La mattina seguente il gruppo si lasciò alle spalle le Selve Korcari. Su suggerimento di Morrigan si diressero verso il villaggio di Lothering: avevano bisogno di fare rifornimenti, vista la loro fuga dal campo di battaglia. A eccezione di Morrigan, i tre sopravvissuti non avevano effetti personali: solo le loro armature e quelle poche cose che Flemeth era riuscita a racimolare per loro, ovvero qualche veste, bende e qualche elisir curativo. La veste da mago rinforzata di Melinor era ancora in condizioni perfette, e anche l’armatura leggera di Merevar era in buono stato nonostante gli scontri alla Torre di Ishal; solo quella di Alistair era piuttosto malconcia, con una spaccatura sul retro proprio nel punto in cui l’ascia del genlock l’aveva trafitto.
Avvistarono la Gran Via Imperiale e la imboccarono seduta stante; mentre percorrevano la strada in pietra lastricata, affiancata dal suo imponente colonnato, iniziarono a vedere il villaggio in lontananza.
«Ecco Lothering: incantevole come un dipinto» commentò Alistair.
«Oh, sei finalmente riemerso dal tuo stato pietoso degli ultimi giorni?» ironizzò Morrigan, del tutto disinteressata ai sentimenti del ragazzo.
«Insomma, è così difficile per te capire il lutto?» s’indispettì lui. «Cosa faresti se fosse tua madre a morire?»
Lei gli rivolse un sorrisetto perfido. «Prima o dopo aver smesso di ridere?»
«Fareste meglio a piantarla, voi due» borbottò Merevar, con lo sguardo rivolto davanti a sé. «Abbiamo un comitato di benvenuto.»
Un gruppo di banditi sbarrava la strada proprio in prossimità della svolta che portava a Lothering. Melinor e Merevar si scambiarono uno sguardo d’intesa: avevano incontrato parecchi banditi nelle foreste in cui avevano viaggiato, ed era bastato loro un colpo d’occhio per riconoscere di che pasta erano fatti quegli energumeni.
Non appena i quattro furono abbastanza vicini, il capo dei banditi si fece avanti con un finto sorriso cordiale.
«Benvenuti, amici!» li accolse con malcelata ipocrisia. «Siete venuti per rifugiarvi a Lothering, vero? Allora dovreste sapere che c’è un dazio da pagare per entrare nel villaggio.»
Merevar incrociò le braccia sul petto con fare divertito e accigliato al contempo. «Un dazio, eh?» commentò sarcastico. «Allora vi dispiacerà sapere che siamo sprovvisti di denaro.»
«Oh, questo sì che è un problema» rispose l’altro, grattandosi l’orecchio con finta preoccupazione. «Temo che questo non cambi nulla. Tutti devono pagare il dazio: se non avete denaro, andranno bene i vostri effetti personali di valore.»
Morrigan roteò gli occhi alle spalle dei due elfi in ascolto. «Allora, quando ci decidiamo a eliminare questi stolti?» disse a bassa voce. Melinor le fece cenno con la mano di aspettare, e poi si voltò per fronteggiare il malvivente.
«Noi siamo Custodi Grigi sopravvissuti alla battaglia di Ostagar, e abbiamo affari importanti da sbrigare. Vi conviene lasciarci passare.»
A quelle parole tutti i banditi si guardarono fra loro, sorpresi ed euforici.
«Custodi Grigi, hai detto?» riprese la parola il loro capo, ghignando. «Teyrn Loghain ha messo una bella taglia sulla testa di voi traditori.»
Tutti e quattro i ragazzi sbarrarono gli occhi. «Traditori? Cosa dovrebbe significare?» intervenne Alistair, facendosi avanti.
«Il Teyrn ha informato tutti del vostro tradimento ai danni della corona, non lo sapevate? Ora tutti sanno che siete responsabili della morte del re e del suo intero esercito. Francamente non me ne importa niente, ma se gli porteremo le vostre teste potremo campare tranquilli per un bel po’.»
Senza dar loro il tempo di replicare, il malvivente spronò i suoi scagnozzi ad attaccare: nonostante l’inferiorità numerica, i quattro ragazzi si sbarazzarono facilmente di quei rozzi manigoldi senza alcuna disciplina. Alla fine di quel breve scontro, sette cadaveri giacevano inermi al suolo. Alistair era furioso.
«Non posso crederci!» sbottò. «Loghain ha messo in giro una voce del genere? Dopo quello che ha fatto?»
Melinor si strinse nelle spalle; quel generale aveva giocato ai Custodi Grigi proprio un brutto tiro.
«E adesso che si fa?» intervenne Merevar. «Se abbiamo una taglia sulla testa non possiamo aggirarci per il villaggio con queste armature.»
I tre abbassarono lo sguardo sulla propria armatura da Custode Grigio; Morrigan piantò le mani sui fianchi con aria indifferente.
«Dovrete disfarvene, è ovvio» disse con noncuranza.
«Non possiamo disfarcene!» s’indignò Alistair, guardandola malamente. «Queste armature ci serviranno contro la prole oscura, sono state forgiate e incantate appositamente per il nostro ordine!»
«Oh, capisco; il buco che hai sul retro dell’armatura sarà certamente d’aiuto alla Prole Oscura. Infileranno un’altra mazza proprio lì, ringraziandoti per la cortesia» commentò la ragazza delle Selve, sarcastica.
«Se avete finito di bisticciare» li interruppe Melinor con un cipiglio infastidito «direi che non abbiamo scelta. Non possiamo indossare le armature nei centri abitati. Ma non significa che dobbiamo disfarcene.» Prese a guardarsi attorno, e scorse una pila di casse e scatole ammassate su un lato della strada: la refurtiva accumulata dai banditi. «Voi due potete prendere le armature di quei soldati» disse ai due ragazzi; «io vedrò di trovare qualcosa da mettere, in mezzo a questa roba ci sarà qualcosa della mia taglia.»
I due ragazzi presero a togliere l’armatura a due dei cadaveri a terra, dopo aver selezionato quelli con le misure più adatte; Melinor scovò fra le mille cianfrusaglie dei profughi una semplice veste verde, proprio della sua misura. Doveva essere appartenuta a un’elfa come lei, date le misure contenute; o al massimo a una ragazzina umana.
Dopo essersi cambiati, infilarono le armature in tre sacche capienti trovate nell’ammasso di refurtiva dei banditi; se le misero in spalla e si avviarono verso Lothering.

Il villaggio non era molto grande: tutt’attorno a esso erano sparse diverse fattorie isolate, e in centro erano presenti non più d’una ventina di case. Le strade erano sterrate e l’ambiente era verdeggiante nonostante si trattasse del centro del villaggio: un piccolo fiumiciattolo lo divideva a metà, e un ponte consentiva il passaggio da un lato all’altro. Sulla destra videro subito la chiesa: Melinor volle starne alla larga. Morrigan le aveva assicurato che era stata lì altre volte con il suo bastone in spalla e che nessuno aveva mai indagato, dato che molti dei pastori della zona usavano aggirarsi con bastoni simili. Melinor aveva perso il suo bastone a Ostagar, e quello che portava ora le era stato dato da Flemeth prima della loro dipartita: era identico a quello di Morrigan, rozzo e semplice, e sembrava un semplice ramo d’albero. Nessuno l’avrebbe scambiato per un bastone da mago, ma la ragazza non se la sentì comunque di avvicinarsi troppo ai templari.
«Dobbiamo scoprire di più sulla situazione attuale» bisbigliò l’elfa mentre si aggiravano fra la marmaglia che brulicava in ogni angolo del villaggio: i profughi fuggiti dal sud si erano accampati in ogni angolo disponibile. «Morrigan, c’è un posto qui dove chiedere informazioni senza destare sospetti?»
« La locanda fa al caso nostro, è sempre piena di pettegole e ubriachi. C’è un chiacchiericcio costante e insopportabile là dentro, io ci sono stata solo una volta e poi non mi ci sono più avvicinata» commentò la strega con espressione disgustata.
Li condusse al locale in questione, un modesto edificio sviluppato su due piani: non appena entrarono il baccano di cui aveva parlato la ragazza inondò subito le loro orecchie. Morrigan indicò a Melinor il bancone, vedendo che l’elfa era piuttosto spaesata: non aveva mai visto un luogo del genere e non sapeva raccapezzarsi. Mentre si avvicinava al bancone i suoi occhi volavano da un tavolo all’altro, da un gruppo di sorelle della Chiesa a un gruppo di banditi, dal menestrello che cantava in un angolo ai profughi sconsolati seduti su ogni superficie disponibile. Anche Merevar era teso e nervoso: non gli piaceva trovarsi in un luogo del tutto nuovo e gremito di umani.
«Salve» li salutò l’oste una volta raggiunto il bancone. «Se volete affittare una stanza non posso aiutarvi: siamo pieni.»
Melinor lo guardò con aria confusa, non sapendo cosa significasse “affittare una stanza”. «A dire il vero siamo qui solo per sentire le ultime novità» si riprese. «Siamo appena arrivati in paese e non sappiamo cosa sta succedendo. Sapete, con la prole oscura e tutto il resto…»
L’oste la guardò lievemente sorpreso mentre asciugava un boccale appena lavato.
«Beh, sta succedendo il finimondo! Immagino sappiate della battaglia di Ostagar, no?»
«Sappiamo che è stata persa» annuì Melinor. «Ma non sappiamo come… dalle ultime notizie che abbiamo sentito sembrava che il re avesse quasi sconfitto la prole oscura.»
«Sì, è vero; ma a quanto pare è stato tradito dai Custodi Grigi.»
Alistair non poté trattenere un grugnito di disapprovazione; Melinor gli lanciò una fugace occhiata d’ammonimento e riprese la conversazione. «Chi vi ha dato questa notizia?»
«Teyrn Loghain in persona» replicò l’oste, con fare serio. «Nel tornare da Ostagar si è fermato qui col suo contingente, annunciando che i Custodi hanno tradito la corona mandando incontro alla morte il buon re Cailan e il suo esercito.» Scosse il capo bruno e i suoi baffi sottolinearono la smorfia incerta della sua bocca. «Tutti sono rimasti sorpresi, soprattutto perché sembra che anche i Custodi siano caduti nella loro stessa trappola, morendo con il re… non si sa quali motivazioni li abbiano spinti a compiere un gesto simile, ma se lo dice il Teyrn dev’essere così.»
«Sono tutte sciocchezze!» non riuscì più a trattenersi Alistair. «I Custodi Grigi non farebbero mai nulla del genere, loro combattono il Flagello! Erano lì per aiutare il re, non per tradirlo!»
«Stai forse dando del bugiardo a Teyrn Loghain?» lo interpellò una voce alle loro spalle.
I quattro si voltarono: un uomo in armatura si stava dirigendo con fare minaccioso verso di loro. Sul suo scudo era impresso lo stemma della casata Mac Tir: la casata di Loghain.
Melinor riconobbe quello stemma, impresso sulla tenda del Teyrn a Ostagar, e guardò Alistair con aria truce; poi si fece avanti con fare pacifico.
«Dovete perdonarlo, messere; il mio amico è cresciuto ascoltando le storie sui Custodi Grigi, e gli riesce difficile credere che i suoi eroi siano in realtà dei traditori. Non intendeva offendere nessuno, credetemi.»
Il soldato la squadrò. «Tu sei dalish» comprese vedendo il vallaslin sul viso dell’elfa. «Come può una dalish avere un amico umano? Questo è…» s’interruppe. I suoi occhi si fecero più grandi mentre intercettavano Merevar alle spalle dell’elfa. «Ma io vi conosco» esclamò. «Voi eravate all’accampamento. A Ostagar! Siete reclute dei Custodi Grigi, i due gemelli dalish!» Si voltò verso i suoi compagni. «Forza, uccidiamoli!»
Nel giro di un secondo si scatenò il putiferio: Merevar e Alistair scattarono in avanti, coprendo Melinor e Morrigan. Le due non potevano usare apertamente la magia e rischiare di attirare i templari su di loro, quindi rimasero nervosamente con le mani in mano. Per un po’ i due ragazzi si difesero bene, nonostante il netto svantaggio numerico. Erano due contro cinque.
A un tratto, Merevar inciampò sulla gamba di una sedia vicina: cadde a terra con un tonfo, e uno dei suoi avversari era già pronto a piombare su di lui. Ma una rapida serie di movimenti mirati disarmò il soldato e una figura lesta e silenziosa lo stordì, per poi passare inosservata al secondo e al terzo soldato; quando infine puntò la lama del suo pugnale alla gola del loro capo, tutti s’immobilizzarono.
«Bene, ora che ci siamo tutti calmati possiamo risolvere questo malinteso, sì?»
Una giovane donna con le vesti della Chiesa sorrideva amichevolmente al soldato. Era molto bella, con gli occhi azzurri e il viso tondo e candido incorniciato da un caschetto di capelli rossi.
«Levatevi di torno, sorella» rispose il soldato, ancora sbigottito. «Non vorrei che vi faceste male.»
La donna rise. «Oh, siete molto gentile messere; ma vi assicuro che non mi farò alcun male. Vi esorto caldamente a lasciare la locanda seduta stante: state dando fastidio alla comunità. Se non lo farete, mi vedrò costretta a informare la Venerata Madre delle vostre deplorevoli azioni.»
«Ma questi sono Custodi Grigi!»
«Non lo siamo affatto» disse sorprendentemente Merevar, incrociando le braccia sul petto. «Noi siamo dalish in fuga dal Flagello. Il nostro clan è stato sterminato, e fuggendo verso nord abbiamo incontrato questi due umani.» Fece un sorrisetto sprezzante. «Noi dalish non ci uniremmo mai a un ordine di umani come quello dei Custodi Grigi, vi pare?»
La donna dai capelli rossi rivolse la sua attenzione al soldato. «Avete prove del fatto che queste persone siano Custodi Grigi?» gli chiese; ma nel vedere l’espressione astiosa dell’uomo, avvalorata dal suo silenzio, la donna sorrise e abbassò la lama. «Suppongo di no. Quindi è ora per voi di andare, e cercate di lasciare in pace questi quattro profughi.»
«Aspettate» s’intromise Melinor. Si fece avanti fino al punto di riuscire a bisbigliare all’orecchio del soldato, in modo che solo lui la sentisse. «Portate questo messaggio a Loghain: i Custodi Grigi sanno cos’è accaduto realmente.»
Si fece da parte sotto lo sguardo del soldato: per qualche strana ragione, l’uomo sembrava intimorito. Morrigan sorrise beffarda: conosceva l’incantesimo che l’elfa aveva usato su di lui senza farsi notare. L’incanto d’orrore, che incuteva paura e provocava visioni orrende nella mente degli avversari.
Senza una parola il gruppetto di soldati si avviò verso l’uscita; tutto il locale aveva ora lo sguardo incollato sul gruppo.
«Scusate se mi sono permessa d’intervenire, ma non potevo starmene con le mani in mano» disse a quel punto la donna dai capelli rossi; ora che il peggio era passato tutti notarono il suo marcato accento orlesiano¹, tradito dalla tipica erre moscia.
«Apprezziamo l’aiuto» disse Melinor, rimirandola tuttavia con una punta di sospetto. Indugiò con lo sguardo sulle sue vesti clericali. «Siete della Chiesa?»
La donna annuì. «Sono Leliana, un’asserente in servizio presso il monastero locale.»
«Ma davvero?» commentò Alistair, sospettoso.
«Ma certo che sì» ridacchiò l’altra con fare un po’ frivolo. «Non distribuiscono queste vesti a tutti, sapete?»
«Vi ringraziamo ancora per il vostro intervento, Leliana, ma ora dobbiamo andare» riprese la parola Melinor. Avevano troppi occhi puntati addosso, e la cosa non le piaceva. «Arrivederci.»
Senza attendere risposta, il gruppo andò dietro all’elfa senza una parola; Leliana rimase a guardarli mentre sparivano oltre la porta.

Una volta fuori, il gruppo prese a bisbigliare con animosità: Melinor rimproverava Alistair per essere stato troppo impulsivo, e lui s’indignava per le falsità messe in giro da Loghain. Ma si bloccarono bruscamente quando stavano per lasciarsi la locanda alle spalle.
«Psss! Custodi!» bisbigliò una voce familiare. Erano già pronti a metter mano alle armi, ma una testa rossa sbucò dal vicolo fra la locanda e l’edificio adiacente. Leliana faceva segno di raggiungerla.
«Dobbiamo fidarci?» mormorò Alistair. «Quella donna non la racconta giusta…»
«Già» asserì Merevar. «Non mi sembra affatto una monaca.»
«Sentiamo cosa vuole» disse Melinor, sospirando. «Siamo quattro contro una, non credo sarebbe così sciocca da tenderci un’imboscata da sola.»
«Potrebbero esserci altri in quel vicolo» obiettò Alistair.
«No, non c’è nessuno; altrimenti lo avvertirei.» L’umano la guardò perplesso, e lei sventolò una mano svogliatamente. «Cose da Guardiani dalish; non capiresti» si limitò a dirgli.
Si infilarono nel vicolo dove la donna li attendeva. «Ben trovati, Custodi» li salutò.
«Vi abbiamo già detto che noi non siamo Custodi» precisò subito Melinor.
La donna sorrise. «Non è quello che avete bisbigliato a quel soldato, no?». L’elfa la guardò sbigottita, e la donna ridacchiò. «Sì, avete sussurrato al suo orecchio… ma sono riuscita a leggere i vostri movimenti labiali.»
«Interessante abilità» disse Alistair, mettendo le mani sui fianchi. «Generalmente sono le spie a saper fare certe cose.»
Leliana non sembrò turbata da quelle accuse. «Non sono sempre stata un’asserente della Chiesa; ho imparato a fare molte cose nella mia vita. Mi sono lasciata tutto alle spalle anni fa, ritirandomi nel monastero; ma ora sono pronta a mettere le mie capacità al vostro servizio.»
Gli occhi di tutti s’ingrandirono.
«Voi… vorreste venire con noi?» chiese Melinor, esitante.
«Sì, voglio aiutarvi. Non credo che i Custodi Grigi abbiano tradito il re; conosco abbastanza i giochi di potere dei politici da capire che solo Loghain avrebbe da guadagnare qualcosa da una situazione come questa. C’è un Flagello da fermare e voi siete i soli in grado di farlo, dico bene? Per questo avete la mia lealtà. Il Flagello va fermato.»
Merevar fece qualche passo verso la donna, scrutandola attentamente. «E chi ci dice che voi non siate una spia di Loghain?»
Leliana rise di gusto portandosi una mano alla bocca. «Innanzitutto, potete chiedere a chiunque qui in città: tutti mi conoscono, sanno che da anni sono al monastero e non ho contatti con nessuno. Inoltre… credete davvero che Loghain assolderebbe un’orlesiana come spia?» scosse il capo, divertita. «Piuttosto si taglierebbe la mano destra.»
I due elfi non capirono quell’ultima affermazione, ma Alistair intervenne per fare chiarezza.
«Questo è vero» disse loro. «Da giovane Loghain ha combattuto insieme a re Maric per liberare il Ferelden dalla dominazione orlesiana; odia a morte lo stato dell’Orlais e tutto ciò che ha a che fare con esso.»
I tre Custodi rimasero a guardarsi per qualche istante.
«Perché vuoi aiutarci al punto di pedinarci e attirarci in un vicolo?» indagò Melinor.
«Perchè è stato il Creatore a dirmi di farlo.»
Il silenzio si abbatté su tutti loro; solo Morrigan trovò un commento da fare.
«Non ci credo… qualcuno mi dia un pizzicotto e mi svegli» mormorò, portandosi una mano alla testa.
Leliana la sentì e assunse un’espressione mortificata.
«Sì, lo so che sembra una cosa da pazzi… ma è la verità! Ho fatto un sogno… una visione! Lasciatemi venire con voi, le mie abilità e le mie conoscenze vi torneranno utili; e vista la vostra situazione avete un gran bisogno d’aiuto. Lasciate che vi assista.»
Melinor guardò gli altri; solo negli occhi di Morrigan trovò impresso un grande no, ma lo ignorò.
«E va bene; abbiamo davvero bisogno di tutto l’aiuto possibile, quindi… potete venire con noi.»
Il sospiro seccato di Morrigan quasi le scompigliò i capelli; per contro, Leliana era raggiante.
«Grazie, Custodi; non ve ne pentirete. Venite, devo prendere le mie cose al monastero.»
Si incamminarono dietro a Leliana, un po’ straniti da quella bizzarra situazione; quella donna aveva qualcosa d’insolito e misterioso. Solo Morrigan non sembrava per nulla interessata a lei: se ne stava imbronciata in fondo al gruppo, per nulla eccitata dall’idea di avere un membro della Chiesa nella compagnia.

 

 

NOTE

¹: l’Orlais è la nazione che confina con il Ferelden sul versante occidentale. È la nazione più potente del Thedas, la sua capitale ospita il centro del potere della Chiesa Andrastiana, ed è governata da una monarchia imperiale. L’Orlais ha dominato il Ferelden per settant’anni, esiliando il re in carica e vessando i cittadini con tasse ingiustificate. Fu re Maric, erede legittimo al trono del Ferelden, a liberare il regno dagli orlesiani. Al suo fianco combattè Loghain, all’epoca un semplice contadino, che si rivelò essere un abile stratega e portò a casa la vittoria decisiva con la Battaglia del Fiume Dane.

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