I tre Custodi e Morrigan attendevano che Leliana facesse i bagagli nel piccolo giardino interno del monastero. Uno spazio quadrato, circondato da portici sorretti da un colonnato immacolato; ai piani superiori si trovavano le stanze delle Sorelle della chiesa e degli asserenti. 
«Intendi davvero portare con noi quella zelante orlesiana?» sbuffava Morrigan nell’attesa, rivolgendosi a Melinor. «Non ho nessuna voglia di sentirla blaterare del Creatore. E nemmeno voi due, suppongo» insinuò, includendo Merevar che ascoltava poco più in là con la schiena appoggiata su una delle colonne. 
«A me basta che non tenti di convertirmi» disse l’elfo con noncuranza. 
«Cerca di essere più tollerante, Morrigan» cercò di mediare Melinor. «Non so cosa nasconda quella donna, ma ha indubbiamente delle capacità che ci torneranno utili. Ricorda che abbiamo l’intero Ferelden contro; anche il più piccolo sostegno è importante per noi, in questo momento 
Morrigan sbuffò di nuovo, andando a guardare altrove seccata; Melinor sospirò e spostò lo sguardo su Alistair, che si era allontanato per passeggiare nel giardino. Era chino su un cespuglio rinsecchito. 
«Eccomi, sono pronta» la fece voltare la voce di Leliana. La ragazza indossava ora abiti da viaggio, con dei pantaloni blu scuro e stivali di pelle; una casacca a maniche lunghe, con uno sbuffo all’altezza delle spalle dello stesso colore dei pantaloni e abbellita da un grazioso gilet in pelle, le dava l’aspetto di un menestrello. Non appena la vide, Alistair raggiunse il gruppo. «Allora, dove siamo diretti?» chiese Leliana. 
«A dire il vero non lo abbiamo ancora stabilito» ammise Melinor. «Siamo venuti fino a Lothering per fare provviste e per sentire le ultime novità.» 
«A proposito dei rifornimenti» intervenne Alistair, «finora non ci abbiamo pensato ma… non abbiamo denaro con noi. Non abbiamo nulla di valore, a parte le nostre armature; e quelle non possiamo venderle 
Leliana lo guardò con aria stupita. «Non avete nulla? Neanche qualche moneta d’oro?» 
«Che strano, vero? È risaputo che chi fugge da una battaglia pensa prima di tutto a portarsi appresso una borsa di monete» la prese in giro Morrigan. 
«Oh, già» disse l’altra, con aria lievemente mortificata. «Allora dobbiamo racimolare qualcosa prima di partire. Ho la soluzione perfetta per questo.» 
Pochi minuti dopo erano davanti alla chiesa di Lothering, tutti di fronte a un pannello in legno con qualche pergamena appesa. 
«No, dico… fai sul serio?» mormorò Morrigan, massaggiandosi la testa con fare disgustato. 
«La bacheca del cantore funziona anche in un momento di crisi come questo?» esclamò Alistair, piacevolmente sorpreso. 
«Cosa sarebbe quest’affare?» chiese Merevar, avvicinandosi alla bacheca per leggere uno dei messaggi. 
«La Chiesa ricompensa chi si prende la briga di svolgere i lavori riportati qui» spiegò Leliana ai due elfi. «In questi giorni di crisi sono molti i banditi che si approfittano della povera gente in fuga, ma nessuno si azzarda cacciarli. I templari sono tutti impegnati a mantenere l’ordine fra i profughi, e il Bann capo di questo feudo è partito con i suoi uomini per seguire Loghain a Denerim. I banditi hanno piede libero 
«Già, come quei poveri sciocchi che hanno tentato di derubarci quando siamo arrivati» ridacchiò l’elfo, ricordando l’episodio. «Non sono durati molto contro di noi, poveretti.» 
«Li avete eliminati?» chiese Leliana, inarcando le sopracciglia rosse verso l’alto. Melinor asserì con un cenno del capo, e la ragazza sorrise. Allungò una mano e staccò una delle pergamene. «Bene, allora uno di questi lavori è già stato fatto. Vediamo…» disse, passando con la mano sopra le restanti due pergamene. Si fermò su quella che recava annotata la ricompensa maggiore. «C’è un gruppo di banditi accampati appena fuori Lothering, dall’altra parte del villaggio; una banda numerosa, sembra.» 
«Se sono tanti sarebbe meglio sorprenderli una volta calato il buio» suggerì Merevar. 
«Sì, sono d’accordo» annuì Leliana. «Allora dovremo aspettare. Magari fino a notte fonda, quando la maggior parte di loro starà dormendo.» 
«Mi sembra un’ottima idea» disse Melinor. «Dunque il piano è questo: stanotte porteremo a termine il lavoro, ci faremo una dormita e domani mattina partiremo dopo aver ottenuto la ricompensa e aver fatto rifornimento. Siamo tutti d’accordo?» 
Il gruppo annuì; persino Morrigan sembrava essersi rassegnata all’idea di svolgere il lavoro sporco per la Chiesa. 
«Bene, ora dobbiamo solo trovare un po’ di spazio per accamparci… la vedo dura» commentò Alistair, guardandosi attorno.

Camminarono per tutta la piccola cittadina di Lothering, fino ad attraversarla completamente; quand’erano ormai prossimi alla periferia, trovarono uno spazio verde libero. 
«Laggiù» indicò Alistair. «È perfetto! Tranquillo, appartato… mi domando perché nessuno si sia sistemato lì.» 
Leliana si fece seria in viso. «È per via del Qunari» bisbigliò. Allo sguardo interrogativo degli altri, indicò una gabbia abbandonata accanto a una staccionata; all’interno un’enorme figura stava in piedi, impassibile come una statua di marmo. 
Melinor lo fissò con interesse: aveva sentito parlare della razza Qunari, ma non ne aveva mai visto uno prima d’allora. Erano individui molto più alti e massicci rispetto agli umani, che già erano più alti degli elfi, e avevano pelli dal colore freddo che andava dal grigiastro pallido, al cianotico, sino al bruno marcato. La più grande peculiarità a contraddistinguere quella razza erano le corna: tutti i Qunari ne avevano un imponente paio, e ogni individuo le teneva diversamente. Alcune erano dritte, altre a spirale, altre ancora venivano accorciate. 
«Quel Qunari è stato arrestato per aver massacrato una famiglia di contadini; non ha risparmiato nemmeno i bambini. Le guardie sono andate a controllare poiché da due giorni nessuno usciva di casa, e l’hanno trovato in mezzo a quel bagno di sangue; si è consegnato e ha confessato tutto. La Venerata Madre ha deciso di lasciarlo lì a morire… ormai sono venti giorni che non viene nutrito» spiegò Leliana. 
Melinor sembrò sconvolta. «Venti giorni? Come può essere ancora in piedi?» 
«I Qunari sono una razza molto particolare, sono molto forti e resistenti» si limitò a dire Morrigan. Poi fece una smorfia. «Un bell’esempio della pietà che la Chiesa va millantando da secoli: una creatura fiera, che si è consegnata spontaneamente, lasciata a morire nel peggiore dei modi. Giustiziarlo sarebbe stato più caritatevole.» 
Leliana, sorprendentemente, annuì; ma non disse altro. 
«Che spreco» mormorò Alistair. «I Qunari sono grandi guerrieri; ci farebbe comodo uno come lui.» Si voltò verso Leliana. «Credi che la Venerata Madre lo rilascerebbe, se glielo chiedessimo?» 
La rossa si strinse nelle spalle. «Dovreste darle un buon motivo, e per poterlo fare dovreste dirle che siete Custodi Grigi…» Si fermò a pensare alcuni istanti. «Conoscendola, potrebbe anche acconsentire. Non credo che vi farebbe arrestare, non è una sciocca; conosce il vostro ordine e sa che siete necessari per sconfiggere il Flagello. Inoltre potrei spendere io qualche buona parola per voi, di me si fida.» Mosse lo sguardo in direzione del Qunari. «Ma non so se lui sarà d’accordo; potrebbe anche rifiutarsi di seguirci.» 
Melinor rimase a studiare la statuaria figura del Qunari qualche istante; poi s’incamminò verso di lui. «Aspettatemi qui» disse agli altri. 
Il gruppo rimase a osservarla da lontano: la videro scambiare qualche parola con il Qunari, il quale era molto serio in viso. Dopo qualche minuto, l’elfa era già di ritorno. 
«Ha accettato di venire con noi» annunciò con aria un po’ perplessa. 
«Mi sembra fantastico» replicò Merevar; «perché quella faccia?» 
«Niente, niente… è che quel tipo è davvero molto strano. Monosillabico, direi. Sono riuscita solo a farmi dire che faceva parte dell’Antaam, l’esercito dei Qunari, e che si chiama Sten. Ha ammesso di aver ucciso quella famiglia e di esserne pentito, e dice di voler riconquistare il suo onore lottando contro il Flagello; ma credetemi, ho fatto davvero fatica a farmi dire queste quattro cose… odia le domande, a quanto pare.» 
Una volta scambiate quelle parole, il gruppo prese a montare le tende e ad allestire l’accampamento; rimasero in attesa della notte.

La sera calò in poche ore; i cinque si ritrovarono a mangiare qualcosa attorno a un fuoco improvvisato. Durante la cena vennero stabilite diverse cose: avrebbero sorpreso i banditi a mezzanotte, e l’indomani dopo aver riscosso il dovuto sarebbero andati a trattare il rilascio del Qunari con la Venerata Madre. Dopodiché sarebbero partiti per la Torre del Circolo dei Maghi, sulla riva nord-orientale del lago Calenhad; i maghi erano la fazione da reclutare più vicina a Lothering. Sarebbero andati a chiedere la loro alleanza usando i trattati, per poi fare la stessa cosa con i nani di Orzammar e infine con i Dalish rimasti nella foresta di Brecilian, a sud della capitale Denerim. 
Dopo aver cenato e aver stabilito il loro itinerario, ognuno si mise a farsi gli affari propri: Alistair prese a lucidare il suo scudo, Melinor e Morrigan discutevano fra loro di magia, e Leliana si era ritirata in preghiera. Merevar, annoiato, non sapeva che fare; decise di andare in avanscoperta, e senza che nessuno se ne accorgesse si allontanò per dirigersi verso l’accampamento dei banditi. 
Il gruppo di criminali si era stabilito dietro a un’insignificante collinetta appena fuori Lothering, al riparo da occhi indiscreti; l’elfo, silenzioso come solo un cacciatore dalish poteva essere, salì in cima alla montagnola erbosa e rimase in osservazione. Contò i criminali dall’alto, e ne vide una decina; alcuni già dormivano, distesi su improvvisate brande di pelle. 
Era in contemplazione quando una strana morsa lo colpì: un gelo improvviso lo pervase da capo a piedi, paralizzandolo completamente. 
«Ma guarda… cos’abbiamo qui?» 
Una voce femminile lo sorprese alle spalle; due figure si palesarono davanti ai suoi occhi. Un ragazzo più o meno della sua stessa età lo fissava con occhi azzurro ghiaccio da dietro un ciuffo nero; accanto a lui stava una ragazza di poco più grande, con lunghi capelli rosso mogano raccolti alla meno peggio e due vivaci occhi nocciola che guardarono l’elfo con stupore. 
«Quei tatuaggi… sei un dalish!» esclamò, stranita. «Cosa ci fa un dalish come te qui?» 
Merevar non poteva rispondere, e la guardò con quanta più ostilità gli era possibile. La ragazza aveva in mano un lungo bastone: era una maga, ed era stata lei a paralizzarlo con un incantesimo congelante. 
«Anche se volesse risponderti non potrebbe farlo, Berkanna» sospirò il ragazzo di fianco a lei. 
«Ops… hai ragione» ridacchiò l’altra. Senza pensarci minimamente, rilasciò la magia che teneva imprigionato Merevar. Lui cadde sulle ginocchia, ancora intirizzito dal freddo. 
«Cosa volete?» bofonchiò l’elfo a quattro zampe sull’erba; era scosso da violenti tremiti. 
«Da te nulla» ribatté la ragazza. «Pensavamo fossi uno di quei banditi, per questo ti abbiamo attaccato.» Lo scrutò con curiosità. «Cosa ci fai qui? È pericoloso aggirarsi in questa zona da soli. Quei criminali sono dei trogloditi ignoranti, ma sanno come menare per bene un povero elfo solitario come te.» 
«Non sono affatto un povero elfo solitario» sbottò Merevar. «Sorvegliavo i banditi, per poi tornare con il mio gruppo ed eliminarli.» 
A quella rivelazione i due giovani umani si guardarono fra loro; poi gli restituirono uno sguardo accigliato. 
«Non credo proprio che andrà così» gli disse la ragazza. «Saremo noi due ad accaparrarci la ricompensa. Teniamo d’occhio quei banditi da giorni.» 
Merevar la guardò con tanto d’occhi. «Ma noi abbiamo bisogno di quei soldi, non abbiamo nulla!» 
L’espressione della ragazza si fece beffarda. «Ma non mi dire! Sai, noi invece lo facciamo per collezionare monete!» 
Qualcosa nel tono di quell’umana infastidiva molto Merevar: era come se non fosse mai del tutto seria, come se tutto fosse sempre uno scherzo per lei. 
«Tu non capisci» esclamò. «Abbiamo delle faccende molto importanti da sbrigare!» 
«Già, perché siete Custodi Grigi» intervenne a quel punto il ragazzo. Merevar lo fissò senza dire nulla, e lui fece un sorrisetto. «Ero alla locanda oggi, quando avete dato spettacolo con i soldati di Loghain 
«Ah, e così questo sarebbe uno di quei Custodi Grigi di cui tutti parlano?» disse la ragazza fissando il suo compagno. Poi tornò con l’attenzione sull’elfo. 
«Non siamo Custodi Grigi, l’abbiamo detto a tutti alla locanda. Siamo…» 
«…dalish scappati dalle Selve, giusto?» riprese a schernirlo la ragazza, che a quanto pare era al corrente di tutto. «Certo, come no… senti, Custode dalish: noi non abbiamo niente contro di te e contro il tuo ordine, abbiamo altro di cui preoccuparci. Presto la prole oscura arriverà a Lothering, e noi abbiamo bisogno di denaro per viaggiare fino ai Liberi Confini. Non puoi chiederci di lasciarti prendere quella ricompensa: la nostra famiglia ne ha bisogno, senza resteremo qui a morire tutti.» 
Merevar non seppe come replicare; pensò a cosa avrebbe fatto Melinor in una situazione come quella. I due umani non avrebbero mollato: erano determinati, e se erano riusciti a sorprenderlo alle spalle dovevano essere tutt’altro che due sprovveduti. Ma non poteva lasciare che prendessero tutte quelle monete. 
«Allora faremo a metà» propose loro. «Noi abbiamo già portato a termine un altro incarico, e potremmo dividere la somma di questa ricompensa con voi; per un po’ ci basterà.» 
La ragazza lo guardò con interesse; poi si voltò verso il ragazzo moro. «Che dici? Se uniamo metà di quei soldi con i nostri risparmi ce la faremo a pagare la tratta per attraversare lo stretto?» 
«Sì, credo di sì» replicò lui. 
La ragazza sospirò, e poi tornò a concentrarsi su Merevar. «E va bene, faremo così. Collaboreremo e poi divideremo il bottino a metà.» Senza attendere una risposta, diede un colpetto col bastone e lanciò un incantesimo di guarigione su Merevar; lui senti le sue membra irrorarsi d’energia, e gli effetti dell’incanto precedente sparirono del tutto. La strana ragazza gli diede le spalle e si avviò. «Forza, andiamo.» 
Merevar rimase per un attimo a fissarla stralunato. «Aspetta… vuoi andare ora? Aspettiamo gli altri del mio gruppo, in tre siamo pochi!» 
«Non dire sciocchezze; potevamo farcela anche io e mio fratello da soli, in tre sarà ancora più facile.» 
Merevar non ebbe altra scelta che seguire i due umani mentre si avviavano tranquillamente verso l’accampamento. Procedevano in tutta calma, senza nemmeno tentare di nascondersi, come se stessero andando a trovare un gruppo d’amici. Questi due sono pazzi pensò fra sé, restando leggermente a distanza. 
Quando finalmente furono abbastanza vicini da essere avvistati, i banditi lanciarono l’allarme: i due fratelli si lanciarono nella mischia. Il ragazzo sembrava un abile combattente, e aveva ricevuto un addestramento curato: brandiva uno spadone a due mani, facendolo danzare con grazia a destra e a sinistra mentre falciava i nemici. La ragazza, alle spalle del fratello, sembrava una furia: era una maga capace, che invocava fuoco e ghiaccio con estrema facilità scatenandoli sui nemici. Utilizzava anche una forma di magia che Merevar non aveva mai visto: sembrava risucchiasse energia dai suoi avversari per usarla a proprio vantaggio, poiché i poveri malcapitati cadevano sulle loro gambe improvvisamente molli per poi venire abbattuti definitivamente. 
L’elfo scagliava le sue frecce da lontano, assistendo i due umani: nessuno dei suoi colpi mancava il bersaglio, andando a colpire nelle parti del corpo più strategiche. 
Non ci volle molto: in nemmeno una decina di minuti lo scontro si era risolto. Merevar si avvicinò ai due umani, che si stavano rimettendo le armi in spalla con la leggerezza di chi avesse appena fatto una passeggiata sui monti. Scrutò i corpi tutt’attorno con espressione colpita; la ragazza ghignò per la soddisfazione. 
«Siamo micidiali, eh?» ridacchiò. 
«Non muovetevi!» gridò una voce poco più indietro. «Alzate le mani e non fate una sola mossa, e non vi verrà fatto alcun male!» 
Merevar si voltò, confuso: un gruppo di cinque templari correva verso di loro armato fino ai denti. 
«Oh, no» mormorò la ragazza; guardandola Merevar vide che era molto, molto preoccupata. 
I templari ormai erano a pochi metri da loro. «Le mani in alto! Subito!» 
I due umani obbedirono agli ordini; senza sapere bene che fare, Merevar fece lo stesso. Quello che sembrava il capo dei templari lo scrutò con attenzione. 
«Cosa ci fai qui con questi due umani, elfo?» lo interrogò. 
«Sono venuto per portare a termine un incarico appeso sulla vostra bacheca» replicò Merevar, facendo attenzione a come parlava. 
«E perché sei insieme a loro? Tu non sei di Lothering, e sembri dalish; cos’hai a che vedere con questi due?» 
«Volevamo tutti svolgere lo stesso incarico, e abbiamo deciso di collaborare per dividere il compenso a metà.» 
Il templare guardò gli altri due ragazzi con severità. «È andata così?» 
I due ragazzi annuirono con il viso teso per la preoccupazione. 
«Bene, elfo; allora sarai felice di sapere che potrai tenere tutta la ricompensa per te» disse il templare sotto gli occhi sgranati di Merevar. «Costei è un’apostata, una maga eretica: e la sua famiglia è colpevole di averla tenuta nascosta all’ordine dei templari fino a oggi. Pertanto non è dovuta loro alcuna ricompensa, anzi» aggiunse, guardando con rimprovero i due ragazzi; «siate grati al Creatore, poiché non vi sarà riservata alcuna punizione. Vi tenevamo d’occhio da un po’, signorina Berkanna: finalmente siamo riusciti a cogliervi in flagrante.» 
L’uomo fece un cenno, e gli altri quattro templari si mossero: circondarono la ragazza e la immobilizzarono in un istante. 
«Berkanna Hawke, da questo momento sei sotto la custodia della Chiesa e dell’ordine templare. Verrai portata al Circolo dei Maghi, dove avresti dovuto andare molto tempo fa.»

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