Vide un tetto di paglia sorretto da una rudimentale impalcatura di legno; una fitta lo colpì alla testa non appena la luce del fuoco, seppur debole, sfiorò le sue iridi. Tentò di muoversi, e subito avvertì quanto fossero indolenzite e doloranti le sue membra. Emise un lamento.
«Oh, finalmente i tuoi occhi si aprono. Mia madre sarà contenta.»
Merevar tentò di girare la testa; gli ci vollero parecchi secondi, ma alla fine ci riuscì. Una ragazza mora dagli occhi gialli si stava avvicinando.
«Tu… la ragazza delle Selve…» mormorò, scoprendo che la sua voce risuonava come un sussurro arrochito.
«Sì; sono Morrigan, in caso l’avessi dimenticato» puntualizzò l’altra.
Merevar riuscì a muoversi appena, sentendo il suo corpo che iniziava a informicolarsi: il sangue si rimetteva in moto dopo chissà quanti giorni di stasi. Si alzò sui gomiti, guardandosi attorno. «Dove sono?»
«A casa mia, nelle Selve. Io e mia madre abbiamo curato le tue ferite. Ah, e anche tua sorella ci ha aiutate; è rimasta con te tutto il tempo. È buffo che non sia qui proprio ora che ti sei svegliato.»
Mia sorella? pensò l’elfo; fu in quell’istante che i ricordi lo travolsero. La battaglia, la torre invasa dalla prole oscura, Alistair che combatteva sopra di lui…
«Che è successo?» gracchiò.
«La prole oscura ha vinto la vostra battaglia, se è a questo che ti riferisci» spiegò Morrigan. «L’uomo che doveva rispondere al vostro segnale si è ritirato, lasciando il resto dell’esercito a morire. Questo è quanto ci ha detto tua sorella.»
Merevar rimase muto: non sapeva cosa pensare. Rivide nella sua mente quel tale, Loghain: perché mai avrebbe fatto una cosa del genere?
«Sono tutti morti?» chiese.
«La maggior parte sì; i pochi sopravvissuti lo saranno presto. La prole oscura li sta prendendo per trascinarli sotto terra; prendono le donne, per lo più. Non so dirti perché.»
Merevar scosse il capo, incredulo: non aveva alcun amore per gli umani, ma nemmeno un elfo dalish orgoglioso come lui poteva restare indifferente a una tragedia di tale portata. Decine di migliaia di persone erano morte, e la cosa peggiore era che altrettanta prole oscura era sopravvissuta e aveva ora libero accesso al Ferelden.
«Come sono arrivato qui? Ricordo che ero in cima alla torre, avevamo appena acceso il fuoco… e poi è arrivata la prole oscura…»
«Mia madre ha salvato te e il tuo amico, portandovi in salvo.»
Merevar apparve confuso. «Quale amico? Alistair?»
«Sì, quello sciocco sospettoso che era con voi quando ci siamo incontrati la prima volta. Ha continuato a lagnarsi da quando si è risvegliato, piagnucolando che tutti i Custodi sono morti» commentò acida Morrigan. Merevar non si espose: si affacciò alla sua mente il ricordo dell’umano che si frapponeva fra lui e la morte.
«Come ha fatto tua madre a salvarci?» chiese, tornando sull’argomento precedente. «Come è riuscita a raggiungerci in cima a quella torre, se Ostagar era stata presa dalla prole oscura?»
Morrigan si strinse nelle spalle con noncuranza. «Si è trasformata in un enorme… uccello e vi ha portati via, ognuno stretto in una zampa. Non ricordi nulla?»
Lui scosse il capo, incapace di rimembrare alcunché. «Dov’è mia sorella? Lei sta bene?»
«Sì, lei non era ferita; quando ha visto mia madre in cima alla torre con voi due, ha usato la sua magia per trasformarsi in un falco e seguirla.» Morrigan fece un mezzo sorrisetto. «Non sapevo che fosse una mutaforma anche lei; voi dalish avete molte risorse. Se non fosse stata in grado di mettere un paio di ali non sarebbe mai riuscita a sfuggire a quel macello. Se vuoi puoi aspettarla qui fuori, è uscita con mia madre per raccogliere altre erbe curative. Dovrebbero tornare a momenti.»
Merevar si alzò con molta cautela, muovendosi lentamente per evitare capogiri: non si sentiva molto stabile. Quando finalmente fu riuscito a rimettersi in piedi, si diresse verso la porta; prima di aprirla si voltò. Morrigan era intenta a rimestare un pentolone di zuppa che ribolliva sul camino: pensò di ringraziarla, ma poi cambiò idea. Aprì la porta e uscì.
Si trovò davanti la stessa palude che aveva visto il giorno prima della battaglia; si chiese quanti giorni erano passati da allora. Una figura solitaria sedeva davanti al laghetto che circondava quasi per intero la capanna: aveva il torace completamente bendato, e indossava soltanto un paio di pantaloni. Subito il ricordo di lui mentre gli salvava la vita riemerse, e proprio in quel momento il ragazzo si girò.
«Merevar» esclamò, sorpreso. Alistair si alzò per andargli incontro. «Temevamo non ti saresti più svegliato» mormorò incredulo. «Come ti senti?»
«Confuso… e frastornato» ammise Merevar. Lo sguardo gli cadde sulle bende che avvolgevano il torace dell’umano. «Tu?»
«Ho avuto momenti migliori» rispose quello, abbozzando un mezzo sorriso. «Tua sorella si è data un gran da fare per curarmi. Oh, Morrigan ti ha detto di lei? Per fortuna è riuscita a salvarsi…»
«Sì, me l’ha detto» disse l’elfo, guardandosi in giro. Di lei non c’era ancora traccia. «Mi ha detto tutto, anche di come abbiamo perso la battaglia.»
Alistair scosse il capo; i suoi occhi trasudavano tristezza. «Non mi sembra reale… Duncan è morto, così come gli altri Custodi e il re… se non fosse stato per Flemeth, saremmo morti anche noi in cima a quella torre…»
All’udire quel nome, Merevar trasalì. «Hai detto Flemeth?»
L’espressione di Alistair si fece misteriosa mentre iniziava a bisbigliare. «Sì. La madre di Morrigan… dice di chiamarsi Flemeth.»
Gli occhi verdi dell’elfo s’ingrandirono ancora di più. «Aspetta… stiamo parlando della Flemeth delle leggende?»
«Gliel’ho chiesto anch’io» rispose Alistair, stringendosi nelle spalle con fare incerto. «Lei non ha confermato, ma non ha neanche smentito. Ha solo detto che “i nomi sono cose carine, ma inutili”.»
«Bah! Pensavo che due Custodi Grigi appena scampati alla morte avessero di meglio da fare, invece vi trovo qui a fare le pettegole.»
I due sussultarono: Flemeth stava emergendo dalle selve poco più in là. Al suo fianco, Melinor reggeva due sacchi pieni di erbe: era rimasta pietrificata a guardare Merevar. Nel vederla, lui si fece avanti; lei lasciò cadere i sacchi a terra e gli corse incontro. Si abbracciarono senza dire nulla per diversi istanti.
«Sei vivo» sussurrò lei al suo orecchio con le lacrime agli occhi.
Lui annuì senza dire nulla; si staccarono e rimasero a fissarsi in quegli occhi identici, increduli e sollevati nel realizzare che erano sopravvissuti entrambi. Alle loro spalle, Flemeth stava raccogliendo i sacchi che Melinor aveva lasciato cadere a terra. Poi si avvicinò ai tre giovani.
«Bene, ora che siete tutti coscienti dovremmo parlare di ciò che verrà» esordì. Indicò il fuoco che ardeva davanti al capanno. «Accomodatevi e prendetevi un attimo per ragguagliarvi. Morrigan arriverà presto con la cena, così potremo parlare davanti a un pasto caldo.»
I tre si sedettero attorno al fuoco: nessuno aveva molto da dire. Scambiarono qualche parola, ma ogni discorso sembrava frivolo dopo ciò che avevano passato. Mezz’ora dopo Morrigan e Flemeth arrivarono con la zuppa, sollevandoli da quel fastidioso nervosismo.
«Allora, giovanotti» introdusse l’argomento Flemeth. «Merevar si è finalmente svegliato, e la ferita di Alistair si sta lentamente rimarginando. Tra un paio di giorni potrete partire. La mia domanda è: cosa farete, ora che siete gli unici Custodi Grigi rimasti?»
Alistair ridacchiò con sconsolatezza. «Questa è proprio una bella domanda. Noi siamo le tre reclute più giovani dell’ordine… e non ho proprio idea di cosa dovremmo fare.» I suoi occhi si colmarono di rabbia. «Io non capisco! Perché Loghain ci ha traditi? Il re stava per vincere la battaglia!»
Flemeth lo guardò con aria grave. «Il cuore degli uomini nasconde molte cose, giovanotto. La sete di potere alberga in molti più animi di quanto immagini.»
Alistair la guardò accigliato; fu Melinor a parlare.
«Ma non ha senso… cosa potrebbe guadagnare uno come Loghain da tutto questo? È solo un comandante cosa sperava di ottenere?»
«Il trono, magari» sbottò Alistair. «Sua figlia è… era» si corresse «la moglie del re.»
«Siamo proprio sicuri che non si sia trattato di un incidente?» obiettò Merevar. «Qualcosa potrebbe essere andato storto durante la battaglia, costringendolo a ritirarsi…»
«No, Merevar» disse Melinor. «L’ho visto io, con i miei occhi: se ne stava andando tranquillamente per la sua strada. Se fosse intervenuto quando avete acceso il fuoco, la battaglia avrebbe avuto un esito molto diverso.»
Alistair era furente: stringeva i pugni adagiati sulle sue ginocchia al punto da far impallidire le nocche. Nessuno parlò, lasciando il silenzio a farla da padrone; fu ancora una volta Flemeth a prendere in mano la situazione.
«Dovete fare qualcosa, e presto. Il Flagello non si fermerà qui: la prole oscura ha già iniziato a lasciare le Selve per penetrare nell’entroterra. Se non agite in fretta vi distruggerà tutti. Presto potrebbe comparire l’arcidemone, e a quel punto… saremo tutti condannati.»
Melinor si voltò a guardarla. «Cos’è di preciso quest’arcidemone?»
«Un drago» replicò Alistair.
«Un drago, sì; ma non uno qualunque» integrò Flemeth. «La storia narra che nei tempi antichi il Creatore condannò gli antichi Dei dell’impero Tevinter, relegandoli nelle profondità della terra a dormire per l’eternità in forma di draghi. Ma quando la prole oscura, attirata dal loro potere, li trova e li risveglia, le anime di questi antichi Dei vengono corrotte: essi si trasformano in pericolosissime creature in grado di radunare e condurre in battaglia persino esseri stupidi come la prole oscura.»
«Perfetto!» esclamò Merevar, sarcastico. Alzò le braccia al cielo, esasperato. «E noi tre cosa possiamo sperare di fare contro un antico dio corrotto?»
«Potreste usare i trattati che vi ho dato, tanto per cominciare» suggerì Flemeth.
«I trattati, è vero!» esclamò Alistair. «Quei trattati obbligano diverse fazioni ad aiutarci in caso di Flagello! Mi sembra che comprendano il regno dei nani, il Circolo dei maghi e persino gli elfi dalish!»
Merevar lo guardò con tanto d’occhi all’udire la parte relativa ai dalish; un’occhiata d’intesa con Melinor bastò a convincerlo della veridicità di quelle parole. Lei lo sapeva, lo aveva appreso dalla guardiana.
«Peccato che siano rimasti all’accampamento» ricordò poi Alistair, perdendo ogni traccia dell’entusiasmo che l’aveva rianimato poco prima.
«Questo non è un problema» disse Flemeth. «Può andare Morrigan a recuperarli, si trasformerà in un corvo; la prole oscura non farà caso a lei. È troppo intenta a banchettare con i cadaveri dei soldati.»
«Oh, sì; mandiamo pure Morrigan senza chiederle nulla» brontolò la diretta interessata.
«Vado anch’io con lei» si propose Melinor. «Essere in due sarà d’aiuto in caso qualcosa dovesse andare storto.»
«Bene, allora; procederemo così. Vi conviene andare domani all’alba; ora andate tutti a riposare.»


L’indomani mattina le due mutaforma volarono verso Ostagar: con la guida di Melinor, Morrigan trovò facilmente ciò che restava della tenda di Duncan, prese le pergamene e lesta volò via insieme all’elfa. Attesero una giornata intera per verificare le condizioni di Merevar, il quale disse di sentirsi finalmente più stabile; la partenza fu infine arrangiata per il giorno successivo.
«Grazie di tutto» disse Melinor a Flemeth prima di partire.
«Oh, non ringraziarmi» ribatté l’altra. «Grazie a voi per ciò che state per fare. Solo i Custodi Grigi possono fermare questo Flagello e salvarci tutti. E, per assicurarmi che la vostra missione vada a buon fine, voglio farvi un ultimo dono.» Indicò con un cenno della mano Morrigan, in piedi accanto a lei. «Mia figlia verrà con voi: vi sarà di grande aiuto. Vi condurrà al sicuro fuori dalle Selve, e la sua magia vi tornerà utile più avanti.»
Morrigan squadrò sua madre da capo a piedi. «E io non ho alcuna voce in capitolo?»
«Oh, andiamo Morrigan! Da anni desideri uscire dalle Selve per vedere il mondo. Ecco, questa è la tua occasione per assecondare i tuoi desideri giovanili e fare al contempo qualcosa di utile.»
Morrigan la guardò con stizza. «Com’è gentile da parte tua cacciarmi via così, madre! Ricorderò questo momento con grande affetto!» Sospirò, rassegnata. «Vado a prendere le mie cose.»
Attesero che la ragazza facesse ritorno; in quel lasso di tempo, Alistair si avvicinò a Melinor.
«Dobbiamo proprio portarla con noi? Quella Morrigan non mi piace» bisbigliò al suo orecchio.
«Abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile, Alistair» lo redarguì lei. «Cerca di mettere da parte la vostra antipatia reciproca.»
«Sì, hai ragione; ma farà bene a lasciarmi in pace. Da quando siamo qui non ha fatto altro che tormentarmi con le sue frecciatine sulla mia presunta stupidità» brontolò.
Morrigan uscì dalla capanna con la borsa in spalla per unirsi ai suoi nuovi compagni; salutarono Flemeth, e Melinor la ringraziò ancora una volta. Fra le due sembrava esserci una strana intesa, e Merevar lo notò. Voltarono le spalle alla capanna e alla donna, e seguirono Morrigan in mezzo alle Selve.

Quella notte si accamparono al limitare nordico delle Selve. Morrigan e Melinor usarono lo stesso incantesimo di protezione utilizzato da Flemeth per proteggere la sua capanna dalla prole oscura, in modo che non avvertissero la loro presenza. Montarono le tende e misero qualcosa sotto ai denti.
Dopo aver cenato, Merevar si avvicinò a sua sorella.
«Posso parlarti?» le chiese; si allontanarono dagli altri due.
«So cosa vuoi chiedermi» disse Melinor, prima ancora che il fratello aprisse bocca. «Sì, era proprio lei.»
Merevar sgranò gli occhi, esterrefatto. «Quindi quella era davvero Asha’bellanar?»
Melinor annuì, seria. Asha’bellanar, in elfico la donna dai molti anni, una figura leggendaria e rispettata persino fra i dalish. I Guardiani dei clan avevano sempre avuto un profondo rispetto per lei, e sembravano sapere qualcosa di lei che nessun altro sapeva. Merevar posò lo sguardo su Morrigan, china davanti al fuoco in lontananza. «E da quando Asha’bellanar ha una figlia? Pensavo fossero solo leggende…» continuò a fissare la giovane strega. «Incredibile… tutta questa storia è assurda» mormorò. «Il Flagello, Asha’bellanar che fra tutti salva proprio noi tre… secondo te perché l’ha fatto?»
«Non ne ho idea; ma c’è sempre una ragione precisa dietro alle sue azioni» replicò Melinor.
Merevar la guardò e, sorprendentemente, sorrise. «Non ti perdonerò mai per esserti cacciata in questo guaio quando avresti potuto evitarlo; ma devo ammetterlo, sono contento che tu sia con me.»
Melinor sorrise di rimando; poi il suo sguardo andò a cadere su Alistair, seduto in disparte. «Devo andare a cambiargli la fasciatura» sospirò.
Merevar la guardò lievemente turbato. «Le sue ferite erano gravi?»
«Sì, una in particolare. Se la sua armatura fosse stata di qualità più scarsa non se la sarebbe cavata. Si è preso un colpo d’ascia in mezzo alla schiena, la ferita era molto profonda. Non si è ancora rimarginata completamente nonostante tutta la magia che ho usato.»
Merevar aggrottò le sopracciglia, e Melinor lo fece a sua volta. «Non mi dire che ti preoccupi per lui…»
L’elfo tornò in sé all’improvviso, andandosene verso il fuoco a passi decisi. «Ma figurati» rispose acido, mentre Melinor ridacchiava alle sue spalle.
Fra le deboli proteste di Alistair, l’elfa iniziò a togliere le bende sporche che fasciavano il suo torace; quando ebbe terminato, chiamò Merevar. «Mi porteresti la borsa con le bende e le medicine?»
L’elfo obbedì, portandosi al fianco della sorella nel porgerle la borsa; s’immobilizzò con un’espressione impressionata. Nel prendere la borsa dalle sue mani Melinor lo notò.
«Che c’è? Ti fa impressione?» gli chiese, perplessa. Sapeva che suo fratello non si lasciava infastidire dalla vista del sangue; era un cacciatore, del resto. Anche Alistair, che era seduto su un masso dando le spalle a Melinor, si voltò a guardarlo. Gli occhi dei due ragazzi s’incontrarono.
«Io… non ti ho mai ringraziato per quella volta» bofonchiò l’elfo. «Perciò… grazie.»
Le sopracciglia dell’umano s’inarcarono verso l’alto per la sorpresa. «Figurati… non c’è di che» replicò un po’ titubante.
Merevar si allontanò sotto lo sguardo esterrefatto della gemella. A bocca aperta, l’elfa guardò Alistair. «E quello cos’era?» gli chiese.
«Ehm… era tuo fratello» rispose lui, non sapendo bene cosa replicare.
«Alistair, lui ti ha ringraziato» esclamò lei. «Lui non ringrazia gli umani, è già tanto se ti rivolge la parola… cos’hai fatto per meritarti un grazie da parte sua?»
Alistair avrebbe riso in condizioni differenti, ma non quel giorno. «Hai presente quella ferita che stai trattando da giorni? Me la sono procurata mettendomi fra lui e un genlock.»
Melinor lo fissò con gli occhi verdi colmi di sorpresa. «Tu… gli hai salvato la vita?»
«Così sembra» si limitò a dire il ragazzo; Melinor non aggiunse altro. Si mise a pulirgli la ferita e a sostituire le bende.
«Sei stato molto silenzioso in questi giorni, Alistair» esordì a un tratto, rompendo il silenzio. «Non hai fatto neanche una delle tue battute» cercò di scherzare.
«Sì, beh… non sono dell’umore adatto per fare battute» ammise lui a mezza voce.
Melinor si aspettava quella risposta; continuò a parlare mentre iniziava a fasciare il torace del ragazzo. «Capisco come ti senti.»
«Ne dubito» disse lui; ma subito la sua espressione, da apatica qual era, divenne una maschera di preoccupazione. «Scusami, io… spero di non averti offesa» si premurò di dirle, voltandosi verso di lei. L’elfa gli sorrise appena, comprensiva, dicendogli con un cenno della mano di riallineare la schiena per permetterle di chiudere la fasciatura.
«Non ti preoccupare; come ho detto, capisco come ti senti. Hai appena perso i tuoi amici e Duncan… erano la tua famiglia, proprio come il mio clan era la mia.»
«Almeno tu sai che sono vivi là fuori, da qualche parte…»
«Non Tamlen.»
Alistair si voltò sentendo che le mani dell’elfa avevano smesso di armeggiare; trovò un sorriso triste sul suo volto, i suoi occhi persi a mezz’aria in un vuoto che solo lei vedeva.
«Tamlen era nostro fratello. Era con Merevar quando hanno trovato lo specchio; è stato proprio lui a toccarlo, scatenando la corruzione attorno a sé.»
«Quindi… si è ammalato come Merevar?» chiese il ragazzo in un sussurro.
Melinor strinse con un nodo la fasciatura, terminando il suo lavoro; poi si sedette a terra, accanto al masso su cui sedeva Alistair. «Non l’abbiamo mai trovato. Non era insieme a Merevar quando Duncan l’ha trovato; l’abbiamo cercato ovunque, ma non c’era alcuna traccia di lui. Non abbiamo nemmeno potuto seppellire il suo corpo.»
Alistair la guardò con aria mortificata. «Mi dispiace, io… non ne avevo idea. Non intendevo far riemergere questi ricordi.»
Melinor fece ondeggiare una mano. «A volte aiuta condividere certe cose con qualcuno che capisce ciò che provi.»
Alistair la guardò per alcuni istanti, assorto in chissà quali pensieri.
«Duncan era come un padre per me. E sapere che non ero lì con lui, sapere che avrei potuto aiutarlo… ha fatto così tanto per me, portandomi via da quell’orribile vita da templare; e io non ero lì. Non so nemmeno come è morto» si confidò.
«Saperlo ti farebbe sentire meglio?»
Le iridi ambrate del ragazzo tornarono a posarsi sulla figura rannicchiata a terra dell’elfa. «Tu sai cos’è successo? Sai com’è…» non riuscì a terminare la frase.
Melinor annuì. Gli raccontò ogni cosa, di come l’ogre avesse ucciso re Cailan e di come Duncan avesse reagito per vendicarlo. Gli raccontò com’era finita; alla fine del racconto, Alistair se ne stava con i gomiti poggiati sulle ginocchia, le mani intrecciate e la testa bassa, intento a nascondere le lacrime.
«Io ero appesa al bastione con una mano, non ho potuto fare niente; è successo tutto talmente in fretta… ma voglio dirti una cosa, Alistair. Poco prima di morire, Duncan ha guardato la torre di Ishal e ha visto il fuoco: ti giuro che ho visto brillare nei suoi occhi la speranza. Lui sapeva che tu eri là, credeva in te: ed era felice, anche se è durata solo un attimo. Perché sapeva che c’era ancora speranza.»
Alistair cercava disperatamente di soffocare i singhiozzi; Melinor non poté evitare di provare compassione per lui. Conosceva quel dolore: era ancora vivo in lei. Gli posò una mano sulla gamba, per dargli coraggio.
«Noi siamo sopravvissuti, e abbiamo la possibilità di fermare questo Flagello. Non so ancora come, ma troveremo un modo. Lo dobbiamo a tutti quelli che abbiamo perso. Tutto questo è doloroso, ma dobbiamo farci forza e andare avanti. Dobbiamo farlo per loro.»
Alistair parve ricomporsi; risollevò il capo, dando modo a Melinor di vedere i suoi occhi bagnati. Annuì senza dire nulla.
Melinor abbozzò un sorriso; si rialzò in piedi, stiracchiando la schiena. «Ora è meglio che vada, il primo turno di guardia tocca a me.»
«No, lascia stare; ci penso io» la fermò lui, alzandosi a sua volta. Lei lo guardò incerta, e lui insistette. «Non riuscirei comunque a dormire.»
«Va bene; ma se dovesse venirti sonno, vieni a svegliarmi. Hai bisogno di riposare» si raccomandò l’elfa. Fece per andarsene, ma una nuova domanda del ragazzo la fermò.
«Ehi, Melinor… hai detto che saresti dovuta diventare la Guardiana del tuo clan, giusto?»
«Sì. Perché?»
«I Guardiani dalish fanno spesso queste cose? Sai, intendo girare per il clan e far sentire meglio le persone…»
Melinor si lasciò scappare un sorrisetto. «Direi che passano una buona metà del loro tempo così, sì.»
«Allora saresti stata un’ottima Guardiana» le disse lui, serio. «Grazie.»
Rimase colpita da quel ringraziamento; non se l’aspettava.
«No, Alistair… grazie a te.»
Lui la guardò senza capire.
«Per aver salvato la vita a mio fratello.»
Si voltò, lasciandosi Alistair alle spalle; scivolò silenziosa nella sua tenda, sparendo alla vista.

THE TWIN WARDENS

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