’ogre aveva appena afferrato re Cailan nella sua stretta mortale, sollevandolo da terra: schizzi di sangue partirono dal suo pugno mentre le sue rozze dita si stringevano attorno alla vita del giovane re. Melinor rimase a guardare inorridita, dimentica della sua precaria condizione, mentre il corpo esanime del re veniva gettato via come una scomposta bambola di pezza.
Gli uomini tutt’attorno andarono nel panico alla vista del loro re deceduto: solo uno fra loro reagì. Melinor vide Duncan balzare sull’ogre e piantargli due lame nel cuore. La creatura tentò di lottare, riuscendo a conficcare i suoi artigli nel fianco di Duncan; ma alla fine cadde in una pozza di sangue.
Melinor rimase a guardare Duncan trascinarsi verso il corpo del re; poi lo vide cadere in ginocchio, con le mani pressate sul fianco ferito che sanguinava copiosamente. L’uomo alzò lo sguardo verso il cielo, e un barlume di speranza sembrò illuminare i suoi occhi: Melinor seguì il suo sguardo. Le sue iridi si fecero più grandi nel vedere il fuoco di segnalazione acceso in cima alla torre di Ishal.
Merevar pensò, rincuorata.
Si voltò verso Duncan: ma nel punto in cui l’uomo stava in ginocchio poco prima, una moltitudine di prole oscura si accaniva contro il suo corpo.

In cima alla Torre di Ishal, Merevar e Alistair giravano attorno al corpo di un ogre, sfiniti: avevano dovuto affrontare un’infinità di prole oscura per giungere fin lì, e solo per trovare il mostro più grosso di tutti ad attenderli. Il mago e il soldato che li avevano accompagnati erano caduti nel combattere quell’orrore: gli stessi Alistair e Merevar ne erano usciti malconci e sanguinanti.
«Questi maledetti mostri non avrebbero dovuto trovarsi qui» disse Alistair con grande affanno. «Come diamine hanno fatto a scavarsi un tunnel fino alla torre?»
«Ti lamentavi del fatto che non avresti partecipato alla battaglia» rispose ansimante Merevar; «hai avuto una battaglia tutta per te, non sei contento?»
«Ehi, hai ragione» ridacchiò Alistair. Poi la sua espressione mutò repentinamente. «Merevar, giù!»
Il suo avvertimento giunse troppo tardi: una freccia trapassò la spalla dell’elfo, e un’altra gli si piantò nel fianco. Una moltitudine di prole oscura stava entrando dalla porta: Merevar cadde a terra con un lamento.
Alistair si parò fra lui e l’ondata di mostri immondi: riuscì a tenerne a bada parecchi, ma uno riuscì a scappargli. Un genlock si avventò su Merevar, disteso a pancia in giù con la testa rivolta all’indietro: vide il mostro sopra di lui con un’ascia alzata.
Sbarrò gli occhi: Alistair entrò repentinamente nel suo campo visivo mettendosi fra loro. Prese il colpo destinato all’elfo dritto nella schiena. È la fine furono gli ultimi pensieri dell’elfo.


«Amell, vieni ad aiutarmi!» gridò Wynne. Una giovane ragazza dai capelli castani accorse: insieme all’anziana maga tirò su Melinor, riportandola con i piedi sul bastione diroccato.
«Il re è morto!» esclamò l’elfa, sotto lo sguardo sbigottito delle due. Wynne si voltò verso la torre di Ishal.
«Qualcosa dev’essere andato storto» disse, con gli occhi fissi sul fuoco di segnalazione. «Loghain sarebbe dovuto intervenire a quest’ora; non…»
S’interruppe: i suoi occhi si posarono su un’enorme ombra che stava sorvolando il cielo. Melinor e la ragazza di nome Amell seguirono il suo sguardo: i loro occhi si colmarono di terrore.
«L’arcidemone» sussurrò Wynne. «Siamo spacciati… la battaglia è persa…»
Rimasero a guardare l’enorme drago dalle scaglie violacee che planava sulla torre di Ishal, iniziando a distruggerne la sommità. Melinor scattò sull’attenti.
«Lassù c’è mio fratello! Devo aiutarlo!» Fece per muoversi, ma la mano di Wynne la prese per un braccio.
«Non puoi fare niente, ragazza; non arriveresti mai in tempo!»
«Non in questa forma, forse!» esclamò Melinor. Impugnò il suo bastone con entrambe le mani: una luce verde l’avvolse. Il suo corpo iniziò a mutare, rimpicciolendo gradualmente sotto gli occhi increduli delle due maghe.
Il bastone di Melinor cadde a terra mentre lei, trasformatasi in un falco, volava rapida verso la torre di Ishal.
Mentre era in volo pensava soltanto a suo fratello: non pensò che non avrebbe potuto fare nulla contro un drago, nessun pensiero razionale riusciva a scalfirla in quell’istante. Doveva raggiungere Merevar a ogni costo.
Mentre era in volo, notò una fila di soldati allontanarsi dalla battaglia: i suoi occhi di falco individuarono immediatamente Loghain in testa al plotone. Ma che sta facendo? pensò, indignata. Ma subito la sua attenzione fu catturata da qualcos’altro.
Ormai era alta nel cielo, a metà strada tra il campo di battaglia e la torre: vide il drago levarsi in volo con due corpi esanimi, ognuno stretto fra le dita delle zampe artigliate. Due giovani ragazzi biondi.
Si sentì mancare nel riconoscere Alistair e Merevar. E poi, proprio quando stava per cadere vittima del panico, una voce s’insinuò nella sua testa.
Vieni con me, figlia del Popolo.
Il drago le rivolse una fugace occhiata; Melinor si chiese come fosse riuscito ad accorgersi di lei nonostante la sua forma d’uccello. E si chiese perché quel drago, che sembrava essere l’arcidemone a capo dell’esercito di prole oscura, la stesse chiamando.
Confusa ma irresistibilmente attratta da quella voce, volò dietro al drago senza battere ciglio.

NOTE

¹: le sorelle e i fratelli sono figure facenti parte della Chiesa Andrastiana. Rappresentano il rango più basso nella gerarchia ecclesiastica, e si dividono in affermati, iniziati e chierici. Tutti i ranghi superiori possono essere raggiunti solo dalle donne. Le Madri sono coloro che possono celebrare cerimonie, e se messe a capo di una chiesa vengono chiamate Venerate Madri. Vi sono poi le Somme Sacerdotesse, che supervisionano più chiese. Al vertice si trova la Divina, capo incontrastato dell’intera istituzione della Chiesa Andrastiana.

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